È la Vigilia di Natale, cosa ho chiesto a Babbo Natale? Sono stata brava? Non direi, ho rubato, maledetto un sacco di gente, forse ho anche bestemmiato, anzi, ho bestemmiato e, come se non bastasse, ho rubato anche in Chiesa. Sono stata egoista, ho pensato a me, sempre di più.
Vorrei svanire come i fiocchi di neve che cadono, lievi e soavi, in silenzio, mossi dall’aria. Qualcuno si posa, altri spariscono lentamente, assottigliandosi, evanescenti.
Questo buio non può durare per sempre, se guardo attraverso le fessure, le piccole crepe dell’armatura che mi sta ricoprendo, posso vedere la vita, quella fuori da me. Potessero vedere anche gli altri attraverso, vedrebbero il mio sguardo, come quello di chi è sott’acqua, quasi senza fiato.
… Osservo tra i vestiti donati, tra le maglie e i pantaloni, osservo gli sguardi dei volontari, occhiate vuote, qualcuno indossa dei guantini di plastica. Forza, torna in te. Provo una sensazione orribile, sono arrabbiata, furiosa, per tutto quello che sto passando. Proprio davanti alla Chiesa stanno passando due persone che conosco. Vedo che una mi sta fissando e abbasso lo sguardo. Esco di corsa, col viso basso, nascosto dalla tesa del cappellino. Corro, corro, attraverso col rosso e corro. Arrivo ai cespugli sul lungotevere, col fiatone, il cuore che batte, la faccia rossa per la vergogna.
Vergogna. Quanto può sopportare l’anima? La vergogna puzza? Posso dire con certezza che la vergogna produce una sorta di sindrome olfattiva che ti fa credere di puzzare. Esistono però tanti tipi di vergogna. È un’emozione complessa, che ho provato quando mi sono sentita inadeguata, inferiore. A scuola per esempio, durante qualche esame all’Università, o quando, nelle gare di pattinaggio, crollavo miseramente durante le gare, sentendo gli sguardi di tutti. Ma era il passato. Non mi era più successo. Fino ad oggi. Non avevo provato vergogna quando stavo in fila con altri senzatetto, ma oggi, oggi sì. L’imbarazzo è poca cosa di fronte alla vergogna. Puoi essere imbarazzato per un senso di inadeguatezza ma, vergognarsi fino ad arrossire, fino a volerti nascondere, fuggire, questo ti fa sentire mortificato, giudicato, perché, ti hanno scoperto. Mi ero sentita invisibile fino a quel momento, mi era sembrato di essere su un altro pianeta, un’altra dimensione, e non ero io che stavo provando tutto questo, era l’altra me. Ecco, forse il fantasma di me stessa stava facendo tutto il lavoro, sopportando umiliazioni, rifiuti, freddo, povertà. Oggi, il fantasma era sparito, lasciandomi nuda di fronte alla realtà. Ero proprio io ad essere sola, ad aver fallito, in mezzo ad una strada, o meglio, in mezzo ad altri disperati.
Sono rimasti gli incarti luccicanti a terra, sul tappeto, fili d’argento e rossi che pendono anche dalla stella di Natale. Qualche nastro scende dal lampadario, l’aveva lanciati il piccolo, mentre giocava.
Quanto sono carini i miei nipoti.
La televisione ha il volume ancora basso, e scorrono balletti sullo sfondo di alberi natalizi e luci colorate. Saranno rimasti contenti delle buste con i soldi? Non posso dargli di più, ma è meglio che comprare un regalino che poi non gli piace. E poi, cammino così male che qui intorno non avrei trovato niente di adatto.
La bimba mi ha dato un bacetto e quel “Grazie nonna”, ancora mi batte nel cuore.
Mi hanno regalato una coperta di pile, come l’anno scorso. Ma è utile.
Peccato che si siano fermati così poco, hanno mangiato solo una fettina di pandoro e qualche cioccolatino. neanche il torrone. Quando c’era papà, mangiavamo sempre un pezzo di torrone insieme, era la tradizione.
Da un po’ di tempo non riesco più a fare la pasta fatta in casa, ma il brodo sì, lo avevo preparato, speravo che si fermassero almeno stasera, visto che domani saranno dall’altra nonna. Lei è più giovane, è ancora attiva, e poi, ci sono tutte quelle zie che li riempiranno di regali.
“Vai a dormire presto, mi raccomando mamma!”
I ricordi riappaiono vividi mentre li saluta, e il “Buon Natale” rimbomba nella tromba delle scale. L’ascensore si è chiuso.
É la Vigilia e per lei è già finita. Babbo Natale, qui, passa molto presto, e non si ferma.
Si prepara un piatto di anolini in brodo, uno solo, ma lascia apparecchiato per cinque. Aveva messo la tovaglia rossa e la decorazione al centro, con i candelabri e le candele rosse accese. Mette il suo piatto sul vassoio del girello e va lentamente dalla cucina alla sala.
