L’ultima notte

Oggi hai paura. Chissà perché capita, ogni tanto. Dicono che è una risposta ad una percezione, e allora ti prepari ad attaccare, stai sulla difensiva. É che stai sempre a pensare, non fa bene, non fa bene. Finisci con l’avere paura della paura, e lo avverti, il battito cardiaco aumenta, hai le mani fredde.

Come quando eri bambina, ecco, quei momenti in cui, nascosta sotto il lenzuolo, nel buio, ti sembrava di sentire una presenza. Era tuo padre.

Via, scaccia il mostro.

Il mostro è nel passato e il passato non ti cerca, non può riconoscerti. Smettila di dargli la caccia.

Mentre fissi i macchinari dell’ospedale, le luci azzurrognole e fredde dei neon, quel vecchio davanti a te, pieno di tubicini, ramificazioni di fili che lo collegano a complessi apparati medici, senti i suoni metallici e lontani, i soli che ne confermano la vita.

Lo guardi, quello è tuo padre.

É tuo padre?

Sotto quelle luci ora lo vedi, in tutti i suoi lati oscuri, immobile, come se lo avessero bloccato, catturato. Ora non può più venire a trovarti nella notte, non potrà mai più.

Allora perché sento freddo? Perché ho paura? Forse ti ho voluto bene, o qualcosa di simile.

Volere bene.

Ora che lo vedi impotente, fragile, come un burattino a cui puoi tagliare i fili, ora che non parla più, quasi non ti interessa.

Ti alzi dalla sedia e sposti lo sguardo sui vetri, fuori fa freddo ma qui dentro si muore dal caldo. C’é un parcheggio, qualche albero, due persone che camminano veloci con una busta di carta. Che ci sarà dentro? Dei fiori, sicuramente. Tu non ne avevi portati. Sospiri e aspetti. Senti le voci nel corridoio, i passi attutiti, qualche risata.

È tanto che non rido.

Entrano due infermieri, salutano e vanno da lui. Lo sistemano, controllano.

Ha le labbra secche, sembra un frutto lasciato al sole, raggrinzito, contorto, con un ciuffo bianco sparso sul cuscino in cui sparisce la sua testa. La stessa che vedevi immensa, nel buio, a occhi chiusi. I suoi occhi non li ricordi, erano piccoli punti luminosi, non li ricordi.

“Signora, viene domani? Forse è l’ultima notte.”

L’ultima notte.

Per chi?


Foto di Angel Luciano da Unsplash

Tra la Polvere e le Nuvole. Commento del poeta Marcello Comitini

Ho presentato il mio terzo romanzo, TRA LA POLVERE E LE NUVOLE, edito da Echos Edizioni.

Con molto piacere, mi sento onorata nel condividere alcune considerazioni scritte dal poeta Marcello Comitini sul mio romanzo.

“Questo romanzo, come dice il risvolto di copertina, racconta l’esperienza di Giovanna, dopo il fallimento del suo studio di architettura. È la storia vera di chi ha vissuto l’insuccesso e la solitudine e vede davanti a sé spalancarsi le porte dell’inferno. Riflettere sul fallimento e sulle sue conseguenze significa scrivere un romanzo duro, un romanzo amaro? Non direi. Però Giovanna sembra proprio di parere opposto al mio quando afferma che “Tutti cercano i sogni, hanno bisogno di ottimismo per andare avanti. Di certo vedere le miserie umane, il degrado, il fallimento, non scatena nessuna voglia, semmai il rifiuto. E si va oltre.” Questo andare oltre ha tuttavia un duplice significato. Dipende da come lo s’interpreta, dipende dal come si guarda alla vicenda dolorosa di colei che ha perso tutto e rischia di perdere anche se stessa. Dipende se si racconta con l’obiettivo di narrare semplicemente una storia più o meno commovente o viceversa con lo scopo di accompagnare con la comprensione e la partecipazione le contraddizioni e le lotte emotive di una donna dal fisico e dall’animo provato dalle avversità. È proprio quest’ultimo modo di narrare che l’autrice ha scelto con attenzione e passione, immedesimandosi nel personaggio, analizzando con forte capacità introspettiva gli scoramenti di fronte agli insuccessi, la voglia di resistere nonostante. E la scelta dell’autrice è la chiave di lettura del romanzo da cui ci giunge il suo sguardo particolarmente acceso di una profonda umanità sui motivi del fallimento e delle sue tristi conseguenze. È un romanzo popolato da diversi personaggi, ma di essi una soltanto, Giovanna, è la protagonista, gli altri, uomini e donne compaiono, come comparse in un dramma teatrale, e scompaiono inghiottiti dal flusso delle loro storie. Ma Giovanna è l’unica dai mille volti intimi , dalle mille sfaccettature dell’animo, che rende vivo e palpitante il romanzo. Palpitante perché è questa la partecipazione del lettore che segue l’incalzare dei pensieri di Giovanna e in lei vede una guerriera, ferita, umiliata, a volte preda dei demoni della povertà e della solitudine, senza che tuttavia getti la spada e si arrenda.”

