Il 43

Arriva il 43, quasi in orario. Non c’è molta gente ma qualcuno deve sempre passare davanti agli altri, in coda. Piccoli soprusi da piccole persone. Non ci fa caso, non è importante, c’è posto e il tragitto sarà breve. L’autobus riparte tra il rumore di ferraglia, sbuffando, con la gente ancora in piedi che si aggrappa ovunque e si siede come se fosse emersa da una nuotata infinita. Lei, se ne sta in piedi, appoggiata al finestrino, vicino allo spazio per le carrozzine.

Mentre osserva fuori, due ragazze stanno ridendo forte, coprendo il vociferare e i dialetti incomprensibili che riempiono l’abitacolo. Risate squillanti, che tolgono il fiato, emanano quasi luce, un’aura leggera, come se fossero sospese. Tutt’intorno c’è il grigiore di percorsi conosciuti, fotocopie di stanche routine, occhi che hanno smesso di guardare il paesaggio e rimangono fissi sul sedile davanti. Vite ammaccate da sogni infranti, perduti, dimenticati.

Teste, tante teste. Chissà a cosa pensano? C’è una vecchietta con i capelli schiacciati sulla nuca, le gambe che non arrivano a terra e una borsa enorme sul sedile di fianco. Qualcuno le darà una mano quando dovrà scendere? Quel signore di fianco, seduto al di là del corridoio, si alzerà?

Appanna il vetro con il fiato, per disegnare un cuore, come se avesse dodici anni, come quando le batteva forte il cuore, vedendolo salire, quel ragazzino, riccio e un po’ timido, che la guardava da lontano. Quando aveva perso quell’emozione? Quando erano apparse le barriere ai brividi, alla vergogna, all’entusiasmo innocente? Si diventa più forti nascondendo i turbamenti, eccitazione e commozione sono tenuti in serbo, come il servizio buono, per le occasioni speciali. 

Il 43 rallenta e si ferma. La signora anziana arranca col suo grosso bagaglio fino alle porte che si aprono. Sta per andare ad aiutarla ma una delle ragazzine la precede, sorride e le scarica il grosso fagotto, poi, salta di nuovo sul bus e si siede.

Quanta luce.


Foto di sam mcnamara – da Unsplash

Giro di vite

Impulso di scrittura giornaliero
Se ci fosse una biografia su di te, quale sarebbe il titolo?

Parto subito scrivendo che le migliori biografie sono quelle fatte dopo la dipartita del soggetto. Quindi, gesti scaramantici a parte, è molto difficile avventurarsi in una “auto-descrizione” da vivente, perché si spera, tra l’altro, di avere ancora tanto da fare… Così anche il titolo potrebbe cambiare, più volte. Oggi, forse, guardandomi negli anni vissuti e nelle scelte fatte o subite, volendomi un po’ bene, direi che “Giro di vite” , Il titolo del romanzo di Henry James (horror a parte),  mi appartiene.

TRA LA POLVERE E LE NUVOLE – Recensione di Diario di bordo

Che meraviglia ricevere qualcosa di inaspettato, un regalo. Questa bellissima recensione sul mio penultimo libro, da parte di diariodibordo, la nostra egle, mi è apparsa oggi, così, tra un post e l’altro. Proprio con Marcello Comitini, che invece mi ha permesso di pubblicare alcune delle sue bellissime prose nel mio ultimo romanzo di prossima pubblicazione (spero), si era parlato di generosità, di collaborazione artistica, non sempre facile tra autori. Beh, cara egle, oltre ad essere una brava scrittrice, sei anche decisamente altruista, una qualità che ammiro molto nelle persone. Grazie, col cuore! 💓

La dama di ghiaccio

Arrivava ogni mattina, quasi sempre alla stessa ora, quando il sole era abbastanza alto per farsi notare tra gli spogli rami grigi dei castagni.

Fuori dal bar, le sedie erano vuote, i tavolini deserti, tutto era ricoperto da una patina di brina, anche quelli che stavano sotto il piccolo pergolato di gelsomino, che non aveva ancora perso le foglie, nonostante il freddo. 

Lei entrava nel bar, ordinava sempre lo stesso e si sedeva fuori, cercando la luce, l’aria e una sedia asciutta. La gente da dentro la osservava, allibita, vista la temperatura.

