Forse eri un elfo

Cara zia, ci siamo conosciute poco, o forse abbastanza. Abbastanza per riconoscere in te qualcosa di unico.

Sarà stata la tua vita, molto spesso all’estero, sarà stata la tua età, così indecifrabile, ma ascoltarti era fonte di curiosità e domande cadute nel vuoto.

Eppure, lasciavi sempre un segno, quasi una carica elettrostatica. Davvero, io l’avvertivo, quel tuo non so che, quel tuo essere con noi e altrove. E quando i nostri sguardi si incrociavano, non servivano parole, bastava il bagliore delle tue pupille che già io viaggiavo con la fantasia.

Ecco, avevi il dono che hanno alcune persone, quelle persone che si incontrano raramente, di essere immensa e strana, colta e curiosa, mezza donna e mezzo elfo. E io, ho sempre amato gli Elfi.


Ti ho visto

Ti ho visto. Sì, ti ho visto quella mattina, di spalle, la tua piccola ombra che faceva fatica a seguirti.

Eri là, sulla banchina, guardavi per terra, in mezzo a tante persone. Chi fumava, chi parlava, chi restava immobile mentre tu passavi.

Troppo lieve, troppo, per essere di questo mondo. Lo sai? Sicuramente lo sai. Ma gli altri?

Mi sembrava di sentire i battiti del tuo cuore, il tuo respiro portato da una musica antica, di cornamuse e note di pianoforte. Un’onda silenziosa si muoveva insieme a te, sfiorando corpi, facendo fremere i capelli.

E gli occhi?

Gli occhi della gente che lambivi, riflettevano una scintilla minuscola e violenta, spilli luminosi.

Li avevi accesi tu?

Esisti dunque. Esistete, perché immagino tu non sia il solo.

Mi hai sentito? Sapevi che mi ero accorta di te? Forse non eri lì per me. Forse.

Arrivavano spruzzi salmastri, il profumo del mare, delle alghe che marcivano tra gli scogli corrosi. Ti eri fermato e ti osservavo, seduta su una bitta in ghisa. Era arrivato il traghetto, riempiendo l’aria di mugolii tra lo sciabordio spumoso. La folla si stava muovendo come una nuvola di storni, spostandosi in una danza passiva e massiccia.

Ma tu non c’eri più, i miei occhi passavano impazziti su quella macchia uniforme, pensavo ti avessero inghiottito. Era rimasta solo la tua piccola ombra in una pozzanghera azzurra.

E ci ho messo dentro i piedi.


Foto Clem Onojeghuo da Unsplash

Narcisista

Ho pubblicato un libro, il terzo. La decisione di condividerlo in un post mi ha sollevato alcune perplessità, dopo aver letto uno studio secondo cui “I 15 secondi di celebrità che molti cercano su Internet spesso assumono un tratto patologico fino ad un pericoloso esibizionismo.”

Ma non è in fondo quello che facciamo pubblicando quello che scriviamo?

Assistiamo a gare per aggiungere amici al proprio carnet col risultato di ottenere un numero di contatti ingestibile psicologicamente. Moltiplicare all’infinito la propria rete di relazioni sociali genera la malsana idea che, ogni potenziale gratificazione originata dalle relazioni umane, quali la visibilità, l’ascolto, l’attenzione, l’affetto, la protezione, dipendano dai numeri più che dalla intimità delle relazioni vissute.  Generare un aleatorio consenso sociale a dimostrazione della propria esistenza in vita. Devo aggiungere però che, da Narcisista, per quanto riguarda il marketing invece… i numeri sono importanti.

Inoltre, sempre in questo studio si affermava che, i Social Network Sites ,”sono delle piazze sociali dove i passanti non necessariamente si accorgono di quello che dici.”

E qui… il campanello d’allarme è diventato una sirena spiegata.

Quanti saranno quelli che leggono davvero quello che scrivo? Importa? A me, sicuramente sì.

Io seguo chi mi interessa, mi incuriosisce, mi può insegnare qualcosa.