Che silenzio.
Alza un po’ il volume della televisione, si mette a tavola e vorrebbe un bicchiere di spumante ma non ha la forza per aprirlo. Non lo avevano voluto, dovevano guidare.
La canzone Merry Christmas rimbalza sui muri, sulle fiammelle delle candele che cominciano a colare. Il brodo è caldo, lo beve lentamente, alza il viso verso la sala vuota e una lacrima scende piano, fino al piatto.
Oggi hai paura. Chissà perché capita, ogni tanto. Dicono che è una risposta ad una percezione, e allora ti prepari ad attaccare, stai sulla difensiva. É che stai sempre a pensare, non fa bene, non fa bene. Finisci con l’avere paura della paura, e lo avverti, il battito cardiaco aumenta, hai le mani fredde.
Come quando eri bambina, ecco, quei momenti in cui, nascosta sotto il lenzuolo, nel buio, ti sembrava di sentire una presenza. Era tuo padre.
Via, scaccia il mostro.
Il mostro è nel passato e il passato non ti cerca, non può riconoscerti. Smettila di dargli la caccia.
Mentre fissi i macchinari dell’ospedale, le luci azzurrognole e fredde dei neon, quel vecchio davanti a te, pieno di tubicini, ramificazioni di fili che lo collegano a complessi apparati medici, senti i suoni metallici e lontani, i soli che ne confermano la vita.
Lo guardi, quello è tuo padre.
É tuo padre?
Sotto quelle luci ora lo vedi, in tutti i suoi lati oscuri, immobile, come se lo avessero bloccato, catturato. Ora non può più venire a trovarti nella notte, non potrà mai più.
Allora perché sento freddo? Perché ho paura? Forse ti ho voluto bene, o qualcosa di simile.
Volere bene.
Ora che lo vedi impotente, fragile, come un burattino a cui puoi tagliare i fili, ora che non parla più, quasi non ti interessa.
Ti alzi dalla sedia e sposti lo sguardo sui vetri, fuori fa freddo ma qui dentro si muore dal caldo. C’é un parcheggio, qualche albero, due persone che camminano veloci con una busta di carta. Che ci sarà dentro? Dei fiori, sicuramente. Tu non ne avevi portati. Sospiri e aspetti. Senti le voci nel corridoio, i passi attutiti, qualche risata.
È tanto che non rido.
Entrano due infermieri, salutano e vanno da lui. Lo sistemano, controllano.
Ha le labbra secche, sembra un frutto lasciato al sole, raggrinzito, contorto, con un ciuffo bianco sparso sul cuscino in cui sparisce la sua testa. La stessa che vedevi immensa, nel buio, a occhi chiusi. I suoi occhi non li ricordi, erano piccoli punti luminosi, non li ricordi.
Ho presentato il mio terzo romanzo, TRA LA POLVERE E LE NUVOLE, edito da Echos Edizioni.
Con molto piacere, mi sento onorata nel condividere alcune considerazioni scritte dal poeta Marcello Comitini sul mio romanzo.
“Questo romanzo, come dice il risvolto di copertina, racconta l’esperienza di Giovanna, dopo il fallimento del suo studio di architettura. È la storia vera di chi ha vissuto l’insuccesso e la solitudine e vede davanti a sé spalancarsi le porte dell’inferno. Riflettere sul fallimento e sulle sue conseguenze significa scrivere un romanzo duro, un romanzo amaro? Non direi. Però Giovanna sembra proprio di parere opposto al mio quando afferma che “Tutti cercano i sogni, hanno bisogno di ottimismo per andare avanti. Di certo vedere le miserie umane, il degrado, il fallimento, non scatena nessuna voglia, semmai il rifiuto. E si va oltre.” Questo andare oltre ha tuttavia un duplice significato. Dipende da come lo s’interpreta, dipende dal come si guarda alla vicenda dolorosa di colei che ha perso tutto e rischia di perdere anche se stessa. Dipende se si racconta con l’obiettivo di narrare semplicemente una storia più o meno commovente o viceversa con lo scopo di accompagnare con la comprensione e la partecipazione le contraddizioni e le lotte emotive di una donna dal fisico e dall’animo provato dalle avversità. È proprio quest’ultimo modo di narrare che l’autrice ha scelto con attenzione e passione, immedesimandosi nel personaggio, analizzando con forte capacità introspettiva gli scoramenti di fronte agli insuccessi, la voglia di resistere nonostante. E la scelta dell’autrice è la chiave di lettura del romanzo da cui ci giunge il suo sguardo particolarmente acceso di una profonda umanità sui motivi del fallimento e delle sue tristi conseguenze. È un romanzo popolato da diversi personaggi, ma di essi una soltanto, Giovanna, è la protagonista, gli altri, uomini e donne compaiono, come comparse in un dramma teatrale, e scompaiono inghiottiti dal flusso delle loro storie. Ma Giovanna è l’unica dai mille volti intimi , dalle mille sfaccettature dell’animo, che rende vivo e palpitante il romanzo. Palpitante perché è questa la partecipazione del lettore che segue l’incalzare dei pensieri di Giovanna e in lei vede una guerriera, ferita, umiliata, a volte preda dei demoni della povertà e della solitudine, senza che tuttavia getti la spada e si arrenda.”