Indossava un solo guanto, la mano scoperta sollevava la tazza di cappuccino fumante. Rimaneva un po’ a fissare la minuscola torre di vapore combattere l’aria gelata, resistere il più possibile, in suo onore. E i raggi del sole, lambivano le foglie tutt’intorno, illuminandone i contorni argentei.

Anche l’asfalto della strada brillava, lasciando intravedere una lunga striscia fino al campetto di calcio, abbandonato.

Dietro di lei, riparati nella “costruzione di mezzo”, né al chiuso, né all’aperto, diverse persone stavano fumando in piedi, muovendosi, riparate da pareti di plastica trasparente, come topi da laboratorio.

Ora il sole era arrivato a baciarle le fronte, scaldarle la mano. Si accese una sigaretta, sorridendo.

Buongiorno anche a te.


Foto di demi-kwant- da Unsplash

L’amore umiliato

….

Sono colei che t’invoca
di farmi tornare indietro
quando il sangue ancora caldo
scorreva nelle mie vene
ora fredde di una vita inattesa.

…..

Non perdurare nel sentimento atroce
di chi non sa cosa sia amare.

“L’ amore non ricambiato. Inutile, dice il mito di Apollo e Dafne, amare qualcuno che non ricambia: qualunque sia la scelta che l’altra persona farà di fronte ai nostri sentimenti, deve essere rispettata senza ammettere violenza.”

DAFNE di Marcello Comitini

Con immensa gratitudine al poeta Marcello Comitini che spero voglia collaborare con alcune delle sue prose, che ho trovato molto significative, e vorrei includere nella stesura del mio prossimo romanzo.

Fermati

Impulso di scrittura giornaliero
Hai bisogno di una pausa? Da cosa?

Fermarsi. Fermarsi e non pensare. É impossibile? Assaporare quel preciso momento, e non è importante che si sia raggiunto un goal, non è essenziale che ci sia un motivo. Fermarsi, fare una pausa dal continuo arrovellarsi, programmare, organizzare. 

Una pausa presuppone che poi si ricominci, quindi, quell’istante che dedichi al tuo sguardo, perso nelle fronde di un albero o immerso nei colori del cielo che sta cedendo alla notte, ecco, quello è una”vacanza” da te, dal tuo io.

Se sai perderti, sai anche ritrovarti.

Partenze

É presto. La stazione, già gremita, l’accoglie con le fauci aperte, l’alito pesante di zaffate di polvere, cornetti precotti scaldati sulle piastre. Un rumore continuo, in sottofondo, incomprensibile. Voci sgarbate, cadenze straniere, pianti di bambini, lamenti di chi si è perso, quasi ritmati dall’arrivo e partenza dei treni.

Controlla il suo treno sul cartellone ma, ancora, non è stato assegnato il binario. Alla fine, le toccherà correre, unirsi ad una di quelle lunghe file di gente che cammina veloce, trascinandosi il bagaglio, la famiglia. Sembra un reticolato di vene pulsanti, in tutte le direzioni, si formano spontaneamente, basta che uno sussurri “siamo al binario 12”, e come Mosè, viene seguito, con fiducia. 
Si è posizionata nel mezzo, azzardando una statistica in base alle partenze precedenti, a volte funzionava. E lo vede. Anzi, prima lo sente, avverte uno sguardo. 
Si gira e per un attimo, incrocia degli occhi, sembrano immensi e familiari.

Ma appare il suo binario, ed è lontano. Correre. Infilarsi nel lungo verme di passeggeri che stanno andando proprio la’, attenta a non inciampare in qualche bagaglio, a non urtare nessuno. 
Mancano quattro minuti, sembrano pochi ma ci arriverà, come sempre.  Salire sul treno, raggiungere il suo posto e sistemarsi, sorretta da un’adrenalina che sfuma non appena si siede. Chiude gli occhi un momento, ignorando il via vai nel corridoio, guardando fuori.

E lo sente, di nuovo, quello sguardo. 
Lui è poco più in là, con un libro davanti, gli occhiali un po’ scesi, la sta guardando. Un sorriso di circostanza, un eureka sommesso, un’ inspiegabile connessione tra le pagliuzze della sua iride e quelle di lui. Parte il treno, lentamente, occhi negli occhi. 
Si parleranno. Troveranno il modo, il momento giusto.