Tra la Polvere e le Nuvole, la vera storia comincia qui. Giovanna è entrata in una nuova dimensione, un mondo che non conosceva, non le apparteneva: i senza fissa dimora. Passerà dal rifiuto alla comprensione, incontrando persone come lei, diverse da lei, scontrandosi con la solitudine, quella vera, paralizzante, quella in cui parli da sola, ad alta voce. Un’avventura. Questo romanzo, attraverso un monologo, racconta la sfida di chi non era predestinato, una persona qualunque, dalla vita scandita da routine rassicuranti e problemi comuni. Puntellare il crollo emozionale e fisico ogni giorno, scoprirsi irriverenti e provocatori, dover accettare di essere imperfetti.

Non è cupo, inquieta. “L’inferno è la verità vista troppo tardi.”

Non c’è niente che galvanizzi più della luce, la luce che illumina i tuoi successi. Potessi restare immobile, come in un quadro, per sempre.

TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

Un ringraziamento al poeta Marcello Comitini per il suo graditissimo commento.


Foto Copertina Romanzo da Echos Edizioni

la vita è un romanzo

Sono pronta. Forse no.

Toccava a lei, era terminata la terza presentazione.

Toccava a lei.

Sono pronta.

Come si preparano gli attori prima di entrare in scena? Merda, merda, merda! Certo se te lo dici da sola, oltre che essere in imbarazzo, provoca un certo disagio interiore.

Forza, l’hai fatto altre volte.

Ed entra sul palco, fissando la sua sedia sotto l’occhio di bue. Una sedia elettrica.

Arrivano in due a sistemare meglio il microfono e rimpiazzare il materiale del prossimo moderatore, il tuo romanzo, sul tavolino di fianco.

Hai salutato?

Sì, ho salutato.

Sorridevi?

Sicuramente, una sorta di paresi nervosa mentre camminavo verso il centro del palco.

Ancora non ti siedi, aspetti, aspetti che arrivi l’intervistatore. Perché mai ti hanno detto di entrare? Cos’era tutta quella fretta?

Il microfono è a posto, se non stai attenta si sentono i tuoi respiri, l’aria che esce dal naso. Senti gli sguardi, un sottile vociferare annoiato che arriva dal pubblico.

Parlo? Dico qualcosa.

Sbaglio?

E parli.

“Buon pomeriggio e grazie di essere qui!”

Ti presenti e cominci a camminare, improvvisi, quasi a tuo agio. Ti sembra di essere una coach, ma senza slides o filmati. L’imbarazzo prende possesso delle tue viscere, le stringe in una morsa, mentre cerchi aiuto con lo sguardo.

Ma la voce, intanto, esce, e racconta. Stai raccontando.

Ti è venuto in mente un aneddoto del tuo romanzo, molto auto-ironico. Qualche risata rassicurante.

Guardi il pubblico, passando da un viso all’altro, entri in contatto.

NO.

É un errore che fai sempre.

Linguaggio non verbale, linguaggio non verbale, linguaggio non verbale.

Ma non il loro, il TUO.

Bloccata. Ora sei bloccata.

Che dovrei fare? Cantare?

Aspetti il miracolo, attendi lunghi secondi in sincrono col battito del tuo cuore. Poi, dei passi sul palco.

E lo vedi arrivare, salutando, scusandosi, chiamandoti, riempiendo quel vuoto come una slavina.

“Cominciamo la chiacchierata, anche se mi hanno detto che si è già presentata. Ottimo! Vuole continuare da dove l’ho interrotta?”

Certo. Se me lo ricordassi.

Ma la creatività non è a tempo, è un modo di vivere e vedere la vita.

“La vita, è un romanzo. Ognuno ha una storia.”


Foto Maegan Martin da Unsplash

Ti auguro tempo.

Oggi è grigio. Tutto.

Il cielo, gli alberi, il mio riflesso sui vetri del bar. Non piove ma è tutto bagnato, siamo in un enorme bagno turco gelato, quasi un ossimoro, a pensarci bene.

Se ci fermassimo per strada, saremmo ricoperti da una brina, grigia.

Eppure ha un suo fascino, tutta quest’acqua, presente e invisibile, così necessaria ma fastidiosa in questa forma. É confortante sapere che non è eterno, niente lo è, domani potremmo essere scaldati da un pallido sole, rivedere i colori.

C’è una costante in tutto ciò, la nostra frenesia. L’energia cinetica che sembra l’inesauribile spinta quotidiana nella routine delle nostre giornate.

E così, c’è sempre qualcuno che si lamenta del lunedì, come c’è sempre qualcuno che inneggia al venerdì. Le giornate in mezzo perdono, sono solo il passaggio tra due sensazioni. Una vita così è triste come questa giornata.

Osservo l’impiegato che ha appena preso il caffè e, anche senza parole, manda segnali, già proiettato alla fine della giornata. Una giornata persa, tempo prezioso che verrà ignorato perché evidentemente non dedicato a ciò che vorrebbe. Certo, gli impegni quotidiani non sono sempre giri di giostra, ma rimango dell’idea che, nel fare, sia importante il come, più del cosa.

Chissà con cosa ho zuccherato il caffè oggi? Troppa filosofia nella canna da zucchero.

Comunque, ora che te ne vai, col passo stanco, svuotato, aspetta!

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti.

Davvero, vorrei poter dispensare tempo come una dea, una Kālī positiva. Ma sei già fuori, nel grigiore, molle come una medusa finita sul bagnasciuga, sbatacchiata dalle onde.

Domani, domani ci sarà un po’ di sole.


TI AUGURO TEMPO (Elli Michler)

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non
solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.


