Bilico

Io non mi conosco. Non vedo perché dovrei per forza ascoltare.

Uscendo di casa, con la testa che continuava a raccontare la solita storia, aveva preso la direzione verso il centro. Una folla che camminava, in disordine, osservando le vetrine già addobbate per il Natale. Tante luci dai fari delle macchine, riflessi che le ferivano gli occhi e quel sottofondo rumoroso, quel chiacchiericcio molesto che la infastidiva. Avrebbe dovuto già pensare agli acquisti, ai regali, ma proprio non ce la faceva. Avrebbe dovuto essere, se non allegra, almeno consapevole della fortuna che aveva. C’erano problemi? No.

Alla fine, tutti hanno problemi, anzi, preoccupazioni. I problemi sono altri.

Niente da fare. Il cervello ruminava, inquietava, chiedeva la pace. Poi, di colpo, un tonfo sordo e violento. Una frenata che sembra non finire mai.

Gente che urla e corre.

Qualcuno è stato investito?

Giaceva a terra, sull’asfalto, ferma e sanguinante. Era buio e le voci non le sentiva più. Ascoltava quel silenzio, quel vuoto. Ma non era pace, era terrore. Le sembrava di vedere piedi, tante scarpe. Rimase a fissare degli stivaletti bicolore, nero e marrone e pensò a quanto erano brutti. Poi, si sentì sollevare, mani che la posizionavano su qualcosa di rigido, piccolo, perché le braccia le cadevano penzoloni.

Sirene e sballottamenti. Voci. Poi, più nulla.

Ascoltava quel buio silenzioso. Era diventata quel silenzio, quel vuoto, senza intervenire.

Non intervengo. Non interviene il mio io. É questa la pace? Sono sconosciuta a me stessa, ho smesso di raccontarmi.

Codice rosso.

A M A R E

Impulso di scrittura giornaliero
Condividi cinque cose in cui sei bravo.

A ascoltare

M meditare

A aspettare

R rispettare

E… scrivere.

Per la quinta, diciamo che ci provo.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Errori

Li definiva così: errori. Non rimorsi o rimpianti. Alla sua età, poteva permettersi questo e altro, ne era assolutamente convinta.

Quando stai fissando fuori dalla finestra e la mente viene richiamata da un ricordo (e ne ho davvero tanti, quanti ne ho), è impossibile fare marcia indietro, inutile cercare di non pensare. In fondo mi è rimasto questo, pensare. E si pensa agli errori fatti, anche se non serve a niente.

Gli alberi stavano perdendo le foglie lasciando rami rinsecchiti, come sottili ossa, fragili. Eppure, sarebbero rifioriti in primavera, loro sì. Non tutte le foglie cadevano contemporaneamente: alcune ai primi sbalzi di temperatura, altre non riuscivano a staccarsi subito, rimanendo attaccate un po’ più a lungo, invecchiando.

Chissà se anche gli alberi hanno memoria? Sicuramente tribolano, ma non fanno errori. Questo continuo passare da una stagione all’altra deve essere faticoso. Tutti che corrono a raccogliere le foglie cadute, qualcuno li maledice, si sentono i lamenti mentre trascinano il rastrello carico, mentre gli stivali si stanno riempiendo di fango.

Due signori, proprio sotto alla sua finestra, nel giardinetto al di là della strada, stavano fermi, i piedi dentro un ammasso di foglie marcescenti. Erano anziani ma non vecchi. C’è una grande, enorme differenza. Lei, era vecchia.

C’è uno scarto minimo, quasi non te ne accorgi, ma arriva un giorno in cui, invece, scivoli nel buco della vecchiaia. Ed è proprio un buco, ti ritrovi solo, e tutti (quasi tutti) vorrebbero coprirlo, per non pensarci più. Un pò come sotterrare un problema. Diventi ingombrante, allunghi la lista di fastidi, rinunce, sacrifici.

Si era alzato un po’ di vento e il cielo, là in fondo, avanzava scuro e carico di pioggia. I due anziani ripresero velocemente a spostare i mucchi di foglie. Anche la natura ha i suoi tempi.

Invecchiando si diventa egoisti, possiamo essere pedanti, a volte fastidiosi, onnipresenti. Ci si aspetta tutto e subito. In fondo, è solo che temiamo di non avere abbastanza tempo. Il tempo diventa prezioso. Lasciateci attardare, sbagliare pillola, versare lo zucchero, sbriciolare a più non posso… non lo faremo per molto.

Gocce pesanti cominciarono a cadere, scivolando sui vetri.

Ai miei amati genitori.

Recensione a I.O – I OBSERVE YOU di Gian Paolo Marcolongo

Ringrazio Gian Paolo Marcolongo, autore che tutti conosciamo come newwhitebear, per la sua recensione al mio primo romanzo, I.O I OBSERVE YOU (2020). 🪭🩷

Non è un film

Guerra. Siamo circondati. Siamo, circondati?

É così vicina, e così lontana. Tra noi e l’orrore, ci sono schermi e monitor.

Non ci è dato avere sensazioni di pelle, provare la paura che ti trascina su e giù per colline e monti, nella pioggia e nella polvere. Non sentiamo neanche gli umori pesanti, il sudore, il lerciume dei vestiti appiccicati alla pelle, di chi sta combattendo o scappando, e la puzza di vomito ed escrementi. Neppure la fame che attanaglia le viscere, i colpi di mitragliatrice sparati, il fragore delle esplosioni, la fuga continua, nascondendosi, tremando, lottando nella solitudine.

E la paura. Paura di morire. E si muore, con la guerra si muore sempre. Non importa chi muore, non importa neanche chi vince. Si muore e basta.

Il nemico è sempre l’altro.

Non importa da che parte stai. In guerra, sei il nemico.

Scrolliamo i post, guardiamo avidamente distruzione e dolore ma ci inalberiamo di fronte alla follia di politiche economico-religiose già decise, premeditate. Non è una serie, non è un film. Sta accadendo. Il sangue, quando sgorga, è denso, appiccicoso. Ha un odore forte il sangue. Ma, qui, dagli schermi, non lo sentiamo.

Il mio, gela tutte le volte che penso a quanto siamo stupidi. L’essere umano è davvero l’animale più pericoloso al mondo.

Foto da unsplash