La vita, glielo indicherà, basta aspettare che appaia sul suo cartellone


Goto di bacila-vlad- da Unsplash

Folla senza volto

Oggi sta andando al MAXXI, per la Collezione di Design Contemporaneo.  Reinterpretazione a tutto tondo, il gioco-design. Quello che avrebbe dovuto fare con la sua vita. Da quanto tempo non giocava? Arriva e c’è un albero blu, al centro di una fontana.

Legge: Brainforest di Pascale Marthine Tayou. La natura che fiorisce nel cuore della città eterna, da cui partono tutte le strade che abbracciano la terra.

Ha il colore dei fiumi, dell’acqua che arriva ovunque, e offre i suoi frutti colorati, in forma di oggetti etnici, maschere e documenti di viaggio, testimoni del dramma del presente. La colpisce che la artista parli dello …sguardo minaccioso della folla senza volto.

Nella lobby del MAXXI la accoglie la Falena, di Nico Vascellari, due metri e mezzo di fulgidi raggi, falci, placcate in oro. Eclettico.

Legge: Riflessioni sull’Uomo, sulla Natura e sul Divino. Vita e morte, il giorno e la notte, la luce e il buio.

La sua vita.

E si dirige alla Galleria 2: La Nuova Collezione di Design. Tra Designer e Studi, sono in tredici. Molto da vedere: arredi, oggetti, grafica, materiali, prodotti digitali, del XX secolo e dei primi decenni del XI secolo. Cammina rilassata, passa da un’artista all’altro, e pensa alla libertà nell’essere un artista, alla soddisfazione di vedere riconosciuto il proprio lavoro ed esposto in un museo importante, diventarne addirittura parte integrante.

Vorrebbe restare ancora, c’è tanto da vedere, ma non può. Tornerà. Si avvia alla macchina, il cielo è chiazzato da pennellate di nuvole, sembra finto. Passa davanti a una panetteria.

Mi ci vuole un pezzo di pizza, bianca, con la mortadella.

Apre la porta e viene investita dal profumo del pane, dal chiacchiericcio di signore del quartiere che si voltano, la scrutano e tornano a parlare. È come essere tornata indietro nel tempo, ci sono anche gli espositori con le caramelle, forse sono scadute da anni, con gli involucri della sua infanzia.

< Dimmi, bella.>

Tocca a lei.

Si sente come quando aveva nove anni e andava da Marta, vicino a casa, a fare la spesa per mamma, e si sentiva grande. Ci andava in monopattino, lo parcheggiava e rientrava a casa, scendendo la rampa del garage frenando con la suola delle scarpe da ginnastica.

< Ce l’ha una Coca Cola?>

Paga, ringrazia e prende l’involucro tiepido e profumato. Esce e viene travolta dalla gente, piedi che corrono, braccia che gesticolano e tante voci. Troppe.

Lo mangerò nella piazzetta qui davanti, su una panchina.


Foto di paul-zoetemeijer da Unsplash

Fiammata

Oggi è un giorno speciale. Non per qualche evento particolare o unico nella sua vita, era appena stata investita da una fiammata di felicità. Inseguiva, come tutti, l’agognata serenità ma, quell’istante in cui, all’improvviso, era arrivata la fiammata ardente ad incendiarle il cuore, il viso, consumando tutta la sua energia, sapeva che sarebbe rimasto per sempre nei suoi ricordi.

Le risultava difficile pensare ad altri attimi di felicità nel passato, se ne ricordava alcuni, come braci quasi spente di un camino. Quegli istanti in cui la sintonia era perfetta come un tondo di Giotto, o la risata era piena da stordire, o l’emozione aveva intrecciato le viscere. Ecco.

Oggi le era sembrato di essere catapultata in aria, sottile come un raggio di luce, così lontana dal resto del mondo che osservava dall’alto, altrove. Come catturare questa percezione? Le sensazioni sgradevoli restavano appiccicate, riapparivano improvvise, di tanto in tanto, come la lama del dolore che aveva trovato comodo rifugio dentro di lei. Era silente e continua, come un mal di denti che si rivela lentamente, cala e poi aumenta.

Non c’era modo di archiviare le fiammate in un file? Non era proprio possibile trovare una parola chiave che fungesse da propellente?

