Passione

Vola il vestito, le balze come onde che accarezzano l’aria. Sul palco le luci passano tra i ballerini e il faro punta Lei, esile come fenicottero rosa acceso, pronto a volare.

Un flamenco che parte lento e sinuoso, i passi avanzano, le braccia disegnano i pensieri. All’improvviso le mani danno il tempo, in un ritmo crescente che cattura i battiti dei cuori.

Stop.

Buio.

Il faro di luce si riaccende su Lui, di schiena, teso come un toro che annusa l’aria e che, lentamente, si gira puntando un piede. Cambiano i colori, la tensione, il ritmo dei battiti delle mani che piano piano aumenta.

Lui e Lei.

Non sono loro ad essere protagonisti, è la sensualità che ne prende possesso. Una danza lenta, di sguardi e posture, giravolte che si sfiorano, petti gonfi. Il toro batte un piede. Lei, sinuosa, è persa nel suo vortice, sparisce e riappare tra i volant, come una fiamma in movimento.

Sono animali che si studiano, sono amanti che giocano. Il ritmo incalza, battono i piedi entrambi, cola il sudore e i visi si scaldano. Sono ovunque e da nessuna parte, si avvicinano e si allontanano, quasi sfidandosi, i loro capelli si toccano appena ma ormai sembrano una cosa sola.

Rosa acceso e nero, sangue e pietra, graffi di passione scanditi dall’incessante pestare dei tacchi sul palcoscenico, in un crescendo che cattura, arriva fino alle sedie, alle schiene di chi li sta osservando. E siamo là, in quel momento, proprio quando esplode e, di colpo, si ferma tutto.

Giusto il tempo di capire, di tornare a terra, e parte l’applauso, guardando il palco e le due figure sfinite, spettinate, palpitanti.

C’è stato un vincitore in quell’arena? Qualcuno voleva vincere?

Un gioco, era un gioco, come dovrebbe essere la vita. E le luci si spengono.


Foto di Dolo Iglesias da Unsplash

V: verde, vene, vita, veleno.

Una foglia cade sul tavolo in pietra lavica, nel giardino appena falciato.

È una foglia del fico che sta vicino alla siepe. Come ci è arrivata fino a qui?

La guardo, è carnosa, enorme, con le venature in rilievo. Verde, compatta, elastica e profuma. Rilascia l’aroma dolce dei frutti ancora appesi, appoggiata come un piccolo vassoio, viene voglia di riempirla di dolcetti, di gelatine di frutta. Sembrerebbe quasi una mano.

Vado a raccogliere u po’ di fichi, alcuni sono già maturi al punto giusto, morbidi e succosi, altri rilasciano un liquido lattiginoso, appiccicoso, quasi ad avvisarmi che no, non è il momento, non devo interferire con i loro tempi, non è giusto strapparli al loro divenire.

Sembrano lacrime.

Scusami fico, scusami se forzo la natura, la tua natura, se pecco di fretta per uno sciocco desiderio di completare la mia idea ed ammirare un kadō di foglie e frutti. Là, sul tavolo, vicino alla tazza del caffè, ora c’è uno splendido pezzo di natura che appassirà, avvizzirà e, se non mi sbrigo a mangiarne un po’, si riempirà d api.

Un vento delicato e caldo smuove le fronde. Due corvi si sono avventati sui rami, si dimenano, beccano, spaccano, fanno a pezzi i frutti più grossi, lasciando cadere brandelli, come stessero sbranando un animale.

La vita e la sua crudeltà. È un intreccio di forza e debolezza, lotta e attimi di meraviglia, zucchero e veleno.

Intanto, sono arrivate le api.


Foto di Clay Banks da Unsplash

Amabile nulla

Amabile. Lei era così, glielo dicevano spesso.