Lo confesso, ho anche cercato di incoraggiare chi mostrava attimi di debolezza, come un urlo di aiuto, nascosto tra le righe di un post, ma questo è tutt’altro. Ho incontrato in questo Social, persone generose e persone egoiste, si evince, e non da quello che scrivono, ma da come interagiscono.

In fondo è solo un diario senza lucchetto, aperto, abbandonato su una panchina virtuale, chi vuole, può leggere, chi vuole.


Tra la polvere e le nuvole

Fiocco, non saprei, mettiamo bianco, per il mio nuovo arrivato! È il terzo romanzo, si aggiunge alla famiglia già numerosa di articoli e racconti.

Ha la sua personalità, come tutti del resto.

É un viaggio, nella mente della protagonista, con la protagonista, in un altro universo, quello degli homeless.

Crudo, triste, scomodo? No.

Lo definirei irriverente, come solo i bambini sanno essere. Un viaggio emozionale. Ma essendo di carta, come Pinocchio era di legno, aggiungerei che può spiazzare, provocare, inquietare.

....” C’é un patto tra me e la strada, fragile e intimo, che ho plasmato a modo mio. Mi ha trasmesso la sua forza e la sua violenza, quel suo proseguire anche se tu sei distrutta. Quel passo in più che faccio ogni giorno è per sfuggire al dolore, anche se mi avvicina sempre più a quella soglia che non voglio superare. Sorpassare quel limite potrebbe significare non poter più essere la stessa. Se perderò il ricordo di me stessa, il mio mondo cesserà di esistere, come il mio futuro. Non devo smettere di chiedermi chi sono. Quanto può sopportare l’anima?”



Pandemia di odio

Cos’è che ci preoccupa? Sta iniziando l’inverno e si ricomincia a parlare di Covid.

Via, tutti a comprare mascherine.

< Eh, ma io, se vogliono farci fare un’altra vaccinazione, non la faccio.>

<Tanto è solo un’influenza un po’ più forte.>

Il ricordo atroce della Pandemia del 2020 sta svanendo, quel corteo di camion militari, carichi di bare ammassate, è nel passato.

Ma la Pandemia che dura da anni, quella che sembra davvero incurabile, spesso ignorata perché lontana da noi, ora é più che mai attuale: la Pandemia di odio. Palestina, Israele, Ucraina, Yemen, Mali, Armenia… Ne avvertiamo i sintomi? Abbiamo paura delle conseguenze? Certo.

Pensiamo di essere al sicuro, che questa peste rimarrà altrove, ma già si prendono contromisure. Si cerca di difendersi. Che altro potremmo fare? Come si può fermare la Pandemia di odio? É come un virus, anzi, peggio, perché miete vittime consapevolmente, segue un disegno, una strategia. Il virus, no.

Si può cercare un antidoto? Tutti diremmo che sta al singolo testimoniare, col suo comportamento, l’unica strada percorribile, quella della pace. La maggioranza s’inalbera, dichiara a gran voce il suo No alla guerra. Ma questo gene, presente in tutti gli esseri umani, la cattiveria, è assai più subdolo e tenace, pur non essendosi evoluto in migliaia di anni. È sempre lo stesso. Siamo sempre gli stessi.

A Gerusalemme convivono tre simboli religiosi, di tre religioni monoteiste: la Moschea di Al-Aqsa, sacra per i Musulmani; il Muro del Pianto, sacro agli Ebrei; la Basilica del Santo Sepolcro, sacra per i Cristiani.

Convivono i simboli, noi non ci riusciamo.


Crediti

Articolo liberamente tratto da un monologo di Maurizio Crozza: la Guerra.

Foto di Jason Leung da Unsplash

La magia

<Mi è venuto un attacco di scrittura.>

Come una bronchite, di quelle lunghe, anche fastidiosa, che non ti lascia dormire.

Così si alzò per andare al computer, per sentire quel ticchettio dei tasti che la calmava come uno sciroppo contro la tosse. Le righe che si riempivano di parole, la mente che si riempiva di pensieri, il portacenere che si riempiva di sigarette lasciate lì, a consumarsi.

