Ora, no.

“Vuoi che venga da te? Salto in macchina e arrivo!”

Dall’altro capo del telefono, da circa venti minuti, la sua amica stava piangendo, singhiozzando, biascicando di tradimenti. Aveva scoperto dei messaggi inequivocabili, sul telefono di suo marito.

“Senti, non trarre conclusioni affrettate…” (Guardò l’ora)

Pessima risposta. Un fiume in piena di improperi e certezze, riempì l’auricolare. (Lo stomaco brontolò)

“Sono qui, ti sto ascoltando.”(Aprì il pensile: riso, no, pennette)

Così venne a conoscenza di dettagli intimi non richiesti, di debolezze e mancanze difficili da tollerare. (Prese le pentole)

“Scusami, se sei sicura, se mi stai dicendo che hai le prove, allora aspetta, calmati e, quando arriva, gli chiedi spiegazioni. Se ne ha. Ne deve avere.”

Altra valanga di insulti. A lui. ( Aggiunse al pomodoro, le olive verdi, quelle taggiasche, poco sale e pepe)

“Perché non vieni tu qui da me? Così ti sposti da quell’appartamento, ti rilassi e valuti con più freddezza come comportarti. O se preferisci, piangi finché ne hai voglia. Sono qui. Ci sei?” (I capperi, si era dimenticata i capperi)

Sente una voce, quella del marito sicuramente. Era tornato. (L’acqua bolle) I toni stanno cambiando, le voci si fanno concitate, qualche urlo. (Butta il sale nell’acqua) Rimane ferma davanti alla pentola, col sugo che borbotta, il vapore che riempie la cucina, le orecchie che stanno cercando di decifrare una conversazione lontana, confusa, interrotta. E cade la linea.

Guarda il telefono, butta la pasta e mescola. Aspetta.

(Il sugo si sta attaccando) Lo schermo del telefono diventa nero, mentre sta immaginandosi cosa sta succedendo. Non può farci niente. (Mescola il sugo) Si versa un bicchiere di vino, sa che prima o poi lei la richiamerà.

Spengo il telefono? Almeno finché ho finito di mangiare. (Versa la pasta condita nel piatto)

Maledetto senso di colpa.

Un piatto fumante, appetitoso, un film che l’aspetta. (Telefono. Spegne)


FOTO da UNSPLASH

RELAZIONI e TINDER: la tagliente analisi della dott.ssa Giuseppina Di Maio

Ecco uno scritto, ma potrei dire, l’inizio di un saggio, su un tema doloroso, a volte spaventoso e che può lasciare ferite nel profondo. La dott.ssa Di Maio, che ringrazio per aver citato il mio racconto, scandaglia. viviseziona, analizza, un fenomeno troppo spesso preso sotto gamba, con leggerezza.
La presa di coscienza di un problema e’ sempre il primo passo…

Sballo nel silenzio

Era davvero tardi. Aveva promesso di rientrare al massimo per le due e, come al solito, la mezz’ora in più era diventata un’ora, due ore, quasi tre. Guardava fuori dal finestrino della macchina, di fianco all’unico del gruppo che se l’era sentita di guidare. Il finestrino un po’ abbassato, quel tanto da permettere all’aria di sfiorarle la fronte e le sopracciglia. Aria umida, appiccicosa, ma in fondo piacevole, così le sembrava, in quell’abitacolo pieno di braccia, gambe, capelli.

Silenzio.

Solo nella testa pulsava ancora il ritmo sordo della musica, un tamburo ancestrale che non si fermava, che oscillava da tempia a tempia.

Silenzio.

Chiuse gli occhi ma le facevano male, come se le stessero premendo le orbite con i polpastrelli. Strana sensazione. Qualcuno dietro di lei stava parlando, non si mosse. Sentiva ridere ma il tamburo non si fermava.

Fermi al semaforo rosso abbassò un po’ di più il finestrino e venne sopraffatta dall’odore, nauseabondo, di pesce, dei resti che galleggiavano in pozzanghere dense, lasciate forse da un grossolano lavaggio fatto alla fine del mercato. Era talmente forte da stordire, come l’odore delle alghe putrefatte tra gli scogli, portato dalla salsedine marina. Ti entra nelle narici e lì resta.

Chissà se rivedrò quel ragazzo. Troppo alcool. Aveva un bel sorriso e delle strane orecchie.

Non era da lei. Lidia sì, la sua amica sì, era quella che sembrava facile. Non lei. Le faceva male la testa, così rimase a fissare lo specchietto e vide i suoi amici, uno sopra all’altro, addormentati. Lidia era dall’altra parte.

Dall’altra parte.

Lei che va in bagno con lui, lei che si lascia fare. Lei che, in fondo, non ricorda molto bene, a parte le maioliche rotte nell’angolo in basso del muro, il suo piede appoggiato alla tazza del water e il rumore dei colpi della sua schiena contro la sottile parete divisoria dei bagni. Tira su col naso, cerca di fare un respiro profondo. Poi guarda il vestito, macchiato, e lo abbassa un po’ sulle cosce.

Semaforo verde. A sobbalzi, si riparte.

Silenzio.


Foto da unsplash

Pupille salate

Si accese una sigaretta. Era un comportamento assolutamente riprovevole, aveva giurato a se stessa di smettere. Per la terza volta. Ma le scuse erano traboccate, anestetizzando il senso di colpa. Rimaneva insoluta la questione della forza di carattere. Ne sentiva quasi la presenza fisica, come se un’educatrice severa, di quelle dal colletto inamidato e lo sguardo cattivo, stizzoso, la stesse fissando, proprio di fianco, muta e giudicante.