Scosse la testa, i suoi ricci ballarono, ebbri, ancora per un po’, come i serpenti della Medusa le ricordarono che i sogni possono aprire varchi illuminanti. Ma quello di oggi non era stato un sogno, piuttosto un Uroboro, che si divora, per rigenerarsi attraverso una vampata che nutre e consuma allo stesso tempo.

Rimase la sensazione sdrucciolevole, simile all’acqua del mare sulle tavole da surf, mentre cerchi l’equilibrio e, anche se fatichi, sorridi.


Foto di Dark Rider da Unsplash

Ghiaccio

Oggi il vento è gelido e forte. Da dentro la macchina non te ne accorgeresti, se non fosse per quel lembo di stoffa che viene trasportato da raffiche, quasi fossero fantasmi che si divertono. 

Tutto è coperto di brina, il sole non riesce a dominare questo gelo, non può, non è il suo momento. 

Ora, regna il ghiaccio.

In alcuni punti candido, in altri grigio e opaco, brilla solo quando viene colpito dai raggi del sole, quasi ad avvertirlo che, nella loro battaglia, sarà lui a dominare, comunque. La notte scenderà ad aiutarlo, l’aria è sua alleata, ogni angolo è una roccaforte. 

Fa fatica il sole, lui così immenso e lontano, a bucare le nuvole, altro ghiaccio. 

Eppure, quando appare, anche solo un suo raggio, come la spada di Excalibur, reclama la sua regalità, accarezzando la brina, facendola piangere dai pini, in gocce trasparenti. 

Ripassa il lembo di stoffa, ancora non ha toccato terra, come un naufrago sbattuto dai flutti, è abbandonato al suo destino. 

Giocate fantasmi, divertitevi folletti del gelo, ora che il tempo è vostro.

Chiudo la portiera della macchina, sollevo la sciarpa a coprirmi anche il naso, mentre l’aria glaciale soffia tra gli occhiali e mi ruba una lacrima. 
Il ghiaccio non chiede, prende.


Foto di Max Kleinen su Unsplash

Scappare

Le luci del Commissariato sono bianche, alogene, fredde. Seduto in sala d’aspetto, dondolava un po’ sulle tre sedie che si stavano staccando dal pavimento, facendo sbattere a ritmo, contro il muro, la barra di metallo che le collegava. 

–       Allora? La pianti? 

Era passato un poliziotto, uno dei tanti, e, senza fermarsi, l’aveva ripreso, per poi sparire dietro ad una porta.

Stava aspettando i suoi genitori, li avevano chiamati dalla Centrale di polizia.

Chiuse gli occhi, rivedendo la scena, sentendo il vento nei capelli e le urla dei suoi amici, sul tetto di un treno regionale. Dieci minuti di pura adrenalina, la velocità che aumenta, le scivolate in cerca di un appiglio, i piedi che penzolavano e quel senso di euforia.
Poi, era successo qualcosa, ma non se ne era accorto, non subito. Matteo era saltato dal loro treno ad un altro che stava passando di fianco. 

Il loro treno stava andando via, lasciando indietro un amico.

–       Ma c’è riuscito? L’hai visto?

Le parole rubate dal vento, gli occhi che lacrimavano per l’aria, e il buio. Solo quei lampioni che di tanto in tanto, illuminavano le carrozze. Il buio, dietro.

Attraverso il vetro della porta vede arrivare due persone, poi altre due, sono sconvolte, stanno parlando con un poliziotto. Saranno i genitori dei suoi amici. Li avevano divisi, uno per stanza, ma erano solo in due. Mancava Matteo.

Aspetta. Arrivano altri poliziotti, una di loro accompagna una coppia da qualche parte. Rimangono due, in piedi, con i visi tirati e il pigiama che esce dai cappotti.

Poi, ecco i suoi genitori. Suo padre è arrabbiato, come sempre, sua madre lo segue, in silenzio.

Poche chiacchiere all’accettazione e li vede avvicinarsi alla porta col vetro, la sua porta.

Non ha il tempo di parlare, non l’aveva mai. Suo padre sembra enorme, ancora più del solito, e la sua mano arriva sulla guancia, potente come pugno, e lo fa cadere dalla sedia. Poi, urla, strattoni e un poliziotto che li separa. Sua madre stava vicino al muro. Una vita vicino al muro, qualsiasi muro.