Foto christina-langford-miller- da Unsplash

POSACENERE

Era da un po’ che girovagava tra i siti in cerca di idee. Era nato come passatempo, qualcosa per non restare fuori gioco, ormai avere un blog era come avere la patente, essere sui Social era ovvio.

Si guardò allo specchio, forse il trucco era da ritoccare, la pettinatura non le piaceva e neanche come si era vestita.

Com’era difficile creare qualcosa di diverso.

Si alzò dalla scrivania e si accese una sigaretta andando verso la finestra. Rimase un po’ a guardare le gocce di pioggia cadere sul vetro e la sua immagine che si confondeva col riflesso delle luci del ristorante cinese, dall’altra parte della strada.

Non dormiva bene da un po’ di tempo e chattare era meno costoso delle benzodiazepine di sua madre. I followers erano in aumento e se ne erano aggiunti alcuni dal nome preoccupante, giunse alla conclusione che chiamarsi AnnA in fondo risultava originale.

Ma non riusciva a emergere. Non esisteva.

Perché? Dove sbagliava? Eppure era migliorata tanto, ormai le sue foto erano davvero studiate, luce giusta, posa giusta, sguardo ammiccante, abbigliamento mai banale.

Forse dovrei iniziare a fare video.

Guardò il suo ultimo post, poi guardò il tabacco fumante della sigaretta.

Scattò una foto mentre spegneva la sigaretta sul dorso dell’altra.

Titolo: POSACENERE

Fatto.

Inviato.


Foto di Niklas Hamann da Unsplash

BOCCIOLI DI ROSE

L’accendino non funzionava. Continuava a fare cilecca. Poi, finalmente, la fiamma fece il suo lavoro e, dopo aver aspirato, salì una nuvola bianca. Era in cortile, l’ora d’aria.

Si avvicinò qualcuno a chiederle di accendere e non rispose. Guardava la punta delle scarpe, scarponcini blu, con i lacci, coperti da un po’ di polvere. Poi alzò lo sguardo e la persona se ne era andata.

Tutti camminavano, in due o tre, e parlavano. Quando qualcuno alzava la voce, arrivava subito un agente del penitenziario. Lei invece se ne stava seduta ad osservare, a volte guardava il cielo, poi seguiva il perimetro delle mura.

Le ricordava un muretto della sua casa, ma là c’era una rosa e dell’edera, e il colore del cielo era più bello.

Sarà per lo smog, pensò. Chissà se qualcuno ha concimato le rose, dovrò ricordarmi di chiederlo.

Aspettava l’avvocato, c’erano risvolti, così le aveva detto. Il tempo rallenta quando aspetti, la sabbia nella clessidra sembra bagnata.

Succede.

Qualcuno le si siede vicino. Le parla. Le mostra una foto con due bambine. Perché? Chi sei? Perché hai la foto delle mie figlie? Le strappa di mano la foto e comincia ad urlare.

PERCHÉ HAI LE FOTO DELLE MIE FIGLIE? CHI SEI?

Gli agenti arrivano di corsa, braccia che la bloccano mentre scalcia e si dimena, come un animale che intuisce la sua fine. Sembra di gomma e la riportano dentro in quattro, fino al reparto medico, dove una iniezione pone fine all’esagitazione.

E la mente appare più chiara, i ricordi affiorano. Tutto quel sangue, nei lettini, sui cuscini.

NO.

Il rifiuto, la corsa verso i lettini, gli abbracci e le urla chiamando le sue bambine.

Il sangue addosso e LUI, dietro di lei. LUI che non era più lui. Lui che le aveva fatto battere il cuore in gola, lui che aveva amato con ogni centimetro della sua pelle, lui che era stato suo. Le sue bambine, che erano state, LORO.

É confusa, ha paura. Cosa succede? Perché sono qui? Devo andare a casa.

E una flebo riporta la calma.

Ma vede. Chiaramente.

Ora vede e ricorda il dolore di un lama che le colpisce il braccio, l’urlo che rimane in gola, la fuga tra calci e orrore, scivolando sul pavimento, aggrappandosi ai mobili. Sente il fiato di LUI ma non si gira, sta correndo verso il balcone, esce e urla. Un’altra coltellata al fianco, la sua mano che cerca qualcosa, afferra un attrezzo, non sa cosa.

Poi un colpo, secco.

Si ricorda del suono, come quello delle noci spaccate a mano, mentre LUI crolla a terra.

E silenzio. Orribile silenzio, terrificante silenzio, assordante silenzio.

Devo dire a qualcuno di dare il concime alle rose.


foto di Manmohan Pandey da Unsplash

Lo Scialle Rosso

Francesca ha appena finito di apparecchiare. Per tre. Lei, suo padre e sua madre.

Non ha messo il solito servizio di piatti, perché oggi è un giorno speciale. Apre la bottiglia di vino, un Cabernet che piace a suo padre e lo versa nel suo bicchiere. In cucina, sul fuoco, sta finendo di cuocere uno spezzatino e, nella padella di fianco, le patate sembrano perfette.

Non parla ad alta voce, sussurra. Sta parlando con loro, i suoi genitori.

Francesca ha 65 anni e non è sposata, è un’artista, fa teatro. Ogni tanto ripete mentalmente alcune frasi, dell’ultima parte che aveva interpretato, qualche anno prima.

