Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Forse sì, forse no.

Oggi sono pronta.
Era arrivata la data fatidica, quella decisa e segnata sul calendario. La sera prima aveva fumato come le ciminiere del Titanic. Ora, era pronta.

La sigaretta elettronica sul tavolo, ancora impacchettata, vicino alla tazzina che aspetta il caffè. Anche lei aspetta.
E ci siamo. Versa il caffè con calma, neanche fosse una cerimonia del the, apre il pacchetto e osserva l’oggetto misterioso, il sacro Graal che l’aiuterà nell’impresa: smettere di fumare.
Prima un respiro profondo, poi sorso di caffè, e via con la prima boccata dal tubicino marrone.
Sensazione strana, i polmoni aggrediti da qualcosa che non dà sollievo ma costringe a tossire.
E tra i colpi di tosse, piccole nuvole bianche, segnali di fumo.
Ok Pocahontas, riprova.
La seconda inalata è più morbida e profumata, ricorda un tiro di sigaretta, se non fosse che il tubicino scivola, pende dal labbro come un termometro.
Non demordere, rilassati, anzi no, concentrati.
Va bene, va tutto bene, NON voglio una sigaretta. E anche se la volessi, le ho buttare via ieri sera, tutte.
Forza di volontà. Coraggio e determinazione.

<per aspera ad astra>

Prende la confezione della sigaretta elettronica e legge: 400 tiri.
Quanto durerà? Ne devo prendere un’altra. Subito.
Il caffè è finito e alzandosi, con quel tubicino in mano, va verso la finestra aperta. Ogni tanto porta alla bocca il suo personale narghilè in miniatura che non sa ancora bene come afferrare. Fa le prove guardandosi riflessa nei vetri. Così sembra una cannuccia, così una trombetta, di lato non regge.
E aspira, come se si trovasse sott’acqua, in cerca d’ossigeno. Ma non è ossigeno, è nicotina.

Ora esco, così non penso.

Ed esce di casa, dopo aver controllato circa dieci volte di avere con sé quel cigarillo metallico, la coperta di linus. Inspira profondamente, osservando il verde degli alberi, tra cinguettii e sprazzi di sole. Attraversa il ponte di legno e si ferma ad ascoltare la dolcezza dello scorrere dell’acqua, tra i sassi. Mattinata davvero splendida, neanche tanto calda, se non fosse per quella sensazione di nervosismo latente, quell’ansia sottile che appare e scompare, un malumore diffuso.

Ma sono già in astinenza?

Il bar è al di là della strada, il tabaccaio pure.

Inquietudine, tensione. Dov’è, dov’è quel maledetto inalatore? Una, due, tre tirate di seguito, come una tossica. E torna la calma. Apparente. Attraversa la strada aspirando e sbuffando come una locomotiva incazzata che sta per frenare. E frena. Proprio davanti al dispenser delle sigarette.

Mi deludi, sai? Cedi già? Un po’ di amor proprio. Ce la puoi fare, lo sai che ce la puoi fare.

Ma non è il momento giusto, non sono abbastanza forte, forse devo provare la terapia al lobo dell’orecchio o i cerotti che rilasciano nicotina. Questo attrezzo è un palliativo, non mi dà sostegno, non è sufficiente.

Il click dell’accendino, la punta rosso arancio della sigaretta e quell’inalata amara che le procura un po’ di stordimento, segnano la fine di una battaglia appena cominciata.

<per aspera ad astra>


foto di pascal-meier da unsplash