PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI – LA NUVOLA a ROMA

SCRIVERE! Siamo tutti(quasi)scrittori… a qualcuno riesce meglio.

E così, quando vedi i tuoi libri pubblicati ed esposti nello stand della tua Casa Editrice, quasi, quasi, ci credi!

Due o tre cose che so di sicuro (omaggio a Dorothy Allison): scrivere mi viene naturale, mi piace scrivere, non a tutti piace come scrivo.

Per chiunque fosse nei paraggi della NUVOLA, Roma EUR, 4/8 dicembre… vi aspetto, da venerdì pomeriggio!

Sarò quella che sorride… 😊

Marcella

Centro Congressi “La Nuvola”, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi”.

Bilico

Io non mi conosco. Non vedo perché dovrei per forza ascoltare.

Uscendo di casa, con la testa che continuava a raccontare la solita storia, aveva preso la direzione verso il centro. Una folla che camminava, in disordine, osservando le vetrine già addobbate per il Natale. Tante luci dai fari delle macchine, riflessi che le ferivano gli occhi e quel sottofondo rumoroso, quel chiacchiericcio molesto che la infastidiva. Avrebbe dovuto già pensare agli acquisti, ai regali, ma proprio non ce la faceva. Avrebbe dovuto essere, se non allegra, almeno consapevole della fortuna che aveva. C’erano problemi? No.

Alla fine, tutti hanno problemi, anzi, preoccupazioni. I problemi sono altri.

Niente da fare. Il cervello ruminava, inquietava, chiedeva la pace. Poi, di colpo, un tonfo sordo e violento. Una frenata che sembra non finire mai.

Gente che urla e corre.

Qualcuno è stato investito?

Giaceva a terra, sull’asfalto, ferma e sanguinante. Era buio e le voci non le sentiva più. Ascoltava quel silenzio, quel vuoto. Ma non era pace, era terrore. Le sembrava di vedere piedi, tante scarpe. Rimase a fissare degli stivaletti bicolore, nero e marrone e pensò a quanto erano brutti. Poi, si sentì sollevare, mani che la posizionavano su qualcosa di rigido, piccolo, perché le braccia le cadevano penzoloni.

Sirene e sballottamenti. Voci. Poi, più nulla.

Ascoltava quel buio silenzioso. Era diventata quel silenzio, quel vuoto, senza intervenire.

Non intervengo. Non interviene il mio io. É questa la pace? Sono sconosciuta a me stessa, ho smesso di raccontarmi.

Codice rosso.

Non è un film

Guerra. Siamo circondati. Siamo, circondati?

É così vicina, e così lontana. Tra noi e l’orrore, ci sono schermi e monitor.

Non ci è dato avere sensazioni di pelle, provare la paura che ti trascina su e giù per colline e monti, nella pioggia e nella polvere. Non sentiamo neanche gli umori pesanti, il sudore, il lerciume dei vestiti appiccicati alla pelle, di chi sta combattendo o scappando, e la puzza di vomito ed escrementi. Neppure la fame che attanaglia le viscere, i colpi di mitragliatrice sparati, il fragore delle esplosioni, la fuga continua, nascondendosi, tremando, lottando nella solitudine.

E la paura. Paura di morire. E si muore, con la guerra si muore sempre. Non importa chi muore, non importa neanche chi vince. Si muore e basta.

Il nemico è sempre l’altro.

Non importa da che parte stai. In guerra, sei il nemico.

Scrolliamo i post, guardiamo avidamente distruzione e dolore ma ci inalberiamo di fronte alla follia di politiche economico-religiose già decise, premeditate. Non è una serie, non è un film. Sta accadendo. Il sangue, quando sgorga, è denso, appiccicoso. Ha un odore forte il sangue. Ma, qui, dagli schermi, non lo sentiamo.

Il mio, gela tutte le volte che penso a quanto siamo stupidi. L’essere umano è davvero l’animale più pericoloso al mondo.

Foto da unsplash

Anno 2038

Il futuro. Il futuro lo stiamo già creando, è ora.

A fronte dei conflitti bellici cui stiamo assistendo e di un aumento esponenziale della violenza, della rabbia, testimoniata da quotidiani fatti di cronaca che ci vengono raccontati, vi propongo un estratto:

……………….

Pag: 175 – Venerdì, ore05,15 – System Errors

Mi ero svegliata prestissimo, avevo passato la serata a leggere i file sui System Errors…

Il Progetto, altro non era che un programma delirante di eliminazione di ogni anomalia, devianza o irregolarità umana. Un secondo, drammatico e aberrante Olocausto mondiale. Il tutto mascherato da un piano ambizioso di “ricollocamento” dei soggetti selezionati, legittimato poi aridamente con schede tecniche sugli immensi risparmi economici a fronte di possibili nuovi investimenti per il Bene Comune. 

