Quest’anno abbiamo un giorno in più… usiamolo. L’illusione del tempo in più, 24 ore che appaiono sul calendario, che qualcuno vive come una strana sensazione, mi porta a pensare alla difficile e ambigua relazione che abbiamo tra la vita, e la nostra idea di vita. Raffaello Palandri è un’iniezione di positività, che incoraggia ad inseguire la vita, non nella sua concretezza incrostata di volgarità, ma come ideale che ognuno di noi cerca di localizzare in un punto/tempo nello spazio.
Un grande progetto forse inizia col desiderio di viverne uno. E che cominci oggi. 🦋
OPS! 😄 Proprio su Facebook, stamattina, vedo questo post di Simona Zilio! My Low Profile. Se da un Social può nascere qualcosa di buono, allora non sono solo parole….
Fioccarono le risposte, prima piano, poi come una valanga improvvisa e incontrollabile. Li lasciò sfogarsi, nella ricerca della definizione più appropriata o originale, tra i ricordi di quanto letto, studiato o ascoltato in qualche video.
P: “L’ambizione, può essere vanagloria? Chi è diventato famoso, rientra in questa categoria?”
Occhi fissi, telefonini sotto i libri, bocche che, semiaperte, hanno tanto da dire ma proprio non riescono ad articolare una risposta semplice.
P: “Pensate ai vostri idoli, ai personaggi che ammirate… Peccano di vanagloria?”
S: ” Beh… no. Sono arrivati perché hanno avuto l’intelligenza, il fiuto, la prontezza e anche la furbizia di fare la cosa giusta al momento giusto…”
P: “E la preparazione? L’impegno? La cultura?”
S: “Certo, servono, ma non sempre.”
P: ” Non sempre. Perché?”
S: “Perché oggi devi esistere, devono già conoscerti, poi, il resto arriva.”
Finita la lezione, si cambia classe.
P: “O Capitano, mio Capitano!”.
Il professore pensò a Whitman e al film, l’Attimo fuggente, che spronava i ragazzi a vivere per sé stessi, ad inseguire i propri sogni, e che, alla fine, esistere, significava essere.
Prima di uscire, osservò i ragazzi, teste basse sugli schermi, scrollavano le immagini velocemente. Tutto e subito, non importa se è vanagloria.
Quando si perde il proprio compagno/a, si vive a metà. Parlo dei fortunati, come me, che hanno vissuto l’amore.
Quello.
Non esiste altro tipo, tutte le altre esperienze di coppia, rimangono appunto, esperienze, con diversi gradi di profondità, intimità, condivisione. Forse non tutti cerchiamo lo stesso tipo di rapporto.
Oggi, ascoltando il prof. Galimberti che parlava di sua moglie, da poco deceduta, mi ha colpito la sua definizione di perdita. Non ha parlato di vuoto d’amore ma di assenza di testimone, dell’unica persona a cui raccontare di sé, dei propri pensieri, senza filtri, né vergogna, né remore, sicuro di non essere giudicato.
L’unica persona a cui lasciare tutto se stesso.
Ecco. Questa è stata la mia perdita.
Jean René est à Versailles
Quegli occhi
un tempo abissi
scintillavano, sì, direi così
profondi e inafferrabili
pulsavano vita
come nuvole cariche di ghiaccio
elettricità
ricordi?
Persa
in fondo no
aspetto
proprio qui
un lampo dorato
ancora una volta.
Ancora.
Tes yeux étaient des abîmes ils brillaient, oui, vraiment
Una nuova scrittrice, Simona Zilio,LOW PROFILE. Per lei oggi è un giorno speciale, lo è per tutti noi scrittori, quando viene pubblicato una nostra opera. Ed oggi è tutto per lei, e per tre mesi, si potrà pre-ordinare QUI con un codice sconto (LACRIME10) fino a domenica!
QUANDO LE LACRIME SI CONFONDONO CON LA PIOGGIA – Edito da Bookabook.