Era quel tipo di persona che passa inosservata, mai sopra le righe, forse un po’ solitaria. La sua casa era in ordine, sempre. Non un granello di polvere, non un cuscino fuori posto, anche le tende, immacolate, erano immobili, a piombo, perfette. Una vita in discesa la sua, famiglia normale, nessuna eccellenza negli studi, laurea conseguita nei tempi e il lavoro era arrivato facile, grazie al papà, in uno studio di architettura. Niente di più, niente di meno.

Si era svegliata come ogni giorno, da quattro anni, alle 06.15, ed era scesa dal letto col piede destro, sempre lo stesso piede. Una routine di gesti ed abitudini, dall’accendere il bollitore dell’acqua, al fumare la prima sigaretta davanti alla finestra, ancora in pigiama. Il cielo era azzurro, i palazzi di fronte sembravano deserti, un silenzio reboante. Quella notte aveva dormito male, per l’ennesima volta le avevano chiesto di passare un progetto ad un altro collega. Per l’ennesima volta lo aveva aiutato.

“Sei davvero amabile.”

Era amabile quando le amiche le davano buca, quando tutti potevano contare su di lei, quando non disturbava, quando non esisteva.

Era lunedì.

Lunedì: pantaloni e camicia, scarpe e borsa abbinate. Tazza lavata e asciugata, tapparelle abbassate, chiavi di casa e il rumore del portone che si chiude. Rimbomba un attimo nella tromba delle scale, solo un attimo.

Uscendo dal palazzo il vento le gonfia i capelli e la camicia, mentre le sembra di camminare a fatica, come se affondasse nella ghiaia, fino al cancello. Era già arrivata alla metro, non le era chiaro quale tragitto avesse fatto, sicuramente sempre lo stesso, ma non si era fermata al bar. Forse sì.

Non le importava, stava aspettando, nell’aria stantia, tra tante persone che parlavano, ma non sentiva. Stava aspettando sulla linea gialla. Una donna, né giovane, né vecchia le si piazza davanti.

Sei amabile.

Arriva l’aria che precede il rumore e quell’odore acre di metallo e cemento, poi, le luci della metro. É quasi lì.

Le sue mani si alzano lentamente e spinge, forte, la schiena che ha davanti a se. Urla, braccia che la braccano, schizzi di sangue ovunque, l’orrore negli occhi delle persone, lo sgomento.

Silenzio, fate silenzio, fatemi spazio, non vi vedo. Non vi sento.


Foto di Alexander Grey da Unsplash

Juno è NEL mondo

Tensione, mani sudate, bocca asciutta. Forse ci siamo. Anzi, no, è ancora presto.

Erano arrivati da qualche ora, ma prima di loro, erano arrivati i loro cuori, i battiti veloci, l’entusiasmo e il terrore.

Ora che sono nella sala parto, lei accarezza la pancia, lui accarezza lei, mentre la luce sembra diversa, morbida, i neon non disturbano più, l’aria è immobile, le ombre invece si muovono veloci. Gesti sapienti che guidano, posizionano, preparano attrezzi chirurgici.

Ma lei si sta staccando da tutti, è connessa con se stessa e con quella parte di lei che presto la cercherà, la riconoscerà senza vederla.

Ed è dolore, profondo e infinito, mai provato. É emozione, paura, voglia che finisca, mentre lui fa le foto, le tiene la mano, ma quando il dolore diventa atroce lei vorrebbe morderla quella mano. Cerca di non urlare ma non comanda più lei, ora è il suo corpo che detta legge, che impone i tempi. La natura ha il sopravvento, la violenza che strappa, che non si ferma.

Come un tubo dell’acqua che esplode, un’onda fragorosa, ecco ripetersi il miracolo. Juno è fuori, al mondo.

Lui taglia il cordone ombelicale e Juno avvisa tutti a squarciagola, fino a che, nelle braccia di lei, avverte di essere al sicuro.

Per le ombre intorno è routine, per loro è Juno. Benvenuta NEL mondo.