Dopo aver terminato la lettura dei files, ero andata in bagno e avevo pianto a lungo, permettendo alle mie emozioni di tracimare tra lo scroscio continuo dell’acqua. Furono minuti lunghissimi in cui mi ritrovai a terra, aggrovigliata e rabbiosa, trattenendo a fatica la voglia di urlare. Appena uscita, cercando di ignorare la fastidiosa intrusione di Kara (il sistema di tracciamento, personale e sempre attivo), mi sedetti, presi il tablet e cominciai a scrivere la relazione.

Relazione sul Progetto SYSTEM ERRORS

(dott.ssa Donna Dini)

 “A fronte dell’analisi del Progetto S.E, che si propone un’articolata e capillare modifica artificiale dell’attuale condizione del genere umano, vorrei sottolineare i punti di debolezza emersi:

  1. La Diversità non è un valore, ma la mancanza di diversità rende deboli e omologhi. L’Omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica.
  2. Siamo uguali perché siamo diversi. Abbiamo Diversità e non Differenze, le Differenze dividono e creano disuguaglianze, la Diversità unisce ed arricchisce la collettività.
  3. Dal Progetto si evince che le disuguaglianze sono escludenti e, infatti, escludono i diversi, in nome di un principio di Uguaglianza, inteso però come Omologazione.
  4. L’Uguaglianza però non permette esclusioni arbitrarie ed è incompatibile con qualsivoglia oscurantismo o proibizionismo.
  5. Ne consegue la necessità di non sottovalutare la pericolosità della mancata comprensione del concetto di Uguaglianza che, come diritto dell’intero scibile umano, stabilisce la perdita automatica dei propri diritti se non si rispettano quelli degli altri.
  6. Come reagirà l’Umanità a un’azione di forza di tali dimensioni? Qualunque cambiamento necessita di tempo per essere metabolizzato e non ho letto nulla in merito a “Campagne di informazione a supporto del Programma”. Per come è articolato il Programma, occorre prevedere un considerevole investimento economico, per far fronte alle inevitabili reazioni emotive incontrollate, e a possibili nuovi e più frequenti attentati.”

… Volevo che l’attenzione si spostasse sulle perdite in termini economici, sulle risposte emozionali e, speravo, le possibili ribellioni in massa. ….

……………………

I.O I Observe You

Il libro narra di scenari possibili, frutto di insidiose, lente e continue “evoluzioni” della realtà. Il futuro è vicino, lo stiamo creando. Scelte sbagliate o imposte creano un futuro distopico.

“ANNO 2038, dopo la terza guerra mondiale e una serie di devastanti disastri naturali che hanno modificato la morfologia della terra, ai superstiti sopravvissuti, viene comunicato che l’emergenza è finita e si ricomincia. Il ritorno alla vita, deciso da una triade di poteri a capo dei tre nuovi continenti rimasti, Americhe, Africa ed Europa/Asia, condurrà l’Umanità ad assoggettarsi a scelte già prese che, all’inizio, verranno accolte molto favorevolmente. Ma, la comparsa di alter ego/robot, affiancati ad ogni essere umano, in tutto parificati a ciascun individuo, genererà conseguenze. I.O, un Umanoide apparentemente simile in tutto ad ogni essere umano, un sosia, personale…

Attenzione a chiamarlo progresso.”

Marcella


Incontrare i ricordi

Oggi, pulizia soffitta. Niente di più terrificante e eccitante allo stesso tempo. Così si era decisa, pantaloni comodi e camicia a maniche lunghe, sneakers, capelli raccolti con un elastico, prima di fasciarsi la testa, coprendoli con una cuffia di plastica, di quelle per la doccia. Passò davanti allo specchio e, visto come si era conciata, si guardò con tenerezza, sperando che nessuno venisse a trovarla proprio in quella giornata.

Pronta. Aprì la piccola porta della soffitta buia tastando poi sul muro alla ricerca del pulsante della luce. E funzionava. Fantastico, prima incognita superata. Davanti a lei, in un disordine accumulatosi negli anni, pile di scatoloni, valigie accatastate, sacchi neri dal contenuto dubbio, una piantana vecchia, rossa con arabeschi dorati, due sedie anni ’60, bianche, in formica e metallo cromato. Dietro, nell’ombra, chissà cos’altro avrebbe trovato.

Aveva preso con sé una torcia che si rivelò molto utile mentre avanzava nella polvere. Bastava spostare qualcosa e si sollevava, rivelando ragnatele che univano oggetti e scatole, o che penzolavano dal soffitto. Aveva dimenticato i guanti, e un fazzoletto per coprirsi la bocca. Ma la curiosità prese il sopravvento. Con prudenza, cercò di spostare le scatole verso il muro, aprendosi un varco, avanzando piano perché nel frattempo aveva sentito un rumore simile ad uno squittio. Ti prego, topi, NO.