Un estratto:
“…Qualcosa non va nell’esistenza di Penelope, completamente assuefatta ad ogni tipo di droga che butta giù con molto alcol, senza controllo, perché una mente che non pensa ne guadagna in salute, e la sua ha bisogno di cancellare un intero passato. Questa è la sua vita quando un Moleskine, trovato per caso in metropolitana, scuote le sue certezze facendola vacillare e la spinge a leggerne il contenuto, conoscendo Emma e stralci della sua vita attraverso le parole scritte in questo diario.”
Il viaggio inizia adesso, un viaggio di sola andata e senza fermate intermedie. Nulla sarà come prima nelle loro vite, ma neanche nelle vostre dopo averle conosciute.
Sono quasi le 09:30. Eccoli. Come ogni giorno, lui, che tenendo per mano sua madre, cammina piano, sul marciapiedi. Ha lo sguardo vuoto, i capelli ingrigiti e il passo stanco. Una vita di passi stanchi. Ma non era stato sempre così.
Se lo ricordava, un pò sopra le righe, studente alla facoltà di ingegneria, timido o riservato, sicuramente schivo. Camminava veloce, lo sguardo fisso a terra, preso dai suoi pensieri. C’era stato un tempo in cui aveva avuto una ragazza, carina, allegra, e anche lui, aveva perso quella patina grigia. Una storia durata pochi mesi, tra i lamenti della madre, un mugugno continuo e incessante, come un rubinetto gocciolante. Lo sapevano tutti, ma non sapevano fino a che punto.
Suo padre era morto da pochi anni e la madre si era avvinghiata a lui, una mantide che aveva scambiato l’amore per il possesso. Nessuna era abbastanza per suo figlio, nessuna poteva intromettersi tra loro. Erano gli anni in cui, se restavi incinta, venivi bruciata nel rogo dei pettegolezzi più crudeli e il matrimonio riparatore era l’unica soluzione.
Sono sicuramente andati a fare la spesa, come ogni giorno, per percorrere poi, a ritroso, la via fino a casa.
Si sentono delle urla, qualcuno sta chiamando. É lui, sua madre è scivolata sui gradini della piccola salita nel borgo antico. É a terra, la mano che tiene stretta la borsetta, non dice niente, si appoggia alle gambe di lui.
Tempo di arrivare e ci sono già due signore anziane che cercano di aiutare. State ferme! Ci manca solo che cadiate anche voi.
Come una squadra di soccorso, lui con le ginocchia dietro la schiena della madre e lei, prendendola sotto le ascelle, la sollevano piano piano, dopo aver constatato che non avesse fratture.
É leggera, piccola e ossuta, e la guarda fisso negli occhi. Non la riconosce subito e il suo sguardo diventa pungente, la bocca si allunga in una linea sottile. Fa un movimento stizzoso per staccarsi dalle sue braccia, poi volge lo sguardo a lui.
“Ma è la moglie di Alessandro, mamma. Non la ringrazi?”
Si volta ed ora sorride, dietro quelle labbra sottili, ma lo sguardo rimane freddo, vivido e sfidante. Lui ringrazia e riprendono a camminare. Ora, lui, la segue.
A fine mese, nel giornale locale, in prima pagina:
“Orrore in Via Pascoli”
L’ing. Piena accusato di omicidio
I Carabinieri sono intervenuti ieri sera, nell’appartamento dei signori Piena, in Via Pascoli, dopo una segnalazione, da parte dei vicini, di grida convulse. Una volta entrati si sono trovati di fronte ad una scena agghiacciante. La signora Neve, deceduta, nel suo letto, ma ancora vestita. Il figlio, l’ing. Fausto Piena, era invece nudo e in stato confusionale, con i polsi sfregiati. Da esami accurati, è emerso che la signora non è morta per cause naturali ma per soffocamento. L’ing. Fausto Piena non è in pericolo di vita ma è attualmente ritenuto colpevole di omicidio. Conosciuti entrambi da tutta la comunità, l’accaduto ha suscitato sgomento e incredulità.
Foto di juan-davila da Unsplash
Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti o persone è del tutto casuale.
É domenica, al piccolo parco del centro, si cammina sui vialetti di ghiaia, respirando l’aria fresca mentre il sole buca le nuvole.
