Succede

Piove. Succede.

Esci di casa comunque, impavida, vestita a strati perché la stagione non perdona. Sfidi la giornata con maglietta e pantaloni leggeri, ma ti corazzi con un trench impermeabile. con cappuccio. Ombrello, sneakers bianche. Perché bianche? Ti va di avere un tocco di luce, almeno sui piedi.

E via, fuori, a respirare.

Nonostante il cielo nero, cumuli nembi in lontananza che si muovono lenti, i raggi del sole, a volte, riescono a bucare le nuvole, squarciare, se pur per un attimo, il grigiore, e appaiono i colori. Le foglie d’acero rosso fuoco, il verde brillante delle siepi che aspettano la potatura, addirittura l’asfalto brilla. Ombrello chiuso, la pioggia ha smesso, solo qualche goccia che arriva portata dal vento. Le panchine sono bagnate, schivi le pozzanghere mentre il panorama cambia, dal grigio metallico invernale al luminoso riflesso di un settembre che non cede ancora all’arrivo dell’autunno.

Ora fa caldo, sarà perché l’umidità non dà tregua. Togliamoci lo spolverino.

La vita è fatta di attimi, alcuni sembrano proprio coincidenze ineluttabili.

Scroscio d’acqua sporca, laterale, direttamente dalla pozzanghera a lato del marciapiede. La macchina che è appena sfrecciata in quella pozza, si allontana lasciandoti così. Gocce grigie e marroni maculano i tuoi pantaloni e le scarpe, scendono lente dal braccio fino a terra.

Un attimo. É stato un attimo, ineluttabile.

Succede.

Non emetti suoni, osservi solo. Che alternativa avresti? Il colpevole è sparito, dileguato. le persone ti passano di fianco, schivandoti.

Di nuovo, il sole spacca le nubi, raggi come tante frecce luminose che arrivano a terra.

Ci vuole un caffè. Macchiato.


Jams

Il jet lag comanda, almeno il primo giorno. Dopo aver aspettato che il sole schiarisse, almeno un po’, la parte alta delle facciate dei grattacieli, eccoti a passeggiare, o meglio, schivare una miriade di persone che camminano veloce, quasi correndo verso il posto di lavoro. Escono dalle fermate delle metropolitane come fiumi ordinati, non si toccano, non si parlano, sembrano sempre in ritardo.

Ma tu non hai fretta, se non fosse per il tuo stomaco che reclama, prenderesti anche tu un caffè al volo e ti confonderesti tra la folla.

I negozi stanno per aprire, le luci sono accese e all’interno, c’è un gran via vai di commessi, vetrinisti. Ti fermi davanti ad una vetrina di Bloomingdale’s, semicoperta da un telo. Sbirci col naso quasi appoggiato al vetro, i soliti manichini che sembrano seccati, si lasciano sistemare con lo sguardo perso in un certo snobismo. Uno ti sta fissando. Guardi meglio, non è un manichino, è un ragazzo, vestito di nero, dai capelli spettinati ad arte, gli occhi a mandorla e delle belle mani dalle dita lunghissime, con lo smalto nero. Una catena al posto della cintura manda bagliori ogni volta che si muove. Se rimanesse immobile, tra i manichini, nessuno se ne accorgerebbe. Ma a New York niente rimane immobile.

Quindi, neanche tu.

La Grand Central Station è lontana, un po’ troppo per andarci a piedi, a stomaco vuoto. Metro o taxi? Taxi. Ti volti e vedi che tre persone stanno già col braccio alzato, in attesa, conviene spostarsi un po’. Schivi un tombino fumante, passi davanti ad una Nail Spa, già piena di signore che parlano al telefono, sembrano avere i minuti contati.

Troppo stress appena sveglia.

La corsa in taxi è un rally, un po’ in inglese, un po’ in indi. L’autista ha perso la proverbiale calma dei suoi connazionali, si è integrato con la modalità efficienza, tic, tac, tic, tac. E ti lascia all’incrocio. Meglio. Chiudere lo sportello e vederlo sfrecciare verso il nuovo cliente, è un attimo.

Anche qui tanta gente e, controcorrente, raggiungi l’entrata della Grand Central, ed è come entrare nella caverna di Ali Babà.

La rush hour è passata, il gigantesco orologio segna le 09.25, la luce è morbida, cerchi il piccolo buco vicino alla costellazione dei pesci dipinta sul soffitto, sopra a viaggiatori che si muovono senza ansia e a un monaco seduto in meditazione, immobile come una statua sul pavimento in marmo.

Ecco la tua meta, il tuo coffee shop, piccolo, pulito, elegante, come sempre affollato di business men/women, che parlano sottovoce. Arriva il caffè, lungo e profumato e il solito breakfast, col bacon più croccante di Manhattan, il pane di segale tostato, il bagel e la selezione di jams, marmalade e honey.

Bene. La giornata può cominciare.