Che ore saranno? Importa? No.

Ci sono momenti nella vita in cui provi qualcosa di speciale, ti è concesso, e ti senti vivo. Ed eccola, la scossa che percorre le braccia, le mani, arrivando alle dita che sembravano avere vita propria. Le osservava mentre i pensieri fluivano fino ai tasti. Non guardava lo schermo, pensava, già sapeva che avrebbe dovuto correggere chissà quanti refusi, non aveva importanza.

Come da bambina, quando sull’altalena guardava il mondo a testa in giù, sentiva il suo mondo sottosopra.

Quella sensazione di correre per arrivare sempre nello stesso posto, impegnata a combattere qualcosa che non è visibile.

< Mi sa che ho la febbre. >

Continuava a scrivere e cancellare, riscrivere.

Capitava, a volte, ed era come nelle fiabe, la magia che fa tutto, e la faceva sentire come uno strumento, una prolunga dei tasti. La magia della mente che stava facendo un defrag: le scene, le persone, i dialoghi, apparivano e sparivano, lasciando tracce di amore, odio, desiderio, vita, si sovrapponevano e svanivano. Pensieri come piume messaggere, un Allegro di Bach che sfrigolava le sinapsi, seguendo il suo ritmo incessante. Guai a fermarsi per fare pipì, il concerto doveva finire, essere compiuto.

Capita, a volte, la magia.


Foto di Michael Dziedzic da Unsplash

Vernice nera

Il bus che mi portava vicino al liceo partiva ogni mattina alle 06.30. Non era mai pieno di persone e faceva poche fermate, tra le quali, quella che più mi incuriosiva era quella del ponte.

Aspettavo di vederla salire, col suo soprabito da cui spuntavano gli stivali in vernice, a volte rossa, a volte bianca, ma i più belli erano in vernice nera.

Aveva terminato di lavorare.

Lei era soprannominata, dalle signore a bordo del bus, la Pontina.

Avevo 15 anni, abbastanza per sapere che non faceva l’operaia.

“Eccola la Pontina. Sembra contenta, mi sa che stanotte le é andata bene.”

Saliva col suo abbonamento, salutava l’autista che ricambiava, poi si sedeva con discrezione, sempre allo stesso posto, davanti. Rimaneva sempre libero quel posto, come se fosse riservato a lei. Mi ricordo che il primo giorno, il mio compagno di classe, mi aveva fatto alzare, dicendomi che lì non potevo mettermi.

La Pontina era una prostituta, per scelta. Non come oggi che, purtroppo, siamo soliti vedere ragazze evidentemente in carcere senza catene, minacciate da clan di mostri. Esistono anche quelle che lo fanno per scelta ma sono molto lontane dall’immagine della Pontina, e si fanno chiamare Escort.

La Pontina aveva lunghi capelli neri, non era più giovanissima e risaliva, quasi ogni mattina, la strada da sotto il ponte, arrancando, con la sua borsa. Quando abbassava un po’ il finestrino, perché allora si poteva, arrivava un profumo dolce, e si vedeva la sua chioma nera, muoversi nell’aria. Nessuno le rivolgeva la parola, lei si limitava a guardare fuori dal finestrino. Sapeva che tutti la stavano guardando.

Anch’io.

A quell’età, non ti fai domande complicate, sei forse anche un po’ sciocco e ti sorprendi a ridere per qualche battuta o commento su qualcosa che ancora non conosci.

Arrivava la sua fermata e lei scendeva, salutando. Il bus ripartiva e tutto tornava normale. Quel giorno però, di fianco al suo posto aveva dimenticato qualcosa, una foto. L’avevo vista, non sapevo che fare, poi, prima di scendere, avevo deciso di prenderla e darla all’autista. Il passaggio veloce dalle mie mani alle sue e vedo lei, la Pontina, abbracciata a due ragazzi, uno le somigliava molto, sicuramente i suoi figli. Era una foto bella, normale, una famiglia normale. Anche gli stivali in vernice nera sembravano normali.

