Solipsismo in paradiso

Chiusa la conversazione. Aveva appena toccato la cornetta rossa per terminare la chiamata con la sua amica. Rimase a fissare le tende mosse dall‘aria del ventilatore, chiuse gli occhi.

Lei era l’amica cui confidare tutto, quella da cui ti aspetti risposte e rassicurazioni. Sapeva ascoltare, era come un abbraccio e sapeva cosa si aspettavano gli altri. Un abbraccio.

Si alzò per cercare le sigarette, ne aveva già fumate troppe mentre ascoltava lasciando che il fiume di parole riempisse la stanza, l’aria, la sua mente. Quella sera avrebbe mangiato da sola come succedeva da troppo tempo. Importava? Scostò le tende e rimase a fissare il giardino che sembrava immobile nella calura, arso da raggi impietosi. Pensò al deserto, alla forza devastante del sole, così potente, così importante. Poi, pensò alla luna, fredda, algida, lontana, sempre uguale e sempre diversa.

La sera prima aveva mangiato fuori, nel suo angolo di paradiso, alla luce delle candele alla citronella, ed era rimasta ad osservare il cielo, mettendo le mani a conchiglia intorno agli occhi, facendo un improbabile binocolo che potesse puntare lontano, che arrivasse ad osservare il grande carro e il piccolo carro. Aveva cercato la costellazione del sagittario e quella della bilancia, le uniche che riconosceva, ma il cielo non era limpido, i suoi occhi non erano limpidi. Le lacrime erano scivolate sulle guance, vicino alle orecchie, fino al collo. Tornando in posizione eretta, sentendo la cervicale che aveva sofferto, si era versata un po’ di vino bianco fresco nel calice e aveva appoggiato la testa sullo schienale della sedia, restando ad osservare le ombre tremule sul muro di fronte.

Quella sera però non le andava di mangiare fuori. In effetti non le andava proprio niente. Era come se quella telefonata l’avesse riempita, come se avesse fatto indigestione, sentiva chiaramente il peso di tanta indecisione alla bocca dello stomaco, il tedio dei lamenti che ingolfavano il fegato, un cerchio di opportunismo che le attanagliava le meningi.

É solo che le persone hanno bisogno di sfogarsi.

Si girò di colpo e il gatto la stava fissando. Due smeraldi tondi che la scrutavano intensamente, immobili, immensi. Il gatto si mosse lentamente fino ai suoi piedi e rimase seduto, al suo fianco, come una statua, come un guerriero pronto a difenderti. Non si toccarono. Squillò il telefono, era la sua amica, di nuovo.

Lei respirò a fondo e lasciò che il rumore del ventilatore riempisse l’aria fino ad arrivare alla sua testa. Chiudendo gli occhi, s’immaginò il fragore delle onde del mare, la lunga linea blu che separa l’acqua dal cielo e le sembrò di sentire l’eco lontana del cozzare di boe, un peschereggio che rientrava. Un sorriso, si ricordò del sorriso di un vecchio pescatore, un sorriso senza due denti, bianco come l’avorio, nel viso accartocciato da una vita senza protezioni, schermi, maschere.

Il telefono squillò di nuovo ma lei si era alzata ed era uscita. Il gatto rimase seduto fino a quando il telefono si silenziò.

Quella sera lei avrebbe mangiato nel suo angolo di paradiso.

Celeste estivo

Buongiorno Agosto.

Sono le 06.00 del mattino, l’aria è fresca, inusualmente fresca. La luce sta già impadronendosi di tutto lasciando tenere ombre degli alberi. Sembra che siano ancora intorpiditi, con le foglie dormienti, cullate da un vento leggero. Intorno tutto tace, anche le cicale, borbotta solo il caffè che sta debordando, quasi seccato di doversi alzare sempre così presto. (lui!) Mi accendo la prima sigaretta lasciando che la pelle venga accarezzata da leggeri brividi per l’aria che entra dalla finestra spalancata, e mi siedo. Mi siedo assaporando il momento di tranquillità che è solo mio, con gli occhi che si perdono nel cielo, nei colori che stanno virando da un azzurro pallido al celeste estivo.

E penso.

É l’ultimo mese d’estate. Mi è scappata via questa estate. Eppure ho vissuto le giornate roventi, qualche tuffo nel mare, le serate dai cieli a spilli, illuminate da stelle minuscole e da una luna sfacciata, l’incessante frinire da ogni dove, le continue docce per rinfrescarsi.