Foto di Rodolfo Cuadros da Unsplash

Alla stessa altezza

C’era una volta una bella scarpa, di pelle, colorata, col tacco vertiginoso. ed era una scarpa sola. Da tempo cercava di dare un senso al suo esistere e accettava inviti da tutti e per ogni evento.

Così, si era ritrovata a dover fronteggiare estenuanti corse campestri,  rimanere in piedi per ore in fila all’entrata di concerti, improvvisare arabesque strappa tendini, sfuggire schizzi salmastri in riva al mare, in bilico su dune di sabbia.

Da troppo tempo non trovava una collocazione adeguata, era davvero stanca.

Tante promesse, tante illusioni. Aveva provato a uscire con uno scarpone, ma era impenetrabile, quasi come lo stivale di gomma del mese prima.

Qualcuno le aveva detto che avrebbe dovuto accontentarsi, che non poteva certo pretendere di avere la luna, ma la scarpa voleva solo un’altra scarpa. O meglio, una scarpa che non la facesse tentennare, che l’aiutasse nel dolore di un callo ma anche che condividesse la gioia sfrenata di una serata passata a ballare fino allo sfinimento o la soddisfazione immensa di aver salito insieme un percorso vertiginoso di 4000 gradini.

Chiedeva troppo? Era così sbagliato sperare di avere al proprio fianco qualcosa su cui contare e per cui esserci sempre? Lei sarebbe stata un solido appoggio, la décolleté della vita.

Fu così che la scarpa, un bel giorno, mentre stava sfogliando una rivista, vide la sua anima gemella! Era proprio lei! Ma era già in coppia e  ahimè, l’altra, aveva sicuramente dieci anni di meno…

Cara scarpa, non cedere, non cedere mai. Sbaglieresti e soffriresti. Non vorrai ritrovarti a zoppicare con al tuo fianco una infradito?

Si sa, la vita può riservare momenti difficili come la follia di un tacco rotto, o le suole che prima o poi andranno rifatte ma, in due, si può tenere testa anche ad acquazzoni e pozzanghere, a patto di essere alla “stessa altezza”.


Foto di Marc A Sporys da Unsplash

Venere carnivora

Federica si sta vestendo. La sua amica Chiara l’aveva pregata di accompagnarla al suo primo colloquio di lavoro. Si guarda allo specchio e decide di cambiarsi. Doveva essere al top, lasciare senza fiato.

Era fatta così.

Saluta i suoi velocemente e corre in macchina all’appuntamento al solito incrocio, parcheggia e aspetta. Qualche colpetto sul vetro e Chiara entra in macchina, comincia a parlare, le chiede consigli, le spiega di cosa si tratta.

Chiara è una ragazza carina, dolce, sta ancora studiando all’Università e questa occasione di lavoro part time l’aveva inseguita da tempo.

Le mani di Federica avvinghiate al volante, lo smalto rosso fuoco e le unghie a punta. Chiara le nota ma non dice niente, si aspettava un complimento rassicurante ma Federica è impegnata a cercare un parcheggio.

Entrano nel palazzo accompagnate dal rumore dei tacchi di Federica e dall’ansia di Chiara. L’ascensore sembra non arrivare mai, circondate da impiegati, borse, zaini e braccia cariche di file.

Sala d’attesa. Non c’è nessuno, solo loro due, le fredde luci del neon e una pianta. Sarà vera? Sembra, ma è troppo verde, però è bella.

E arriva la segretaria,

Chiara è pronta. La segue ed entra nell’ufficio dove l’aspetta un funzionario, è un colloquio importante e il suo curriculum era stato d’impatto. A 22 anni già parlava quattro lingue, aveva fatto stage all’estero ed era all’ultimo anno di università.

Si chiude la porta ma Chiara non è sola, Federica è dietro di lei. Perché? Non importa, va bene, andrà bene.

Invece no.

Il tempo di accomodarsi e Chiara capisce che le unghie a punta della sua amica, i tacchi, la gonna un po’ troppo corta e i sorrisi, tra i capelli vaporosi, dondolandosi sulla sedia, non sarebbero stati affatto d’aiuto. Federica interrompe in continuazione, cattura l’attenzione, divaga. Anche il funzionario divaga.

E Chiara inizia a sprofondare come nelle sabbie mobili, la sua mente si agita, raccoglie un po’ di coraggio e sciorina la motivazione, le aspettative, la disponibilità. Parole che le sembrano fluttuare in un’ atmosfera seduttiva, imbarazzante, fastidiosa.

Finito. Saluti e, <le faremo sapere.>

E sono fuori. Chiara è fuori.

Solo in macchina chiede spiegazioni, cerca di capire perché si è comportata come un’avversaria, non come un’amica.

< Era il mio colloquio, ti avevo chiesto appoggio, come hai potuto? Tu hai già un lavoro.>

< La vita è fatta di sfide, ci vuole sempre un pizzico di arroganza. Lezione numero uno. >

L’eco di quella frase le fece compagnia per giorni, sicura di aver perso un’opportunità per leggerezza o troppa fiducia, sicuramente aveva perso un’amica o quella che pensava fosse un’amica.