Tra la Polvere e le Nuvole, la vera storia comincia qui. Giovanna è entrata in una nuova dimensione, un mondo che non conosceva, non le apparteneva: i senza fissa dimora. Passerà dal rifiuto alla comprensione, incontrando persone come lei, diverse da lei, scontrandosi con la solitudine, quella vera, paralizzante, quella in cui parli da sola, ad alta voce. Un’avventura. Questo romanzo, attraverso un monologo, racconta la sfida di chi non era predestinato, una persona qualunque, dalla vita scandita da routine rassicuranti e problemi comuni. Puntellare il crollo emozionale e fisico ogni giorno, scoprirsi irriverenti e provocatori, dover accettare di essere imperfetti.
Non è cupo, inquieta. “L’inferno è la verità vista troppo tardi.”
Non c’è niente che galvanizzi più della luce, la luce che illumina i tuoi successi. Potessi restare immobile, come in un quadro, per sempre.
Toccava a lei, era terminata la terza presentazione.
Toccava a lei.
Sono pronta.
Come si preparano gli attori prima di entrare in scena? Merda, merda, merda! Certo se te lo dici da sola, oltre che essere in imbarazzo, provoca un certo disagio interiore.
Forza, l’hai fatto altre volte.
Ed entra sul palco, fissando la sua sedia sotto l’occhio di bue. Una sedia elettrica.
Arrivano in due a sistemare meglio il microfono e rimpiazzare il materiale del prossimo moderatore, il tuo romanzo, sul tavolino di fianco.
Hai salutato?
Sì, ho salutato.
Sorridevi?
Sicuramente, una sorta di paresi nervosa mentre camminavo verso il centro del palco.
Ancora non ti siedi, aspetti, aspetti che arrivi l’intervistatore. Perché mai ti hanno detto di entrare? Cos’era tutta quella fretta?
Il microfono è a posto, se non stai attenta si sentono i tuoi respiri, l’aria che esce dal naso. Senti gli sguardi, un sottile vociferare annoiato che arriva dal pubblico.
Parlo? Dico qualcosa.
Sbaglio?
E parli.
“Buon pomeriggio e grazie di essere qui!”
Ti presenti e cominci a camminare, improvvisi, quasi a tuo agio. Ti sembra di essere una coach, ma senza slides o filmati. L’imbarazzo prende possesso delle tue viscere, le stringe in una morsa, mentre cerchi aiuto con lo sguardo.
Ma la voce, intanto, esce, e racconta. Stai raccontando.
Ti è venuto in mente un aneddoto del tuo romanzo, molto auto-ironico. Qualche risata rassicurante.
Guardi il pubblico, passando da un viso all’altro, entri in contatto.
NO.
É un errore che fai sempre.
Linguaggio non verbale, linguaggio non verbale, linguaggio non verbale.
Ma non il loro, il TUO.
Bloccata. Ora sei bloccata.
Che dovrei fare? Cantare?
Aspetti il miracolo, attendi lunghi secondi in sincrono col battito del tuo cuore. Poi, dei passi sul palco.
E lo vedi arrivare, salutando, scusandosi, chiamandoti, riempiendo quel vuoto come una slavina.
“Cominciamo la chiacchierata, anche se mi hanno detto che si è già presentata. Ottimo! Vuole continuare da dove l’ho interrotta?”
Certo. Se me lo ricordassi.
Ma la creatività non è a tempo, è un modo di vivere e vedere la vita.
Il cielo, glialberi, il mio riflesso sui vetri del bar. Non piove ma è tutto bagnato, siamo in un enorme bagno turco gelato, quasi un ossimoro, a pensarci bene.
Se ci fermassimo per strada, saremmo ricoperti da una brina, grigia.
Eppure ha un suo fascino, tutta quest’acqua, presente e invisibile, così necessaria ma fastidiosa in questa forma. É confortante sapere che non è eterno, niente lo è, domani potremmo essere scaldati da un pallido sole, rivedere i colori.
C’è una costante in tutto ciò, la nostra frenesia. L’energia cinetica che sembra l’inesauribile spinta quotidiana nella routine delle nostre giornate.
E così, c’è sempre qualcuno che si lamenta del lunedì, come c’è sempre qualcuno che inneggia al venerdì. Le giornate in mezzo perdono, sono solo il passaggio tra due sensazioni. Una vita così è triste come questa giornata.
