Glimmer

Che colore ha il dolore? Si era svegliata dall’intervento, ancora dopata dall’anestesia, i movimenti rallentati e la bocca impastata. Tra le bende che le fasciavano il viso poteva scorgere, di fronte a sé, un pezzo di muro e di soffitto, e rimase a fissare la linea che interrompeva due colori, era la sola cosa che le faceva comprendere di stare osservando due parti distinte. C’era il muro e c’era il soffitto.

Aveva sete, forse aveva voglia di parlare. I rumori erano attutiti, anche perché le orecchie… “Oh mio dio le orecchie”, chissà come erano diventate. E chissà com’era diventata la sua faccia, quel viso che era arrivata a detestare, che non riusciva più a guardare allo specchio. Un nemico, ecco quello che vedeva, un infame che le ricordava il tempo che aveva solcato ogni suo poro, modificandola come si fa con la creta. Un kintsugi senza oro, solo solchi che mantenevano unite tutte le parti ormai senz’anima, porzioni di sé che stavano crollando miseramente, incappucciando la vista, intristendo i sorrisi, il tutto in un grigiore refrattario anche alla luce del sole.

Non riusciva a spostare il collo, sentiva la pelle tendersi, pronta a strapparsi, e rimase immobile. Un prurito insopportabile sotto quelle bende, “Ma non viene nessuno?”, respirava a fondo senza muoversi. Come se non bastasse il prurito, incominciò ad avvertire dolore, una sorta di nevralgia che si stava impossessando di tutta la testa, viso compreso, lasciandole la sensazione di avere un timpano teso proprio sotto il cuoio capelluto.  Resistere. Doveva resistere, la avevano avvertita delle conseguenze di un intervento di face-lifting. Possibile cerchio alla testa. Altro che cerchio, era tra due morse che tiravano, non aveva neanche il coraggio di muovere la bocca o qualsiasi altro muscolo. Scintille. Ecco che colore aveva il dolore in quel momento! Non come i lapilli sprizzati dalla legna d’inverno ma simili a quello sfavillio che sprigiona da una levigatrice, di quelle utilizzate per affilare coltelli, luminescente, freddo, metallico.

Avvertì una presenza, era un’infermiera che era entrata e stava parlando. Non sentiva bene, la fissò con gli occhi, cercando di incrociare i suoi e farle capire cosa stesse provando. Ma niente, quella befana parlava, parlava, e trafficava con il sostegno della flebo.

“Morfina! Aumenta la morfina!” Cominciò a sudare e arrivarono anche nausea e vomito. Le veniva da piangere ma NO! Non poteva, non doveva.

L’infermiera se ne era andata, restò a fissare il muro e il soffitto davanti a lei mentre una lacrima scendeva tra le bende. La linea di divisione stava diventando più sottile, morbida, sembrava che si stesse muovendo, scivolando via. Rimase un’unica parete liscia, senza soluzione di continuità, rosea e levigata, quasi bombata, come un palloncino.

Un viso, il suo futuro viso.