Sbaglio? Esagero? Tutta questa faccenda mi fa sentire perdente.

E il telefono suona, la risposta è già arrivata. Risponde, ascolta, ringrazia.

Chiamerò Federica.

< Mi dispiace tanto Chiara, non so come dirtelo, ma mi hanno offerto il posto che volevi. Davvero non me lo aspettavo… >

Chiara ascolta e non parla, lascia che le parole riempiano il silenzio, che le scuse si accavallino in un tentativo sciocco di dare la colpa al destino. In fondo non c’era colpa.

< La legge della giungla… Chiara, ci sei?>

< Stavo ascoltando, sono contenta per te, sarai la tuttofare dell’ufficio, non è male. Io invece ho avuto una proposta molto interessante dall’Ufficio Marketing. Sarò nel team che si occupa di relazioni con l’estero, proprio due piani sopra il tuo, vorrà dire che ci prenderemo un caffè qualche volta, se ci ritroveremo… in quella giungla.>

Basta, volare alto.


Foto di Pedro Miguel Aires da Unsplash

R: rosa, rosso, rapace

Oggi c’è un po’ di sole, il cielo è velato da nubi che sembrano zucchero filato, un po’ rosa, un po’ azzurro. Vestita per andare a scuola, soppesa lo zaino nuovo, è un bel carico ma non importa, oggi è il primo giorno di scuola. Esce di casa, si sente bella, sarà la curiosità di rivedere i compagni dopo l’estate, sarà che è l’ultimo anno di liceo, oggi, è bella. È partita presto e cammina calma, guardandosi riflessa nelle vetrine. Si ferma e si fa un selfie, il suo sorriso, il suo vestitino nuovo, un po’ di trucco e i capelli che profumano.

C’è tempo. Passerò per il parco.

Che meraviglia, in tutto quel verde, ascoltando Cosmic Love dalle cuffiette del telefono, ferma, sul sentiero, con gli occhi chiusi.

… A falling star fell from your heart

and landed in my eyes…

Due braccia, una mano sulla bocca, qualcosa di forte e terribile la solleva e la trascina via. La lancia oltre la siepe e la blocca a terra, afferra la sua testa e la sbatte più volte sul prato. Un pugno violento in pieno viso le blocca la voce, l’urlo che rimane in gola. Ed è schiacciata al suolo, senza respiro, i capelli coperti di foglie e sangue. Uno strappo e poi, solo dolore, atroce, sconosciuto, profondo e senza fine. Umori fetidi, vomito che vorrebbe esplodere, si agita come un pupazzo, come un piccolo ragno schiacciato da una pietra.

Ed è finito.

Tutto.

È per terra, la sua figura esile, tremante e immobile, le gambe aperte e graffiate, le braccia lungo il corpo, senza forze.

Non ha più un corpo.

Le cola il sangue su un occhio mentre fissa il cielo, non ha più un corpo. Le nuvole di zucchero filato si muovono là in alto. sopra di lei, lontano.

… I screamed aloud

the stars, the moon

they have all been blown out

(you left me in the dark)…


Foto di Erol Ahmed da Unsplash

Non abbastanza

Due figure piccole e lontane, lui davanti e lei dietro che lo segue.

Sono sul ponte di legno, il camminamento sopra l’Arda, circondati da alberi e vegetazione. Da qui si vedono solo i loro busti in movimento, due sagome a metà come nei vecchi Luna Park, ti viene voglia di provare a lanciare una palla e farli cadere. Ma arrivano fino alla fine del ponte, attraversano, sempre uno dietro l’altro, e man mano che si avvicinano, si sente una voce.

È lei che parla con lui, ma lui cammina, a volte aumenta il passo, forse vorrebbe correre. Ma lei, parla.

Arrivano frasi spezzate, interrogativi senza risposta, appesi nel vuoto, portati dal vento altrove, ma non a lui. Non stanno discutendo, non c’è tensione nel tono della voce, neanche nelle posture. C’è… scollamento.

Due vite probabilmente che condividono molto, ma non abbastanza.

Eppure ci sarà stato un momento di perfetta intesa, di magia. Osservo lei, impegnata nell’inseguimento, che lancia i suoi segnali, e lui, in fuga, che lancia i suoi.

Fermatevi.

Fermatevi, vi prego. Guardatevi negli occhi ancora una volta, anche senza dire niente. Cercatevi in un gesto, nelle mani che un tempo erano elettriche, un nodo inscindibile, un canale energetico carico di possibilità.

E si fermano, ma solo perché incontrano qualcuno.

Caffè? Cambia la scena, ora anche lui parla. Parlano, non comunicano. Lui parla all’altro lui, lei parla all’altra lei.

Non si guardano più, non si bastano più.

Non abbastanza.


Foto di Geoffroy Hauwen da Unsplash