Dove la polvere profuma d’incenso (parte 1)

Il viaggio era stato lungo e ora le sembrava di essere arrivata da molto tempo.

Dopo anni aveva deciso di tornare nel Rajasthan e si era fermata a Jaipur. Faceva caldo, quel caldo umido misto allo smog di un traffico incessante e lento, intervallato dal suono continuo dei clacson. Stava ammirando il Palazzo dei Venti, un macramè rosa di finestre che avevano nei secoli protetto le donne anziane della corte, intente ad osservare dall’alto la vita al di fuori.

Decise di salire sulla cima  del Chandra Mahal in cerca di u po’ di aria e, perdendosi tra i tappeti e i tessuti preziosi, si affacciò per ammirare la città al di sotto, il brulicare di vita, l’osservatorio astronomico, il Jantar Mantar. Si ricordava che ne esistevano ben cinque in India, il cui scopo principale era quello di predire il futuro. Astronomia e Astrologia erano saldamente connesse. L’Astrologia era considerata al pari di una scienza e insegnata all’Università.

Scendere di nuovo tra la folla e perdersi nel Bazar le procurò una sorta di stordimento, dovuto al jet lag e, soprattutto, al suo bisogno di silenzio, ma non era certo il luogo adatto. Le sete, cercava le sete, camminando senza fretta tra banchi stipati e mani che la invitavano a vedere la mercanzia. Ala fine, rapita dai colori di due stole impalpabili, si fermò da una signora dolcissima e, senza perdere troppo tempo in contrattazioni, le acquistò. Le era piaciuta quella signora dalla lunga treccia nera e lucida, i modi delicati. Decise di chiederle dove poter avere un consulto astrologico. La richiesta le uscì di getto, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se le avesse chiesto l’indirizzo di un ristorante vegetariano.

E la signora le rispose.

Ed eccola su un taxi, col finestrino quasi chiuso, assalita ad ogni stop da bambini che chiedevano soldi, caramelle, qualsiasi cosa, pur di avere qualcosa. Venti minuti per raggiungere Amber e il suo Palazzo Fortezza, che custodiva all’interno due piccoli templi dedicati a Kali e Sila Devi. In quest’ultimo, secondo le indicazioni della signora, avrebbe potuto trovare qualche monaco esperto in grado di soddisfare la sua curiosità.

…segue ( parte 2)


foto di Souvik Laha da unsplah

Sovrappopolamento e Universo 25

Siamo in tanti. Più di 8 miliardi di persone su questo pianeta, e ci stiamo già stretti. La rabbia, le rivolte, le tensioni incontrollate che stanno aumentando e di cui leggiamo o ascoltiamo, sono sicuramente scatenate da problemi irrisolti o troppo spesso ignorati ma, alla base di tutto questo, volendo analizzare il contesto, non credete che la sovrappopolazione umana sia spesso il detonatore di tanta violenza?

Nel 1968, lo scienziato John Calhoun, fece un esperimento, Universo 25, proprio per verificare, con i topi, come potesse incidere l’aumento della popolazione nell’evoluzione del comportamento.

Ebbene, lo scienziato aveva predisposto una situazione di benessere per non creare stress, in cui la comunità di topi viveva serenamente, in uno spazio adeguato, senza nessun predatore, con cibo in abbondanza e nessuna preoccupazione.

Nel giro di un anno e mezzo, lo spazio destinato era affollato al punto che gli atteggiamenti dei topi erano cambiati, esprimendo violenza, cannibalismo (anche se non mancava il cibo), pansessualismo. Non mancava il sostentamento, gli spazi erano ridotti ma, soprattutto, essendo in tanti, erano venuti a mancare i ruoli sociali per tutti. Solo chi si isolava non veniva coinvolto.

In pochi anni, oltre al crollo delle nascite, si assistette all’annientamento dell’intera colonia, fino all’ultimo topo.

John Calhoun era giunto alla conclusione che, non importa quanto l’uomo pensi di essere sofisticato, quando mancano i ruoli sociali da impiegare per tutti, il sistema collassa.