Assolo e outro

Sei proprio bella. Non riesco a pensare ad altro. Il cameriere si avvicina con i primi piatti, sta parlando ma sono frastornato. Mia moglie sta sorridendo, ha appena detto che le piace il servizio, sembra felice. Io sorrido e affondo la forchetta nei tagliolini, li attorciglio, li attorciglio, li attorciglio. Poi mi fermo perché, in effetti, sto creando una palla compatta, come lo zucchero filato su un bastoncino. Colpetto di tosse e un goccio di vino. Cerco di scambiare qualche parola con mia moglie, le chiedo se vuole assaggiare quello che ho ordinato. Ma il mio sguardo, tutto di me, ti sta fissando. Sei proprio una visione. I tuoi capelli si muovono scivolando sulla schiena, li sposti con la mano delicata, dalle dita lunghe, dietro l’orecchio. Mi sembra di sentire il tuo profumo arrivare fino a me, come un sortilegio. Sono certo di averti già vista, sicuramente immaginata. Non sento la tua voce, vorrei sentirti parlare, ma siamo lontani. Il tuo compagno ( è tuo marito?), sta guardando il telefonino. Ma come si fa? Come può staccare gli occhi da te? Io non ci riesco. E bevo. Verso del vino a mia moglie che sta parlando di ferie, suoceri, nostro figlio che ancora non ha deciso cosa fare della sua vita. E se adesso venissi da te? Se ti prendessi per mano e ti portassi via? Mi hai guardato! I tuoi occhi sono rimasti nei miei per un attimo. Ci provo, io ci provo. Quella cosa delle telepatia mi ha sempre affascinato e ora, ci provo. Mi concentro. Cameriere e nuovi piatti. “Non li toccate perché sono caldissimi.” Sentisse le mie mani! Sono in fiamme, ho lo stomaco chiuso, no, chiuso no, infatti sto mangiando. Mastico, più che altro. Sarà un colpo di fulmine? Mai successo prima. Mia moglie sta chiedendo se sto bene, perché sono tutto rosso. “Andropausa?” “Ma cosa ti viene in mente. Sarà stato il vino.” Prendo la bottiglia e gliela mostro, 13 gradi e mezzo. “Visto?” Mi giro e non ci sei più. Al tuo tavolo, tuo marito sta aspettando, digitando sul telefono. Sei andata in bagno? “Scusami cara, vado un attimo in bagno.” Mi risponde, mia moglie mi risponde ma non sento, anzi, sento solo il mio cuore che sta martellando battiti. Cammino quasi al suo ritmo, veloce, cercando con lo sguardo i bagni. “Sono là dietro a destra”. Là dietro, a destra. Schivo i tavoli, attraverso una palude di parole che si accavallano in un mostruoso sottofondo, giro a destra e mi fermo. Dietro la paratia che nasconde la sala, davanti alle porte con le sagome di una signora e un signore, aspetto. Cosa farò quando uscirai? E la porta delle signore si apre. Sei tu. Sei tu? Una ragazza un pò in carne, non troppo alta, dai seni formosi che riflettono la luce dei faretti. Mi guardi ma non mi vedi. “Mi scusi.” E mi aggiri. Quel mi scusi mi ha gelato. Ma che razza di voce hai? Dura, grave, e in sintonia con i polpacci da terzino. Perfino le tue mani mi sembrano diverse, lunghe ma per niente delicate, con le unghie lunghe e affilate. Sono deluso, sì, sono amaramente deluso, mi sento fraudato. Dov’é il mio sogno? Dov’è? Spingo la porta del bagno dei signori e mi fermo davanti allo specchio. Ma guardati! Sei un sognatore, sei un romantico sognatore! Esce un uomo da una toilette e mi sembra il caso di affrettarmi ad uscire. Non si va in toilette se ci sono gli orinatoi a muro, a meno di avere qualche emergenza che non voglio nemmeno soffermarmi a pensare. Mi sorpassa, senza neanche lavarsi le mani ed esce. Ma che schifo, che schifo di mondo. Che schifo di serata.

Lo Spirito del bosco

Il telefono all’orecchio e una mano in tasca. Cammina piano, in salita, su grandi gradini sconnessi e scivolosi. Il sole filtra tra gli alberi, tra le foglie del sottobosco, immobili per il freddo che le ha congelate e il profumo di terra addormentata.

“Ma come? Sono sempre io che chiamo.”

C’è qualcosa che non va, lo so, quello che non so è come fermare tutto questo. D’altra parte, è una sorta di abitudine, anzi, una schiavitù, no, una stupida abitudine. Mi ricordo che è iniziata quando ero piccola, nella nuova città in cui non conoscevo nessuno. Era ovvio che dovessi fare il primo passo, che dovessi essere io a cercare di conoscere, di fare amicizia.

Due turisti la sorpassano veloci. Fanno i gradini a due a due.

“Chissà perché, che fretta hanno di arrivare in cima senza godersi la passeggiata?

Quante volte si punta a qualcosa, si corre con la voglia di arrivare e ci si dimentica del resto?

Ecco, vi state perdendo quello scoiattolo che è scivolato dal tronco, a scatti, ed è sparito velocissimo. E le macchie di muschio, lì ai bordi del sentiero, che crescono in segreti angoli nascosti, quasi fossero un piccolo presepe naturale. E quest’aria, quest’aria gelida che fa lacrimare gli occhi, quieta. Che meraviglioso silenzio, quasi surreale.

Lei si ferma e guarda intorno. Non è sola. In lontananza, le auto sembrano minuscole, come giocattoli, che corrono su un nastro grigio. Anche loro corrono, ma verso dove? Vorrebbe rimanere ma non può, la stanno aspettando.