–       Ma che stavate facendo? Delinquente! Ti volevi ammazzare? E invece è morto Matteo! Tu, dovevi morire, TU! Bastardo!

Viene portato via, rimane sua madre e chiudono la porta.

Lei si avvicina, si siede e lo guarda, non lo tocca. Ha sempre gli occhi tristi. 

Matteo è morto. 

Allora, non ce l’ha fatta.


foto di Giulia May da Unsplash

MIO. IO.

Suona la campanella. É finita. Tutti fuori, in cortile, è una bella giornata.

Enne corre perché vuole giocare a calcio, e già sceglie gli altri ragazzi della sua squadra, nel SUO campetto di calcio.

Emme arriva un po’ in ritardo, si è fermato a mangiare qualcosa, ma vuole giocare anche lui, e la palla, è la SUA.

E così, si formano due squadre.

Si comincia, tutti corrono, la palla passa da un piede all’altro, qualche spintone, uno scivola e cominciano a litigare. Ma solo per un attimo. Si riprende, si deve giocare. Intorno si è già formato il solito gruppetto di compagni che tifano per una squadra o l’altra.

É un gioco.

Enne si arrabbia molto col suo attaccante, lo sgrida da lontano, poi corre, lo supera e, rubandogli la palla, tira in porta. Ma sbaglia. Non importa, ma ad Enne importa. E calcia per terra, urla agli altri ragazzi, non è colpa sua, gli altri non sanno giocare.

Emme lo chiama sfidandolo, con la SUA palla in mano, pronto a rimandarla in campo. Si ricomincia.

Il gioco diventa crudele, calci negli stinchi e spallate, offese e sguardi di sfida. Il campo sembra più piccolo, le corse più affannose, Enne è il campione del quartiere, non può perdere, non DEVE perdere.

Altro tentativo, altro flop.

Enne corre, corre e prende per la maglietta Emme che afferra e stringe la SUA palla, lo strattona, lo insulta, lo butta a terra. Gli altri lo circondano, cercano timidamente di fermarlo ma nessuno si mette di mezzo. Calci, calci, ancora calci.

<FERMATI!> Un urlo, nel silenzio.

Si voltano e vedono arrivare un bambino, avrà forse sette o otto anni. Si fa largo nel gruppetto e si mette davanti ad Enne.

< SMETTILA!> Tutti lo guardano, questo piccolo Davide che osa affrontare Golia.

Enne lo osserva divertito all’inizio, poi, comincia a pensare che forse questo bimbetto ha la protezione di qualcuno, forse non conviene reagire. Gli da un buffetto e gli ordina di portare via Emme, ma di lasciare a loro la palla.

Il bambino non capisce.

Enne lo guarda fisso, gli circonda le spalle e risponde: <Vedi questo campo, lo vedi bene? É MIO. Io sono Enne, ricordatelo. >

Il bambino non proferisce parola, annuisce, poi si volta ad aiutare il ragazzo, sanguinante, a terra, e lo accompagna fino ad una panchina. Gli porta un po’ d’acqua e un fazzoletto. Rimangono così a guardare gli altri che hanno ripreso rabbiosamente a giocare.

Il ragazzo, dopo essersi ripreso, si gira verso il bambino : < Stanno giocando con la MIA palla. Non è giusto. Comunque, ti ringrazio, come ti chiami?>

Il bambino, continuando a guardare verso il campo, gli rispose: < Sono IO. E tutto quello che vedi, intorno al campo di calcio, è mio.>


Foto di Javier Garcia da Unsplash

Foglie bagnate

Le foglie sono bagnate, fradice, i colori si mischiano alla terra. Eppure sono state verdi, piene di vita, di linfa. É la vita.

Ora, sul sentiero che profuma di muschio, mano nella mano, camminavano piano, attenti a non scivolare. Era così bello, così magico stare di nuovo insieme. Lui la guardava ogni tanto, cercava i suoi occhi, ma lei guardava per terra sorridendo.

Questo bastava.