Poi, con un moto di stizza, cerca di allontanare quei pensieri. Oggi l’hanno chiamata per una piccola parte in una commedia e deve concentrarsi, deve ripetere i nuovi testi.

Lo aveva fatto per tutto il pomeriggio davanti allo specchio, con lo scialle rosso, scaramantico, di sua madre, sulle spalle. Anche lei era stata attrice di teatro. Era stata famosa e, suo padre, glielo ricordava sempre.

Ora, drammatica, ora, calma, ora, arrabbiata ma non troppo. No, non andava, non andava affatto bene.

Ma stasera, cenava con i suoi, come sempre, e avrebbe parlato con loro. Aveva comprato anche un mazzo di peonie, le preferite di sua mamma, e le aveva messe al centro tavola. Era emozionata, voleva che tutto fosse perfetto, e lo sarebbe stato, certamente.

Certamente.

Guarda fuori dalla finestra, la luna sembra enorme, alone vicino bel tempo lontano, alone lontano bel tempo vicino. Alone lontano.

Porta in tavola le pietanze fumanti, poi corre in cucina perché si era dimenticata il pane. Che sciocca.

Squilla il telefono. Ma proprio adesso?

< Ciao, come stai?>

< Ciao, benissimo, grazie. Dimmi pure, ma in fretta, ho già pronto a tavola>

< Ceni ancora con i tuoi Francesca?>

<…..>

Ma che domande fai?

<Certo. Saranno affamati, come sempre, e non ho molto tempo, dimmi come posso aiutarti?>

< Domani ti aspetto a studio Francesca>

< Domani mattina? Cercherò. D’accordo. Ora però devo proprio lasciarti. A domani.>

E chiude la conversazione. Chiude.

La cena non può aspettare. Non oggi. I morti hanno sempre fame, chissà perché sono così affamati.


Foto di klara kulikova da Unsplash

Abissi

La pesa era là, sotto il mobiletto del bagno. Si era ripromessa di non utilizzarla ogni giorno.

Sei in sovrappeso.

Questa frase rimbalzava dalla sua mente allo specchio, agli occhi di chi incontrava. Camminava cercando il suo riflesso in ogni vetrina, sapendo già che non si sarebbe piaciuta. C’era qualcosa di sbagliato in lei, come un dente rotto, un nervo scoperto. Qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto amare.

Tutte le donne, tutte, erano più belle, perfette.

Tutte.

Camminando verso la palestra, il piumino indossato come un’armatura le conferiva un’andatura goffa, si sentiva gonfia ma protetta.

Oggi, solo un frullato di frutta.

Le barche nel porticciolo sulla destra se ne stavano placide, a mollo, qualche pescatore nel baretto del porto stava parlando ad alta voce. Risate forti, tra dialetti incomprensibili e odore di pesce. Là, dietro quelle vele chiuse, quei motori ancora caldi, c’erano storie da sentire, racconti esagerati in cui perdersi.

L’estate, sognava l’estate, quando si lasciava scivolare nell’acqua fino al collo, al sicuro. E poi, lasciava affondare la testa, rimanendo a galleggiare, con le orecchie come conchiglie in cui il mare bisbigliava. E si sentiva così piccola, tra le onde dolci e l’immensità di un cielo terso, leggera. Magra. Perfetta.

Oggi, l’aspettava la piscina.

Troppo presto per indossare tutine aderenti e affrontare lezioni tra valchirie agili e corpi tonici. E così, nel camerino, si spoglia e rimane in costume, intero, olimpionico e nero. Non ci sono specchi ma vede la sua pelle chiara, quei rotolini che deformano, gli stessi che, da neonata, sua madre le raccontava in continuazione, la facevano paragonare a una immacolata, tonda, mozzarella di bufala. E lei si immaginava mani che la tiravano, contorcevano, raccoglievano, fino a farla diventare una palla, candida, enorme.

Non vorrebbe uscire più.

Rimarrebbe dentro a quel camerino per sempre. Senza specchi, senza nessuno.

Ma fuori c’è silenzio, le lezioni sono cominciate. Indossa l’accappatoio, le ciabattine, e scivolando come un fantasma raggiunge la piscina. Appende l’accappatoio, quei due metri che la separano dall’acqua sembrano una strada in salita. Ed entra in acqua, a candela, sicura di aver prodotto un rumore frastornante, di aver dato fastidio.

Resta sul fondo, guardando le bollicine d’aria salire verso la superficie, dove stanno nuotando corpi snelli, sirene.

Resta sul fondo, a fissare quel mondo che non la vuole. Ci si innamora degli abissi, perché non sono precipizi ma luoghi in cui puoi scrutare dentro di te.

Resta sul fondo.


Foto di Stormseeker da Unsplash

Rave party

Hai aperto gli occhi, almeno uno. La guancia ti fa male e hai la bocca impastata. La tua testa, appoggiata sulla pancia della tua amica, per terra, su quello che resta di un prato ormai secco. La luce ti ferisce, l’odore che permea l’aria è un misto tra copertoni bruciati e sporco. Ti siedi a fatica e guardi intorno a te, spostando qualche bottiglia di birra vuota. Ti senti intontita, le orecchie ovattate, tiri su col naso e cerchi di respirare.

Che ore saranno?

Guardi la tua amica che intanto si è spostata su un fianco.

Acqua, vorresti dell’acqua.