“Dev’essere la strada che sale dalla collina,” pensa. “Non posso fare tardi, sono stata io a chiamarle. Come sempre, sono io a chiamare.”

Un passo incerto, un piede che scivola sulle foglie bagnate, la gamba che si piega sull’ultimo gradino. Un movimento goffo, un tentativo di bilanciarsi che finisce con le mani a terra. Gli occhiali volano via, la borsa scivola giù, rimbalzando, come una palla impazzita, finché non si ferma, proprio al limite degli arbusti che bordano il sentiero. Giusto un attimo prima di sparire nel fitto del boschetto, le sembra di vedere che qualcuno la raccoglie. Lei recupera gli occhiali e li inforca, guarda meglio e vede un anziano che sta salendo. Man mano che si avvicina, nota i capelli bianchi, arruffati, e gli occhi. Due spilli luminosi, incastrati tra le rughe di un viso che sembra uscito da un libro di favole.

“Ecco” le dice, porgendole la borsa. “Sta bene?”

Non sa come rispondere, ma sorride timidamente e prende la borsa, che ora è macchiata di terra. “Grazie,” mormora. Lui la guarda intensamente, come se stesse cercando qualcosa.

Forse ho qualcosa in viso.” pensa.

Con dolcezza, le toglie una foglia dai capelli e le sussurra: “Un passo alla volta, senza rincorrere nessuno, e si arriva dove si vuole.”

Un inaspettato gruppo di ragazzini, arriva proprio in quel momento, saltando e ridendo, travolgendoli senza toccarli. É un attimo, una folata di ormoni selvatici, folletti dispettosi e divertiti. Lei si scosta il più possibile, aspetta e teme per l’anziano. Ma quando torna la calma, l’anziano non c’é più.

Ha lasciato dietro di sé solo il suo consiglio.

Ma guarda che storia. La devo raccontare. Anzi, no. Fammi camminare con calma, e pensare. Arriverò.

Non ci sono i gabbiani

Osservo dall’alto di una collina. Siamo dovuti scappare, non respiravamo più. Siamo stati svegliati da un rumore forte, sembravano colpi di frusta impazziti. Quando ho spostato le tende e ho visto i fili elettrici che si dimenavano nell’aria, colpendo l’asfalto e spruzzando lapilli, sono rimasto fermo, pensando a come fosse successo. Il tempo di raggiungere la porta d’ingresso e già l’aria nel corridoio era grigia, irrespirabile, cattiva. Non so come siamo arrivati fin quassù. Mi ricordo le urla dei vicini, io, in pigiama che, sulla soglia di casa, resto pietrificato a guardare l’orizzonte, in fuoco.

Un cielo così non l’avevo mai visto, da fine del mondo. Devo averlo anche pensato. Poi, le corse da una stanza all’altra, mia moglie che prende i bambini, i soldi, i pochi gioielli e, mentre si veste, mi urla di prendere un borsone e metterci i vestiti per tutti. L’ho fatto. Ora sono in pigiama, qui, sulla collina, con addosso una coperta.

Là in fondo c’era la nostra casa, non si vede, è stata ingoiata da un’onda gialla e rossa di altissime lingue di fuoco dalla punta blu. Un’orda mefistofelica che sta divorando con gioia, che avanza senza fretta e lascia un’ombra nera, una immensa nuvola statica sui resti del banchetto. Sento i lamenti intorno a me, di chi sta osservando i morsi del fuoco che sbranano le mura, i giardini. Si sentono in lontananza i versi degli animali che stanno fuggendo, forse non riescono a vedere, hanno paura, non respirano. Come si fa a non avere paura? Ora che siamo qui, sani e salvi, come tizzoni spenti che esalano umori acri, ci guardiamo intorno. Continuano ad arrivare macchine, tra poco saremo bloccati. Il panico non ti fa ragionare. Quel mostro là sotto non si fermerà, si sta ingozzando con sempre più ingordigia, sono i nostri ricordi a fare da carburante, le nostre foto, i mobili, le palizzate dipinte, le altalene. Siamo attorniati da tanti cani che abbaiano, i gatti invece sono in braccio, col muso nascosto dentro le maglie, in cerca di un filtro per respirare meglio. Anche noi abbiamo dei fazzoletti sulla bocca e sul naso, gli occhi pizzicano. Dobbiamo allontanarci, dobbiamo muoverci. La nuvola nera si è alzata e arriverà, come un mantello pesante, una coltre di morte.