Le ultime proiezioni della Nazioni Unite prevedono il raggiungimento di un picco di circa 10,4 miliardi di persone intorno al 2080.

Fondamentalmente è la ricerca di lavoro che spinge a concentrarsi nei centri urbani, più o meno grandi, ed è già una lotta, in macchina, nelle metropolitane, autobus, treni, nei condomini. La mancanza di lavoro e quindi di un ruolo sociale, fa il resto.

Io, rimango positiva sulle capacità dell’essere umano di adattarsi ai nuovi scenari. Certo, i cambiamenti non si accettano mai volentieri, si è spaventati, ma l’evoluzione, l’utilizzo delle tecnologie digitali in questa nuova economia globale, devono puntare al miglioramento della qualità della vita.

Dipende da noi.

Dipende da noi essere parte attiva, avere il coraggio di spostarsi, di cambiare, di accettare il diverso e modificare, se necessario, il proprio stile di vita.

Lo spazio c’è, tolte l’Asia e l’Africa, che totalizzano più di 6 miliardi di abitanti, nel resto del pianeta c’è spazio, per tutti. Nessuno ha mai pensato di andare in Oceania o in Polinesia? Un proverbio polinesiano la dice lunga: “C’è un tempo per essere albero e un tempo per essere piroga”, entrambi dela stessa materia, ma uno sedentario, l’altro in movimento.

Io ho viaggiato e vissuto all’estero quasi due terzi della mia vita. Sono scelte, a volte è difficile lasciare il certo per l’incerto ma tutto sta nella motivazione e nell’essere pronti ad affrontare l’incognito. C’è spazio, per gli essere umani e, soprattutto, per allargare la mente, ascoltare e imparare.

“Rivolgi il tuo viso verso il sole, le ombre resteranno alle tue spalle”. (Insieme ai topi).


foto di goashape – unsplah

Una vita a piedi nudi

Faby, 1,36 cm di altezza, sogna una vita a piedi nudi.

É giovane Faby, ed è nata con una sindrome incurabile, la Disostosi Cleidocranica, che non le ha permesso una crescita dell’apparato scheletrico normale. Ma ride, Faby, spiega i suoi trucchetti per affrontare questo mondo: solette, zeppe, tacchi alti anche 17/20 cm, nascosti da abiti lunghi. E poi, cuscini per poter guidare, interruttori della luce posizionati in basso…

Lei che vede in rosa, lei che si è operata per poter arrivare ad almeno 1, 44 cm, lei che sa cosa significa vivere in un mondo a misura 1,60cm almeno, si sente fortunata perché è carina, proporzionata e, soprattutto, amata. La prima bicicletta comprata, più piccola, così diversa da quella degli altri bambini, non le scatena ricordi di imbarazzo, vergogna o dolore (che probabilmente avrà provato), ma quasi di tenerezza.

Dopo una vita dietro ai tacchi, baluardo necessario per poter essere il più possibile indipendente, ora sta affrontando la dolorosa fisioterapia dopo l’operazione che non è riuscita perfettamente, lasciandole una gamba leggermente più corta. L’aspetta un altro intervento. Ma sa che ce la farà. Ce l’ha già fatta.

Eppure, questo mondo ora impegnato a preparare valigie per le vacanze, scrutando il tempo, innervosendosi per un ritardo del treno o dell’aereo, non lo sa. E quando sarà sulla spiaggia o su un prato, camminando a piedi nudi, non proverà la stessa gioia di Faby. Tutti abbiamo il nostro personale pezzettino di inferno, qualcuno ci convive da sempre.

Ma io la vedo Faby, affondare i piedi sul bagnasciuga, ancora più alta di quel 1,44 cm, una silfide leggera che levita sui litigi per l’ombra, per i granelli di sabbia lanciati con un pallone. Lei sorride sulle piccinerie umane, sulle nostre debolezze ed i commenti cattivi o superficiali. Lei, è altissima.


