
Lei e Francesca hanno la stessa età. Stessi anni addosso, ma non lo stesso tempo.
La stanza d’ospedale ha una luce lattiginosa, in alcuni angoli le sembra che richiami quello della delle stazioni di servizio all’alba. I rumori non sono attutiti, le voci degli operatori rimbalzano nei corridoi quasi squillanti. La infastidivano molto all’inizio, ma ora crede che sia il loro modo di fregare i silenzi della sofferenza, sovrastare quegli apparati che respirano piano e dialogare con la morte. Lei è seduta accanto al letto, le mani intrecciate sulle ginocchia, e guarda Francesca dormire.
Il volto di Francesca è scavato dalla cura, le palpebre sottili come carta velina, con quei ricami di sottili vene blu, I capelli, un tempo folti, ora sono un ricordo trattenuto in una fotografia sul telefono. Dorme.
La osserva e pensa. Decisamente troppo presto per tirare somme, per fare bilanci. I rimpianti sono feroci, hanno denti affilati. Ci sono cose che Francesca non potrà più fare. Viaggi rimandati, figli solo immaginati, litigi che non avranno il tempo di diventare pace, vestiti comprati per un’occasione che ora non ha data.
Seduta lì, sente una colpa sottile per essere sana, per avere ancora un corpo che funziona. Si gira verso la finestra e, tra i riflessi, vede il suo volto. Il rossetto che ha messo quella mattina, per darsi e darle coraggio, non sta più come un tempo, una volta aderiva preciso su labbra piene, disegnava confini netti. Ora cambia colore dopo poche ore, si asciuga, si insinua nelle pieghe. I contorni non tengono più.
Prima, anche Francesca pensava che tutto avesse una sequenza naturale: studio, amore, lavoro, famiglia. Stabilità. L’equilibrio che si cerca di mantenere a dispetto dei cambiamenti che non vuoi o delle decisioni che prendi. Ma è bastata una parola pronunciata in uno studio medico, una diagnosi che l’aveva fatta sentire intrappolata come nella Vergine di Norimberga, e tutto si era frantumato. Tutto ora era sospeso nelle pagine di un diario, dal giorno in cui aveva iniziato la chemio.
La vita non ti avvisa di niente, non concede prove generali. Ti attraversa mentre stai facendo altro, mentre scegli cosa fare, mentre programmi, mentre dici «ci penserò domani». Il tempo, vissuto come una riserva inesauribile, un credito aperto, non promette nulla, scorre e basta.
L’amica si muove appena nel sonno. Lei si sporge, le sistema la coperta con un gesto materno che non sapeva di avere. Vorrebbe dirle qualcosa di grande, di definitivo. Tace. Sa che le parole importanti, in certi luoghi, suonano false. Resta lì. Presente. Con il rossetto sbavato e il cuore stretto.
Non c’è un tempo giusto per ammalarsi.
Non c’è un tempo giusto per avere paura.
C’è solo questo tempo qui, che passa anche adesso, mentre guarda Francesca dormire e sente quanto sia sottile il confine tra il “poi” e il “mai”.