Via! Andiamo via! Urlo. Ma pochi se ne vanno, la maggior parte rimane a fissare quello che ha costruito in una vita, bruciare come un mucchio di paglia, sparire dietro le loro lacrime. C’è chi sta filmando. Seriously? Forse vuole documentare, forse è in diretta su qualche Social. Io vorrei essere altrove. Saliamo in macchina e, lentamente, ci allontaniamo seguendo un tragico corteo, non profughi né esiliati, ma sfollati. Si starà già parlando di calamità e, per un po’, non saremo soli.

Là in fondo, dalla parte opposta alle fiamme, il mare si muove lento come una lastra d’acciaio, la luce della luna filtra nell’aria densa di fuliggine. Non ci sono i gabbiani e i leoni marini saranno già al largo. Seguo le altre macchine, una scia di fari, come lunghe vene iridescenti che si muovono pulsando.

“Tenete chiusi i finestrini! State tranquilli, stiamo andando via.”

Dietro di noi, mi sembra di sentire un verso disumano, è il brutale boato del fuoco che avanza.

Leader

La rabbia è un dolore travestito da forza. Quella rabbia che le stava facendo male, che le triturava le viscere e che non sapeva come sfogare. Pensava a come era arrivata a quel punto, dove aveva sbagliato, non c’era spazio per altro nella mente.

Questo è il mio momento, ci sono io qui. A questo ho puntato lavorando tanto, esponendomi, uscendo dall’ufficio per ultima. Come ho potuto lavorare con il nemico senza accorgermene? E adesso, che dovrò parlare davanti a tutti, di un progetto che non è il mio, raccontare una storia che non mi appartiene, rischio di fare una figura pessima.

La sala era gremita, la convention annuale era un punto di arrivo, i dirigenti erano là, impegnati in pubbliche relazioni e sorrisi, scambi di business card. Lei era tesa, vibrava come un violino con le corde di un calibro sbagliato e, quelle corde, sapeva benissimo chi gliele aveva cambiate. Proprio quell’esserino apparentemente innocuo che se ne stava seduto in prima fila, che sfuggiva il suo sguardo ma che sembrava aspettare. Pensava di essere l’unica via di salvezza, lui che aveva cambiato le carte in tavola, lui che aveva sostituito il progetto all’ultimo momento con la sua versione. Ed era in una chiavetta usb, pronta, scaricata e sparita.

Il Direttore era all’oscuro, guai a far esplodere questo bubbone. Non hai il controllo sulla squadra, non sei stata pragmatica, non sei una leader.

A quanto pare no, a quanto pare sono una che si fida, non so se abbia un valore oggi, forse no. Ma col cavolo che rinuncio alla presentazione. Non potrà discostarsi poi tanto dall’originale. Vado a braccio, lo so fare.

Tocca a me. Faccia da poker. Poi penserò a te che adesso non mi sembri più neanche così pericoloso. Guardami, sto entrando in scena. Guardami e impara.

🐬

Fuoco e (è) amore

Lingue di fuoco gialle e arancioni tremolano nel camino mentre, fuori dalla finestra, rami ormai spogli, come ossa rinsecchite, si confondono nella foschia di un pomeriggio di gennaio. Le ombre del fuoco si muovono sul muro bianco come ombre cinesi, in una danza frenetica perché non è ancora giunto il momento, il ceppo è stato coricato sulle prime braci, forse troppo presto.

Fare un bel fuoco non è semplice. È come costruire l’amore. Inizi piano, con piccoli legnetti che aggiungi, sempre più grandi, mentre sembra che stia divampando, muovendoli per far passare l’aria, per nutrirlo. Ecco. Come l’amore, il fuoco va nutrito. E viceversa. Anche quando sembra partito, quando hai l’illusione che funzioni e abbia preso la strada giusta, senza ombra di dubbio, non puoi lasciare che il fuoco vada da solo. Non puoi. Se ti allontani, se non gli presti le giuste attenzioni, si può spegnere, e forse neanche te ne accorgi o te ne rendi conto tardi. A volte riesci a rianimarlo ma ci vuole passione, bisogna sapere come fare, soffiare piano sulle braci e rimboccarlo con piccola legna, saper aspettare ed avere il coraggio di spostare i ciocchi, stravolgere la tua piramide perfetta. Fare un bel fuoco è impegnativo. Già. Anche quando è al massimo, quando fiamme e calore, appagano la vista e il cuore.