C’è un po’ di gente intorno, qualcuno seduto, altri in piedi che parlano. Eppure ieri sera è stato bello. Ti sembra. Ti alzi a fatica e lentamente cammini verso il capannone, non te lo ricordavi così lontano. Dovrà pure esserci dell’acqua. Appoggiati qua e là, gruppetti di ragazzi, ancora biascicano e ridono. All’interno del capannone, solo disordine, vecchi divani ormai distrutti, ti sembra di vedere le molle che ballano, sbucando dal tessuto rosa, come se volessero andare via.

Il rave è finito, l’aria è ancora carica di odori, elettricità.

La luce filtra da qualche fessura delle lamiere e disegna coni polverosi fino a terra, illuminando tondi sul terreno, cosparso di detriti, carta, brillantini. Illuminano anche una felpa, abbandonata su una sedia, come fosse in attesa del proprietario, da un momento all’altro. Vernice mista a ruggine decora l’interno, ora la vedi bene, nella notte non era così. Nella notte, era solo un magma di energia, musica, urla, figure che saltavano, luci che rimbalzavano ovunque.

Nella notte, era, altrove.

Quando eravate nel mezzo, quando anche voi due saltavate e sentivate il cuore andare a ritmo, i bassi tuonarvi nelle vene, inutile cercare di parlare, non eravate là per quello. Le urla che uscivano e non sentivate, quella sensazione strana di non avere voce. Lasciarsi andare, diventare musica, energia.

Urti qualcosa e ti accorgi che è una persona, un ragazzo. Dorme? Lo scuoti un po’ e si lamenta, arriva una ragazza e ti spinge via.

Calma, stai calma! Voi due non state bene.

Intanto, di acqua, nemmeno l’idea. Forse là in fondo, sembra un lavandino. L’odore è davvero tremendo, vomito e feci umane un po’ ovunque, squallore vero, ma hai bisogno di bere. E ci arrivi al lavandino, che poi è più una vasca in metallo, sporca e piena di pezzi di specchio. Hanno rotto anche quello. Il tuo viso riflesso da quei frammenti si moltiplica, mentre cerchi di aprire quel maledetto rubinetto. E scende un rivolo d’acqua, denso come sangue, come una ferita aperta.

E vomiti.


Foto di A-I-YA631 da Unsplash

Richiam-ami.

Ti richiamo, mi avevi detto. A più tardi.

Aspetto. Aspetto la tua chiamata. Seduta al bar mentre la gente passa e io osservo.

Piccoli alberi sovrastano aiuole ormai secche, folate di vento sollevano granelli di sabbia ed io, chiudo gli occhi, un attimo.

Le tue mani, ho sempre amato le tue mani, con quelle vene scolpite come nel marmo, perfette. Mi sembra di vederle mentre dai briciole di croissant agli uccellini che venivano sempre. Ora non ci sono.

Portiere che si chiudono, macchine che partono.

Vuole un altro caffè? No, grazie. Aspetto.

Sono tutti dentro perché fa freddo, ma non lo sento. Vedo il mare in lontananza, si distingue appena dalla battigia, è plumbeo, quasi immobile.

Il tavolino di metallo riflette la mia ombra, la ingigantisce e non lascia spazio alla tua, che non c’è più.

Richiamami, ti prego. Richiamami.


foto kajetan-sumila- Unsplash.com

TACERE

Parliamo tanto, parliamo sempre. Abbiamo sempre la nostra opinione, su tutto, ed è normale, ma perché esternarla sempre e comunque?

La domanda del prompt, inevitabilmente, ci porta a pensare a qualcosa di utile, forse più a una ineluttabile verità filosofica. Ma, imparare a tacere e, di conseguenza, ad ascoltare, impone la consapevolezza del proprio valore, la non necessaria esibizione del nostro esistere. Anche se in questo nostro mondo sembra il contrario, non vince chi dice l’ultima parola, non ci sono premi per chi urla più forte, non sono i logorroici quelli che affascinano. Integrità, educazione, comprensione, intelligenza emotiva, saper parlare quando è utile o necessario. Il dono del silenzio!


Foto di Paulette Vautour da Unsplash

Forse eri un elfo

Cara zia, ci siamo conosciute poco, o forse abbastanza. Abbastanza per riconoscere in te qualcosa di unico.

Sarà stata la tua vita, molto spesso all’estero, sarà stata la tua età, così indecifrabile, ma ascoltarti era fonte di curiosità e domande cadute nel vuoto.

Eppure, lasciavi sempre un segno, quasi una carica elettrostatica. Davvero, io l’avvertivo, quel tuo non so che, quel tuo essere con noi e altrove. E quando i nostri sguardi si incrociavano, non servivano parole, bastava il bagliore delle tue pupille che già io viaggiavo con la fantasia.

Ecco, avevi il dono che hanno alcune persone, quelle persone che si incontrano raramente, di essere immensa e strana, colta e curiosa, mezza donna e mezzo elfo. E io, ho sempre amato gli Elfi.


Ti ho visto

Ti ho visto. Sì, ti ho visto quella mattina, di spalle, la tua piccola ombra che faceva fatica a seguirti.

Eri là, sulla banchina, guardavi per terra, in mezzo a tante persone. Chi fumava, chi parlava, chi restava immobile mentre tu passavi.

Troppo lieve, troppo, per essere di questo mondo. Lo sai? Sicuramente lo sai. Ma gli altri?

