(2) FOTOGRAMMI

Bene, ora che si fa?

Non è proprio come me lo ero immaginato, niente luce meravigliosa che mi attrae, niente paesaggi fiabeschi. Sono ancora qui.

Nei tanti libri e interviste che avevo letto, c’era chi sosteneva che i defunti sarebbero rimasti al fianco delle persone che ne avevano bisogno. Perché dunque mi trovavo a Roma, sulla scalinata di Trinità dei Monti a guardare il tramonto su Via Condotti?

Le immagini mi scorrono davanti velocissime, mi danno un senso di vertigine. Non capisco, cerco di fermare i fotogrammi, mi sforzo, mi ricordo tutto ma va troppo veloce. Che fretta c’è? Non sono pronta, non so come si fa e non c’è nessuno a cui chiedere.

Quanta gente, tutti con le mascherine e gli occhi tristi. Il sole sta sparendo come ogni giorno, è stupefacente, riesco a notare certi colori che non possono essere di questo mondo, o meglio, del mondo in cui ero prima.

Speravo di addormentarmi e basta, di scivolare nell’oblio, invece sono intrappolata nei pensieri peggio di prima.

Ma mi sento bene.

Vedo la mia mano nella mano del mio amore, siamo seduti sui gradini della scalinata, credo sia inverno perché sono tutti coperti con cappotti e piumini. Perché sto ridendo? Un nostro amico è piegato in due, una sorta di colpo della strega improvviso e non riesce a scendere le scale. Sta ridendo anche lui, ma dice che la schiena gli fa male, di piantarla. 

Quando arrivi? Sono già qui sotto!

Il mio amore era arrivato, come ogni mattina, e mi stava aspettando sotto la casa della mamma. Quindi, è il periodo in cui mia madre stava molto male e dormivo da lei. Corro, corro sempre da lui. Salgo in macchina e andiamo a fare colazione.

Intorno al tavolino ghiacciato continuano ad arrivare i passerotti. Ormai lo riconoscono, e quando arriviamo si fiondano per avere qualche briciola delle brioches.

Ora non mi sento tanto bene.

Avverto angoscia, che sarà?

Sono di nuovo a casa, nel salone, proprio davanti al camino e vedo Laura che legge la mia lettera e piange. Marco cerca di abbracciarla e i fogli rimangono sul tavolo, aperti.

Dunque, mi ricordo di aver scritto i testamenti per i miei fratelli e per Anna, e di aver lasciato tutte le indicazioni per il mio funerale, suggerimenti vari, nel mio stile. Mi raccomando.

Vedo gli alberi fuori, agitati dal vento, sento che in casa ci sono molte persone che vanno e vengono, sono venute per Anna che è a letto, con la dottoressa vicino. Sicuramente le avranno dato un calmante.

Non preoccuparti Anna, è già tutto sistemato, non rimarrai da sola, verrà la Mariana, e piantala di parlare di ricovero, tanto non c’è posto, e poi, tu non sei tipo da ricovero. Ti ho lasciato una bella somma così potrai stare tranquilla e nessuno ti farà andare via da casa fino alla tua morte.

A proposito, nessuno parla di morte.

E come se ne è andata? Quando? Questa notte? Ma come è successo?

Sì, me ne sono andata, sono morta. MORTA. Una circostanza nuova. Non è stato niente di truculento come tagliarsi le vene o gettarsi sotto un treno, solo pillole.

Come tanti.

Una via d’uscita pulita, o di fuga, non importa. Ultimamente il dolore mi aveva tolto il respiro, come se stessi annegando ma, evidentemente, non ero ancora pronta, non avevo organizzato tutto, sistemato le pendenze, messo in ordine la cucina e il garage.

Pilloline bianche e qualche bel bicchiere di vino, un prosecco molto buono, per festeggiare.

Non ero più nella mia stanza, mi avevano portato all’ospedale per gli esami e l’autopsia.


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