Le ombre sulla parete ora danzano lente, potenti, sembrano pennellate impazzite. Fuori il grigio incupisce e avvolge tutto in un’ unica tonalità che sembra gesso. Solo il fuoco, col suo crepitio, racconta storie e ricordi e non puoi interromperlo, non puoi fare domande, puoi solo ascoltare.

Domani sarà l’Epifania e stasera appenderò le calze, per tutti. Un tempo, si usava mettere anche un pezzetto di “carbone”, dello zucchero reso nero da chissà quali dannosissimi coloranti, ma era davvero magico quel dolcetto. Lo aspettavi, anche se sapevi che era una punizione, perché significava che contavi per qualcuno. C’era chi si prendeva cura di te. Domani appenderò le calze e ci metterò un pezzetto di carbone, di quello vero, per ciascuno.

Ecco perché le braci di oggi sono importanti.

Corro da te

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è il regalo più grande che qualcuno potrebbe farti?

Capita. Capita a tutti, credo, di attraversare quei momenti così difficili da essere convinti di non farcela. Io sono stata talmente tanto nel baratro da pensare di arredarlo.

Eppure, sono ancora qui, col mio dolore ben conficcato nel cuore, ma so di non essere l’unica. Non mi consola, non consola nessuno, ma aiuta a guardarsi allo specchio dritto negli occhi e smettere di autocommiserarsi.

Proprio in uno dei momenti più dolorosi della mia vita, un’amica mi ha chiamato al telefono. Non mi ha fatto neanche finire di parlare, forse stavo biascicando, straparlando, o forse ha semplicemente avvertito che non avevo bisogno di parole ma di un abbraccio.

” Corro da te.”

Corro da te. Questo è stato uno dei regali più grandi.

IKIGAI

Ogni giorno ci si sveglia. É un dato di fatto. Il come, invece, dipende.

Così, oggi, si era alzata, col piede destro, aveva preso le sue pillole, bianca e rosa, e si era fermata a fissarsi nello specchio. Oggi, si sarebbe sposata.

C’era una strana calma in casa, d’altra parte era da sola, un silenzio pacifico, con la luce che filtrava dagli scuri e niente altro. Emozionata? Strano, non avvertiva frenesia o ansia. Mancava più di un’ora prima che arrivassero parrucchiere e truccatrice. Aspettava che sua madre suonasse da un momento all’altro, suo padre invece, sarebbe arrivato poco prima della partenza per la Chiesa.

Davvero si stava sposando? Mentre beveva il caffè, dopo essersi fatta la doccia con una cuffia da bagno enorme (quella di sua nonna) per non rovinare il lavoro fatto il giorno prima dal parrucchiere, si fece un selfie. E suonò il campanello. Fine.

Mamma era arrivata, lei sì, emozionata, e l’aveva stretta così forte da farle mancare il fiato. Mi sto sposando mamma, non sto partendo in guerra. Sua madre la fissava, con quello sguardo che conosceva bene, molto bene, e che voleva dire tutto. Voleva dire, principalmente, “Stai andando in guerra”. In fondo, i suoi genitori avevano vissuto la loro storia come una sfida, tutta la vita.

La casa era già invasa, lei non se ne era accorta. Chi le toglieva la cuffia dalla testa, chi apriva bauletti per il trucco, il phon che rumorosamente faceva da sottofondo, un via vai intorno che le ricordava la favola di Cenerentola. Tanti topolini che ce la mettevano tutta per regalarle un aspetto favoloso. Peccato che la truccatrice le avesse infilato lo scovolino del rimmel in un’occhio. Cominciò a lacrimare.

Ah no, non ti commuoverai adesso? Se piangi mi rovini tutto il lavoro.

Ma a nessuno interessava la sua risposta, erano tutti presi. Ed era arrivato l’attimo più atteso, indossare l’abito, trovato dopo infinite ricerche, infinite prove, nella più assoluta indecisione.

Mamma, ti aiuta mamma.

Una vestizione complicata, da papessa, tutto nuovo, la biancheria intima e la sottoveste in seta, le calze col pizzo, il reggicalze, la giarrettiera blu e, finalmente, calato dall’alto, con un cappuccio a coprire viso e pettinatura, si trovò infilata nel vestito. Come una bambola, sistemata ben bene, i bottoncini chiusi uno ad uno, le spalle scoperte leggermente, il raso color perla che scivolava fino a terra. Poi, si guardò allo specchio.