Le soffiò addosso una boccata di fumo. Non era il momento, tutto qui.

Si sdraiò sul divano e rimase a fissare il soffitto, mentre fuori il cielo cristallizzava nel perfetto indaco del crepuscolo. La televisione era accesa e senza volume, pulsava luci, visi, storie. Lanciò uno sguardo al telefono. Nessun messaggio, niente. E aprì Tinder, il suo “supermercato di contatti umani”. L’ultimo incontro era stato un disastro, ma sempre meglio del penultimo, un maschilista analfabeta. Perché non inserire dati reali? Descrizioni che tratteggino in maniera accurata la personalità e gli interessi? Hanno tempo da perdere. Non era facile, certo, non era facile. Il destino, le diceva sua madre, c’è un destino per tutto. Che sia tu? Sarai tu il mio destino? Stava aspettando un messaggio di riscontro, ma non arrivava.

Decise di prepararsi qualcosa di buono, aveva bisogno di qualcosa di buono. I tagliolini freschi, con un sugo ai funghi. Lavò e mondò i funghetti, prese due belle cipolle di Tropea e cominciò ad affettarle molto fini. Le avrebbe lasciate passire dolcemente nell’olio, per poi bagnarle con un goccio di vino bianco secco. Gli occhi le pizzicavano un pò, inumidendole le pupille. Musica, ci vuole un pò di musica! Ed eccolo il messaggio.

Ciao scusami ma oggi e domani non posso. Potrei vederti il prossimo venerdì. Ah, ti prego, non venire se hai più di 35 anni. Le ultime che ho incontrato sembravano mia madre!😜

L’olio si stava scaldando troppo, abbassò la fiamma e fece scivolare le cipolle affettate dal tagliere. Poi, prese un tovagliolo di carta e si asciugò le gocce salate che le rigavano il viso.

Più tardi sceglierò un film, più tardi.


Foto da unsplash

Revival

Si era perso. Il navigatore lo stava facendo andare in circolo, ricalcolava continuamente il percorso. Succede. Ma a quell’ora, notte fonda, la cosa era davvero irritante. Un bar, quello là in fondo sembra un bar. Decide di fermarsi per chiedere informazioni e, già che c’è, andare in bagno. Il beep della chiusura porte, i fari che lampeggiano, l’elettricità statica che scivola a terra è una scarica veloce, che lo lascia come se lo avesse investito una secchiata d’acqua fredda. L’effetto corroborante di un respiro a pieni polmoni, accompagnato da una strana sensazione di spossatezza, indolenzimento. Non riesce neanche a stiracchiarsi, troppe ore al volante.

Si avvicina alla porta del locale, sotto la luce fredda e pallida di un neon, accompagnato dal rumore dei suoi passi sul selciato. L’entrata è in legno e vetro, con appiccicati vecchi e consunti stickers, e una maniglia in ottone usurato. Entra e vede il posto affollato, stranamente gremito da personaggi, come un cast di comparse in pausa, sparsi a gruppetti. Due anziani eleganti, in giacca e cravatta, assorti davanti ad una scacchiera, una coppia gay che amoreggiava nell’angolo, quattro signori ad un tavolo vicino alla parete dove le carte da gioco volavano tra insulti bonari e bicchieri di vino rosso.

Si avvicinò al bancone dove una prosperosa signora dalle labbra carminio, lo stava fissando, senza sorriso.

“Il bagno è qui a destra, questa è la chiave. Le faccio un caffè?”

Prese la chiave e si avviò. Si aspettava una turca, e infatti. Sull’anta interna della porta era appeso un poster, con una bella ragazza ammiccante, in pantaloncini di jeans e camicetta annodata. L’impresa richiese la massima concentrazione, mentre i pensieri andavano ai clienti presenti a quell’ora di notte, in quella zona sperduta, periferica, lontana, col juke box che suonava canzoni dimenticate. Si era lavato le mani ma non c’era niente per asciugarle e non aveva neanche un fazzoletto. Le sfregò violentemente nel tentativo di togliere più umidità possibile. Una risata forte, femminile, come un verso di un animale, lo accolse al suo rientro nella sala.

Lei, era seduta su uno sgabello al bancone del bar, fasciata da un vestito in jersey che le lasciava scoperta una gamba, e parlava con labbra carminio. Ad ogni scambio di battute, la risata sguaiata, forzata, esplodeva nel locale, sovrastava la musica, rimaneva quasi sospesa vicino al soffitto, per poi svanire, fino alla seguente. Il caffè era buonissimo e glielo aveva servito accompagnato da un boero.

“Guarda se hai vinto”

“Prego?”

“Nel boero, guarda se hai vinto.”

Lo scartò, il cioccolato era vecchio, striato, ma, all’interno dell’involucro, sul biglietto, lesse: Hai vinto 10 boeri!

Sorpreso, imbarazzato come un ragazzino, mostrò il biglietto alla proprietaria che cominciò a staccare i cioccolatini dal totem rosso che li raccoglieva. Pagò e rimase a fissare quel mucchietto davanti a sé, sentendosi gli occhi di tutti addosso. La risata sardonica lo scosse e, come se fosse la cosa giusta da fare, lasciò un boero ad ogni persona presente in quel bar , alla risata sardonica, alle labbra carminio, ai quattro giocatori di carte, ai due gay e ai due che stavano sfidandosi a scacchi. Nessuno ringraziò, nessuno fece un cenno.

Uscì accompagnato da un revival e, chiusa la porta, tutto tacque.

In macchina, dallo specchietto retrovisore, vide la luce dell’insegna allontanarsi fino a sparire. E non aveva chiesto informazioni.