I bambini, che ancora sognano senza chiedere il permesso, corrono, tra capricci e risate per un nonnulla. Non tutti.
C’è una bimba, avrà sei anni, osserva i fratellini, due. É seduta come una mamma in miniatura, invece che correre con gli altri, sta attenta che i fratellini non si mettano in pericolo. Sta aspettando che i genitori arrivino, sono andati a fare due passi da soli, saranno a venti metri, ma sembrano lontanissimi.
Tornano e, la mamma, a malincuore, lascia la mano dell’amato, per andare a raccogliere il fratello più piccolo dal prato, mentre il papà, inizia a giocare a pallone con l’altro. La bambina si avvicina, vorrebbe una carezza, parla un po’. Fanno le foto, la mamma tiene in braccio prima un fratello, poi l’altro. Lei, no. lei è grande.
Si siede sulla panchina, osserva il papà giocare a pallone, invidia il fratello che corre felice, invidia il piccolo che prende tutti baci della mamma, anche quelli che erano i suoi. Si alza per andare sull’altalena ma la mamma le grida di non allontanarsi. Si gira, è felice.
< Vieni qui e tieni tuo fratello un attimo che devo andare in bagno.>
Mentre cerca di tenere a bada il fratello piccolo, osserva le altre bambine, non le conosce, non ne ha il tempo. Ma la mamma tornerà presto e allora, allora andrà proprio da quella bambina con i capelli lunghi, quella che sta rispondendo male alla sua mamma e le tirerà i capelli così forte da farla piangere. Guarda il fratello piccolo che le sta dando dei calci, non gli dice niente, cerca solo di schivarli, ma lui scivola e cade. Batte la fronte sulla panchina di ferro e scoppia in un pianto disperato.
Ora, lei è disperata. Stanno arrivando di corsa i suoi genitori, cosa dire? Come scusarsi?
< Ti avevo detto di stare attenta! Ma proprio non ci si può fidare di te!>
Vorrebbe piangere ma non ci riesce, corre verso l’altalena, ci sale e si spinge forte, sempre più forte, arriva così in alto che qualcuno le grida di smetterla, che è pericoloso.
Arriva il 43, quasi in orario. Non c’è molta gente ma qualcuno deve sempre passare davanti agli altri, in coda. Piccoli soprusi da piccole persone. Non ci fa caso, non è importante, c’è posto e il tragitto sarà breve. L’autobus riparte tra il rumore di ferraglia, sbuffando, con la gente ancora in piedi che si aggrappa ovunque e si siede come se fosse emersa da una nuotata infinita. Lei, se ne sta in piedi, appoggiata al finestrino, vicino allo spazio per le carrozzine.
Mentre osserva fuori, due ragazze stanno ridendo forte, coprendo il vociferare e i dialetti incomprensibili che riempiono l’abitacolo. Risate squillanti, che tolgono il fiato, emanano quasi luce, un’aura leggera, come se fossero sospese. Tutt’intorno c’è il grigiore di percorsi conosciuti, fotocopie di stanche routine, occhi che hanno smesso di guardare il paesaggio e rimangono fissi sul sedile davanti. Vite ammaccate da sogni infranti, perduti, dimenticati.
Teste, tante teste. Chissà a cosa pensano? C’è una vecchietta con i capelli schiacciati sulla nuca, le gambe che non arrivano a terra e una borsa enorme sul sedile di fianco. Qualcuno le darà una mano quando dovrà scendere? Quel signore di fianco, seduto al di là del corridoio, si alzerà?
Appanna il vetro con il fiato, per disegnare un cuore, come se avesse dodici anni, come quando le batteva forte il cuore, vedendolo salire, quel ragazzino, riccio e un po’ timido, che la guardava da lontano. Quando aveva perso quell’emozione? Quando erano apparse le barriere ai brividi, alla vergogna, all’entusiasmo innocente? Si diventa più forti nascondendo i turbamenti, eccitazione e commozione sono tenuti in serbo, come il servizio buono, per le occasioni speciali.