Ho iniziato il conto alla rovescia. É presto? Sicuramente. Ma qui l’inverno è lungo e umido, triste e soffocante come una stufa che non tira bene. Non ci voglio pensare. Spengo la sigaretta ed esco sul prato a piedi scalzi. Ci saranno già le api in giro? Cammino lentamente, arriccio le dita dei piedi sull’erba fresca e una formica passeggia veloce sul mio collo del piede. Raccolgo qualche foglia che m’infastidisce, come se fossero macchioline su un bellissimo quadro. É un tappeto astratto, i colori dell’erba variano creando disegni, senza fiori, solo tante tonalità di verde. Ed è là. Il faggio. Cresciuto con due fusti che si attorcigliano in un abbraccio delicato nato per caso, non ci sono particolari condizioni che giustifichino questo fenomeno, se non la magia della natura.

Ciao. Posso abbracciarti?

Avvinghiata ai tronchi, mi fondo a occhi chiusi in un allaccio improbabile fino a che le mie mani trovano anfratti naturali in cui adagiarsi, i miei piedi si poggiano sulle radici e la mia testa affonda tra morbide foglie.

Aspetterò la notte di S Lorenzo. Aspetterò una cascata di stelle.

Le cicale cominciano a frinire.

Connessioni

  • Passato e futuro hanno senso solo se si percorre la propria strada nel presente.

Un assaggio dal mio romanzo MUSUBI. Un viaggio, fatto perdendosi nei labirinti della mente, ricercando il significato dei legami, tra risposte irrazionali, mistiche e scientifiche. La protagonista si dovrà arrendere al MUSUBI, al percorso della sua storia di vita nel tempo…

Se volete lo trovate su amazon.it _ MUSUBI – Marcella Donagemma

Scegli la tua luce

Impulso di scrittura giornaliero
Quali strategie usi per mantenere la salute e il benessere?

Fuggire dalle tossicità è un atto di coraggio e cura di sé. Se qualcosa mi fa sentire a disagio, svuotata o fuori posto, cerco di ascoltare quell’istinto. Allontanarsi non è egoismo, ma protezione. Circondarsi di chi può farci crescere, non di chi ci consuma, perché meritiamo pace, chiarezza e relazioni che nutrono, non che prosciugano. La pace interiore vale più di mille legami forzati e liberarsi è il primo passo per rinascere.

E poi… tanta frutta e verdura, movimento, gioco, sport, risate e sogni!😜

La memoria non ha muri

Concluso. Avevano terminato con la lettura infinita, le firme e la consegna degli assegni.  Finito tutto. Venduta. Uscendo dallo studio del notaio avvertì il vuoto nello stomaco, una sorta di panico controllato che non contorceva le budella ma si dilatava, muovendosi lentamente nella pancia. L’acquirente volle offrirle da bere e, al bar, davanti a un analcolico, le chiese di passare insieme nella casa, voleva darle qualcosa, qualcosa che aveva dimenticato.

Possibile?

Il tragitto fu breve e triste, con un senso di colpa crescente, quasi avesse abbandonato un cucciolo per strada. Il portone, l’androne e l’ascensore. Osservava tutto, ogni angolo, ogni imperfezione che la salutava. La porta, la porta della casa dei suoi genitori, con ancora attaccata la targhetta con i loro nomi. Il suono delle chiavi che aprivano, un rumore così intimo, familiare. Lui entrò e accese le luci, poi andò ad aprire le finestre e le persiane, lasciando apparire le stanze vuote, sventrate.

Era stato duro decidere cosa vendere e cosa tenere, dividere con il fratello, gesti che avevano lentamente sbranato gli oggetti dei suoi genitori, soffermandosi, di tanto in tanto, a guardare gli album delle foto, divise per anni.

Gli angoli della casa erano carichi di energia, i segni sul parquet erano cicatrici nella memoria. Ogni stanza era colma di ricordi di vita, di parole non dette, di segreti che non avrebbe mai saputo.

Le tende si mossero un po’ per la corrente d’aria mentre i passi rimbombavano nel salone vuoto, senza neanche un mobile. L’acquirente lo aveva voluto completamente libero. Era rimasta solo una lampada da terra, sotto la cui luce si sedeva suo padre a leggere. Tutto il resto era stato portato via e sistemato in scatoloni accatastati.