Osservo l’impiegato che ha appena preso il caffè e, anche senza parole, manda segnali, già proiettato alla fine della giornata. Una giornata persa, tempo prezioso che verrà ignorato perché evidentemente non dedicato a ciò che vorrebbe. Certo, gli impegni quotidiani non sono sempre giri di giostra, ma rimango dell’idea che, nel fare, sia importante il come, più del cosa.
Chissà con cosa ho zuccherato il caffè oggi? Troppa filosofia nella canna da zucchero.
Comunque, ora che te ne vai, col passo stanco, svuotato, aspetta!
Davvero, vorrei poter dispensare tempo come una dea, una Kālī positiva. Ma sei già fuori, nel grigiore, molle come una medusa finita sul bagnasciuga, sbatacchiata dalle onde.
Domani, domani ci sarà un po’ di sole.
TI AUGURO TEMPO (Elli Michler)
Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Era da un po’ che girovagava tra i siti in cerca di idee. Era nato come passatempo, qualcosa per non restare fuori gioco, ormai avere un blog era come avere la patente, essere sui Social era ovvio.
Si guardò allo specchio, forse il trucco era da ritoccare, la pettinatura non le piaceva e neanche come si era vestita.
Com’era difficile creare qualcosa di diverso.
Si alzò dalla scrivania e si accese una sigaretta andando verso la finestra. Rimase un po’ a guardare le gocce di pioggia cadere sul vetro e la sua immagine che si confondeva col riflesso delle luci del ristorante cinese, dall’altra parte della strada.
Non dormiva bene da un po’ di tempo e chattare era meno costoso delle benzodiazepine di sua madre. I followers erano in aumento e se ne erano aggiunti alcuni dal nome preoccupante, giunse alla conclusione che chiamarsi AnnA in fondo risultava originale.
Ma non riusciva a emergere. Non esisteva.
Perché? Dove sbagliava? Eppure era migliorata tanto, ormai le sue foto erano davvero studiate, luce giusta, posa giusta, sguardo ammiccante, abbigliamento mai banale.
Forse dovrei iniziare a fare video.
Guardò il suo ultimo post, poi guardò il tabacco fumante della sigaretta.
Scattò una foto mentre spegneva la sigaretta sul dorso dell’altra.
L’accendino non funzionava. Continuava a fare cilecca. Poi, finalmente, la fiamma fece il suo lavoro e, dopo aver aspirato, salì una nuvola bianca. Era in cortile, l’ora d’aria.
Si avvicinò qualcuno a chiederle di accendere e non rispose. Guardava la punta delle scarpe, scarponcini blu, con i lacci, coperti da un po’ di polvere. Poi alzò lo sguardo e la persona se ne era andata.
Tutti camminavano, in due o tre, e parlavano. Quando qualcuno alzava la voce, arrivava subito un agente del penitenziario. Lei invece se ne stava seduta ad osservare, a volte guardava il cielo, poi seguiva il perimetro delle mura.
Le ricordava un muretto della sua casa, ma là c’era una rosa e dell’edera, e il colore del cielo era più bello.
Sarà per lo smog, pensò. Chissà se qualcuno ha concimato le rose, dovrò ricordarmi di chiederlo.
Aspettava l’avvocato, c’erano risvolti, così le aveva detto. Il tempo rallenta quando aspetti, la sabbia nella clessidra sembra bagnata.
Succede.
Qualcuno le si siede vicino. Le parla. Le mostra una foto con due bambine. Perché? Chi sei? Perché hai la foto delle mie figlie? Le strappa di mano la foto e comincia ad urlare.
PERCHÉ HAI LE FOTO DELLE MIE FIGLIE? CHI SEI?
Gli agenti arrivano di corsa, braccia che la bloccano mentre scalcia e si dimena, come un animale che intuisce la sua fine. Sembra di gomma e la riportano dentro in quattro, fino al reparto medico, dove una iniezione pone fine all’esagitazione.
E la mente appare più chiara, i ricordi affiorano. Tutto quel sangue, nei lettini, sui cuscini.
NO.
Il rifiuto, la corsa verso i lettini, gli abbracci e le urla chiamando le sue bambine.
Il sangue addosso e LUI, dietro di lei. LUI che non era più lui. Lui che le aveva fatto battere il cuore in gola, lui che aveva amato con ogni centimetro della sua pelle, lui che era stato suo. Le sue bambine, che erano state, LORO.
É confusa, ha paura. Cosa succede? Perché sono qui? Devo andare a casa.
E una flebo riporta la calma.
Ma vede. Chiaramente.
Ora vede e ricorda il dolore di un lama che le colpisce il braccio, l’urlo che rimane in gola, la fuga tra calci e orrore, scivolando sul pavimento, aggrappandosi ai mobili. Sente il fiato di LUI ma non si gira, sta correndo verso il balcone, esce e urla. Un’altra coltellata al fianco, la sua mano che cerca qualcosa, afferra un attrezzo, non sa cosa.
