La bacheca dei sogni

Scrivere. Questo era quello che avrebbe voluto fare. Ma, scrivere, non ti rende indipendente o, come diceva sua madre, non ti mette un piatto in tavola. Entrò nel centro commerciale solo per scaldarsi un po’. L’aria di marzo era ancora tagliente e lei, con il curriculum piegato in borsa, non aveva più appuntamenti per quel giorno. Le vetrine erano farcite di cose che non poteva permettersi. Camminava senza meta quando, accanto a un negozio di articoli per la casa, vide una grande bacheca piena di post-it.

Al centro, in lettere grandi: I AM A WOMAN ON A MISSION TO…

Si fermò. Forse per non pensare all’ennesima mail senza risposta, forse perché quelle parole sembravano chiamarla. Si avvicinò.

“Amare ed essere amata”
“Supportare l’Arte!”
“Vivere la mia verità.”
“Aiutare gli altri nel loro cammino.”
“Creare Bellezza!”
“Viaggiare”

Ogni foglietto era una piccola dichiarazione di esistenza. Calligrafie diverse, cuori disegnati, firme appena accennate. Donne che avevano lasciato lì un frammento di sé.

Lei non aveva ancora un lavoro sicuro ma aveva sempre avuto il talento dell’ascolto. Per vedere il buio negli altri, sedersi accanto senza far rumore e scriverne. Eppure nessun colloquio sembrava interessato a quella competenza invisibile.

Prese un post-it libero dal bordo della bacheca. Restò con la penna sospesa. “Trovare lavoro” le sembrò davvero troppo piccolo, troppo stretto. Non era solo quello che voleva. Guardò ancora quei messaggi.

Scrisse lentamente: “Raccontare ciò che gli altri non riescono a dire.”

Lo rilesse.

In quel momento una ragazza le si avvicinò. “È bello quello che hai scritto,” disse. “Sto organizzando un laboratorio gratuito qui sopra, per chi è in un periodo di cambiamento. Arte e condivisione. Se vuoi passare…” Le porse un piccolo volantino.

Lei lo prese quasi senza pensarci. Non era un’offerta di lavoro. Non era uno stipendio. Era uno spazio.

Restò ancora un po’ davanti alla bacheca. Aveva lasciato una traccia, non un curriculum, ma un’intenzione. Non aveva ancora un impiego, il suo futuro era sempre incerto. Non voleva solo un posto dove essere assunta, quello, prima o poi l’avrebbe trovato, cercava un posto dove essere necessaria.

Si fermò un attimo prima delle porte automatiche e prese il telefono. Scrisse ad un’amica che sapeva attraversare un periodo difficile: “Ti va un caffè?”

Non era un piano strategico. Era un gesto per ricollegarsi a sé stessa.

Mentre le porte si aprivano lasciando entrare l’aria fredda, capì che forse la sua missione non avrebbe avuto un nome stampato su un badge. Avrebbe avuto volti e storie.

I desideri non sono obiettivi misurabili, sono direzioni. Perché rinunciare ai sogni?