Mi sembrava di sentire i battiti del tuo cuore, il tuo respiro portato da una musica antica, di cornamuse e note di pianoforte. Un’onda silenziosa si muoveva insieme a te, sfiorando corpi, facendo fremere i capelli.

E gli occhi?

Gli occhi della gente che lambivi, riflettevano una scintilla minuscola e violenta, spilli luminosi.

Li avevi accesi tu?

Esisti dunque. Esistete, perché immagino tu non sia il solo.

Mi hai sentito? Sapevi che mi ero accorta di te? Forse non eri lì per me. Forse.

Arrivavano spruzzi salmastri, il profumo del mare, delle alghe che marcivano tra gli scogli corrosi. Ti eri fermato e ti osservavo, seduta su una bitta in ghisa. Era arrivato il traghetto, riempiendo l’aria di mugolii tra lo sciabordio spumoso. La folla si stava muovendo come una nuvola di storni, spostandosi in una danza passiva e massiccia.

Ma tu non c’eri più, i miei occhi passavano impazziti su quella macchia uniforme, pensavo ti avessero inghiottito. Era rimasta solo la tua piccola ombra in una pozzanghera azzurra.

E ci ho messo dentro i piedi.


Foto Clem Onojeghuo da Unsplash

Narcisista

Ho pubblicato un libro, il terzo. La decisione di condividerlo in un post mi ha sollevato alcune perplessità, dopo aver letto uno studio secondo cui “I 15 secondi di celebrità che molti cercano su Internet spesso assumono un tratto patologico fino ad un pericoloso esibizionismo.”

Ma non è in fondo quello che facciamo pubblicando quello che scriviamo?

Assistiamo a gare per aggiungere amici al proprio carnet col risultato di ottenere un numero di contatti ingestibile psicologicamente. Moltiplicare all’infinito la propria rete di relazioni sociali genera la malsana idea che, ogni potenziale gratificazione originata dalle relazioni umane, quali la visibilità, l’ascolto, l’attenzione, l’affetto, la protezione, dipendano dai numeri più che dalla intimità delle relazioni vissute.  Generare un aleatorio consenso sociale a dimostrazione della propria esistenza in vita. Devo aggiungere però che, da Narcisista, per quanto riguarda il marketing invece… i numeri sono importanti.

Inoltre, sempre in questo studio si affermava che, i Social Network Sites ,”sono delle piazze sociali dove i passanti non necessariamente si accorgono di quello che dici.”

E qui… il campanello d’allarme è diventato una sirena spiegata.

Quanti saranno quelli che leggono davvero quello che scrivo? Importa? A me, sicuramente sì.

Io seguo chi mi interessa, mi incuriosisce, mi può insegnare qualcosa.

Lo confesso, ho anche cercato di incoraggiare chi mostrava attimi di debolezza, come un urlo di aiuto, nascosto tra le righe di un post, ma questo è tutt’altro. Ho incontrato in questo Social, persone generose e persone egoiste, si evince, e non da quello che scrivono, ma da come interagiscono.

In fondo è solo un diario senza lucchetto, aperto, abbandonato su una panchina virtuale, chi vuole, può leggere, chi vuole.


Tra la polvere e le nuvole

Fiocco, non saprei, mettiamo bianco, per il mio nuovo arrivato! È il terzo romanzo, si aggiunge alla famiglia già numerosa di articoli e racconti.

Ha la sua personalità, come tutti del resto.

É un viaggio, nella mente della protagonista, con la protagonista, in un altro universo, quello degli homeless.

Crudo, triste, scomodo? No.

Lo definirei irriverente, come solo i bambini sanno essere. Un viaggio emozionale. Ma essendo di carta, come Pinocchio era di legno, aggiungerei che può spiazzare, provocare, inquietare.

....” C’é un patto tra me e la strada, fragile e intimo, che ho plasmato a modo mio. Mi ha trasmesso la sua forza e la sua violenza, quel suo proseguire anche se tu sei distrutta. Quel passo in più che faccio ogni giorno è per sfuggire al dolore, anche se mi avvicina sempre più a quella soglia che non voglio superare. Sorpassare quel limite potrebbe significare non poter più essere la stessa. Se perderò il ricordo di me stessa, il mio mondo cesserà di esistere, come il mio futuro. Non devo smettere di chiedermi chi sono. Quanto può sopportare l’anima?”



Pandemia di odio

Cos’è che ci preoccupa? Sta iniziando l’inverno e si ricomincia a parlare di Covid.

Via, tutti a comprare mascherine.

< Eh, ma io, se vogliono farci fare un’altra vaccinazione, non la faccio.>

<Tanto è solo un’influenza un po’ più forte.>

Il ricordo atroce della Pandemia del 2020 sta svanendo, quel corteo di camion militari, carichi di bare ammassate, è nel passato.

Ma la Pandemia che dura da anni, quella che sembra davvero incurabile, spesso ignorata perché lontana da noi, ora é più che mai attuale: la Pandemia di odio. Palestina, Israele, Ucraina, Yemen, Mali, Armenia… Ne avvertiamo i sintomi? Abbiamo paura delle conseguenze? Certo.

Pensiamo di essere al sicuro, che questa peste rimarrà altrove, ma già si prendono contromisure. Si cerca di difendersi. Che altro potremmo fare? Come si può fermare la Pandemia di odio? É come un virus, anzi, peggio, perché miete vittime consapevolmente, segue un disegno, una strategia. Il virus, no.