La luce della torcia illuminava altri scatoloni e, proprio a destra, un baule, verde scuro, con i bordi in ottone, seminascosto da buste e pile di giornali. Spostò piano le buste di plastica, che contenevano abiti e maglie, e buttò un occhio ai giornali, evidentemente raccolti e conservati perché riportavano fatti importanti. Li sollevò cercando un posto dove appoggiarli. Altre due sedie! Identiche a quelle che aveva trovato all’entrata della soffitta. Poi le guardo meglio. L’ottone del baule era annerito e i due fermagli di chiusura sembravano bloccati. Riuscì ad aprirne uno ma, per l’altro, dovette armarsi di un cacciavite trovato appeso al muro. Il coperchio non era pesante e, appena sollevato, un forte odore di naftalina le pizzicò le narici. All’interno, scatole ordinate, qualcuna avvolta in carta velina, altre chiuse da un nastro di raso, qualcuna piccola, in pelle rossa o blu, altre, tipiche scatole da scarpe, impilate ai lati.

Prese una sedia e si avvicinò, cercando un appoggio per la torcia. Aprì una scatola bianca con un disegno rosa molto delicato e, tra la velina, apparve un velo da sposa, in pizzo, ingiallito, che terminava con un pettinino in osso chiaro. Era morbido e setoso, sembrava fatto a mano. Sicuramente quello della nonna. Tutto quello che trovò in quel baule, doveva essere appartenuto alla nonna. Un vestito da sposa, minuscolo, semplice, cucito a mano, un nécessaire in cui erano rimaste delle forbicine dorate e un portacipria con ancora il piumino, piatto e ingrigito, delle lenzuola matrimoniali in cotone, ricamate forse dalla bisnonna, dei cappellini in feltro, una custodia in broccato che conteneva un binocolo in ottone, da teatro, due specchietti in peltro lavorato, una sveglia déco, in ottone e bachelite nera. Apriva le scatole come una bambina a Natale apre i regali. Fino ad una scatola da scarpe. All’interno, raccolte da un nastro rosa, tante lettere, lettere d’amore, lettere del nonno. Forse parlavano della guerra, forse le aveva scritto dal fronte e poi, una volta rientrato, da dove si stava nascondendo, aspettando di rincontrarla. C’erano anche telegrammi, di quelli che si vedono solo nei film. Un tesoro. Qualcosa da leggere con amore, un pezzo di vita dei suoi nonni che ripose nella scatola, con cautela. C’erano altre scatole da aprire, e lo fece cercando altre lettere o un diario. Ma trovò un paio di orecchini, quelli che aveva visto indosso a sua nonna, dono della bisnonna, in oro e acquamarina. Li aveva cercati per tanto tempo, pensava che fossero andati perduti. Quel baule era pieno di vita, di storie. Prese le lettere, chiuse il coperchio e, con la torcia, si diresse verso la porta, scavalcando ciarpame e libri impolverati.

Per oggi, va bene così. Questa sera, sarò con i nonni.

Perché non mi hai amato?

Appena scesa dal treno, aveva cominciato a camminare velocemente, come se fosse in ritardo, schivando altri passeggeri che le ingombravano il passaggio. Riemersa dall’ennesima scala e diretta verso l’uscita invece rallentò, con la luce che, dall’alto finestrone della facciata della stazione, le inondava il viso, ferendole gli occhi. Abbassò lo sguardo sul pavimento in marmo corroso da tanti piedi diretti chissà dove, continuando a camminare assorta. La mente cominciò a vacillare e insinuare dubbi e domande. Aveva fatto bene ad imbarcarsi in quella ricerca? Nei giorni precedenti si era immaginata quell’incontro tante volte e, tutte, in maniera diversa, ma accomunate da una fortissima emozione. Sarebbe stato così? Quello che stava provando non era ansia ma, paura.

Quando, tempo addietro, si era decisa a ricercare i suoi genitori biologici, ne aveva parlato con la mamma. Una sera, senza il papà, perché aveva pensato che fosse più giusto parlarne prima con lei. Ecco perché continuava a vedere lo sguardo di sua madre, che la fissava mentre cercava di trovare le parole più adatte, mentre farfugliava nel tentativo di comunicare qualcosa di doloroso. Sapeva che sarebbe stato in qualche modo doloroso. E quello sguardo, invece, era stato un urlo silenzioso di infinito amore, accompagnato da un abbraccio finale, come quelli che le dava da bambina. Devi farlo se ne hai bisogno. Tutto qui.

Sua madre quella mattina, l’aveva salutata come sempre, ma c’era anche suo padre e, questo particolare, le aveva dato la sensazione di un addio. Non volava ferirli, non avrebbe mai voluto, ma forse lo aveva fatto, ormai, l’aveva fatto.

Dopo lunghe ricerche era riuscita a trovare un numero di telefono, quello del figlio. Sua madre biologica aveva avuto un figlio, forse più di uno. La telefonata successiva, alla donna che non l’aveva voluta, che l’aveva lasciata sola, fu abbastanza difficile, tra silenzi e dammi del tu, fino alla decisione di incontrarsi, su proposta di quella donna.