Foto da unsplash

Mes amis…

Vi ringrazio, dei complimenti, degli auguri, di essere passati…

Chi di voi è stato al Salone Internazionale del Libro di Torino, in veste di Autore, SA! Conosce già la portata dell’emozione, lo stordimento del continuo parlare, che col tempo migliora, il piacere di veder tornare qualcuno che è passato, ha letto la sinossi e qualche pagina del vostro romanzo, ma eravate occupati con un altro possibile acquirente. Bella esperienza! Tante letture, tanta gente curiosa, tanto male ai piedi!

ps: il SalTO dietro le quinte…


amazon.it

Marcella Donagemma al Salone del libro di Torino 2024

Ed eccomi. al SalTO, il SALONE DEL LIBRO DI TORINO, col mio pass-professionisti, mentre il sole già alto, sovrasta fiumi di persone in coda. Con un certo orgoglio passo nella corsia preferenziale dedicata, grata più che altro per avermi evitato più di un’ora di attesa.

Recupero una mappa, necessaria per trovare lo stand della mia Casa Editrice e mi tuffo tra uno sciame di persone già in movimento.

Libri, libri, libri,esposti ovunque, un oceano di carta, dagli stand super cool dei top, a quelli delle numerosissime case editrici minori, ognuna orgogliosa di presentare le proprie scelte, la propria linea editoriale.

E non faccio neanche in tempo a salutare la redazione che già lo stand e’ circondato. Osservano, leggono, chiedono, si fermano a chiacchierare e, spesso, comprano.

In fondo è una vetrina, in fondo siamo lì per quello, in fondo non puoi non provare quel pizzico di gioia se la persona a cui hai raccontato il tuo libro, non solo si è fermata ma lo vuole acquistare, ti chiede la firma, e ti scopri incline a cedere alle adulazioni.

Questo significa forse pensare di esserci riusciti? Campa cavallo! Solo i più forti… soprattutto perché dopo dieci ore praticamente in piedi e a parlare, comincio ad accusare un pizzico di stanchezza e i piedi urlano pieta!

ameraviglia al Salone del libro di Torino

Interviste e chiacchierate, alla sera gli occhi sono due spilli, lo stomaco reclama cibo! Cena di mezzanotte, qualche ora di sonno e pronti per la nuova giornata di full immersion, sicuramente nel libri, ma anche nell’atmosfera elettrizzante, caotica, dove comunque non sono rimasta inchiodata al mio posto ma ho camminato, osservato, parlato, letto e comprato libri di altri autori!

Splendida occasione per incontrare persone interessanti, confrontarsi, mettersi in discussione anche, perché in tanti scrivono bene, ma pochi sono speciali.

A presto!


SalTO- SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO – Marcella Donagemma

ECCOCI! Dal 9 al 13 maggio il SalTo, Salone Internazionale del Libro di Torino, apre le porte. E quest’anno, al Padiglione 3, stand 69, ci sarò anch’io, MARCELLA DONAGEMMA, col mio ultimo romanzo < TRA LA POLVERE E LE NUVOLE> edito dalla Echos Edizioni.

Sono una dei tantissimi autori che saranno presenti, felice di esserci e immersa nel mio mondo, quello dei libri. Scrivo dagli anni ’90 e sono al mio terzo romanzo, pubblicato circa un anno fa. Il mio nome non è conosciuto, non ancora… Non ho avuto campagne di marketing aggressivo o presenze social importanti, ho scritto.

Cosa è importante per uno scrittore? Non è un hobby, non è improvvisazione o realizzazione del libro nel cassetto, mai avuto libri nel cassetto. Chi, come me, ama definirsi scrittore, lo fa non solo perché c’è chi ha creduto nell’opera, ma soprattutto perché, una volta pubblicata, ha ottenuto riscontri belli, bellissimi, da chi la ha letta. La gratificazione passa solo attraverso le recensioni, quelle oneste, quelle che ti lasciano il cuore in gola per l’emozione. Ebbene sì. Tra l’essere convinti di aver scritto qualcosa di valido e la certezza che lo sia, ci passa un mondo di lettori.

Spero che siate tra questi.

Ci vediamo al Salone del Libro! 

Marcella Donagemma


Riscrivere la realtà non è menzogna

Il rumore della porta che si chiude dietro di lei, ed è al buio, in casa, col cuore che sembra essersi fermato. Si guarda le mani che stanno tremando, la saliva sa di metallo, il respiro è corto. Accenna qualche passo ma crolla sulle ginocchia con la testa tra le mani, sta piangendo, ma si ferma, e pensa.

Cerca di rialzarsi sulle gambe tremule, si appoggia al muro con gli occhi chiusi e, quell’immagine, quel tonfo, lo sbandamento dell’auto, tutto continua a venirle in mente.

Non riesce a pensare ad altro. Non si era fermata. Corre ad aprire la finestra, ha caldo, fa troppo caldo, non respira. Fuori è silenzio, persiane chiuse, asfalto illuminato a chiazze dai lampioni, zone buie, zone di pericolo.

Perché? Perché a lei? Forse non era successo niente, forse lo aveva solo ferito. Non aveva visto nessuno, era buio, non c’era nessuno.

Che fare? E se è morto? E se ha visto la mia targa? Che fare? Chi chiamare a quest’ora ? Se mi fanno l’alcool test mi tolgono la patente, non posso rimanere senza macchina. E se è morto? Mi arresteranno, perderò il lavoro, sarò sula bocca di tutti. Chi chiamo?

La curva, la musica alta, la sigaretta e, nel buio, un’ombra.