Foto di charles deluvio da Unsplash

alone and beyond

Un piccolo passo, poi un altro. Con la maglietta rossa e un bel cappello di paglia, appoggiato ad un girello, procedeva fragile, sul marciapiedi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere un po’ di forza. Alzava lo sguardo dal grigio dell’asfalto, da quell’attrezzo, sua armatura e destriero, verso il cielo. Il tragitto da casa al bar era un percorso lungo e faticoso che faceva ogni mattina da solo, dopo essersi preparato con cura, pettinato e vestito come ogni giorno, guardandosi allo specchio, senza occhiali.

Aveva quasi 90 anni ma ancora ci vedeva bene, era il resto del corpo che non rispondeva più come un tempo. Ma quando si svegliava, dopo essersi fatto il caffè, mentre raggiungeva il bagno lentamente, gli capitava di avere dei flash, di ricordarsi com’era sentirsi agili e forti, di quanto era tutto più semplice. Si era invece scordato quando era cominciato il decadimento, forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, era accaduto e basta, come succede per lo scorrere delle stagioni.

Non amava rimuginare, non sarebbe servito niente e quindi, ogni giorno, se il tempo lo consentiva, prendeva le sue gambe di metallo e usciva, sempre in ordine, col suo cappello. Fino a poco tempo prima era riuscito anche a fare la spesa ma aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di percorrere il lungo tragitto da casa sua al bar, dove lo aspettava il suo tavolino in un angolo comodo.

Qualche parola scambiata con le signore che passavano ogni giorno e che salutava come un cavaliere d’altri tempi, le solite risposte al cameriere gentile che gli portava il suo caffè macchiato caldo. Nei giorni dispari arrivavano alcune sue vecchie conoscenze e lo invitavano a giocare a carte, non oggi.

I ricordi riapparirono vedendo gonfiarsi il tendone del bar, come una vela spiegata e, chiudendo gli occhi, rivide le onde fragorose e minacciose che conosceva bene. Avrebbe voluto raccontare di quando aveva fatto il mozzo su una nave per sette anni, per poi rimanere fino a diventare Comandante. Avrebbe voluto raccontare dei posti che aveva visitato e delle persone che aveva conosciuto, del suo equipaggio, le lunghe ore passate a chiacchierare, andando poi a recuperare chi si era perso nei bar dell’Havana, troppo ubriaco per ritrovare la strada. Gli sarebbe piaciuto narrare la sua vita a chi passava, camminando veloce, sempre di fretta, e portarlo per un attimo con sé, nei suoi ricordi del profumo della pelle di amori travolgenti, di giuramenti mai rispettati o dei rimpianti che spaccavano il cuore davanti alle albe in pieno oceano. Quanto avrebbe voluto descrivere le fughe dai pirati che apparivano dal nulla, nei mari delle coste africane, i colori sgargianti delle stoffe barattate con il pesce, le nottate senza fine, di guardia, aspettando che il destino decidesse con quanta forza li avrebbe messi alla prova.

Gli anni erano volati, scanditi dalle stagioni e dalle rotte. Avrebbe potuto disegnare la sua vita su un mappamondo, con un pennarello che avrebbe alla fine ricoperto tutti gli oceani e toccato tutti i continenti.

Non c’era nessuno a cui raccontare tutto ciò, nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Per il mondo era solo un vecchio che aveva lavorato su una nave.

Ma oggi, la nostalgia aveva lasciato il posto ad un sorriso, il vento era così forte da avergli strappato il cappello e scompigliato i capelli, sopra quello sguardo azzurro, profondo e lontano. Le nuvole correvano veloci e il sole appariva e spariva.

“Ecco, Comandante!”

Il giovane cameriere gli aveva riportato il cappello ma lui, al comando, le mani salde sul timone, a occhi chiusi sapeva bene cosa fare, vedeva la rotta, vedeva i gabbiani che seguivano la barca, e il mare.