Foto di Louisa Potter da Unsplash

Video da TIK TOK- Faby

Cuore livido

Non è necessario essere perfetti per tutti. Basta essere speciali per qualcuno.

Si era alzata, accaldata, dopo una notte scandita da docce fredde e lotte col ventilatore posizionato verso la parete, alla ricerca di un refolo seppur meccanico. Proprio nel momento più bello, quando l’aria cominciava ad entrare attraverso la zanzariera, quasi fresca, l’aria delle quattro del mattino, si era svegliata. Non c’era stato verso di riaddormentarsi, mindfulness e meditazione non avevano sortito alcun effetto, la mente tornava a giocare, come un bambino iperattivo, senza sosta.

Smetti di pensare, smetti di pensare, smetti di pensare.

Smetti di pensare che le persone o qualcuno in particolare debba capirti. Solo tu lo sai quanto hai pianto, quanto hai dovuto faticare, quanto hai lottato pensando di non farcela. E ancora non è detto. Solo tu conosci i tuoi pensieri delle quattro di mattina. Vale così per tutti, perché dovresti essere diversa?

La schiena le faceva male, le cicale stavano dormendo, almeno loro. Il silenzio, l’aria ferma, il cielo che ancora non cambiava colore, tutta quella calma, calma apparente, come prima di una tempesta, la stava turbando. Camminava tra le stanze buie, calde, girava intorno al tavolo e ritornava in salone. Si era tolta le ciabatte per sentire il fresco del pavimento e dopo un po’ si sedette ad osservare la pianta dei piedi. Notò un po’ di polvere, poca ma fastidiosa, e andò in bagno. Doccia fresca, la terza o quarta della nottata, prima in piedi poi, lentamente, accovacciata a terra, lasciandosi colpire dalle gocce come in un temporale. Gocce d’acqua che si mischiavano alle lacrime calde.

Ma quando arriva il giorno?

Si asciugò tamponando un po’ la pelle, per prolungare la sensazione di fresco, poi, andò allo specchio.

Eccoti, oggi è il primo giorno. Hai deciso di fare il primo passo per cambiare e ti stai allontanando.

Cominciava ad arrivare la luce dall’esterno, un’alba lattiginosa che lentamente fece apparire il suo viso, le sue occhiaia, i punti di sutura sul sopracciglio e i lividi sulle braccia.

Basta essere speciali per qualcuno.

Ce n’era voluta di forza per capire di non essere speciale, per lui. Il cuore batteva forte, un misto di paura e terrore, insicurezza e solitudine. Fuori il mondo stava aprendo gli occhi, sicuramente anche lui si sarebbe svegliato tra poco.

Aprì l’armadietto, prese i vestiti e il borsone che aveva preparato il giorno prima. Era tardi, era già tardi? Si vestì in fretta e in silenzio, come un ladro, prese le scarpe e in punta di piedi raggiunse la porta di casa.

Nell’ascensore, guardandosi allo specchio, le sembrò di ricordarsi com’era stata, dietro quei segni, quelle vili botte sulla pancia e sulla schiena, quegli occhi pesti e spenti. Anche il suo cuore era livido.

Non sapeva dove sarebbe andata, se ne era andata.


Foto di Olivier Collet da Unsplah

Sensorium Dei

Il tempo, è un’illusione? Come sabbia fine che scende in una clessidra, esiste come realtà in divenire strettamente connessa con lo spazio, flusso. Sarà questa giornata dal cielo coperto che minaccia temporali estivi, tuonando in lontananza, e che ha fatto riempire i caffè di persone uscite a rinfrescarsi un po’, sarà a causa di questa elettricità nell’aria che mi attraversa, ricordandomi che siamo qualcosa di più di semplici individui su una superstrada, a senso unico, impegnati a sorpassarci mentre ci dimentichiamo di fermarci di tanto in tanto, che si materializza nella mia mente la visione di una linea di mezzeria, continua, interrotta solo raramente, a ricordarci che ci possiamo fermare.

Possiamo fermarci e mangiare un panino, sul cofano della macchina, occhi negli occhi.