Guardò l’orologio e si accodò alla fila dei taxi. Quando hai fretta il tempo sfugge e corri il rischio di arrivare troppo presto o troppo tardi. Puntuale. Avrebbe solo voluto essere puntuale, al massimo, un po’ in anticipo. Chissà come sarà? Mi assomiglierà? Sarà contenta o in imbarazzo?

Eccolo il bar, elegante, in centro. Scese quasi in trance, come se all’appuntamento fosse andato il suo avatar. Scrutò tra i tavoli in cerca di una signora da sola e la vide. Esile, giovane e dal viso dolce. Aveva il suo stesso neo sulla guancia.

Salve. Sono Beatrice.

La signora la guardò perplessa chiedendole chi fosse. Non era lei. Si scusò e allontanandosi cercò ancora con lo sguardo senza successo. Decise di accomodarsi e aspettare.

Aspettò. Invano.

Un messaggio. < Scusami, ci ho ripensato. Mi dispiace ma non posso rimediare in alcun modo. Ho una famiglia che non sa e che non voglio far soffrire. So che capirai, sei un’adulta. Al telefono sembravi serena. Ti prego di lasciare le cose come stanno e ti auguro il meglio, visto che io non ne sono stata in grado.>

Un saporaccio, quasi ferroso, le riempì le mucose della lingua, la salivazione sembrava azzerata e il respiro si fece affannoso. Mamma, dove sei mamma? Pensando a quegli occhi senza fondo che l’aspettavano a casa, pagò il suo caffè e si avviò verso i taxi.

Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

Impulso di scrittura giornaliero
La tua vita senza computer: che aspetto ha?

Sono curiosa di leggere le risposte della generazione che è nata già “programmata”, già misteriosamente predisposta all’utilizzo delle nuove tecnologie. Per chi invece, come me, ha vissuto anche senza, ma ha dovuto (nel mio caso, voluto) fronteggiare l’arrivo di internet e di tutto ciò che è arrivato al seguito, si tratta semplicemente di ricordare. E vi assicuro che sono ricordi bellissimi: macchine fotografiche, anche complicate, telefoni a gettoni, cassette di musica da condividere con gli amici e, soprattutto, la necessità di incontrarsi di persona, sui muretti che hanno visto tante storie: amori, progetti, sogni. Forse, oggi, che è tutto più semplice e si tende a dare poco valore a quello che si posta, siano frasi o foto, ci si dimentica delle grandi opportunità che ci offre la tecnologia. Ma dobbiamo conoscerla e “dominarla”, perché ha una forza travolgente e pericolosa, tende per sua natura ad isolare e crea dipendenza. So come sarebbe la mia vita senza computer, ovviamente non potrebbe più essere come nel passato, semplicemente mi ritroverei in un’altra dimensione, distante, forse anche il tempo si dilaterebbe. E, ogni tanto, ne sento la necessità, perché il tempo è prezioso.

Il cuore lo vuole

Seduta in macchina, al semaforo, mentre la pioggia batteva nervosa sul parabrezza, stava pensando. Voleva fumare ma, sia per la pioggia che sarebbe entrata dal finestrino aperto appena un po’, sia per l’umidità, aspettava di arrivare. E scattò il verde, via libera, almeno da quell’incrocio. Stava pensando alla sua vita, a quello che le rimaneva. Macerie.

Messaggi sul telefono di suo marito. Messaggi inequivocabili. Da una donna, giovane, molto giovane. Poi la discussione, seguita alle domande, alle sue richieste di spiegazione.

Ma davvero avevo bisogno di una spiegazione? Mentire, in questi casi, è quasi un atto dovuto. Perché è stato onesto? Perché mi ha detto che si vede con un’altra?

Sarebbe stata pronta a vedere le cose in un altro modo, non era stata petulante o ingombrante. Come comportarsi, cosa fare? Istinto, come gli animali?

Non mi ricordo cosa mi aveva chiesto. Stavamo attraversando una crisi e mi aveva raccomandato qualcosa. Gli avevo regalato un orologio perché il tempo passato insieme è prezioso. Ma non lo aveva capito.

Altro semaforo. Controlla il telefono, niente. Non sa se piangere, lui se ne sta andando via, Il cuore vuole ciò che vuole. Il suo cuore. É bizzarro pensare che il cuore sia preparato a questo, può esserlo la mente, ma il cuore, ah il cuore vuole ciò che vuole.

Dov’ero? Dove sono stata mentre andavi via? Mentre ti preparavi come un ragazzino, elegante e profumato, come quando ti ho conosciuto? Non mi sono accorta di essermi persa, che ti stavo perdendo, che non esisteva più un “noi”. Sono una cattiva persona?

Frena di colpo, un pedone la fissa spaventato, prima di inveire. Non le importa degli altri. Arriva un messaggio: <Ho lasciato le tue chiavi al portiere. Ci aggiorniamo.>

La solitudine ti fa appassire e indurisce la corazza. Cambiò strada, diretta al mare, aveva bisogno di respirare e, forse, urlare sulla spiaggia deserta, verso le onde. O semplicemente fermarsi a guardare il cielo, la sabbia, i detriti rigettati sulla battigia, senza una ragione. Il cuore lo vuole.