Chi era quella sposa? Chi era dentro quell’abito che, in fondo, non le piaceva poi così tanto? E quei capelli? Perché le avevano voluto mettere a tutti i costi quelle forcine con i brillantini? Ora sì che le veniva da piangere. Avrebbe voluto toglierselo, avrebbe voluto spettinarsi, avrebbe voluto urlare.

Devo chiamare Andrea.

No mamma, non porta male. No mamma, esci per favore. Arrivo subito. Vai a farti un caffè. Esci!

Uno squillo. Solo uno squillo e lo vede. É proprio lui, sorridente, con gli occhi più belli del mondo. Si guardano, non parlano. Si guardano e sorridono. Sono loro.

É arrivato papà.

Si guardano ancora, e sono già sposi. Chiudendo gli occhi chiudono la videochiamata. Prima di uscire dalla stanza decide di mandargli il selfie del mattino, con quella cuffia a fiori ridicola, le occhiaie e il suo sorriso. Aspetta, aspetta la sua risposta.

– ❤️

Ora sì. Ora è pronta.

A Natale. C’ero.

c’ero soltanto.
c’ero. Intorno
cadeva la neve.

Kobayashi Issa

Come negli aiku, in cui la rappresentazione dell’attimo, letto d’un fiato, porterebbe ad un senso di improvvisa illuminazione, io auguro a tutti di fermarsi in quell’attimo e, tra le luci e i regali, ritrovarsi. C’ero.

Sereno Natale e Buone Feste

Marcella

Quante volte figliola?

Impulso di scrittura giornaliero
Ti sei mai esibito sul palco o hai tenuto un discorso?

Quante volte figliola? Tante volte. E si impara, si impara tutto. Ti prepari, arrivi anche a farti un video per vedere come sarebbe il tuo intervento (e raramente ti piace). La verità è che, ogni volta, è come fosse la prima. Ogni volta, quando cominci, hai davanti a te la platea e dentro di te il vuoto pneumatico. Dura poco, pochissimo. Realizzi subito che devi proferire parola e non importa se non segui lo schema perfetto che ti eri preparata, non importa se ti dimentichi qualcosa o aggiungi altro (spesso improvvisato). Quello che importa è che stai sfidandoti, ancora, sfidi le tue insicurezze, sfidi anche la convinzione di essere preparata, in grado di catturare l’attenzione. Poi, almeno questo è quello che mi capita, tutto fila liscio, mi diverto, osservo le reazioni di chi mi sta ascoltando e di chi manda segnali non verbali inequivocabili. Questa è la vera prova, riuscire a interessare, intrattenere schivando la autoreferenzialità (difficilissimo!) Sarà per questo che cerco da far durare i miei bla bla bla al massimo 20/25 minuti e sono intercalati da qualche presenza esterna (attori che leggono, un musicista che stacca…), perché l’ultima cosa che vorrei, è vedermi parlare “a vuoto” o al vuoto.😁

PLPL – Roma Convention Center La Nuvola – 4/8 dicembre 2024

PLPL – ROMA – LA NUVOLA – 4/8 dicembre 2024

Rientrata! Stanca (molto stanca) ma felice!

È sempre bello partecipare alle Fiere dei Libri e questa al Roma Convention Center La Nuvola, è stata una full immersion!

Cara Gattapazza, ti ho aspettato… e Marisa Salabelle, potevi dirmelo prima che eri presente, ti avrei sicuramente cercata!!!

Ho portato a casa incontri, sorprese, chiacchierate e interviste e… un bel raffreddore!

Non vi ho dimenticato,,, è che dovevo anche dormire( almeno un po’😜).

Marcella


PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI – LA NUVOLA a ROMA

SCRIVERE! Siamo tutti(quasi)scrittori… a qualcuno riesce meglio.

E così, quando vedi i tuoi libri pubblicati ed esposti nello stand della tua Casa Editrice, quasi, quasi, ci credi!

Due o tre cose che so di sicuro (omaggio a Dorothy Allison): scrivere mi viene naturale, mi piace scrivere, non a tutti piace come scrivo.

Per chiunque fosse nei paraggi della NUVOLA, Roma EUR, 4/8 dicembre… vi aspetto, da venerdì pomeriggio!

Sarò quella che sorride… 😊

Marcella

Centro Congressi “La Nuvola”, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi”.