Era un’ombra, non si vedeva niente, sembrava un cespuglio, un piccolo albero. Non l’ho fatto apposta, quella curva è pericolosa, ho dovuto stringere, è stato impossibile evitarlo.

C’è solo una piccola rientranza sul paraurti davanti a destra, come se avesse preso un palo durante un parcheggio.

Chi chiamo?

L’immagine nel retrovisore di una sagoma che rotolava dietro di lei sull’asfalto, fino a rimanere a faccia in su, immobile.

Qualcuno si sarà fermato, sarà già in ospedale. Tra poco sarà chiaro, chiamerò un avvocato, mi farò consigliare. L’ho solo urtato, l’ho solo urtato. Dirò la mia verità, non è menzogna, è il mio ricordo.

Non ricordo.


Foto da unsplash

L’importanza dei dettagli

La fila alla cassa era immobile da un po’ e la gente cominciava a spazientirsi. La percezione del tempo, in certi momenti della vita, sembra alterata al punto di essere convinti di sprecare minuti preziosissimi. E così, gli animi cominciarono ad inquietarsi per l’attesa, mentre gli sguardi analizzavano, con precisione certosina, nei carrelli davanti al loro, la quantità di roba e il tempo che ci sarebbe voluto per scaricarla, registrarla, impacchettarla.

Le persone in fila stavano per arrivare al limite della sopportazione. Era evidente. Ma la cassiera, tra l’annoiato e lo stizzito, stava aspettando che il vecchio signore davanti a lei, finisse di pagare. Mancavano ancora circa due euro e, frugando, nelle tasche, dappertutto, l’anziano stava raccogliendo monete e monetine, poggiandole sull’acciaio dello scivolo della cassa. Niente da fare.

“Mancano ancora sessanta centesimi, che facciamo?”

Gli occhi di lui, velati dalla cataratta, il corpo perso in un completo diventato troppo largo, quelle mani un po’ tremanti e l’imbarazzo per gli sguardi addosso. La signora che era proprio dietro, col suo carrello pieno e il tempo contato, si avvicinò e mise, violentemente, sessanta centesimi sul mucchietto di monete.

“Ecco qua. Così ci muoviamo.”

E come se si fosse aperta una diga, lasciando scorrere l’acqua sui campi assetati, la cassa suonò emettendo lo scontrino, la cassiera tirò un sospiro e tutti nella fila mugugnarono contenti. L’anziano prese il suo pacchetto, si voltò per ringraziare la signora, scusandosi, ma lei era già indaffarata a sistemare la sua spesa, ingombrando, riempiendo sacchetti.

Quando il vecchio sparì oltre l’uscita, iniziarono i commenti, prima sommessi, poi ad alta voce, un serpente di malignità che si muoveva lento, tra sguardi eloquenti e certezze granitiche. Dal “Le pensioni che danno sono ridicole” al “A quell’età dovrebbe stare in un ricovero”, fino al commento più atteso, quello della signora, “Piuttosto che ridursi così, meglio morire.” Meravigliosamente malvagia, il diavolo è nei dettagli.

Tra le luci e la confusione sommessa del supermercato, in quel micro-mondo dai tempi accelerati, non sono permesse esitazioni né parole di troppo. Una volta usciti dal serpente, si riprende la propria vita, il proprio ritmo, e ci si avvia veloci, quasi si stesse per uscire di prigione.

E lei, s’incamminò. Appena fuori, proprio davanti alle porte che si aprivano e si chiudevano senza sosta, l’anziano signore, con sessanta centesimi in mano e una rosa, la stava aspettando, per ringraziarla. Nell’altra parte del mondo.


Foto da unsplash

Voglia di vedersi

Il vecchio orologio a pendolo stava battendo gli ultimi rintocchi. Era nell’angolo a sinistra dell’entrata di casa, da sempre, e da sempre, aveva dato il ritmo alle sue giornate. Era appena rientrata dalla passeggiata come ogni giorno, si era tolta la giacca e l’aveva sistemata sull’appendiabiti in legno, ormai vecchiotto, ma che un tempo era stato sempre carico di cappotti, giacconi, borse. Le giornate passavano e il tempo era sempre troppo.

Per lei era troppo, così andava a dormire presto per poi alzarsi tardi, al mattino. Aveva trovato questa scappatoia, in questo modo le ore di vita, di presenza nel mondo, erano diventate accettabili.

Fuori era esplosa la primavera, solo fuori, dentro di lei invece, permaneva una sorta di cupo autunno immobile. I gesti, sempre gli stessi, erano al contempo rassicuranti e terribilmente noiosi, un ripetersi di movimenti, dallo spegnere la sveglia al mattino, all’allungare le gambe sulla sedia alla sera. In mezzo, c’erano solo ore da far passare.

Quando usciva, ogni tanto incontrava qualcuno, qualche amica, anziana anche lei, ma non vecchia, e le pareva che, al confronto, la sua vita fosse come un ortaggio dimenticato nel frigorifero, un pomodoro senza sapore, un cespo di lattuga da buttare. La vita ha bisogno di bellezza, anche nel dolore.

Eppure, anche le altre storie di vita avevano attraversato avversità, lutti, delusioni. Tutte, parlavano di figli e nipoti.

Proverò a chiamarlo ancora mio figlio, lo inviterò ancora e forse troverà il tempo di venire un attimo, con la famiglia.

Quel giorno che, alla finestra, li aveva visti camminare verso la gelateria, aveva sperato che poi passassero da lei, per farle una sorpresa, una visita non programmata, fatta solo di voglia di vedersi.

