
Scintille.
Quanto tempo sarà passato? Ha senso che io pensi al tempo adesso?
Pulviscolo luminoso, come quello prodotto dalla frenata delle metropolitane. Me ne sto proprio tra le porte del vagone, mentre scendono le persone di corsa.
Una signora anziana mi guarda. È la stessa signora che ho visto al matrimonio a Delhi, e mi sta guardando. Mi vede! Io la vedo, ma è una bambina, e sorride. Eppure, so che è la stessa persona o fantasma o qualunque cosa sia.
Comincio ad essere smarrita, forse dovrei solo lasciar andare. Facile a dirsi. Non sto facendo niente, in effetti, sono spettatrice.
Cerco di attirare la sua attenzione. Sarà inopportuno? Ancora non ho realizzato come funziona questo passaggio. E se non avessi una meta? Se non ci fosse nessuna transizione?
Direi che sarebbe ingiusto, come minimo.
Cos’è questo posto? Sono diventata un’oliva nel bicchiere e una mano enorme ha afferrato lo stuzzicadenti su cui sono ancorata. L’oliva va nella bocca di una ragazza bionda che parla ad alta voce e io sto osservando il bar, dall’alto. Sarò diventata una mosca? Che schifo! Che fregatura!
Cerco uno specchio, dietro alle bottiglie del bancone ma non vedo proprio niente. Mi avvicino ma ancora niente. Però vedo i visi della ragazza bionda e del suo accompagnatore, li conoscevo. Ora ricordo. Ero stata tante volte in quel bar a Manhattan, dopo una mostra o uno spettacolo, insieme a lei. Come si chiama? Non è possibile, non mi ricordo il nome.
Avevo letto che, dopo la morte, tutto sarebbe diventato chiaro, i ricordi e gli sbagli, i momenti di felicità e gli errori, le cattiverie e gli attimi di purezza.
Quindi? Perché sono qui? È solo la mia coscienza che si sta spurgando? La mia mente che fa un defrag?
Incrocio la sguardo di Gwenda, ECCO come si chiama! È un attimo, almeno così mi sembra, e tutta la sua vita mi travolge. Un bambino, ha perso un bambino, ed io ero lì, lo so. L’ ospedale, il sangue, il frastuono delle ruote della barella e i suoi lamenti. La sua mano che stritola la mia. Una flebo che rimane incastrata nella porta e si spacca, perdendo a terra il liquido bianco e leggermente vischioso su cui lascio una mia impronta.
E mi mischio alla piccola pozzanghera, calpestata da altri piedi, trasportata da suole sconosciute un po’ ovunque. Sono davanti a un letto di morte, la riconosco la morte. La signora sdraiata di colpo si siede e mi fissa. Ma come? Mi vedi? Io ti vedo! Poi, si sdraia e piange. Sua figlia le tiene la mano e le sussurra: ”Ti voglio bene mamma, ti voglio bene:”
Poi, solo vuoto.
Vuoto.
Non riesco a descrivere il vuoto. C’è buio, sarò nell’atmosfera, rimbalzo da un punto invisibile ad un altro. Potessi chiudere gli occhi. Ma non ce li ho più. Non ho occhi né bocca, non ho un corpo né sensazioni fisiche. Allora cosa sto provando?
Non ho fretta.
Vuoto.