Tornerai, tornate sempre. Forse, no.

Stalking e Amore. Il mio nuovo romanzo

Ecco, giusto un assaggio. Una sbirciatina tra le pagine del mio ultimo romanzo < TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE/STALKING >. Come guardare dal buco della serratura…


pag:22

Il mio pezzo è passato! Uscirà domani, pagina Cultura, con acronimo. Dai che va bene. Intanto continuo a correggere gli articoli degli altri e, continuo a pensare che, in fondo, non è che siano poi così interessanti. È vero, io esagero col dare sempre un taglio personale, cercando di renderli, a mio parere, meno banali, ma si tratta di stile. Il mio, stile.

Ci metto poco a correggere, ormai conosco i punti deboli di tutti quelli che collaborano con la Redazione, li riconoscerei anche senza leggere i nomi. A parte due, che sembrano fotocopie e credo lavorino insieme. Comunque, non c’è verso, continuano a fare gli stessi errori, evidentemente non rileggono la mia stesura, non sono interessati. Basta essere pubblicati.

Nelle mail continuano ad arrivare spam e messaggi da Anonymousmail, questa volta hanno oggetti diversi: È per te; Una poesia; Ti penso.

Dovrò chiamare un tecnico per vedere se riesce a bloccarle.

Bene, ora devo proprio andare a controllare se il mio post di ieri continua a ricevere commenti. I bagni sono deserti, manca ancora un po’ alla fatidica pausa caffè. C’è silenzio, freddino. Mi specchio e ho il viso rilassato, il sesso, anche se fatto male, aiuta. Chiudo la porta dell’ultimo bagno, quello vicino alla finestra semi- aperta.

Apro il mio profilo e ci sono 186 commenti al mio ultimo post, cinquanta in più rispetto a stamattina. Scrollo e leggo, metto cuori e like.

La foto che avevo fatto era venuta bene, slip su scarpe rigorosamente in fila, col riflesso della luna sulla parete. #Inizio o fine?

R: nottataccia eh?

Ancora questo? Lascio correre. Non ho tempo per occuparmi di te. Devo pensare a un seguito.

R: ti ho pensato.

E fai male. Allora, insistere sul sesso potrebbe andare bene, se non diventa una calamita per pervertiti.  Posterò una poesia, almeno una parte. Devo decidere quale. “L’amore quando si rivela” di Pessoa?

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.
#Agli uomini dagli occhi innamorati

E ci vuole una foto. Questa della mia mano sulla sua schiena? Vai.

R: Perché non rispondi alle mie mail? Neanche le apri… Mi stai ferendo.

Ma chi sei? Cosa vuoi? Le tue mail? Non rispondo. Si stancherà. O Lo bloccherò.


Ovviamente, R. non si stancherà.

Questa è l’essenza dello STALKING che, lentamente, avvelena la vita della sua vittima.


Si acquista in libreria o qui o qui

e, dal 4 all’ 8 dicembre 2024, alla

Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI- La Nuvola- a Roma

(stand ECHOS EDIZIONI)

Se qualcuno di voi, in quei giorni, graviterà su Roma, sarà davvero un piacere conoscervi, di persona…😜

Marcella


Energia “sostenibile”: ricarica Mente e Spirito

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa ti dona energia?

Ok. Partiamo dall’idea di avere le “pile scariche”, di attraversare uno di quei momenti in cui ogni piccolo contrattempo si somma ad una pila già alta. Credo capiti a tutti. In questi momenti, io vorrei avere una propaggine in grado di collegarmi a qualche dispositivo, come le auto elettriche. (anche se ormai sappiamo che non sono la soluzione ottimale). E rimanere in attesa. Ma, voglio addentrarmi tra i quattro tipi di energia: fisica, mentale, emotiva e spirituale. A me, arriva una scarica meravigliosa quando il cervello è come dopato da un nuovo progetto (mentale), ma soprattutto, quando SENTO di essere amata (emotiva). Un connubio strano? Mente ed emozioni? Sono connesse e connettono anche le energie fisiche e spirituali. Quando capita, sono leggera come una piuma e, quasi luminosa. (energia sostenibile 😜)

Mi hai “visto”

< E così ti sei davvero innamorato?>

Gli sguardi degli amici, dei suoi amici, tra il divertito e il curioso, indagatori, a volte comprensivi. Il sentimento era esploso, inaspettato, improvviso e virulento.