Il vecchio orologio suonò l’ora. Ora di andare a dormire.


Foto unsplah

OLODUMARE

Lei sembrava lontana, era solo andata sul balcone ma era altrove. La sottoveste sul corpo esile, il vento leggero che la muoveva appena, come poggiata su una scultura in radica, la spallina un pò scesa sulla spalla tornita, la luce dell’alba. Era giovane, quanto era giovane.

Lui, guardandosi allo specchio, si vide vecchio, per la prima volta.

Chiuse gli occhi cercando di ricordare i colori, gli odori, i suoni, tutte le sensazioni lasciate là, lontano, non appena l’isola era scomparsa dalla vista dell’oblò dell’aereo. Ed era con lei, seduta vicino, col suo vestitino leggero, un sorriso immenso e le lunghe dita della mano che si attorcigliavano alle sue.

Continuò ad osservare l’immagine del profilo di lei, così perfetto, quelle labbra dolci e quegli occhi che avevano perso la profondità. Illusione. Un malessere si stava insinuando come una mala erba, che cresce giorno dopo giorno, infesta e soffoca. Aveva cercato nel nero dei suoi occhi, ora vischioso e impenetrabile, lo scintillio in cui si era riflesso quando si erano incontrati, in quel locale che mai avrebbe trovato da solo.

I suoi due amici lo avevano condotto in un luogo che forse non esisteva, un salto nel passato, come se fosse entrato nel set di un film anni ’50. Pareti rosa antico scolorate e un pò scrostate, fili di luci appese qua e là, tavolini tondi, sovrastati dal fumo di sigari e sigarette forti che lasciavano intravedere le camicie a righe, con le maniche arrotolate, scarpe eleganti consunte, gambe affusolate e lucenti che si muovevano piano, dondolando al ritmo della musica. Due figure erano appoggiate al davanzale di una finestra, tra tende leggere e troppo lunghe, altri, erano seduti sugli scalini antichi di quella che doveva essere l’entrata di un salone, diventato ora palcoscenico. E la musica, un pianoforte sotto le dita impazzite di un musicista sudato e assorto, dai denti bianchi come i tasti, la voce di lei che era ovunque, catturava, stregava.

Il suo cuore aveva cominciato a battere come i tamburi dei santeros, il sangue palpitava fino alle tempie, arrivò a pensare che gli avessero messo un pò di peiote nel drink. Perché non era da lui perdere così il controllo, rimanere folgorato alla vista di una ragazza, balbettare ed essere imbarazzato. Eppure era successo, nessun appiglio alla ragione, nessun consiglio o avvertimento lo avevano distolto da quel periodo vissuto con lei, fatto di momenti, visceralmente desiderato, carnalmente avido eppure limpido. Le stesse mani che strappavano chele di aragosta sulla spiaggia, ancora bollenti, lasciando colare umori, e che bagnate dall’acqua di mare, scivolavano come meduse cercando di accarezzarla tutta, di afferrarla senza poterlo fare. Una magia, un sortilegio, Olodumare lo aveva imprigionato, incatenato, lui, schiavo senza colpa.

Lei si girò, il sole stava sorgendo proprio dietro e, camminando piano, cominciò a cantare, lieve come un fantasma, poggiando i piedi scalzi sulle maioliche.

Non essendoci più

Tratto da “La memoria dell’acqua”.

<Un’onda, invisibile, sinusoidale. Non accumulo, mi allontano con un ritmo costante, perfetto. Mi dilato nella solitudine pur seguendo qualcosa di simile ad una frequenza, pulsante.

Sono musica.

Sì, sono un collettore di note che ad ogni pulsazione produce suoni. La Turandot si stempera abbandonandosi ad un Notturno di Chopin, affonda una lama di dolore che arriva lucente, tonda come la luna piena, come la Sonata al chiaro di Luna di Beethoven.

Ed ora?

Un’altra onda mi sommerge, dolce come un Assolo di Bach. Sono nei tasti, sono bianca e nera, sono nelle corde, tese e vibranti, nel nulla. Sono nulla.

Cosa resta dunque? Sensazioni? Ricordi?

Meraviglia.

Lo stupore innocente, senza filtri, il vibrare per l’emozione, per il dolore o la paura, per l’amore.

Sto provando qualcosa, sto reagendo a tutto questo, pur non essendoci più, pur non esistendo più. Forse ora avverto il suono cristallino, penetrante, della vita.

Folle. I’m In Here.

Sta piovendo. Sto piovendo, sono gocce in caduta dall’alto, pioggia.

Ogni volta che tocco qualcosa divento una nota, sono miliardi di note. Melodia e caos, fragore e armonia. Scivolo dalle grondaie piene di guano, dai muri delle case, fino al selciato, tra i ciottoli, nei buchi dell’asfalto, sui marciapiedi lucidi. Scivolo dalla schiena del mio amore, fino all’orlo del giaccone per poi cadere. No! Aspetta! Ma il tempo non aspetta. Sono io che aspetto, io che non ho tempo, né spazio.

Un nuovo palcoscenico in cui sono protagonista. Sono protagonista? Ho avuto un passato, sto percependo un presente? Avrò un futuro?

Fai tacere questa mente.

Sono musica, voglio essere musica.>

Essere, qualcuno.

“Sei sicura di voler ballare con lui?” E lei, alza gli occhioni da terra, fissa la telecamera e annuisce. Parte la musica. Deve essere davvero alta, non si sente niente, ma è un momento dedicato proprio a quella coppia, devono dirsi tante cose, più cose possibili, con la bocca attaccata alle orecchie dell’altro, i nasi che si scontrano perché non hanno finito la frase. Ma la musica svanisce, e tutti, tornano al proprio posto.