Si può cercare un antidoto? Tutti diremmo che sta al singolo testimoniare, col suo comportamento, l’unica strada percorribile, quella della pace. La maggioranza s’inalbera, dichiara a gran voce il suo No alla guerra. Ma questo gene, presente in tutti gli esseri umani, la cattiveria, è assai più subdolo e tenace, pur non essendosi evoluto in migliaia di anni. È sempre lo stesso. Siamo sempre gli stessi.

A Gerusalemme convivono tre simboli religiosi, di tre religioni monoteiste: la Moschea di Al-Aqsa, sacra per i Musulmani; il Muro del Pianto, sacro agli Ebrei; la Basilica del Santo Sepolcro, sacra per i Cristiani.

Convivono i simboli, noi non ci riusciamo.


Crediti

Articolo liberamente tratto da un monologo di Maurizio Crozza: la Guerra.

Foto di Jason Leung da Unsplash

La magia

<Mi è venuto un attacco di scrittura.>

Come una bronchite, di quelle lunghe, anche fastidiosa, che non ti lascia dormire.

Così si alzò per andare al computer, per sentire quel ticchettio dei tasti che la calmava come uno sciroppo contro la tosse. Le righe che si riempivano di parole, la mente che si riempiva di pensieri, il portacenere che si riempiva di sigarette lasciate lì, a consumarsi.

Che ore saranno? Importa? No.

Ci sono momenti nella vita in cui provi qualcosa di speciale, ti è concesso, e ti senti vivo. Ed eccola, la scossa che percorre le braccia, le mani, arrivando alle dita che sembravano avere vita propria. Le osservava mentre i pensieri fluivano fino ai tasti. Non guardava lo schermo, pensava, già sapeva che avrebbe dovuto correggere chissà quanti refusi, non aveva importanza.

Come da bambina, quando sull’altalena guardava il mondo a testa in giù, sentiva il suo mondo sottosopra.

Quella sensazione di correre per arrivare sempre nello stesso posto, impegnata a combattere qualcosa che non è visibile.

< Mi sa che ho la febbre. >

Continuava a scrivere e cancellare, riscrivere.

Capitava, a volte, ed era come nelle fiabe, la magia che fa tutto, e la faceva sentire come uno strumento, una prolunga dei tasti. La magia della mente che stava facendo un defrag: le scene, le persone, i dialoghi, apparivano e sparivano, lasciando tracce di amore, odio, desiderio, vita, si sovrapponevano e svanivano. Pensieri come piume messaggere, un Allegro di Bach che sfrigolava le sinapsi, seguendo il suo ritmo incessante. Guai a fermarsi per fare pipì, il concerto doveva finire, essere compiuto.

Capita, a volte, la magia.


Foto di Michael Dziedzic da Unsplash

Vernice nera

Il bus che mi portava vicino al liceo partiva ogni mattina alle 06.30. Non era mai pieno di persone e faceva poche fermate, tra le quali, quella che più mi incuriosiva era quella del ponte.

Aspettavo di vederla salire, col suo soprabito da cui spuntavano gli stivali in vernice, a volte rossa, a volte bianca, ma i più belli erano in vernice nera.

Aveva terminato di lavorare.

Lei era soprannominata, dalle signore a bordo del bus, la Pontina.

Avevo 15 anni, abbastanza per sapere che non faceva l’operaia.

“Eccola la Pontina. Sembra contenta, mi sa che stanotte le é andata bene.”

Saliva col suo abbonamento, salutava l’autista che ricambiava, poi si sedeva con discrezione, sempre allo stesso posto, davanti. Rimaneva sempre libero quel posto, come se fosse riservato a lei. Mi ricordo che il primo giorno, il mio compagno di classe, mi aveva fatto alzare, dicendomi che lì non potevo mettermi.

La Pontina era una prostituta, per scelta. Non come oggi che, purtroppo, siamo soliti vedere ragazze evidentemente in carcere senza catene, minacciate da clan di mostri. Esistono anche quelle che lo fanno per scelta ma sono molto lontane dall’immagine della Pontina, e si fanno chiamare Escort.

La Pontina aveva lunghi capelli neri, non era più giovanissima e risaliva, quasi ogni mattina, la strada da sotto il ponte, arrancando, con la sua borsa. Quando abbassava un po’ il finestrino, perché allora si poteva, arrivava un profumo dolce, e si vedeva la sua chioma nera, muoversi nell’aria. Nessuno le rivolgeva la parola, lei si limitava a guardare fuori dal finestrino. Sapeva che tutti la stavano guardando.

Anch’io.

A quell’età, non ti fai domande complicate, sei forse anche un po’ sciocco e ti sorprendi a ridere per qualche battuta o commento su qualcosa che ancora non conosci.

Arrivava la sua fermata e lei scendeva, salutando. Il bus ripartiva e tutto tornava normale. Quel giorno però, di fianco al suo posto aveva dimenticato qualcosa, una foto. L’avevo vista, non sapevo che fare, poi, prima di scendere, avevo deciso di prenderla e darla all’autista. Il passaggio veloce dalle mie mani alle sue e vedo lei, la Pontina, abbracciata a due ragazzi, uno le somigliava molto, sicuramente i suoi figli. Era una foto bella, normale, una famiglia normale. Anche gli stivali in vernice nera sembravano normali.