L’ho incontrata per molto tempo la Pontina, sono passati alcuni anni, finché un giorno non l’abbiamo più vista. Le illazioni sul perché si sono moltiplicate, la curiosità spingeva le signore addirittura a chiedere notizie all’autista, che non sapeva niente. Io mi immaginavo che Fellini l’avesse vista per inserirla nel cast qualche suo film, la vedevo scuotere la chioma e, col rossetto rosso fuoco, un po’ sbavato, scoppiare in fragorose risate. Poi, pensavo invece che forse ora stava con i suoi figli, che aveva smesso ed era andata in pensione, senza colleghi da salutare, senza festa d’addio, ed era lontano, lontano da tutto questo.

Spero sia stato così.


Foto di Carol Oliver da Unsplash

Un bicchiere spaiato

Impulso di scrittura giornaliero
Raccontaci di un periodo in cui ti sei sentito fuori posto.

Sentirsi “fuori posto”, capita a tutti prima o poi, proprio come un bicchiere spaiato in un servizio. Così, quando i tuoi genitori ti comunicano che cambierai ancora città, sai già che sarà difficile farsi accettare, fare amicizia, perché toccherà a te. Ed è sempre così. Cambiare ambiente, scuola, lavoro, è tutto una sfida, con te stessa e la tua capacità di adattamento. Poi, cresci. E lo capisci quando spariscono gli imbarazzi, perché inizi tu a considerare la situazione ingombrante, non interessante o sgradevole. E te ne vai, in cerca degli altri “bicchieri” simili.

Artemide per un giorno

Cosa c’è di più bello dell’atmosfera che si crea attorno ad un evento che ti ricorda l’infanzia? Come un’aura, un turbine di energia che sovrasta e avvolge. Non importa se hai sbagliato abbigliamento, non importa se c’è tanta gente, non importa neanche se hai parcheggiato su Saturno, perché non c’è un angolino libero.

Oggi c’è la Festa delle Castagne. Ed è una splendida giornata.

Il sole è tiepido ma brillante, il profumo di caldarroste arriva portato da un vento leggero. Poi, arrivano anche le foglie, tante. Ma non importa. Alzi lo sguardo sulle fronde degli alberi pronti a spogliarsi dei loro colori e sai, lo sai bene, che presto ti toccherà raccoglierli quei colori. Ma non importa. Vuoi solo metterti in coda, insieme ai bambini, alle famiglie, e arrivare al cartoccio di caldarroste.

La fila si ingrossa, i bambini cominciano a piangere, le mamme litigano con i papà. Vorresti che arrivasse un colpo di vento, forte, di quelli che ti costringono a smettere quello che stai facendo per proteggerti, per tenere la giacca che hai in mano o spostare i capelli che ti stanno coprendo il viso. E arriva. Ma tu sei soave.

Sposti l’attenzione altrove, guardando il piazzale di fianco. C’è una mostra di trattori antichi, belli. Li stanno fotografando da tutti i lati, con i bambini seduti in braccio, appoggiati alle ruote enormi, appoggiati ai manubri enormi, davanti, dietro. Poi, la folla si sposta piano, indietreggia.

Che succede? Partono?

E si accendono i motori, sbuffando nuvole nere, roboanti, lenti e rumorosi, i trattori si muovono.

C’era proprio bisogno? Era necessario farlo adesso?

Lo smog si diffonde presto e il profumo del verde, delle castagne, vengono inghiottiti, tutti si mettono fazzoletti sul naso e la bocca. Ma stai arrivando al traguardo, il tuo cartoccio è lì e lo prendi, incurante del calore sprigionato da quei frutti roventi. Ti allontani veloce, vuoi tornare a respirare e cerchi un posto dove sederti.

Scusate, permesso, mi scusi, vorrei andare là.