Si agitano le labbra ingombranti di una dei conduttori della trasmissione, non c’è tempo da perdere, deve dire la sua. Ed è davvero complicato cercare di interpretare la sequela di frasi, interrotte da sguardi eloquenti, risate sardoniche, minacce di abbandonare lo studio. La regia sta facendo un lavoro sull’orlo di una crisi di nervi, passa da una inquadratura ad un altra. Un uomo di mezza età si sta osservando le scarpe, massaggiandosi una caviglia e l’immagine successiva è già litigio.

Due ragazze non troppo giovani o donne non troppo anziane, che stanno ad un pelo dal prendersi letteralmente per i capelli ma, il pensiero del lavoro certosino di trucco e parrucco, sicuramente le blocca. Ma non blocca le voci, come aquile inferocite che stanno difendendo il nido, anche se qui, di così prezioso, non si vede nulla, non si percepisce nulla.

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Giusto il tempo di ritoccare il trucco, immagino, o dare uno sguardo alla scaletta, e si è di nuovo online. Scende dalle scale una ragazza mora, dai capelli lucidi e una minigonna che sembra più una cintura, portata molto bassa. Cammina con finta sicurezza, sa di essere considerata un’altra minaccia. Le occhiate al vetriolo si sprecano. Baci di benvenuto e si accomoda. La gente del pubblico applaude. Ma chi è? Ma chi sono?

Riparte la diatriba sul perché non vuoi uscire con me.

Abbiamo appena ballato insieme.

Mi hai detto che ti piaccio molto.

Non sei vero.

Non sei mai stato vero.

Io sono vera.

Io sono sempre stata me stessa.

La Fiera delle Vanità, verrebbe da dire, se non sentissi che stona il paragone. Eppure pare funzionare, se non ci si sofferma ad osservare gli sguardi vuoti o impauriti o desiderosi di essere inquadrati, dei tanti partecipanti. Fanno quasi tenerezza. E inquadratela un attimo! In fondo si è messa alla gogna, è lì, inguainata in un vestito di due taglie più piccolo, con dei tacchi che hanno sicuramente necessitato ore di prove. In fondo, cosa vi costa? Perché lei no?

Perché sono lì? Il loro cuore è davvero sobbalzato vedendo quella persona inquadrata, mentre parlava del nulla, al punto di voler partecipare a casting estenuanti ed esporsi alla berlina mediatica?

La fama. Essere qualcuno, esistere e, soprattutto, resistere.

Ma il talento? Il valore che, probabilmente c’è, se non in tutti, almeno in alcuni? Come falene, attratte dalle luci dello studio, svolazzano, urtandosi, offendendosi, odiandosi, vaneggiando.

É un reality, cito: “spettacolo che mira a trasformare la realtà, o presunta tale, in una forma di intrattenimento leggero, senza uno scopo prettamente educativo”.

Intrattenimento leggero. Non per loro.


Foto da unsplash

Sai volare?

Bisogna ridere per volare!” Aveva portato un paio di scarpine verdi, in pannolenci, uguali a quelle di Peter Pan. Avevano visto insieme il film e ad Andrea, era piaciuto tantissimo. In verità, era piaciuto a tutti i bambini. Ora che Andrea aveva ai piedi quelle scarpette e rideva, la stanza era più luminosa, i disegni alle pareti sembravano cartoni animati, le ombre sulla parete diventarono vive.

Da poco erano passati i Patch Adams nel reparto oncologico per bambini. Li aspettavano ogni giorno, aspettavano che i loro nasi rossi sbucassero dalla porta, perché sapevano che avrebbero portato anche dei giocattoli e sarebbe stato un momento normale. Tutti quei tubicini e quei rumori sinistri, i macchinari freddi e le nausee, quella stanza tanto diversa dalla loro cameretta, tutto veniva inghiottito dal gioco. Quando c’erano i medici, lei si metteva in disparte, lasciava che i bambini venissero inondati da scherzi e storielle, rimaneva a guardare quelle piccole teste glabre, dagli occhi enormi, muoversi prima con timidezza, poi saltellare sui letti, non tutti.

Andrea non poteva saltellare, non più, era allo stadio terminale. Ma rideva, forte, anche se gli faceva male la testa, e guardava la sua mamma e il suo papà, quasi volesse possederli. Ora aveva un super-potere! Delle magiche scarpette verdi, e con le manine sui fianchi, tentava di mettersi a sedere. I suoi correvano ad aiutarlo, ma lui, li fermava, dicendo che ci riusciva da solo, e sorrideva, sorrideva, sorrideva.

“Quando sarò andato nell’isola che non c’è, puoi dare le mie scarpette a Eleonora? Vuole venirci anche lei. E tu? Ci sei mai stata?”

“Certo! É talmente bello che non smetterai di ridere un secondo!”

“Ma tu non sai volare! Se vuoi, te le presto…”

Rimase un momento senza fiato, ma Andrea stava sorridendo, e sorrise anche lei.


Dedicato ai Patch Adams…

Un quarto d’ora

Seduta su un muretto scomodo, sul lungomare, si era fermata dopo aver fatto una camminata. Ogni giorno la stessa, lo stesso percorso, col passo veloce e la testa piena di riflessioni. Il vento era ancora gelido, e portava con sé l’aspro odore della salsedine.

Grigio il marciapiede, grigia la spiaggia e il mare, grigio il cielo. Spiccavano solo le sue scarpe da ginnastica, verde acido, come due manghi ancora acerbi. Si era seduta non perché fosse stanca, si era voluta fermare, per fermare la mente. Quanto era difficile la relazione tra le persone e il suo modo di pensarle. Ne aveva incontrate tante, come sempre, e le salutava tutte, come sempre, ma alcune non rispondevano, mai.

