Avere naso (anche se chiuso)

Cos’è che ci avvisa dell’arrivo della primavera? Lo starnuto. Una fisiologica e naturale conseguenza respiratoria che fa da colonna sonora al vento tiepido di questa meravigliosa stagione. Raffreddori tardivi a parte, le riniti causate dai pollini sono una vera tragedia per chi ne soffre e una tortura per chi frequenta questi ultimi, io nella fattispecie.

Non si può nemmeno pensare di godersi una passeggiata in un ombroso boschetto, non è concesso spalancare le finestre, frequentare parchi, uscire in caso di forte vento e mi sto trasformando in Barbie-contadina a forza di tagliare l’erba, raccogliere foglie, eliminare erbacce.

PARE che, in questo periodo dell’anno, si debba evitare anche di asciugare i panni all’esterno. Un’ode all’asciugatrice.

Lamenti a parte, solo chi convive con tali problemi sa che ha da passà questo periodo e non si scandalizza di fronte a nasi rosso porpora, gocciolanti e perennemente tappati. A questo proposito, dedicherei un particolare encomio agli inventori dei fazzoletti di carta, specie se riciclata, sinonimo di progresso evolutivo. I meravigliosi fazzoletti in stoffa, i mouchoirs adorabili, morbidi e profumati, non reggerebbero questi attacchi.

Volendo (anche no) affrontare il penoso argomento dell’educazione dei soffiatori compulsivi nei luoghi pubblici, la mia lunga esperienza in materia potrebbe tradursi in un utile pamphlet da autodifesa:

  1. non avere paura, sei solo nel posto sbagliato al momento sbagliato
  2. il soffiatore non lo fa apposta
  3. cerca un giapponese raffreddato e fatti prestare una mascherina (lui non capirà ma non importa)
  4.  prima che starnutisca, a scelta, puoi effettuare una torsione del busto di 90 gradi o frapporre il vicino tra te e il soffiatore

Insomma, sopravvivere al periodo delle Gimnosperme e Angiosperme, cioè al trasferimento di polline dalle antere di un fiore allo stigma dello stesso fiore o di un altro fiore (cit.Treccani)… SI PUO’ FARE!

“Ti quoto”

Un’immagine vale più di mille parole. Vero. Ma quando le parole, meglio se poche, lasciano il segno, è una lotta tra titani. Le parole sono importanti, conoscere il loro significato aiuta ad evitare gaffe e problemi. Se avessi scritto totani e non titani avrei ottenuto un risultato differente, una zuppa di pesce.

“Gli angeli nel cielo parlano italiano”, fa dire Thomas Mann in Confessioni del Cavaliere d’Industria. L’italiano è una lingua bellissima, complessa e in continua evoluzione: TV, Pubblicità, Marketing, Quotidiani e (ebbene sì) i Blog sono tutti terreni fertilissimi, in cui si generano continuamente nuove espressioni: Spesometro, Esodati, Briffato, Skillato, Linkare, Loggarsi, Aristo-Pop, Uplodare, Mediagenico... I neologismi sono anarchici, le parole si autogenerano, si diffondono viralmente entrando a far parte del lessico di una lingua.

Poi esistono deviazioni come l’espressione ” Ti quoto” che nei forum si usa spessissimo per indicare che si sta”citando” quella risposta. Ma il verbo Quotare in italiano significa misurare, stimare nel senso di valutare. Non è dunque  inglese (I quote you) né  italiano (ti valuto). E’ così e basta.

Espressioni come “In buona sostanza…” sono defunte o in procinto di. Quell’allure romantica che rimandava a scene di nobili combattimenti verbali, lascia il passo a duelli rusticani tra tips, trends e tronisti. Soprattutto al suono di “CORTO E’ BELLO” nascono acronimi o abbreviazioni  usa e getta: Pelfie (selfie con un pet),  Bae ( la persona più importante per te – Before Anyone Else), Ship ( Relationship)…

Anche se personalmente adoro “Mi punge vaghezza” 😉

HAVE A LOOK

non possiamo non ASCOLTARE e LEGGERE i segnali delle nuove intelligenze digitali.

E mentre annusiamo le tracce lasciate da menti selvagge, libere nel vortice della fantasia, inorridendo quando ci scontriamo con coniugazioni verbali inesistenti o aberranti, lo studio della lingua italiana si espande in tutti i paesi del mondo:“Learn the language of your nonni!” (UCLA)

La lingua degli angeli, nonostante tutto, vola alta.

Gli occhi felici

E la metro frena, con la consueta delicatezza, facendomi scivolare di un metro sui sedili. Le ragazze, unghie laccate come opere di Warhol, le borse piene di libri e gli occhi felici stanno parlando:

Secondo te la mente è importante?”

Mah, esiste una giusta via di mezzo…

“Secondo te, cosa guardano gli uomini in mezzo alla strada? Se sei colta? Ma dai!”

Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che l’ambiente sia un mio prodotto.

“E questo cosa c’entra?”