Il Comandante, era salpato, e stava navigando.


foto di Daniil Silantev da unsplash

Dove la polvere profuma d’incenso (parte 2)

Salirono verso la Fortezza circondati da turisti a dorso di elefante, accaldati e dondolanti.

Appena scesa dal taxi le sembrò che la temperatura fosse più accettabile, forse per la frescura del lago in fondo alla valle. Camminò parecchio, salì e scese scale, si perse tra appartamenti con i soffitti a specchio, statue, decorazioni in avorio e profumo di sandalo. Poi, sbucò proprio davanti a un piccolo tempio in marmo bianco, circondato da pepli arancione come coni rovesciati, sulla cui sommità spuntavano teste rasate. Sembravano in preghiera e si diresse verso un muretto per sedersi e non disturbare, tra altri visitatori intenti a fare foto.

Un monaco le si avvicinò e le chiese se era lì per il Siddhānta Veda. Non sapeva di cosa si trattasse, non chiese, rispose solo sì. Venne così accompagnata in un angolo alle spalle del tempio, e invitata ad accomodarsi sotto ad una tenda rossa dove, seduto su delle stuoie, tra incensi, Aksamālā e Japamālā, era seduto un vecchio assorto.

La tenda si chiuse, il vecchio alzò lo sguardo, brillante, intenso, sereno. Non parlava inglese ma le fece capire che le avrebbe letto l’iride. Si avvicinò fissandola negli occhi stanchi, e cominciò a scrivere su un taccuino. Segnava date, disegnava righe e, di fianco ad alcuni periodi, scriveva qualcosa.

Non riusciva a vedere, era spossata, assetata, ma rimaneva immobile in quella condizione surreale, col sottofondo dei monaci in preghiera, l’aroma forte dell’incenso e quel vecchio che ogni tanto alzava il viso fissandola, scrutando nel profondo del suo sguardo. Talvolta sorrideva, gli sorridevano anche gli occhi, e spesso si fermava ad osservarla a lungo, spostando il viso leggermente da un lato all’altro. Parlava in indi, con calma, come se lei fosse stata in grado di capire. Poi, strappò il foglietto, lo piegò e glielo consegnò a mani giunte.

Lei raccolse quel pezzo di carta dalle sue mani, lo guardò, sperando di poter chiedere qualcosa, ma la tenda si aprì, lasciando entrare la luce ancora forte del pomeriggio. Guardò il vecchio, quegli occhi neri incastonati tra rughe profonde, e solo allora si rese conto della magrezza impressionante, delle braccia scheletriche, dei piedi lunghi e affusolati, attorcigliati intorno alle cosce. Non sapendo cosa fare gli sorrise, salutò con le mani alla fronte e, a fatica, uscì dalla tenda.

C’era un contenitore con dell’acqua all’entrata del tempio, e ci affondò le mani, passando un po’ d’acqua sul viso, poi, si tolse le scarpe ed entrò. Nuovamente seduta, in un angolo, mentre i devoti stavano portando offerte, aprì il foglietto e scrutò le date scritte, partendo da quelle appartenenti al passato. Erano date precise, anni che ricordava molto bene e in cui erano accaduti eventi che avevano cambiato in qualche modo il corso della sua esistenza. C’erano dei simboli, delle stelle, delle linee, alcune date erano collegate ad altre nel futuro, a ciò che doveva ancora accadere.

Affascinante e criptico allo stesso tempo. Una mano le sfiorò la spalla, era il giovane monaco che l’aveva accompagnata. Pensò di dover lasciare un’offerta, che stupida, non ci aveva pensato. Invece no, il monaco le consegnò un Japamālā, dono del vecchio, per protezione e preghiera. Corse fuori per ringraziare ma era sparito, non c’era più neanche la tenda.

Le restavano solo quel foglietto ingiallito, quel rosario e il canto dei mantra, più di quanto avesse sperato.

Parte 1


foto di Priyash Vasava da unsplash