Da quando era andato a riprenderla, da quando aveva deciso che in qualche modo ce l’avrebbe fatta, si sentiva di nuovo forte, protettivo, la sua roccia. Ora che erano di nuovo insieme, i pensieri correvano a quelle stanze così asettiche, quei corridoi così lunghi, tutti quegli anziani persi nella solitudine. Il vuoto, si ricordava la sensazione di vuoto.

L’immagine di lei su una sedia di fronte a una vetrata che dava su un cortile, da sola. Quel sorriso esploso nel vederlo, forse lei non sapeva chi era, ma sapeva che era venuto per lei, che l’avrebbe abbracciata e portata con sé.

Come gli era venuto in mente? Come aveva potuto pensare di vivere senza lei? Ma, purtroppo, si ricordava bene i pomeriggi a discutere con i figli e gli si increspava l’anima, nel rimorso di essersi fatto convincere.

Papà, è la soluzione migliore, non sei più in grado di starle dietro. Mamma non c’è più.

Mamma è ancora qui, è qui con me, mamma non è mai andata via. É di fianco a me, nel suo mondo fatto di pensieri che non conosco, di immagini che non vedo, ma so leggere il suo cuore e, soprattutto, ne ha bisogno il mio.

Le foglie si sono attaccate sotto gli stivali, si ferma, cerca una roccia dove farla sedere e l’accompagna con dolcezza. Poi, sollevandole un piede alla volta, toglie il fango e le foglie con le dita.

Dobbiamo comprare degli stivali con la suola liscia, con questi si fa più fatica. Domani, domani li compriamo.

Mentre cerca di pulirsi le mani, lei lo accarezza sulla testa, così, come un tempo. Mamma è qui, lo sarà per sempre.

Ma quanto sono belli i colori delle foglie bagnate?


Foto di Oleksandra Bardash da Unsplash

Vita

Siamo alla fine, quasi.

Fine di cosa in fondo? Fine del nostro computo del tempo annuale, non più legato a meridiane ma a orologi.

Eppure, continua, anche se vogliamo ingabbiarlo, sorge sempre il sole, lo stesso sole che tramonta in qualche altra parte.

Oggi è nata una bimba, una dei 240.000 che nascono nelle 24 ore. Ma, per i genitori è unica, è la loro occasione di lasciare una radice, il segno del loro breve passaggio su questa terra. É una meraviglia, veder nascere un bambino è davvero un miracolo, aspettare che faccia il primo grido, che cominci ad annusare la vita.

Un’energia che non possiamo catturare, quella della vita, la sua potenza, che pensiamo di poter consumare per sempre. Ma per sempre, non esiste.

Oggi, hanno ricoverato una persona meravigliosa, non più giovane, per una recidiva del tumore alle ossa. La sua energia è terminata? Avrà fatto tutto quello che avrebbe voluto? Sarà in pace con se stesso?

Io lo immagino in uno dei suoi quadri, pieni di forza, passare da una pennellata di colore ad un’altra, danzare pattinando sulla tela, senza dolore, solo pace.

Oggi sarà l’ultimo giorno di quest’anno, un altro ultimo giorno per qualcuno e un primo giorno per altri. E festeggeremo la fine e il nuovo inizio. Festeggeremo la vita.

Buon Anno, cari amici e Buona Vita!


foto i di benjamin-davies da Unsplash

Farfalla

Smettila di accontentarti di chiunque pur di non restare sola.

Scacciò i pensieri brutti, stasera si vestirà come una farfalla, vorrebbe essere una farfalla, di quelle che vivono solo poche ore.

In fondo non conta quanto, se non ne vale la pena.

Ha appuntamento con lui, non glielo aveva confermato ma non importava, l’aveva fatto altre volte. Eccola davanti al ristorante, è in orario e aspetta. Aspetta.

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.

Prima vede i suoi piedi, poi vede lui. É seduto a un tavolo, con un’altra. Lui parla e lei annuisce e sorride.

Ma non le aveva scritto. Non le aveva detto di avere un altro impegno. 

Le sue ali si sono afflosciate, lui non l’aveva vista e si sentiva come se la avessero messa in una teca con gli spilli conficcati.

Che fare? Andare? Salutarlo?

 Aspetta.

Mai agire d’impulso.

In fondo non si sentiva mortificata perché lui stava uscendo con un’altra, si sentiva miserabile per quel suo continuo sbagliare,

Accontentarsi di chiunque pur di non restare soli

Avevano finito. Se ne stavano andando.