Niente, l’ho letto la’…

Chiacchiere sciolte come l’aria di primavera, con quella leggerezza che si è destinati a perdere con l’età, quando i doveri allargheranno a dismisura i loro tentacoli. Anch’io sono stata così giovane?

Poi scoppiano a ridere, risate piene, di pancia, con gli occhi umidi che brillano e le parole intrappolate nei singhiozzi.

Le guardo scendere pattinando su quelle sneakers che è vietato indossare dopo i trent’anni e penso che “domani me le compro.” In fondo se sembra normale vedere pubblicità in cui si parla con una gallina confrontando la qualità dei biscotti, posso anche scegliere di vestirmi come mi pare. La metro riparte, come la vita, ma con meno strattoni.

E io sto sorridendo.

Bada ben, bada ben…

Paesino di provincia, uno dei tanti sparsi nel Nord Italia. Villette, campi e badanti. Tante badanti.

Qualche tempo fa, le riconoscevi alle fermate degli autobus o in fila con le borse di plastica al mercato, perché camminavano rapidamente, occhi a terra, in jeans e Hogan usate, ereditate da qualche signora durante il cambio stagione nell’armadio. Erano tutte straniere.
Qualcuna era laureata, parlavano minimo tre lingue.
Una vita dura, lontano da casa, risparmiando per la famiglia, per i figli che vedevano solo due o tre volte all’anno dopo 24 ore di tragitto in pulman stracarichi.
Ma ora, se cerchi una badante, ti rispondono ragazze italiane, che stanno studiando o sono semplicemente stanche di aspettare lavori che non si trovano. Tante ragazze che snobbano call  center e contratti a chiamata, che preferiscono essere pagate per quello che, in tempi felici, facevano come volontariato.
La paga è buona, in regola, con contributi e tfr, si lavora 6/8 ore al giorno e spesso comprende vitto e alloggio.
Certo, bisogna avere la pazienza di un monaco tibetano, la forza di un nerboruto e non bisogna essere schizzinose perché cambi di pannolini e lavaggi di anziani richiedono delicatezza e tatto, a volte stomaco di ferro.
Sicuramente non si tratta del lavoro dei sogni, non risponde ai sacrifici fatti in anni di studi e sono sicura che continueranno a cercare di trovare il proprio sbocco, la propria opportunità, ma nell’attesa cercano di mantenersi, di aiutare magri emolumenti familiari o di risparmiare per un progetto.
Ai miei tempi si usava andare au pair all’estero per studiare le lingue e il sacrificio era notevole, pochi soldi per interminabili pomeriggi con nani pestiferi e umiliazioni continue da matrigne stizzose, ma mi è servito. Per undici mesi la prima volta e 1 anno e mezzo la seconda. E due lingue perfezionate.
Quindi, brave ragazze, sono certa che ce la farete. Donne forti, che si sono messe in gioco, che non si vergognano di andare a lavare i piatti in un ristorante, che si spaccano la schiena d’estate a raccogliere pomodori (credo sia una delle attività più pesanti al mondo, seconda solo al taglialegna) e che continuano a scrutare l’orizzonte, a studiare, informarsi e proporsi.
Siate ribelli.😜

In-videre.

“Complimenti cara!!!” Occhio, malocchio… gli occhi non mentono. Quando il suono dei complimenti non è in sincrono con la luce degli occhi possiamo difenderci optando, a scelta, tra un gesto scaramantico dei più tradizionali o un rito woodo.

A volte si tratta di fronteggiare la semplice falsità, qualche volta siamo alla gogna dell’invidia. Perché?Perché siamo umani, deboli, a volte orribili, e ci piace il colore verde, noto colore dell’invidia, meglio se tendente all’acido.

Quindi anche se tutto, ogni cosa, vuole essere amata, capita che non ci riusciamo e visto che non possiamo invidiare un criceto, invidiamo gli altri esseri della nostra specie.
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Direi che è la reazione opposta a quanto avviene con le affinità elettive, “dove affini sono quelle nature che incontrandosi subito si compenetrano e si determinano reciprocamente”.
(cit. J. W. G.)
Con l’invidioso invece nessun amalgama o immedesimazione, come se si tentasse di mescolare l’olio e l’acqua. Piuttosto si fanno paragoni, si “guarda storto” (in-videre, lat.), macerandosi nella certezza che l’altro sia MEGLIO.
Vade retro. E’ sempre colpa degli altri, siamo sempre vittime? E se fossimo le cause?
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Mi piace pensare che sia possibile e ci provo.
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia 
Allora, ” Tu, maledetta che sculetti su quei tacchi come se ci fossi nata e te ne vai senza neanche salutare mentre tutti ti guardano sognanti, sappi che NON ti invidio per niente.
NON invidio la tua bellissima età, NON invidio i tuoi successi professionali arrivati così in fretta,
NON invidio…”
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia  
NON ce la posso fare.
NON è vero.
 invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia 
Perdoniamoci.
E chiediamo scusa a noi stessi per aver creduto di non essere abbastanza.