Il 43 rallenta e si ferma. La signora anziana arranca col suo grosso bagaglio fino alle porte che si aprono. Sta per andare ad aiutarla ma una delle ragazzine la precede, sorride e le scarica il grosso fagotto, poi, salta di nuovo sul bus e si siede.
Parto subito scrivendo che le migliori biografie sono quelle fatte dopo la dipartita del soggetto. Quindi, gesti scaramantici a parte, è molto difficile avventurarsi in una “auto-descrizione” da vivente, perché si spera, tra l’altro, di avere ancora tanto da fare… Così anche il titolo potrebbe cambiare, più volte. Oggi, forse, guardandomi negli anni vissuti e nelle scelte fatte o subite, volendomi un po’ bene, direi che “Giro di vite” , Il titolo del romanzo di Henry James (horror a parte), mi appartiene.
Che meraviglia ricevere qualcosa di inaspettato, un regalo. Questa bellissima recensione sul mio penultimo libro, da parte di diariodibordo, la nostra egle, mi è apparsa oggi, così, tra un post e l’altro. Proprio con Marcello Comitini, che invece mi ha permesso di pubblicare alcune delle sue bellissime prose nel mio ultimo romanzo di prossima pubblicazione (spero), si era parlato di generosità, di collaborazione artistica, non sempre facile tra autori. Beh, cara egle, oltre ad essere una brava scrittrice, sei anche decisamente altruista, una qualità che ammiro molto nelle persone. Grazie, col cuore! 💓
Arrivava ogni mattina, quasi sempre alla stessa ora, quando il sole era abbastanza alto per farsi notare tra gli spogli rami grigi dei castagni.
Fuori dal bar, le sedie erano vuote, i tavolini deserti, tutto era ricoperto da una patina di brina, anche quelli che stavano sotto il piccolo pergolato di gelsomino, che non aveva ancora perso le foglie, nonostante il freddo.
Lei entrava nel bar, ordinava sempre lo stesso e si sedeva fuori, cercando la luce, l’aria e una sedia asciutta. La gente da dentro la osservava, allibita, vista la temperatura.
Indossava un solo guanto, la mano scoperta sollevava la tazza di cappuccino fumante. Rimaneva un po’ a fissare la minuscola torre di vapore combattere l’aria gelata, resistere il più possibile, in suo onore. E i raggi del sole, lambivano le foglie tutt’intorno, illuminandone i contorni argentei.
Anche l’asfalto della strada brillava, lasciando intravedere una lunga striscia fino al campetto di calcio, abbandonato.
Dietro di lei, riparati nella “costruzione di mezzo”, né al chiuso, né all’aperto, diverse persone stavano fumando in piedi, muovendosi, riparate da pareti di plastica trasparente, come topi da laboratorio.
Ora il sole era arrivato a baciarle le fronte, scaldarle la mano. Si accese una sigaretta, sorridendo.
Sono colei che t’invoca di farmi tornare indietro quando il sangue ancora caldo scorreva nelle mie vene ora fredde di una vita inattesa.
…..
Non perdurare nel sentimento atroce di chi non sa cosa sia amare.
“L’ amore non ricambiato. Inutile, dice il mito di Apollo e Dafne, amare qualcuno che non ricambia: qualunque sia la scelta che l’altra persona farà di fronte ai nostri sentimenti, deve essere rispettata senza ammettere violenza.”
Con immensa gratitudine al poeta Marcello Comitini che spero voglia collaborare con alcune delle sue prose, che ho trovato molto significative, e vorrei includere nella stesura del mio prossimo romanzo.
Fermarsi. Fermarsi e non pensare. É impossibile? Assaporare quel preciso momento, e non è importante che si sia raggiunto un goal, non è essenziale che ci sia un motivo. Fermarsi, fare una pausa dal continuo arrovellarsi, programmare, organizzare.
Una pausa presuppone che poi si ricominci, quindi, quell’istante che dedichi al tuo sguardo, perso nelle fronde di un albero o immerso nei colori del cielo che sta cedendo alla notte, ecco, quello è una”vacanza” da te, dal tuo io.