Poi un colpo, secco.
Si ricorda del suono, come quello delle noci spaccate a mano, mentre LUI crolla a terra.
E silenzio. Orribile silenzio, terrificante silenzio, assordante silenzio.
Devo dire a qualcuno di dare il concime alle rose.
Francesca ha appena finito di apparecchiare. Per tre. Lei, suo padre e sua madre.
Non ha messo il solito servizio di piatti, perché oggi è un giorno speciale. Apre la bottiglia di vino, un Cabernet che piace a suo padre e lo versa nel suo bicchiere. In cucina, sul fuoco, sta finendo di cuocere uno spezzatino e, nella padella di fianco, le patate sembrano perfette.
Non parla ad alta voce, sussurra. Sta parlando con loro, i suoi genitori.
Francesca ha 65 anni e non è sposata, è un’artista, fa teatro. Ogni tanto ripete mentalmente alcune frasi, dell’ultima parte che aveva interpretato, qualche anno prima.
Poi, con un moto di stizza, cerca di allontanare quei pensieri. Oggi l’hanno chiamata per una piccola parte in una commedia e deve concentrarsi, deve ripetere i nuovi testi.
Lo aveva fatto per tutto il pomeriggio davanti allo specchio, con lo scialle rosso, scaramantico, di sua madre, sulle spalle. Anche lei era stata attrice di teatro. Era stata famosa e, suo padre, glielo ricordava sempre.
Ora, drammatica, ora, calma, ora, arrabbiata ma non troppo. No, non andava, non andava affatto bene.
Ma stasera, cenava con i suoi, come sempre, e avrebbe parlato con loro. Aveva comprato anche un mazzo di peonie, le preferite di sua mamma, e le aveva messe al centro tavola. Era emozionata, voleva che tutto fosse perfetto, e lo sarebbe stato, certamente.
Certamente.
Guarda fuori dalla finestra, la luna sembra enorme, alone vicino bel tempo lontano, alone lontano bel tempo vicino. Alone lontano.
Porta in tavola le pietanze fumanti, poi corre in cucina perché si era dimenticata il pane. Che sciocca.
Squilla il telefono. Ma proprio adesso?
< Ciao, come stai?>
< Ciao, benissimo, grazie. Dimmi pure, ma in fretta, ho già pronto a tavola>
< Ceni ancora con i tuoi Francesca?>
<…..>
Ma che domande fai?
<Certo. Saranno affamati, come sempre, e non ho molto tempo, dimmi come posso aiutarti?>
< Domani ti aspetto a studio Francesca>
< Domani mattina? Cercherò. D’accordo. Ora però devo proprio lasciarti. A domani.>
E chiude la conversazione. Chiude.
La cena non può aspettare. Non oggi. I morti hanno sempre fame, chissà perché sono così affamati.
La pesa era là, sotto il mobiletto del bagno. Si era ripromessa di non utilizzarla ogni giorno.
Sei in sovrappeso.
Questa frase rimbalzava dalla sua mente allo specchio, agli occhi di chi incontrava. Camminava cercando il suo riflesso in ogni vetrina, sapendo già che non si sarebbe piaciuta. C’era qualcosa di sbagliato in lei, come un dente rotto, un nervo scoperto. Qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto amare.
Tutte le donne, tutte, erano più belle, perfette.
Tutte.
Camminando verso la palestra, il piumino indossato come un’armatura le conferiva un’andatura goffa, si sentiva gonfia ma protetta.
Oggi, solo un frullato di frutta.
Le barche nel porticciolo sulla destra se ne stavano placide, a mollo, qualche pescatore nel baretto del porto stava parlando ad alta voce. Risate forti, tra dialetti incomprensibili e odore di pesce. Là, dietro quelle vele chiuse, quei motori ancora caldi, c’erano storie da sentire, racconti esagerati in cui perdersi.
L’estate, sognava l’estate, quando si lasciava scivolare nell’acqua fino al collo, al sicuro. E poi, lasciava affondare la testa, rimanendo a galleggiare, con le orecchie come conchiglie in cui il mare bisbigliava. E si sentiva così piccola, tra le onde dolci e l’immensità di un cielo terso, leggera. Magra. Perfetta.
Oggi, l’aspettava la piscina.
Troppo presto per indossare tutine aderenti e affrontare lezioni tra valchirie agili e corpi tonici. E così, nel camerino, si spoglia e rimane in costume, intero, olimpionico e nero. Non ci sono specchi ma vede la sua pelle chiara, quei rotolini che deformano, gli stessi che, da neonata, sua madre le raccontava in continuazione, la facevano paragonare a una immacolata, tonda, mozzarella di bufala. E lei si immaginava mani che la tiravano, contorcevano, raccoglievano, fino a farla diventare una palla, candida, enorme.