Bilico

Io non mi conosco. Non vedo perché dovrei per forza ascoltare.

Uscendo di casa, con la testa che continuava a raccontare la solita storia, aveva preso la direzione verso il centro. Una folla che camminava, in disordine, osservando le vetrine già addobbate per il Natale. Tante luci dai fari delle macchine, riflessi che le ferivano gli occhi e quel sottofondo rumoroso, quel chiacchiericcio molesto che la infastidiva. Avrebbe dovuto già pensare agli acquisti, ai regali, ma proprio non ce la faceva. Avrebbe dovuto essere, se non allegra, almeno consapevole della fortuna che aveva. C’erano problemi? No.

Alla fine, tutti hanno problemi, anzi, preoccupazioni. I problemi sono altri.

Niente da fare. Il cervello ruminava, inquietava, chiedeva la pace. Poi, di colpo, un tonfo sordo e violento. Una frenata che sembra non finire mai.

Gente che urla e corre.

Qualcuno è stato investito?

Giaceva a terra, sull’asfalto, ferma e sanguinante. Era buio e le voci non le sentiva più. Ascoltava quel silenzio, quel vuoto. Ma non era pace, era terrore. Le sembrava di vedere piedi, tante scarpe. Rimase a fissare degli stivaletti bicolore, nero e marrone e pensò a quanto erano brutti. Poi, si sentì sollevare, mani che la posizionavano su qualcosa di rigido, piccolo, perché le braccia le cadevano penzoloni.

Sirene e sballottamenti. Voci. Poi, più nulla.

Ascoltava quel buio silenzioso. Era diventata quel silenzio, quel vuoto, senza intervenire.

Non intervengo. Non interviene il mio io. É questa la pace? Sono sconosciuta a me stessa, ho smesso di raccontarmi.

Codice rosso.

A M A R E

Impulso di scrittura giornaliero
Condividi cinque cose in cui sei bravo.

A ascoltare

M meditare

A aspettare

R rispettare

E… scrivere.

Per la quinta, diciamo che ci provo.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Errori

Li definiva così: errori. Non rimorsi o rimpianti. Alla sua età, poteva permettersi questo e altro, ne era assolutamente convinta.

Quando stai fissando fuori dalla finestra e la mente viene richiamata da un ricordo (e ne ho davvero tanti, quanti ne ho), è impossibile fare marcia indietro, inutile cercare di non pensare. In fondo mi è rimasto questo, pensare. E si pensa agli errori fatti, anche se non serve a niente.

Gli alberi stavano perdendo le foglie lasciando rami rinsecchiti, come sottili ossa, fragili. Eppure, sarebbero rifioriti in primavera, loro sì. Non tutte le foglie cadevano contemporaneamente: alcune ai primi sbalzi di temperatura, altre non riuscivano a staccarsi subito, rimanendo attaccate un po’ più a lungo, invecchiando.

Chissà se anche gli alberi hanno memoria? Sicuramente tribolano, ma non fanno errori. Questo continuo passare da una stagione all’altra deve essere faticoso. Tutti che corrono a raccogliere le foglie cadute, qualcuno li maledice, si sentono i lamenti mentre trascinano il rastrello carico, mentre gli stivali si stanno riempiendo di fango.

Due signori, proprio sotto alla sua finestra, nel giardinetto al di là della strada, stavano fermi, i piedi dentro un ammasso di foglie marcescenti. Erano anziani ma non vecchi. C’è una grande, enorme differenza. Lei, era vecchia.

C’è uno scarto minimo, quasi non te ne accorgi, ma arriva un giorno in cui, invece, scivoli nel buco della vecchiaia. Ed è proprio un buco, ti ritrovi solo, e tutti (quasi tutti) vorrebbero coprirlo, per non pensarci più. Un pò come sotterrare un problema. Diventi ingombrante, allunghi la lista di fastidi, rinunce, sacrifici.

Si era alzato un po’ di vento e il cielo, là in fondo, avanzava scuro e carico di pioggia. I due anziani ripresero velocemente a spostare i mucchi di foglie. Anche la natura ha i suoi tempi.

Invecchiando si diventa egoisti, possiamo essere pedanti, a volte fastidiosi, onnipresenti. Ci si aspetta tutto e subito. In fondo, è solo che temiamo di non avere abbastanza tempo. Il tempo diventa prezioso. Lasciateci attardare, sbagliare pillola, versare lo zucchero, sbriciolare a più non posso… non lo faremo per molto.