Passa un gruppo di ragazzi con degli strumenti musicali protetti dalle custodie. A quell’età il tempo ha un’altra unità di misura, è scandito da sogni, delusioni, tempeste ormonali, l’orologio non ha lancette.

Poi, di colpo, le lancette appaiono e, col tempo, ecco i minuti, le ore, i giorni, gli anni.

Quanto tempo sprecato?

L’unico spreco che vorrei recuperare, come il pane avanzato e buttato via, è legato alla leggerezza con cui ho vissuto la certezza che i cambiamenti dipendessero solo da me. Ma forse, forse, non c’era altro modo.

Errori, dolori, gioie, speranze, lasciano segni sui calendari appesi o nei diari, nelle foto, nella mente.

Attimi preziosi, cristallizzati nella nostalgia crudele o nel ricordo di risate di pancia, che pizzicano gli occhi ed esplodono nelle viscere dolenti.

I ragazzi si sono fermati sotto una pensilina, stanno aspettando l’autobus ed uno apre la custodia, prende un archetto. Dopo qualche prova di accordatura, inizia il suo concerto, giovane Konzertmeister. Arrivano le note di un Allegro di Bach, come se il vento le seguisse, trasportando le foglie nell’aria, scompigliando i capelli delle signore sedute, passando tra le sedie, sui tavolini, zampettando sulla schiuma dei cappuccini. I cuori, il mio cuore, segue i battiti dettati dalle note, ed è magia.

Fermati tempo, Fermati e ascolta.


foto di Adrien king da Unsplash

Alice

Sto andando ad una mostra di quadri, open air. Il sole non perdona e le cicale friniscono ma vedo il viale che mi aspetta, con un quadro appeso, in alto, tra due alberi, azzurro come un pezzo di cielo catturato e esposto lì per noi. M’incammino tra quadri appoggiati ai tronchi come frutti preziosi, tele stese a terra come tappeti volanti, opere che spuntano tra i fiori, sui ceppi, nascoste tra le balle di fieno.

Nel giardino delle meraviglie aspetto, come Alice, il Cappellaio Matto, l’Artista, e con lui, due folletti, due pittrici che hanno portato i loro doni, le loro opere, a corollario di questa esposizione a cielo aperto.

Si chiacchiera, tra foto e calici, immersi in un percorso di luce e pennellate di colore. L’aria ha un profumo aspro di fieno e pittura ad olio, gli occhi sembrano riflettere le tinte vivide. Vorrei visitare lo studio del pittore ma ci sono tante porte, chiuse. Non posso violare la tana creativa, dovrei chiedere, ma l’artista è impegnato. Cosa avrebbe fatto Alice? Lei aveva la piccola chiave d’oro.

Io, rimango ad osservare una tela enorme, adagiata sul sentiero, che mi trasporta lontano, tra i suoi gorghi di colore che sembrano in movimento, pronti a fuggire.

Una piccola mano mi sta tirando la camicia, uno gnomo? Chi sei? Cosa vuoi?

È il nipote del Cappellaio Matto, e mi porge un foglio. Cosa c’è di più bello di un bambino che ha fatto un disegno per te?

Ci sediamo, io e lo gnomo, all’ombra, osservando la folla che sta camminando placidamente, le chiacchiere che rimangono sospese nell’aria calda, poi tutto si ferma, per un attimo, anche le cicale smettono il loro canto. E partono gli applausi, un’onda fragorosa che attraversa i colori, le tele, fa tintinnare i bicchieri.

Ci guardiamo, io e lo gnomo. Devo andare. NO!

“Perché uno scrittoio è come un corvo?” Chiedo allo gnomo.

“Perché hanno entrambi le penne!”

Risponde da dietro una voce, Il Cappellaio Matto.

“Volevi vedere lo studio?”

Ora Alice è contenta, prima di svegliarsi, finirà il suo viaggio.