Non vorrebbe uscire più.
Rimarrebbe dentro a quel camerino per sempre. Senza specchi, senza nessuno.
Ma fuori c’è silenzio, le lezioni sono cominciate. Indossa l’accappatoio, le ciabattine, e scivolando come un fantasma raggiunge la piscina. Appende l’accappatoio, quei due metri che la separano dall’acqua sembrano una strada in salita. Ed entra in acqua, a candela, sicura di aver prodotto un rumore frastornante, di aver dato fastidio.
Resta sul fondo, guardando le bollicine d’aria salire verso la superficie, dove stanno nuotando corpi snelli, sirene.
Resta sul fondo, a fissare quel mondo che non la vuole. Ci si innamora degli abissi, perché non sono precipizi ma luoghi in cui puoi scrutare dentro di te.
Hai aperto gli occhi, almeno uno. La guancia ti fa male e hai la bocca impastata. La tua testa, appoggiata sulla pancia della tua amica, per terra, su quello che resta di un prato ormai secco. La luce ti ferisce, l’odore che permea l’aria è un misto tra copertoni bruciati e sporco. Ti siedi a fatica e guardi intorno a te, spostando qualche bottiglia di birra vuota. Ti senti intontita, le orecchie ovattate, tiri su col naso e cerchi di respirare.
Che ore saranno?
Guardi la tua amica che intanto si è spostata su un fianco.
Acqua, vorresti dell’acqua.
C’è un po’ di gente intorno, qualcuno seduto, altri in piedi che parlano. Eppure ieri sera è stato bello. Ti sembra. Ti alzi a fatica e lentamente cammini verso il capannone, non te lo ricordavi così lontano. Dovrà pure esserci dell’acqua. Appoggiati qua e là, gruppetti di ragazzi, ancora biascicano e ridono. All’interno del capannone, solo disordine, vecchi divani ormai distrutti, ti sembra di vedere le molle che ballano, sbucando dal tessuto rosa, come se volessero andare via.
Il rave è finito, l’aria è ancora carica di odori, elettricità.
La luce filtra da qualche fessura delle lamiere e disegna coni polverosi fino a terra, illuminando tondi sul terreno, cosparso di detriti, carta, brillantini. Illuminano anche una felpa, abbandonata su una sedia, come fosse in attesa del proprietario, da un momento all’altro. Vernice mista a ruggine decora l’interno, ora la vedi bene, nella notte non era così. Nella notte, era solo un magma di energia, musica, urla, figure che saltavano, luci che rimbalzavano ovunque.
Nella notte, era, altrove.
Quando eravate nel mezzo, quando anche voi due saltavate e sentivate il cuore andare a ritmo, i bassi tuonarvi nelle vene, inutile cercare di parlare, non eravate là per quello. Le urla che uscivano e non sentivate, quella sensazione strana di non avere voce. Lasciarsi andare, diventare musica, energia.
Urti qualcosa e ti accorgi che è una persona, un ragazzo. Dorme? Lo scuoti un po’ e si lamenta, arriva una ragazza e ti spinge via.
Calma, stai calma! Voi due non state bene.
Intanto, di acqua, nemmeno l’idea. Forse là in fondo, sembra un lavandino. L’odore è davvero tremendo, vomito e feci umane un po’ ovunque, squallore vero, ma hai bisogno di bere. E ci arrivi al lavandino, che poi è più una vasca in metallo, sporca e piena di pezzi di specchio. Hanno rotto anche quello. Il tuo viso riflesso da quei frammenti si moltiplica, mentre cerchi di aprire quel maledetto rubinetto. E scende un rivolo d’acqua, denso come sangue, come una ferita aperta.
Aspetto. Aspetto la tua chiamata. Seduta al bar mentre la gente passa e io osservo.
Piccoli alberi sovrastano aiuole ormai secche, folate di vento sollevano granelli di sabbia ed io, chiudo gli occhi, un attimo.
Le tue mani, ho sempre amato le tue mani, con quelle vene scolpite come nel marmo, perfette. Mi sembra di vederle mentre dai briciole di croissant agli uccellini che venivano sempre. Ora non ci sono.
Portiere che si chiudono, macchine che partono.
Vuole un altro caffè? No, grazie. Aspetto.
Sono tutti dentro perché fa freddo, ma non lo sento. Vedo il mare in lontananza, si distingue appena dalla battigia, è plumbeo, quasi immobile.
Il tavolino di metallo riflette la mia ombra, la ingigantisce e non lascia spazio alla tua, che non c’è più.
Parliamo tanto, parliamo sempre. Abbiamo sempre la nostra opinione, su tutto, ed è normale, ma perché esternarla sempre e comunque?