L’ho incontrata per molto tempo la Pontina, sono passati alcuni anni, finché un giorno non l’abbiamo più vista. Le illazioni sul perché si sono moltiplicate, la curiosità spingeva le signore addirittura a chiedere notizie all’autista, che non sapeva niente. Io mi immaginavo che Fellini l’avesse vista per inserirla nel cast qualche suo film, la vedevo scuotere la chioma e, col rossetto rosso fuoco, un po’ sbavato, scoppiare in fragorose risate. Poi, pensavo invece che forse ora stava con i suoi figli, che aveva smesso ed era andata in pensione, senza colleghi da salutare, senza festa d’addio, ed era lontano, lontano da tutto questo.

Spero sia stato così.


Foto di Carol Oliver da Unsplash

Un bicchiere spaiato

Impulso di scrittura giornaliero
Raccontaci di un periodo in cui ti sei sentito fuori posto.

Sentirsi “fuori posto”, capita a tutti prima o poi, proprio come un bicchiere spaiato in un servizio. Così, quando i tuoi genitori ti comunicano che cambierai ancora città, sai già che sarà difficile farsi accettare, fare amicizia, perché toccherà a te. Ed è sempre così. Cambiare ambiente, scuola, lavoro, è tutto una sfida, con te stessa e la tua capacità di adattamento. Poi, cresci. E lo capisci quando spariscono gli imbarazzi, perché inizi tu a considerare la situazione ingombrante, non interessante o sgradevole. E te ne vai, in cerca degli altri “bicchieri” simili.

Artemide per un giorno

Cosa c’è di più bello dell’atmosfera che si crea attorno ad un evento che ti ricorda l’infanzia? Come un’aura, un turbine di energia che sovrasta e avvolge. Non importa se hai sbagliato abbigliamento, non importa se c’è tanta gente, non importa neanche se hai parcheggiato su Saturno, perché non c’è un angolino libero.

Oggi c’è la Festa delle Castagne. Ed è una splendida giornata.

Il sole è tiepido ma brillante, il profumo di caldarroste arriva portato da un vento leggero. Poi, arrivano anche le foglie, tante. Ma non importa. Alzi lo sguardo sulle fronde degli alberi pronti a spogliarsi dei loro colori e sai, lo sai bene, che presto ti toccherà raccoglierli quei colori. Ma non importa. Vuoi solo metterti in coda, insieme ai bambini, alle famiglie, e arrivare al cartoccio di caldarroste.

La fila si ingrossa, i bambini cominciano a piangere, le mamme litigano con i papà. Vorresti che arrivasse un colpo di vento, forte, di quelli che ti costringono a smettere quello che stai facendo per proteggerti, per tenere la giacca che hai in mano o spostare i capelli che ti stanno coprendo il viso. E arriva. Ma tu sei soave.

Sposti l’attenzione altrove, guardando il piazzale di fianco. C’è una mostra di trattori antichi, belli. Li stanno fotografando da tutti i lati, con i bambini seduti in braccio, appoggiati alle ruote enormi, appoggiati ai manubri enormi, davanti, dietro. Poi, la folla si sposta piano, indietreggia.

Che succede? Partono?

E si accendono i motori, sbuffando nuvole nere, roboanti, lenti e rumorosi, i trattori si muovono.

C’era proprio bisogno? Era necessario farlo adesso?

Lo smog si diffonde presto e il profumo del verde, delle castagne, vengono inghiottiti, tutti si mettono fazzoletti sul naso e la bocca. Ma stai arrivando al traguardo, il tuo cartoccio è lì e lo prendi, incurante del calore sprigionato da quei frutti roventi. Ti allontani veloce, vuoi tornare a respirare e cerchi un posto dove sederti.

Scusate, permesso, mi scusi, vorrei andare là.

Dieci metri in dieci minuti, ma almeno le castagne si sono raffreddate un po’, i rumori sembrano attutiti dal vento. L’unico posto libero é nel bar, e meno male, hai appena mangiato una castagna che ti ha allappato la bocca e ci vuole proprio una bella bottiglietta d’acqua. Entri e ti metti di nuovo in coda. Oggi va così.

Poi, ti vedi.

Nello specchio dietro la cassa del bar, sopra la tua testa, il vento e la fuliggine ti hanno regalato una pettinatura simile ad un nido d’aquila, con tanto di foglie e un rametto.

<Prego?>

<Una bottiglietta d’acqua, per favore.>

Non fai una piega. La cassiera ti fissa ma non dice niente. Ti muovi come se niente fosse, come una dea greca, portando con eleganza la tua acconciatura campestre e ti siedi, di fronte alla vetrata.

Fuori, il caos, niente a che vedere con i ricordi delle sagre d’infanzia, ma tra loro e te, il vetro riflette la tua figura, le foglie gialle e arancioni tra capelli, le bucce delle castagne sul tavolino. Intorno tutto si muove veloce, hanno fretta, fretta di bere, fretta di andare a vedere, fretta di mangiare. I colori stanno cambiando, i raggi di sole sono più morbidi, le ombre si allungano e un uccellino si ferma proprio di fianco alla vetrata, forse vuole qualche briciola. Ti fissa un attimo e si gira. Ora siete in due ad osservare lo spettacolo.

Ti guardi… tu, Artemide, e pensi: Mi manca solo un arco e una ninfa. E sorridi.


foto di Jackson David da Unsplash