Gocce pesanti cominciarono a cadere, scivolando sui vetri.

Ai miei amati genitori.

Recensione a I.O – I OBSERVE YOU di Gian Paolo Marcolongo

Ringrazio Gian Paolo Marcolongo, autore che tutti conosciamo come newwhitebear, per la sua recensione al mio primo romanzo, I.O I OBSERVE YOU (2020). 🪭🩷

Non è un film

Guerra. Siamo circondati. Siamo, circondati?

É così vicina, e così lontana. Tra noi e l’orrore, ci sono schermi e monitor.

Non ci è dato avere sensazioni di pelle, provare la paura che ti trascina su e giù per colline e monti, nella pioggia e nella polvere. Non sentiamo neanche gli umori pesanti, il sudore, il lerciume dei vestiti appiccicati alla pelle, di chi sta combattendo o scappando, e la puzza di vomito ed escrementi. Neppure la fame che attanaglia le viscere, i colpi di mitragliatrice sparati, il fragore delle esplosioni, la fuga continua, nascondendosi, tremando, lottando nella solitudine.

E la paura. Paura di morire. E si muore, con la guerra si muore sempre. Non importa chi muore, non importa neanche chi vince. Si muore e basta.

Il nemico è sempre l’altro.

Non importa da che parte stai. In guerra, sei il nemico.

Scrolliamo i post, guardiamo avidamente distruzione e dolore ma ci inalberiamo di fronte alla follia di politiche economico-religiose già decise, premeditate. Non è una serie, non è un film. Sta accadendo. Il sangue, quando sgorga, è denso, appiccicoso. Ha un odore forte il sangue. Ma, qui, dagli schermi, non lo sentiamo.

Il mio, gela tutte le volte che penso a quanto siamo stupidi. L’essere umano è davvero l’animale più pericoloso al mondo.

Foto da unsplash

Assenza

Un sospiro. Ancora. E gli occhi trattengono le lacrime come una diga al limite della capienza. Lei è seduta, vicino a suo marito, ed entrambi, stanno fissando la sedia vuota, davanti a loro. Il piatto mezzo pieno di pasta in bianco, col parmigiano, il piatto preferito da suo figlio. Quello era il piatto che le aveva sempre chiesto, quello era la via per la salvezza. Ma non era stato così. Neanche oggi. Il mostro che si era impossessato di Davide lo stava portando via, e lei sentiva i conati di vomito, dal bagno, e lo sciacquone, che dichiarava: é fatta.

Assenza.

Questa parola le si era insinuata sotto-pelle, durante le sedute con lo psicologo che aveva preso in cura Davide. Ma non erano le ragazze ad essere vittime di anoressia?

An-orexis, assenza di appetito(orexis), non è solo il rifiuto di nutrirsi, è assenza di desiderio, del desiderio di vivere.

Perché Davide?

Eri così intelligente, non capisco come mai non riuscivi ad ottenere voti migliori, per non parlare delle uscite con i tuoi amici. Quante volte ti abbiamo rimproverato per aver fatto cose assurde, come guidare bendato o lanciarti, da un palazzo di tre piani, all’altro. E quella volta che tuo padre ti ha visto uscire truccato come un trans, e gli avevi risposto che era un gioco? Gioco, sti c…i, io ero rimasta inorridita. Mio figlio, MIO FIGLIO, che va a passare una serata con chissà chi, conciato in quel modo. Ti sei drogato? Sono sicura che ti sei anche drogato.

Non sai più ragionare. Lo hai mai fatto? Bisogna pensare prima di agire!

Non vedi quanto ci fai preoccupare? Pensavo fossi più forte. Hai smesso di lottare, se mai hai cominciato. Io sono stanca, tuo padre è stanco.

Davide non ha nessun sentimento di colpa. Lui nega, negava sempre. Lui, allo specchio, si vede enorme e grottesco, immeritevole di esistere. Nella sua camera, perfettamente in ordine, i libri impilati per gamma di colore e dimensione, il letto immacolato, col copriletto rigidamente infilato ai quattro lati, la scrivania sgombra, con solo quattro penne allineate davanti al computer. Non c’era posto per ninnoli o fogli, per scarpe abbandonate a terra, magliette lasciate sulla sedia. Non c’era posto.

Prese dall’armadio, lucido e perfettamente chiuso, il suo borsone per la palestra ed uscì.