Dieci metri in dieci minuti, ma almeno le castagne si sono raffreddate un po’, i rumori sembrano attutiti dal vento. L’unico posto libero é nel bar, e meno male, hai appena mangiato una castagna che ti ha allappato la bocca e ci vuole proprio una bella bottiglietta d’acqua. Entri e ti metti di nuovo in coda. Oggi va così.

Poi, ti vedi.

Nello specchio dietro la cassa del bar, sopra la tua testa, il vento e la fuliggine ti hanno regalato una pettinatura simile ad un nido d’aquila, con tanto di foglie e un rametto.

<Prego?>

<Una bottiglietta d’acqua, per favore.>

Non fai una piega. La cassiera ti fissa ma non dice niente. Ti muovi come se niente fosse, come una dea greca, portando con eleganza la tua acconciatura campestre e ti siedi, di fronte alla vetrata.

Fuori, il caos, niente a che vedere con i ricordi delle sagre d’infanzia, ma tra loro e te, il vetro riflette la tua figura, le foglie gialle e arancioni tra capelli, le bucce delle castagne sul tavolino. Intorno tutto si muove veloce, hanno fretta, fretta di bere, fretta di andare a vedere, fretta di mangiare. I colori stanno cambiando, i raggi di sole sono più morbidi, le ombre si allungano e un uccellino si ferma proprio di fianco alla vetrata, forse vuole qualche briciola. Ti fissa un attimo e si gira. Ora siete in due ad osservare lo spettacolo.

Ti guardi… tu, Artemide, e pensi: Mi manca solo un arco e una ninfa. E sorridi.


foto di Jackson David da Unsplash

Telepatia

Impulso di scrittura giornaliero
Quale capacità vorresti apprendere?

Credo sia il sogno di tutte le persone empatiche e che già hanno canali di comunicazione aperti con gli altri. Così come l’intelligenza emotiva aiuta, ma va coltivata, le possibilità della nostra mente ci riservano molti lati silenti, tra questi, le capacità telepatiche. Altro che IA. (scherzo 😜 )

Ti hanno detto

E così hai aperto gli occhi. Anche oggi.

La sveglia ha suonato la prima volta e l’hai silenziata, sapendo di avere ancora 15 minuti prima del secondo e definitivo squillo. Ti sei crogiolato tra le lenzuola, mezzo scoperto perché fa ancora caldo, e hai passato quei 15 minuti in dormiveglia, forse hai sognato, ti sei stiracchiato, hai affondato la testa nel cuscino, cercando l’oblio.

Ma al secondo allarme, rumoroso e fastidioso come un colpo di clacson al semaforo, sei scattato a sedere, come una molla. Hai ancora gli occhi chiusi e non vorresti, proprio non vorresti alzarti.

Allunghi una mano sul comodino, prendi le tue pillole bianche e rosa e bevi, a collo, dalla bottiglia.

Alzati, forza.

Quanto è difficile, quanto peso hai addosso. Eppure ti hanno detto che sei forte.

Che ne sanno?

Ti guardi allo specchio, la barba, devi rasarti, e dovresti anche andare dal barbiere. Oggi, no.

Un passo davanti all’altro, fino alla cucina, ti siedi mentre aspetti il caffè. I pensili, la tavola, il forno, la macchinetta del caffè. Borbottio e vapore profumato, spegni il fuoco. Rimani così, in piedi, davanti alla moka, la tazzina di fianco che aspetta.

Rimani così.

Hai chiuso ancora gli occhi, vorresti solo dormire. Ma ti hanno detto che sei forte. Versi il caffè e lo bevi lentamente, caffè nero, lungo, senza zucchero, come la tua vita, amara e buia.

Un piede davanti all’altro fino al bagno. Ti hanno detto che sei forte. La schiuma da barba bianca, una nuvola sul viso e il rasoio che traccia solchi, sciacqui e ricominci. Ti hanno detto che sei forte. Le braccia pesano, una lacrima scende lungo un solco appena rasato, tra la schiuma.

Che ne sanno?


Foto di Serhat Beyazkaya da Unsplash