FOTO – OPERA di STEFANO SICHEL – Fondatore nel 1995 del TRANSVISIONISMO

Vado a comprare il pane

Ci sono i saldi al SUPER. I famigerati prendi 3 paghi 2. In realtà io amo i negozietti, quelli dal sapore antico, spesso con carissimi prodotti di nicchia che però assicurano gratificanti risultati culinari.

Ma come resistere al richiamo dell’AFFARE?

Così anch’io mi ritrovo a passeggiare tra gli scaffali, si fa per dire. Provate a passeggiare, rallentando di tanto in tanto e qualcuno calpesterà senza pietà il vostro metatarso. Tentennate nella scelta delle olive e sentirete lo sguardo di rimprovero dell’inserviente intenta a sistemare tonnellate di pasta.
Effettivamente non capisce a cosa serva leggere i componenti della salsa, E’ IN OFFERTA!!!

Quindi, anche se la quantità di sodio ti causerà danni certi ai reni, non importa.

Guardo con circospezione la verdura, le ciliegie sono in offerta, arrivano dal Cile. Ecco spiegato il prezzo, hanno viaggiato in business.

Mi dirigo al reparto casa: carta igienica, carta cucina, carta forno. Tre per tre, nove confezioni, praticamente porto a casa un albero in nove  scatole. Poi gli spray pulenti, i detersivi, i disinfettanti… Ho tutto ciò che mi serve, posso anche andare in letargo.

Ma  il percorso non è finito, mi aspetta l’ultimo girone infernale, la cassa. Un numero spropositato di casse aperte e non so mai quale scegliere. Mi dirigo verso la numero sei, ma non mi piace il numero, allora vado verso la otto ma mi sembra che ci siano troppi carrelli in fila. Cedo all’idiozia e mi fermo alla sette.

La cassiera sta lanciando la merce sullo scivolo di metallo dove, alla fine, una ragazza bionda sta parando gli articoli con maestria, infilandoli al volo nelle buste. Sarò all’altezza? Esco da cotanta mattinata con contusioni multiple alle dita e un quantitativo di roba esagerato.

E, ovviamente, mi sono dimenticata il pane.


foto di Oleksii-S

“Mia piccola pussola…”

Ci siamo! Forse quelli un po’ più grandi si ricorderanno di questo cartone animato, Pepé la puzzola che parla con accento francese, Innamorato di una gattina, passata incautamente sotto un pennello di vernice bianca che le aveva lasciato la tipica striscia sulla schiena delle puzzole. E lei, non sa come sfuggire l’innamorato puzzolente.

Ora, proiettandoci sul presente, direi che il problema, viste le temperature, è più che mai attuale.
Sei all’aperto, già provata dai roventi raggi del sole, ma non importa, ti godi l’estate. Eppure, la minaccia che non perdona, il sudore, quella normale fisiologica risposta del nostro organismo, può tramutarsi in un arma letale.
E succede.
Mentre passeggi, cercando l’ombra e un’inesistente corrente d’aria, persa nei tuoi pensieri, arriva, inaspettata come un temporale estivo, la zaffata mefistofelica.
Nessuno davanti a te.

Da dove arriva? Sarò io? IMPOSSIBILE. Potrei essere pronta per eseguire un’operazione a cuore aperto, sono sempre sotto la doccia, il sapone è il mio secondo migliore amico. (Il primo è il mio amore).

Allora?
Allora mi giro e, proprio dietro di me, sta passeggiando una coppia, a braccetto, di mezza età. ( Questa cosa della mezza età mi lascia sempre un po’ di interrogativi).
La corrente d’aria inesistente di cui sopra, si è materializzata, come il fumo della Lampada di Aladino, giusto il tempo di far giungere fino al mio olfatto, gli effluvi di ascelle dimenticate e che hanno macerato a lungo nelle maniche della maglietta.
Accelero ma mi segue, mi avvolge, penetra nelle narici fino a pizzicare. Eh, no! Pietà. Attraverso. Fuggo.
E sono fuori dall’Ade, sull’altra sponda.
Mia piccola Pussola… MA non ti annusi? Questo non è normale sudorazione, un po’ forte, questo è afrore, da caccia ai leoni in Africa, da minatore emerso dopo lunghe ore di estenuante lavoro intrappolato sottoterra.