E vogliono sapere, chiedono, smorzano i toni con battute, descrivono scenari da barzelletta, fanno paragoni con chi <si è fatto incastrare> e <ora gli toccherà chiedere il permesso anche per giocare a calcetto.>

Non ne voglio parlare, è solo mio questo sentimento così nuovo e spaventoso allo stesso tempo. Mi sento vacuo, posseduto da un’emozione che, lentamente, si é insinuata nei pensieri, nella mente, nello stomaco. La pelle elettrica e quella voglia, quella voglia di stare con lei, di ascoltarla, di guardarla, di perdermi nell’abbraccio. Mi sento dopato, avverto una sorta di dipendenza. Com’é successo? Nelle altre storie, con le altre donne, mi ricordo la passione, il desiderio, l’eccitazione, ma mai questo impeto, un tormento, se ci penso mi fa quasi paura.

Guardava i suoi amici, in fondo niente era cambiato. O forse sì? Era febbricitante d’amore, così l’aveva definito Matteo, come se si stesse ammalando ma, non c’era cura, nessun placebo in grado di mitigare l’euforia e liberare quelle farfalle dallo stomaco. Il solo pensiero lo faceva stare male. Non aveva il controllo, poteva solo abbandonarsi al tornado emozionale, attendere che si placasse, sperando di non essere scagliato lontano, rigettato.

<Fatti un’altra birra. Hai visto quelle due vicino alla colonna? Cerca di controllarti, mai perdere la logica.>

Logica.

Non c’è logica nel sentimento, non deve esserci. Semmai dopo, una volta terminata la battaglia ormonale, non appena ci si è studiati a fondo, mappando tutto il possibile, quasi cercando di decifrare un codice e trovare una safe word, che possa fungere da parafulmine. Arriveranno i fulmini? I momenti di buio, gli attimi in cui questa magica congiunzione sembrerà non esistere più, come quando i satelliti passano in una zona d’ombra? Ferma i pensieri!

Arrivano le birre, si brinda all’ultimo goal tornando alla realtà, al <Ci vediamo il prossimo lunedì>

<Perché ci sarai, no? Approfitta, finché hai tempo…>

Tempo. Ci vuole tempo per innamorarsi? Forse è successo quando ci siamo “visti”, non guardati, ma connessi, in quel momento, e davvero per la prima volta, mi sono sentito senza difese ma al sicuro e, libero.

Le macchine partono, le mani fuori dal finestrino per salutarsi. Lui è fermo, col telefono in mano, le sta scrivendo.

-Abbiamo vinto! Se non stai dormendo ti chiamo…

E squillò il telefono.

Le maschere

Impulso di scrittura giornaliero
Quale tratto della personalità nelle persone fa alzare un muro con te?

Ah, qui tocchiamo i nervi scoperti… Perché quando hai aperto la tua “porta”, quando sei senza corazza e il tuo cuore è lì, indifeso e puro come quello di un bambino, ecco che arriva la staffilata, aguzza e mirata. Mi riferisco a tutte le volte che insisto nel fidarmi anche se i segnali di “pericolo” si palesano, magari un pò mascherati, ma ci sono. Colpa mia? Certo. Ma non si può andare contro la propria indole, non importa quante volte dietro ai sorrisi si celino brutte persone, non importa quante volte sono rimasta delusa, io insisto nel cercare il bello. Ed esiste, c’è, è raro come l’Orchidea di Rothschild, meraviglioso come la pioggerella estiva, magico come una lucciola che appare all’improvviso. E le persone false, tutto questo, neanche lo notano.

STALKING. Sapresti difenderti?

STALKING. Sapresti difenderti?

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMRARE

Echos edizioni – echosprime.it

Ti scrivo perché non so amare

Quella sera, il mio destino stava cambiando.
Carlotta mi mostrò un disegno, un uomo di spalle che stava fotografando una donna, me. Poi, mi diede una busta bianca, chiusa.
 < E questa? Cos’è?>
L’aveva trovata sul mio zerbino.
L’apro e all’interno c’è un foglio con un disegno a forma di goccia, sembra una lacrima, e poche righe che si leggono male.”

Questa è l’essenza dello STALKING che, lentamente, avvelena la vita della vittima.

Questo è il mio ultimo romanzo.

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE – STALKING (Echos edizioni)

echosprime.it

Questo romanzo racconta la storia di una ragazza qualunque, una ragazza normale, la cui vita verrà stravolta lentamente, subdolamente, da uno stalker. La narrazione coinvolge come in un noir, quasi un giallo, viste le dinamiche, i colpi di scena e gli intrecci che, inevitabilmente, interessano non solo la protagonista, ma tutti i suoi contatti. L’epilogo del romanzo è sconcertante, perché volevo che fosse così. Imprevedibile, come la vita.

Qual è la differenza tra ansia e paura?


Lo STALKING, é un argomento che ci riguarda soltanto perché ne sentiamo parlare, ma in realtà interessa sempre più persone, non solo donne.

Prima di scrivere, ne ho approfondito ogni aspetto, letto Valutazioni psichiatriche/forensi di esperti e professionisti, ho voluto capire di più sull’evoluzione di un fenomeno che, con l’avvento del cyber spazio, è aumentato esponenzialmente, offrendo occasioni e strumenti a chi intende disturbare, molestare o aggredire qualcuno, restando nell’anonimato. Addentrandomi nel problema, ho scoperto che le vittime non sono solo le destinatarie dirette ma che, ulteriori vittime, descritte come secondarie, sono anche la famiglia, i figli, partner, coinquilini, amici, colleghi e addirittura gli animali domestici della vittima.

