Glimmer

Che colore ha il dolore? Si era svegliata dall’intervento, ancora dopata dall’anestesia, i movimenti rallentati e la bocca impastata. Tra le bende che le fasciavano il viso poteva scorgere, di fronte a sé, un pezzo di muro e di soffitto, e rimase a fissare la linea che interrompeva due colori, era la sola cosa che le faceva comprendere di stare osservando due parti distinte. C’era il muro e c’era il soffitto.

Aveva sete, forse aveva voglia di parlare. I rumori erano attutiti, anche perché le orecchie… “Oh mio dio le orecchie”, chissà come erano diventate. E chissà com’era diventata la sua faccia, quel viso che era arrivata a detestare, che non riusciva più a guardare allo specchio. Un nemico, ecco quello che vedeva, un infame che le ricordava il tempo che aveva solcato ogni suo poro, modificandola come si fa con la creta. Un kintsugi senza oro, solo solchi che mantenevano unite tutte le parti ormai senz’anima, porzioni di sé che stavano crollando miseramente, incappucciando la vista, intristendo i sorrisi, il tutto in un grigiore refrattario anche alla luce del sole.

Non riusciva a spostare il collo, sentiva la pelle tendersi, pronta a strapparsi, e rimase immobile. Un prurito insopportabile sotto quelle bende, “Ma non viene nessuno?”, respirava a fondo senza muoversi. Come se non bastasse il prurito, incominciò ad avvertire dolore, una sorta di nevralgia che si stava impossessando di tutta la testa, viso compreso, lasciandole la sensazione di avere un timpano teso proprio sotto il cuoio capelluto.  Resistere. Doveva resistere, la avevano avvertita delle conseguenze di un intervento di face-lifting. Possibile cerchio alla testa. Altro che cerchio, era tra due morse che tiravano, non aveva neanche il coraggio di muovere la bocca o qualsiasi altro muscolo. Scintille. Ecco che colore aveva il dolore in quel momento! Non come i lapilli sprizzati dalla legna d’inverno ma simili a quello sfavillio che sprigiona da una levigatrice, di quelle utilizzate per affilare coltelli, luminescente, freddo, metallico.

Avvertì una presenza, era un’infermiera che era entrata e stava parlando. Non sentiva bene, la fissò con gli occhi, cercando di incrociare i suoi e farle capire cosa stesse provando. Ma niente, quella befana parlava, parlava, e trafficava con il sostegno della flebo.

“Morfina! Aumenta la morfina!” Cominciò a sudare e arrivarono anche nausea e vomito. Le veniva da piangere ma NO! Non poteva, non doveva.

L’infermiera se ne era andata, restò a fissare il muro e il soffitto davanti a lei mentre una lacrima scendeva tra le bende. La linea di divisione stava diventando più sottile, morbida, sembrava che si stesse muovendo, scivolando via. Rimase un’unica parete liscia, senza soluzione di continuità, rosea e levigata, quasi bombata, come un palloncino.

Un viso, il suo futuro viso.

La figlia prediletta

É domenica, al piccolo parco del centro, si cammina sui vialetti di ghiaia, respirando l’aria fresca mentre il sole buca le nuvole.

I bambini, che ancora sognano senza chiedere il permesso, corrono, tra capricci e risate per un nonnulla. Non tutti.

C’è una bimba, avrà sei anni, osserva i fratellini, due. É seduta come una mamma in miniatura, invece che correre con gli altri, sta attenta che i fratellini non si mettano in pericolo. Sta aspettando che i genitori arrivino, sono andati a fare due passi da soli, saranno a venti metri, ma sembrano lontanissimi.

Tornano e, la mamma, a malincuore, lascia la mano dell’amato, per andare a raccogliere il fratello più piccolo dal prato, mentre il papà, inizia a giocare a pallone con l’altro. La bambina si avvicina, vorrebbe una carezza, parla un po’. Fanno le foto, la mamma tiene in braccio prima un fratello, poi l’altro. Lei, no. lei è grande.

Si siede sulla panchina, osserva il papà giocare a pallone, invidia il fratello che corre felice, invidia il piccolo che prende tutti baci della mamma, anche quelli che erano i suoi. Si alza per andare sull’altalena ma la mamma le grida di non allontanarsi. Si gira, è felice.

< Vieni qui e tieni tuo fratello un attimo che devo andare in bagno.>

Mentre cerca di tenere a bada il fratello piccolo, osserva le altre bambine, non le conosce, non ne ha il tempo. Ma la mamma tornerà presto e allora, allora andrà proprio da quella bambina con i capelli lunghi, quella che sta rispondendo male alla sua mamma e le tirerà i capelli così forte da farla piangere. Guarda il fratello piccolo che le sta dando dei calci, non gli dice niente, cerca solo di schivarli, ma lui scivola e cade. Batte la fronte sulla panchina di ferro e scoppia in un pianto disperato.

Ora, lei è disperata. Stanno arrivando di corsa i suoi genitori, cosa dire? Come scusarsi?

< Ti avevo detto di stare attenta! Ma proprio non ci si può fidare di te!>

Vorrebbe piangere ma non ci riesce, corre verso l’altalena, ci sale e si spinge forte, sempre più forte, arriva così in alto che qualcuno le grida di smetterla, che è pericoloso.

Ma non sono i suoi genitori.

Racconto inspirato dal post “Insicurezza e bisogno di approvazione” della dott.ssa Giusy di Maio


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