Non fai niente?

No.


Foto di mario-kravcak da Unsplash

Babbo Natale arriva il 25

Sono quasi le 23,30. Dobbiamo muoverci o arriveremo tardi alla Messa di Natale.

La tavola è un campo di battaglia, tra briciole e dolcetti, un pezzo di panettone è finito su una sedia. Si è giocato fino a poco fa, dopo aver aperto i regali. La gioia dei bambini è il vero regalo.

Per quanto riguarda i pacchetti che si erano scambiati, a parte il solito copri-spalle triste, forse riciclato, e quella crema per il corpo anti-cellulite, non proprio un gesto gentile, i cesti con le marmellate fatte in casa e i salumi erano piaciuti.

Le carte regalo sono state strappate, quasi tutte, lei odiava riciclare, almeno quelle. Il bello sta nell’aprire con foga, come se si tornasse bambini.

Poi, giocare a Tombola, Otto e mezzo, Bestia, col sottofondo del concerto di Natale alla tele, e bere, mangiare torrone, seduti sui cuscini, sul tappeto. Domani, rimetteremo a posto domani.

Fa freddo? Sveglia la piccola, dai che dobbiamo mettere le scarpette, dai che che dobbiamo uscire. Macchina? No, no, andiamo a piedi, non è lontano. Voi andate avanti intanto, noi arriviamo.

E l’ascensore è bloccato, si stanno salutando. E quanto ci mettono? Ci vediamo in Chiesa.

E sono fuori, il portone si chiude. Fa freddo e la notte è stellata, da quanto tempo non succedeva? Si cammina sui ciottoli, incontrando altre persone, ci si scambia gli auguri.

Non potrebbe essere così sempre? Cosa costa salutarsi?

Rimbombano i passi, l’eco di voci allegre, qualcuno un po’ brillo. Fili luminosi pendono, sembrano traguardi messi troppo in alto, qualche lampadina è già fulminata. Un piccolo abete triste, decorato alla bene meglio, davanti ad un negozio, il cassonetto riempito all’inverosimile con tante scatole appoggiate, Babbi Natali ormai consunti che si arrampicano sui muri. e sulle finestre.

Poi si gira a destra, e la piazza è illuminata a giorno, macchine che cercano parcheggio e famigliole che stanno salendo i gradini della Chiesa.

Ti ricordi? Ti ricordi quando, da piccoli, aspettavamo il giorno di Natale per aprire i regali e ci svegliavamo all’alba? E lasciavamo il latte e i biscotti per le renne? La meraviglia quando vedevamo che erano rimaste solo le briciole e poco latte… Quella era magia.

Aspettavamo Babbo Natale.


Abbracci

I miei Auguri: vorrei che fosse Natale per tutti, che gli affetti abbracciassero ognuno di noi così forte da fare male. ❤️

da TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

È la Vigilia di Natale, cosa ho chiesto a Babbo Natale? Sono stata brava? Non direi, ho rubato, maledetto un sacco di gente, forse ho anche bestemmiato, anzi, ho bestemmiato e, come se non bastasse, ho rubato anche in Chiesa. Sono stata egoista, ho pensato a me, sempre di più.

Vorrei svanire come i fiocchi di neve che cadono, lievi e soavi, in silenzio, mossi dall’aria. Qualcuno si posa, altri spariscono lentamente, assottigliandosi, evanescenti.

Questo buio non può durare per sempre, se guardo attraverso le fessure, le piccole crepe dell’armatura che mi sta ricoprendo, posso vedere la vita, quella fuori da me. Potessero vedere anche gli altri attraverso, vedrebbero il mio sguardo, come quello di chi è sott’acqua, quasi senza fiato.

….


Foto di jess-zoerb da Unsplash

Vergogna

tratto da ….TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

… Osservo tra i vestiti donati, tra le maglie e i pantaloni, osservo gli sguardi dei volontari, occhiate vuote, qualcuno indossa dei guantini di plastica. Forza, torna in te. Provo una sensazione orribile, sono arrabbiata, furiosa, per tutto quello che sto passando. Proprio davanti alla Chiesa stanno passando due persone che conosco. Vedo che una mi sta fissando e abbasso lo sguardo. Esco di corsa, col viso basso, nascosto dalla tesa del cappellino. Corro, corro, attraverso col rosso e corro. Arrivo ai cespugli sul lungotevere, col fiatone, il cuore che batte, la faccia rossa per la vergogna.