La domanda del prompt, inevitabilmente, ci porta a pensare a qualcosa di utile, forse più a una ineluttabile verità filosofica. Ma, imparare a tacere e, di conseguenza, ad ascoltare, impone la consapevolezza del proprio valore, la non necessaria esibizione del nostro esistere. Anche se in questo nostro mondo sembra il contrario, non vince chi dice l’ultima parola, non ci sono premi per chi urla più forte, non sono i logorroici quelli che affascinano. Integrità, educazione, comprensione, intelligenza emotiva, saper parlare quando è utile o necessario. Il dono del silenzio!
Cara zia, ci siamo conosciute poco, o forse abbastanza. Abbastanza per riconoscere in te qualcosa di unico.
Sarà stata la tua vita, molto spesso all’estero, sarà stata la tua età, così indecifrabile, ma ascoltarti era fonte di curiosità e domande cadute nel vuoto.
Eppure, lasciavi sempre un segno, quasi una carica elettrostatica. Davvero, io l’avvertivo, quel tuo non so che, quel tuo essere con noi e altrove. E quando i nostri sguardi si incrociavano, non servivano parole, bastava il bagliore delle tue pupille che già io viaggiavo con la fantasia.
Ecco, avevi il dono che hanno alcune persone, quelle persone che si incontrano raramente, di essere immensa e strana, colta e curiosa, mezza donna e mezzo elfo. E io, ho sempre amato gli Elfi.
Ti ho visto. Sì, ti ho visto quella mattina, di spalle, la tua piccola ombra che faceva fatica a seguirti.
Eri là, sulla banchina, guardavi per terra, in mezzo a tante persone. Chi fumava, chi parlava, chi restava immobile mentre tu passavi.
Troppo lieve, troppo, per essere di questo mondo. Lo sai? Sicuramente lo sai. Ma gli altri?
Mi sembrava di sentire i battiti del tuo cuore, il tuo respiro portato da una musica antica, di cornamuse e note di pianoforte. Un’onda silenziosa si muoveva insieme a te, sfiorando corpi, facendo fremere i capelli.
E gli occhi?
Gli occhi della gente che lambivi, riflettevano una scintilla minuscola e violenta, spilli luminosi.
Li avevi accesi tu?
Esisti dunque. Esistete, perché immagino tu non sia il solo.
Mi hai sentito? Sapevi che mi ero accorta di te? Forse non eri lì per me. Forse.
Arrivavano spruzzi salmastri, il profumo del mare, delle alghe che marcivano tra gli scogli corrosi. Ti eri fermato e ti osservavo, seduta su una bitta in ghisa. Era arrivato il traghetto, riempiendo l’aria di mugolii tra lo sciabordio spumoso. La folla si stava muovendo come una nuvola di storni, spostandosi in una danza passiva e massiccia.
Ma tu non c’eri più, i miei occhi passavano impazziti su quella macchia uniforme, pensavo ti avessero inghiottito. Era rimasta solo la tua piccola ombra in una pozzanghera azzurra.
Ho pubblicato un libro, il terzo. La decisione di condividerlo in un post mi ha sollevato alcune perplessità, dopo aver letto uno studio secondo cui “I 15 secondi di celebrità che molti cercano su Internet spesso assumono un tratto patologico fino ad un pericoloso esibizionismo.”
Ma non è in fondo quello che facciamo pubblicando quello che scriviamo?
Assistiamo a gare per aggiungere amici al proprio carnet col risultato di ottenere un numero di contatti ingestibile psicologicamente. Moltiplicare all’infinito la propria rete di relazioni sociali genera la malsana idea che, ogni potenziale gratificazione originata dalle relazioni umane, quali la visibilità, l’ascolto, l’attenzione, l’affetto, la protezione, dipendano dai numeri più che dalla intimità delle relazioni vissute. Generare un aleatorio consenso sociale a dimostrazione della propria esistenza in vita. Devo aggiungere però che, da Narcisista, per quanto riguarda il marketing invece… i numeri sono importanti.
Inoltre, sempre in questo studio si affermava che, i Social Network Sites ,”sono delle piazze sociali dove i passanti non necessariamente si accorgono di quello che dici.”
E qui… il campanello d’allarme è diventato una sirena spiegata.
Quanti saranno quelli che leggono davvero quello che scrivo? Importa? A me, sicuramente sì.
Io seguo chi mi interessa, mi incuriosisce, mi può insegnare qualcosa.
Lo confesso, ho anche cercato di incoraggiare chi mostrava attimi di debolezza, come un urlo di aiuto, nascosto tra le righe di un post, ma questo è tutt’altro. Ho incontrato in questo Social, persone generose e persone egoiste, si evince, e non da quello che scrivono, ma da come interagiscono.
In fondo è solo un diario senza lucchetto, aperto, abbandonato su una panchina virtuale, chi vuole, può leggere, chi vuole.