Lo stalker, non si limita al disturbo ossessivo ma tenta di distruggere qualsiasi legame nella vita del proprio oggetto del desiderio, in un’ottica di controllo ed espressione di potere.

Difficile capire chi è questa persona e, per la vittima, è impossibile uscire dalla ragnatela sempre più fitta che il suo aguzzino le costruirà intorno.


RINGRAZIAMENTI

Un ringraziamento speciale va al poeta contemporaneo Marcello Comitini, che mi ha permesso di inserire nel romanzo, cinque delle sue poesie, tratte dal Quaderno di poesie “L’altrove della luna”. La sua lirica, anche in questa mia opera, sa cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, con una ricchezza sentimentale che sorprende col suo carico di significati.

Marcella Donagemma

Invisibile

Camminava, frantumando con le scarpe gli aghi di pino secchi e ammucchiati, come mikado sottili, fiancheggiando il muro corroso del cimitero. Arrivava sulla sua spalla sinistra l’umidità fredda, quasi che le anime volessero avvertire della loro presenza, dietro quel muro antico, come se lo stessero accompagnando. Ma la mente non smetteva di pensare, la mandibola era serrata, le mani sudate. Era nervoso, molto nervoso.

Mi vuoi lasciare? Lo so che vuoi lasciarmi.

Un pensiero e subito dopo un altro e un altro ancora. L’immagine della loro casa, lei che cucinava, lei che, come sempre, aveva sbagliato. Il sugo era uno schifo, acquoso e insipido, la pasta era uno schifo, lei era uno schifo. Ma era la sua lei. Aveva quello sguardo, dolce e remissivo.

Come si fa a perdere tutto questo? Non puoi neanche pensarlo. Sei uno schifo. Ti amo. Ti ho sempre amata.

Passa una macchina veloce e quasi lo tocca con lo specchietto. Si sente offeso. Invisibile. Cammina veloce, deve rientrare, le mani sono nervose.

Uno schiaffo, cosa sarà mai uno schiaffo? Sei tu che mi fai impazzire. Tu che mi guardi senza una ragione e lo vedo, lo vedo che mi giudichi.

Le mani pizzicano, sembra che il sangue si sia fermato nelle nocche. Le persone intorno sono nuvole, lo sono sempre state, a parte quando si esce in compagnia.

Ah, che belle serate! Bevendo, parlando. Si ride e tutti mi ascoltano. E tu finalmente, taci. A chi vuoi che interessi la tua vita? Pentole e pannolini. Ringrazia il cielo che ci sono io, che provvedo a tutto. Ma tu, la devi smettere. La devi smettere di rispondermi. CAPITO! No, non lo capisci, e insisti. E io, che posso fare? Mi fai perdere il controllo. Io che controllo sempre tutto, che sono rispettato. Mi temono sai? C’è che mi teme. C’è.

Il pesante portone si apre lentamente, troppo lentamente. L’ascensore è già al piano terra, nell’androne fresco di casa. Casa.

Sto arrivando.


foto unsplash

Ombre cinesi

Se ne stava sul divano, ferma, in silenzio. Aveva appena finito di confessare alla sua famiglia che, quella laurea tanto attesa, non sarebbe arrivata.

Osservava i visi dei suoi genitori, suo padre con gli occhi fuori dalla testa e la bocca aperta, sembrava un animale feroce in attesa di ruggire, sua madre invece, aveva abbassato lo sguardo per rialzarlo subito.

Si sentiva sprofondare lentamente tra i cuscini, avrebbe voluto dissolversi nell’aria o volare via. Alla fine, aveva dovuto confessare, la discussione della tesi di laurea, segnata sul calendario, sarebbe stata tra due giorni.

Perché? Continuavano a chiederle. Perché?

Come poteva spiegare che erano già tre anni che non sosteneva più esami e che aveva finto tutto il tempo? Esistono parole migliori per giustificarsi? Esistono parole? La mente vagava e le sembrava di non sentire le continue domande, le sembrava di non vedere i suoi, agitarsi, alzarsi dalle sedie, girare nervosamente per la sala. Notava spostamento d’aria.

Poi, invece, l’aria le mancò, il malessere diventò terrore, un conato di vomito sorprese tutti, come uno zampillo improvviso tra le rocce. Non era svenuta, era vuota. Con gli occhi che fissavano il soffitto, i crampi alla pancia, come quando aveva affrontato i primi esami all’università. Fino al quarto, che aveva dovuto ripetere troppe volte, troppe. E allora, aveva cominciato a non mangiare, a riempirsi di integratori, a ripetere come un automa, a memoria, tutto il testo. Se lo ricordava ancora, scolpito nella mente, sempre, salvo quando si bloccava davanti alla commissione d’esame. Era cominciato così.