Vergogna. Quanto può sopportare l’anima?  La vergogna puzza? Posso dire con certezza che la vergogna produce una sorta di sindrome olfattiva che ti fa credere di puzzare. Esistono però tanti tipi di vergogna. È un’emozione complessa, che ho provato quando mi sono sentita inadeguata, inferiore. A scuola per esempio, durante qualche esame all’Università, o quando, nelle gare di pattinaggio, crollavo miseramente durante le gare, sentendo gli sguardi di tutti. Ma era il passato. Non mi era più successo. Fino ad oggi. Non avevo provato vergogna quando stavo in fila con altri senzatetto, ma oggi, oggi sì. L’imbarazzo è poca cosa di fronte alla vergogna. Puoi essere imbarazzato per un senso di inadeguatezza ma, vergognarsi fino ad arrossire, fino a volerti nascondere, fuggire, questo ti fa sentire mortificato, giudicato, perché, ti hanno scoperto. Mi ero sentita invisibile fino a quel momento, mi era sembrato di essere su un altro pianeta, un’altra dimensione, e non ero io che stavo provando tutto questo, era l’altra me. Ecco, forse il fantasma di me stessa stava facendo tutto il lavoro, sopportando umiliazioni, rifiuti, freddo, povertà. Oggi, il fantasma era sparito, lasciandomi nuda di fronte alla realtà. Ero proprio io ad essere sola, ad aver fallito, in mezzo ad una strada, o meglio, in mezzo ad altri disperati.


foto di Resource-Database da Unsplash

Candele rosse

Sono andati via.

Avevano tanti giri da fare ancora.

Sono rimasti gli incarti luccicanti a terra, sul tappeto, fili d’argento e rossi che pendono anche dalla stella di Natale. Qualche nastro scende dal lampadario, l’aveva lanciati il piccolo, mentre giocava.

Quanto sono carini i miei nipoti.

La televisione ha il volume ancora basso, e scorrono balletti sullo sfondo di alberi natalizi e luci colorate. Saranno rimasti contenti delle buste con i soldi? Non posso dargli di più, ma è meglio che comprare un regalino che poi non gli piace. E poi, cammino così male che qui intorno non avrei trovato niente di adatto. 

La bimba mi ha dato un bacetto e quel “Grazie nonna”, ancora mi batte nel cuore.

Mi hanno regalato una coperta di pile, come l’anno scorso. Ma è utile.

Peccato che si siano fermati così poco, hanno mangiato solo una fettina di pandoro e qualche cioccolatino. neanche il torrone. Quando c’era papà, mangiavamo sempre un pezzo di torrone insieme, era la tradizione.

Da un po’ di tempo non riesco più a fare la pasta fatta in casa, ma il brodo sì, lo avevo preparato, speravo che si fermassero almeno stasera, visto che domani saranno dall’altra nonna. Lei è più giovane, è ancora attiva, e poi, ci sono tutte quelle zie che li riempiranno di regali.

“Vai a dormire presto, mi raccomando mamma!”

I ricordi riappaiono vividi mentre li saluta, e il “Buon Natale” rimbomba nella tromba delle scale. L’ascensore si è chiuso.

É la Vigilia e per lei è già finita. Babbo Natale, qui, passa molto presto, e non si ferma.

Si prepara un piatto di anolini in brodo, uno solo, ma lascia apparecchiato per cinque. Aveva messo la tovaglia rossa e la decorazione al centro, con i candelabri e le candele rosse accese. Mette il suo piatto sul vassoio del girello e va lentamente dalla cucina alla sala.

Che silenzio.

Alza un po’ il volume della televisione, si mette a tavola e vorrebbe un bicchiere di spumante ma non ha la forza per aprirlo. Non lo avevano voluto, dovevano guidare.

La canzone Merry Christmas rimbalza sui muri, sulle fiammelle delle candele che cominciano a colare. Il brodo è caldo, lo beve lentamente, alza il viso verso la sala vuota e una lacrima scende piano, fino al piatto.


foto di Vasilina Sirotina da Unsplash