Fiocco, non saprei, mettiamo bianco, per il mio nuovo arrivato! È il terzo romanzo, si aggiunge alla famiglia già numerosa di articoli e racconti.
Ha la sua personalità, come tutti del resto.
É un viaggio, nella mente della protagonista, con la protagonista, in un altro universo, quello degli homeless.
Crudo, triste, scomodo? No.
Lo definirei irriverente, come solo i bambini sanno essere. Un viaggio emozionale. Ma essendo di carta, come Pinocchio era di legno, aggiungerei che può spiazzare, provocare, inquietare.
....” C’é un patto tra me e la strada, fragile e intimo, che ho plasmato a modo mio. Mi ha trasmesso la sua forza e la sua violenza, quel suo proseguire anche se tu sei distrutta. Quel passo in più che faccio ogni giorno è per sfuggire al dolore, anche se mi avvicina sempre più a quella soglia che non voglio superare. Sorpassare quel limite potrebbe significare non poter più essere la stessa. Se perderò il ricordo di me stessa, il mio mondo cesserà di esistere, come il mio futuro. Non devo smettere di chiedermi chi sono. Quanto può sopportare l’anima?”…
Cos’è che ci preoccupa? Sta iniziando l’inverno e si ricomincia a parlare di Covid.
Via, tutti a comprare mascherine.
< Eh, ma io, se vogliono farci fare un’altra vaccinazione, non la faccio.>
<Tanto è solo un’influenza un po’ più forte.>
Il ricordo atroce della Pandemia del 2020 sta svanendo, quel corteo di camion militari, carichi di bare ammassate, è nel passato.
Ma la Pandemia che dura da anni, quella che sembra davvero incurabile, spesso ignorata perché lontana da noi, ora é più che mai attuale: la Pandemia di odio. Palestina, Israele, Ucraina, Yemen, Mali, Armenia… Ne avvertiamo i sintomi? Abbiamo paura delle conseguenze? Certo.
Pensiamo di essere al sicuro, che questa peste rimarrà altrove, ma già si prendono contromisure. Si cerca di difendersi. Che altro potremmo fare? Come si può fermare la Pandemia di odio? É come un virus, anzi, peggio, perché miete vittime consapevolmente, segue un disegno, una strategia. Il virus, no.
Si può cercare un antidoto? Tutti diremmo che sta al singolo testimoniare, col suo comportamento, l’unica strada percorribile, quella della pace. La maggioranza s’inalbera, dichiara a gran voce il suo No alla guerra. Ma questo gene, presente in tutti gli esseri umani, la cattiveria, è assai più subdolo e tenace, pur non essendosi evoluto in migliaia di anni. È sempre lo stesso. Siamo sempre gli stessi.
A Gerusalemme convivono tre simboli religiosi, di tre religioni monoteiste: la Moschea di Al-Aqsa, sacra per i Musulmani; il Muro del Pianto, sacro agli Ebrei; la Basilica del Santo Sepolcro, sacra per i Cristiani.
Convivono i simboli, noi non ci riusciamo.
Crediti
Articolo liberamente tratto da un monologo di Maurizio Crozza: la Guerra.
Come una bronchite, di quelle lunghe, anche fastidiosa, che non ti lascia dormire.
Così si alzò per andare al computer, per sentire quel ticchettio dei tasti che la calmava come uno sciroppo contro la tosse. Le righe che si riempivano di parole, la mente che si riempiva di pensieri, il portacenere che si riempiva di sigarette lasciate lì, a consumarsi.
Che ore saranno? Importa? No.
Ci sono momenti nella vita in cui provi qualcosa di speciale, ti è concesso, e ti senti vivo. Ed eccola, la scossa che percorre le braccia, le mani, arrivando alle dita che sembravano avere vita propria. Le osservava mentre i pensieri fluivano fino ai tasti. Non guardava lo schermo, pensava, già sapeva che avrebbe dovuto correggere chissà quanti refusi, non aveva importanza.
Come da bambina, quando sull’altalena guardava il mondo a testa in giù, sentiva il suo mondo sottosopra.
Quella sensazione di correre per arrivare sempre nello stesso posto, impegnata a combattere qualcosa che non è visibile.
< Mi sa che ho la febbre. >
Continuava a scrivere e cancellare, riscrivere.
Capitava, a volte, ed era come nelle fiabe, la magia che fa tutto, e la faceva sentire come uno strumento, una prolunga dei tasti. La magia della mente che stava facendo un defrag: le scene, le persone, i dialoghi, apparivano e sparivano, lasciando tracce di amore, odio, desiderio, vita, si sovrapponevano e svanivano. Pensieri come piume messaggere, un Allegro di Bach che sfrigolava le sinapsi, seguendo il suo ritmo incessante. Guai a fermarsi per fare pipì, il concerto doveva finire, essere compiuto.