La bambina prodigio, quella che aveva sempre reso tanto orgogliosi i suoi genitori, quella che era destinata a grandi cose. Era cominciato così. La menzogna era un rifugio sicuro, che non chiedeva spiegazioni o giustificazioni, rimandava il problema. Era un’amica fidata che proteggeva. Ora che l’aveva tradita, svanendo nella verità, era su una montagna russa che la trasportava a folle velocità, senza una destinazione.

I suoi genitori avevano lasciato la stanza, stavano discutendo in cucina e lei, rimase a fissare le ombre delle tende sul soffitto, sembravano disegni, ombre cinesi. Come nella *leggenda, sembravano spiriti venuti a consolarla, la menzogna non l’avrebbe abbandonata. Non c’era bisogno di parlare, bastava osservare.

Si alzò lentamente, prese la borsa e il telefonino, uscì di casa, aggrappata al suo libro.


*Una leggenda vuole che l’Imperatore cinese Wudi (140-85 a.C.) fosse divenuto molto triste in seguito alla morte della sua concubina Li Furen. Per consolare il sovrano, i suoi eunuchi fecero scolpire una figura in legno simile alla donna e ne proiettarono l’ombra su una tenda. L’Imperatore, credendo che fosse lo spirito della sua amata che tornava a fargli visita, si sentì consolato. 

Foot da unsplash

Mi mancherà?

Mi mancherà tutto questo?

Fissava il campo di pannocchie, un mare verde dai riflessi ocra, mosso dalla brezza nell’alba. Un sole giallo e rosso, come una caramella, dai contorni netti, piantato nel cielo, immobile, pronto ad esplodere aprendo il suo occhio al mondo.

Mi mancherà?

Le panchine della stazione erano piene di persone, valigie, zaini e cagnolini ansimanti, ma non faceva ancora caldo. L’altoparlante gracchiava di transiti veloci, era un continuo spostarsi da una parte all’altra, prima di risolvere rifugiandosi nelle scale del sottopassaggio. Troppa polvere e rumore, stava rovinando tutto.

Il bagaglio era piccolo e pesante, l’appendice della sua vita. C’era stato tutto. Avrebbe voluto partire leggera, ma mancava sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che le sarebbe potuto servire, qualcosa che si era dimenticata. C’era stato tutto.

Basta essere pragmatici, ogni cosa al suo posto, ma guai a spostarla, il gioco non sarebbe riuscito. Come un castello di carte, se sbagli, crolla tutto.

C’era lo spazio per i rimpianti, quello dei ricordi, le buste trasparenti dei dolori, tanti sacchetti di gioia che però non riusciva a riconoscere. Aveva messo qualcosa negli scomparti a cerniera laterali, cos’era? Ah, le delusioni e le amarezze, da una parte, e le illusioni dall’altra. I sogni? Si era dimenticata i sogni? Non poteva riaprire e controllare.

Pensa, pensa. Li avevi messi tutti in fila sul letto. Non è possibile. Certo che li ho presi. Li avrò messi nel mezzo, sono così fragili. Che altro?

Ormai il cielo era chiaro e lattiginoso, aveva ingoiato la luce del sole, appiattendo tutto. Le balle di fieno sembravano grigie, i campi sembravano grigi, tagliati da una striscia verde brillante, come una ferita aperta.

Musica in sottofondo, vociare, un altro giorno pronto a scivolare via, come un rigagnolo tra sassi e sterpaglie.

Il suo treno era arrivato, non se ne era quasi accorta. Salì per ultima, aspettò che le porte si chiudessero e, mentre si stava muovendo, rimase a fissare il suo bagaglio, rimasto sulla banchina.

Non sarebbe tornata più.

Ci si guarda, ma spesso, non ci si vede

Impulso di scrittura giornaliero
Come ti descriveresti a qualcuno che non è in grado di vederti?

Dal titolo del prompt mi è subito venuto in mente Tinder o altre app. di incontri. Sarà perché immagino che nel compilare la scheda personale ognuno dia il massimo, cercando di apparire al meglio. Ovviamente non è possibile fare altrimenti, si cerca di emergere in qualche modo, nessuno sarebbe interessato a: “Ragazza di mezza età, gradevole, ambiziosa e in cerca di una relazione seria. No perditempo.” O a: “Giovane uomo, leggermente sovrappeso, maturo ma non autonomo, in cerca di leggerezza. Assentarsi sopra i 35 anni.” Ma la verità viene sempre a galla, a volte basta una telefonata, se poi ci aggiungiamo l’importanza della chimica, allora il pacchetto è completo. Un mio amico, non vedente, riesce a cogliere talmente tante sfumature, nella voce, nel non detto, da essere quasi un super eroe. Quindi, potrei descrivermi solo nel caso dovessi incontrare qualcuno per la prima volta e gli direi:” Sarò quella che sorride, con un baschetto in testa.” Il resto, tutto il resto, si scoprirà solo conoscendosi.

La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


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Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.