Acqua! Non sentì la necessità di lavarti? Ti butterei nella fontana, con l’amuchina.
Ma per te stesso, in primis, per la persona che ti accompagna e che ha un’evidente pericolosa assuefazione, e per tutti gli altri, che pur non coprendosi di profumi( meno male), emanano solo il proprio personale odore, pulito.
Il rispetto per gli altri passa attraverso il rispetto per se stessi.

E il sapone.

Abbi pietà. E lavati.


Forse sì, forse no.

Oggi sono pronta.
Era arrivata la data fatidica, quella decisa e segnata sul calendario. La sera prima aveva fumato come le ciminiere del Titanic. Ora, era pronta.

La sigaretta elettronica sul tavolo, ancora impacchettata, vicino alla tazzina che aspetta il caffè. Anche lei aspetta.
E ci siamo. Versa il caffè con calma, neanche fosse una cerimonia del the, apre il pacchetto e osserva l’oggetto misterioso, il sacro Graal che l’aiuterà nell’impresa: smettere di fumare.
Prima un respiro profondo, poi sorso di caffè, e via con la prima boccata dal tubicino marrone.
Sensazione strana, i polmoni aggrediti da qualcosa che non dà sollievo ma costringe a tossire.
E tra i colpi di tosse, piccole nuvole bianche, segnali di fumo.
Ok Pocahontas, riprova.
La seconda inalata è più morbida e profumata, ricorda un tiro di sigaretta, se non fosse che il tubicino scivola, pende dal labbro come un termometro.
Non demordere, rilassati, anzi no, concentrati.
Va bene, va tutto bene, NON voglio una sigaretta. E anche se la volessi, le ho buttare via ieri sera, tutte.
Forza di volontà. Coraggio e determinazione.

<per aspera ad astra>

Prende la confezione della sigaretta elettronica e legge: 400 tiri.
Quanto durerà? Ne devo prendere un’altra. Subito.
Il caffè è finito e alzandosi, con quel tubicino in mano, va verso la finestra aperta. Ogni tanto porta alla bocca il suo personale narghilè in miniatura che non sa ancora bene come afferrare. Fa le prove guardandosi riflessa nei vetri. Così sembra una cannuccia, così una trombetta, di lato non regge.
E aspira, come se si trovasse sott’acqua, in cerca d’ossigeno. Ma non è ossigeno, è nicotina.

Ora esco, così non penso.

Ed esce di casa, dopo aver controllato circa dieci volte di avere con sé quel cigarillo metallico, la coperta di linus. Inspira profondamente, osservando il verde degli alberi, tra cinguettii e sprazzi di sole. Attraversa il ponte di legno e si ferma ad ascoltare la dolcezza dello scorrere dell’acqua, tra i sassi. Mattinata davvero splendida, neanche tanto calda, se non fosse per quella sensazione di nervosismo latente, quell’ansia sottile che appare e scompare, un malumore diffuso.

Ma sono già in astinenza?

Il bar è al di là della strada, il tabaccaio pure.

Inquietudine, tensione. Dov’è, dov’è quel maledetto inalatore? Una, due, tre tirate di seguito, come una tossica. E torna la calma. Apparente. Attraversa la strada aspirando e sbuffando come una locomotiva incazzata che sta per frenare. E frena. Proprio davanti al dispenser delle sigarette.

Mi deludi, sai? Cedi già? Un po’ di amor proprio. Ce la puoi fare, lo sai che ce la puoi fare.

Ma non è il momento giusto, non sono abbastanza forte, forse devo provare la terapia al lobo dell’orecchio o i cerotti che rilasciano nicotina. Questo attrezzo è un palliativo, non mi dà sostegno, non è sufficiente.

Il click dell’accendino, la punta rosso arancio della sigaretta e quell’inalata amara che le procura un po’ di stordimento, segnano la fine di una battaglia appena cominciata.

<per aspera ad astra>


foto di pascal-meier da unsplash