Chiuse gli occhi, lentamente, cercando un quarto d’ora di niente.

I mattoni erano freddi, umidi, e in lontananza, si sentiva il gorgogliare e deglutire del mare. Tirò su la leggera sciarpa fino a coprire le orecchie e infilò le mani nelle tasche della giacca. Respirava, immaginandosi le onde che s’infrangevano lontano, il sole che bucava le nuvole e i suoi piedi nella sabbia del bagnasciuga, con le dita che afferravano le telline che emergevano e si posavano sulla pelle come un prezioso decoro. La dolcezza dei granelli di sabbia che scivolavano tra le dita per non tornare più, lasciando spazio ad un ‘altra dolce onda. Riaprì gli occhi sul grigio della sabbia, interrotto solo dalle orme di qualche uccello che aveva zampettato quasi in cerchio.

Ora la risacca era lunga, potente, abbandonava sulla riva i detriti, le alghe, pezzi di conchiglie e di legno.

Neanche il mare si ferma mai, con il suo linguaggio di frasi interrotte, mai completate.

Poi, vide passare un punto rosso lontano, la giacca di un bagnino che stava raccogliendo i rifiuti del mare, con un attrezzo simile ad un rastrello. Sembrava un palloncino che si gonfiava e si sgonfiava, spostandosi lentamente in quel grigio. Il palloncino si fermò e si voltò verso di lei, sollevò un braccio per salutare.

E lei rispose. Peccato non essersi guardati negli occhi, gli sguardi sono”frasi perfette”.

Il vento alzò un pò di sabbia.


Un racconto breve, sulla mindfulness, dal termine antico in lingua pali “sati”, che significa consapevolezza, intesa come attenzione. Quanti riescono a prestare attenzione momento dopo momento, a ciò che fanno?

ADESSO

E così, non c’era più. Mentre scendeva in ascensore, passando dal secondo piano, lanciò uno sguardo al portone dell’appartamento di Erika. Nulla di diverso rispetto al giorno prima, a parte il fatto che lei non sarebbe più tornata. Al piano terra, la portinaia stava parlando con due comari del palazzo di fianco. Si voltarono, smettendo di parlare, mentre stava chiudendo le porte dell’ascensore. Come ogni giorno, si fermò a controllare la cassetta della posta e sentì i loro sguardi addosso, malevoli, torbidi.

La portinaia, Cetta, dalla testa piccola, coperta da un elmetto di capelli neri, un mazzo enorme di chiavi sempre appeso alla cintura, sembrava una kapò dall’italiano stentato. Le altre due signore che invece comparivano sempre quando accadeva qualcosa, avevano la stessa pettinatura, capelli radi, cotonati, quasi due maschere del teatro popolare romano: Ada, dal seno enorme e la voce mielosa, Rina, magrissima e con gli occhi piccoli e pungenti.

S’incamminò per uscire ma venne bloccata da saluti che implicavano la condivisione di informazioni. Venne sommersa dalle loro versioni della storia su Erika, da occhiate eloquenti, mentre divagavano sulla leggerezza, gli incontri promiscui, un destino che, per loro, era quasi la conferma di un presagio.

Ma Erika aveva avuto un incidente in macchina, nulla di più, e lei non voleva parlarne, non voleva sentire sordidi racconti, pettegolezzi amari, curiosità morbose. Era catalizzata dall’enorme petto di Ada, la cui scollatura metteva in risalto la pelle stanca, bianca, come una burrata tagliata a metà da una lunga fessura.

Le parole rimbalzavano tra il tintinnio delle chiavi della portinaia. Chissà perché aveva tutte quelle chiavi? La Rina, con fare stizzito, fece per andarsene e lei ne approfittò per seguirla.

Camminando sul marciapiedi, il pensiero andò a tutte le volte in cui aveva incrociato Erika che stava rientrando a casa. Lei viveva nel suo universo, fatto di musica, artisti, nottate e albe. E sorrisi. Si ricordava quei sorrisi esplosivi, sotto il piercing, tra i tatuaggi e i lunghi capelli. Le era sempre piaciuta Erika, molto, ma le loro esistenze non erano mai state sincronizzate, s’inseguivano, come il giorno e la notte, s’incontravano per un attimo, per poi proseguire la loro storia. Così, quando in ascensore era scattato un bacio, dolce e improvviso, era stato come dare un’occhiatina al baratro, alla cascata impetuosa. Mi butto o no?

Il tempo che scorre, mentre ti fai mille domande e intanto, la notte era diventata giorno.

Il rimpianto aveva un sapore aspro e il potere di cancellare tutto, anche il sapore di quel bacio.

Erika non c’era più.

OTOHIME

Uno scroscio d’acqua, finto e continuo. Sono la Principessa del suono ,*OTOHIME. Sono una Otohime rosa, alla parete di un minuscolo bagno a Beppu, in Giappone.

Bella la storia della Principessa del suono: “Un pescatore salva una tartaruga e, come ricompensa, viene ospitato nel Palazzo del drago, tre giorni meravigliosi, tra divertimento e leggerezza, in un regno subacqueo, amato dalla Principessa Otohime. Ma, la nostalgia per la sua famiglia, lo porterà a chiedere alla Principessa di tornare nel suo mondo. Torna dunque nel mondo reale, che troverà nel frattempo invecchiato, e nessuno sa più chi sia. La Principessa gli aveva donato una scatola preziosa dicendogli di non aprirla mai. Il pescatore, solo e deluso, tornando sulla riva del fiume dove aveva salvato la tartaruga, aprirà alla fine la scatola e verrà avvolto da una nuvola bianca che lo farà improvvisamente invecchiare. La scatola custodiva la sua età reale.

I pochi giorni passati nel palazzo erano stati centinaia di anni nel mondo reale.

Il tempo, sempre il tempo, non è eternità, è prezioso e non va sprecato. Ma io non l’ho sprecato. Giuro. Forse qualche volta.

Il rumore dell’acqua che scroscia continua. La signora che sta in bagno non ha finito.

Del Giappone ho ricordi più belli, comunque.

Ma sì, il rosa del Otohime sta cambiando, sfuma e fiorisce, io fiorisco, petalo rosa, miliardi di petali rosa che, immobili, pendono dal glicine nel Ashikaga Flower Park, come l’Albero delle anime, l’essere vivente più sacro in assoluto nel Regno di Pandora.

Sto fluttuando come una scarica elettrica da braccio a braccio, in cerchio come se fossi nel film. Un’ellisse di luce che fluisce da vita a vita, che entra nelle radici, sale dalla corteccia ed esplode nei petali, fluorescenti. Sono luce e sono un piccolo fiore su un vassoio con tre *tamago sando e due *sakazuki.

Sei con me, nella vasca di acqua termale del piccolo Onsen. Preferivi gli alberghi più confortevoli, ma non importava, eravamo insieme. L’acqua è calda. Il mio cuore è caldo. Acqua che ti accarezza, acqua che ti abbraccia, acqua che evapora.

Il vento, il vento mi sta portando lontano da te. La musica, perché non sento più la musica? Perché non sento, non sento più niente?

Scroscia l’acqua. Io Principessa del suono, tu, pescatore che te ne sei andato.

Il tempo. Il tempo, non esiste. Io, non esisto.


* Otohime : dispositivo che riproduce il rumore dell’acqua

* tamago sando: sandwich

* sakazuki: coppette sake

Foto da Unsplash

Lo strano odore della notte

Le luci dei lampioni colpivano il cofano della macchina prima di ferire i suoi occhi. Aveva lasciato il finestrino un po’ abbassato, solo quel tanto che bastava a far entrare un soffio costante di aria fredda, che sfiorava la sua guancia e la sua spalla sinistra.

A quell’ora, non c’era molto traffico in autostrada, solo alcuni grossi camion che lo sorpassavano rumorosi, veloci, illuminando l’asfalto a giorno. L’ultimo che aveva visto, mostrava sul fianco un’immagine di un lupo dalle fauci aperte, e una serie di luci che trionfavano sul parabrezza.

Pensate che io non valga, mi rifiuto di essere piccolo perché voi pensate in piccolo.

Aveva acceso la radio e stava fumando. Le colline, massicce e scure, sembravano disegnate con la china, la luna era proprio dietro quei confini, nascosta. Vide una stazione di servizio.

La prossima, mi fermerò alla prossima.

Invece, di colpo, sterzò il volante ed entrò nel parcheggio immenso, desolato e deserto. Rimase seduto, col motore spento, in silenzio, poi, scese dalla macchina.

Non ridurrò la mia visone perché non riuscite a raggiungermi.

Camminò lentamente, respirando profondamente, ed entrò nel piccolo bar, dove un ragazzo stava lavando il pavimento.

Che strano odore ha la notte in questi posti, sa di metallo e sporco, pizzica il naso.

Prese un caffè, col sottofondo rumoroso del frigorifero, e vide il suo viso riflesso nello specchio dietro al bancone. Sembrava finto, grigio, una foto. Si girò verso il ragazzo che stava sistemando i pacchi di biscotti e gli sparò alla testa, appena sopra la nuca.

Un suono secco, come quello di un petardo, un tonfo, poi, più niente. Solo il rumore del frigorifero.


Foto di khamkeo-vilaysing da Unspalsh

Il cuscino a righe

Certe notti, quando apriva gli occhi di colpo, come se l’avessero svegliata, in quelle notti, sentiva il male di vivere. Le lacrime uscivano, i singhiozzi le toglievano il fiato, le veniva da urlare. Si può dare un nome a tutto questo? Uno solo? Avevano redatto un lungo elenco, in verità, per descrivere a fondo quella sensazione opprimente, quel senso di solitudine viscerale accompagnato da un dolore costante, profondo. La cosa grave era che se ne rendeva conto, sapeva di poter trovare la forza, continuando a sondare a fondo la sua vita. Una tortura, lenta e crudele, per ottenere la risposta, solo quella, quella che tutti si aspettavano.

Come inquisitori, con quello sguardo vuoto, assente, seduti mollemente ad osservare, scegliendo con cura lo strumento di supplizio più atroce: quello che ti lascia in vita, togliendotene la voglia.

Nei corridoi, si sentivano passi veloci, porte che si aprivano e si chiudevano, poi, silenzio. Gocce di sangue, gocce di sale, lamenti e urla.

Chiudi gli occhi, presto!

Fingeva di dormire, quando sentiva aprirsi la sua porta, e rimaneva immobile come una statua di cera.

No, ancora una pillola no! Ma l’acqua già scivolava nella gola, fredda, arrivava nello stomaco, pungente. E un buio pesante calava sui suoi occhi, obbligandola a chiuderli, la mente ancora attiva che s’infuriava, pensava di muoversi, lo pensava soltanto.

La luce filtrava dalle sbarre della finestra sul cuscino del letto di fianco, un cuscino a righe.


Foto da unsplash