Si diresse verso la cucina e le sembrò di vedere le ombre dei suoi genitori, di spalle, mentre, uno di fianco all’altro, preparavano le loro medicine per la sera.

  • Ecco.

Quasi spaventata, come se l’avessero svegliata di colpo, si voltò e vide un quadro tra le mani del nuovo proprietario, lo sconosciuto che stava già marcando il territorio, il suo territorio.

Era un quadro della sua mamma. Come aveva potuto dimenticarlo? Si ricordò di averlo appoggiato sul letto, quel giorno stava piovendo e suo fratello non la smetteva di parlare.

Lo prese tra le mani, lo fissò avvertendo la commozione che tracimava dagli occhi feriti da un riverbero. Chiuse e aprì gli occhi più volte cercando di mettere a fuoco. Erano là, riflesse chiaramente, le mani di sua madre, bellissime mani, con uno dei suoi anelli “matti”, enormi e meravigliosi. Chiuse gli occhi.

Ringraziò e senza guardare più niente, avvinta a quel quadro, salutò con i convenevoli di rito e chiuse la porta dietro di sé.

Ci sono case che ti lasciano solo quando sei pronto.

SPAM

Sono partiti. I suoi amici sono partiti per le vacanze. Sveglia, pillole, caffè e bagno. Aggiunge un’altra tacca alla settimana. Un’altra giornata in cui cercare qualcosa da ricordare. Così esce, come sempre, ha le sue commissioni da fare, quasi sempre le stesse, negli stessi negozi in cui incontra le stesse persone. Possibile? Devastante. Corre, corre sempre. Gli impegni si accavallano, anche se riesce a risolvere tante questioni, per lo più banali, ma comunque tossiche. Ma non riesce mai a staccare veramente, neanche quando si isola per un po’, quando si ferma a occhi chiusi ascoltando il suo respiro.

Si alza il vento e porta nuvole cariche di pioggia. Ora è fermo, sotto un temporale estivo, con l’ombrello che ripara appena. É fermo. Sposta l’ombrello, lascia che le gocce arrivino sul viso, sui capelli, lascia che il braccio scivoli di fianco con l’ombrello, fino a terra. Un tuono lontano sembra parlargli: ci sono. É un suono caldo, un abbraccio che arriva fino al cuore. Le macchine stanno passando veloci, di sicuro qualcuno lo starà guardando e si starà chiedendo cosa fa. Le gocce arrivano agli occhi e la sensazione non è quella che si era immaginato. Non sono come il collirio, oh no, sono piccole e fastidiose, gli appannano la vista. Non importa. Comincia a sentire le spalle bagnate, qualche rivolo che scende sul collo e sul petto.

Arrivano delle persone, sta ingombrando il piccolo marciapiedi. Meglio spostarsi. Piove. Annusa l’odore dell’aria bagnata, guarda i muri arroventati che odorano di pietra e sembrano antiche carte assorbenti, macchiate qua e là da minuscoli punti che appaiono e scompaiono. Il cielo è vivo. Si spostano le nuvole assorbite dal sole che reclama il suo regno. Vincerà.

I suoi amici sono partiti, e non lo hanno invitato.

“Sono finito negli spam.”

Il tempo non ha più lancette

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa pensi che migliori con l’età?

Il tempo. Il tempo diventa prezioso, cominci a pensarlo davvero. Le giornate non sono più solo grani di un rosario infinito ma diventano uniche, sai che saranno irripetibili. E così incominci ad imparare a lasciar andare, ad osservare invece che guardare, ad ascoltare di più, anche te stessa. E ridi, di più.

Dolcezza

La giornata stava per terminare quando entrò nel supermercato. Non cercava nulla di particolare, giusto un po’ di prosciutto da mettere sotto i denti.

Si aggirava tra le corsie con una leggerezza che solo i single dal cuore spezzato possono avere. Si fermò davanti al banco del salumiere, attirato dal profumo penetrante del prosciutto crudo che si mescolava con quello del formaggio stagionato.

Incredibile come certi aromi si mescolino in un’armonia spontanea.

Si fermò ad osservare la distesa di cibi pronti, le vaschette ripiene di intingoli, qualcuna dai colori poco invitanti, ma tutto era sistemato come in un dipinto, quasi in prospettiva. C’era stata sicuramente una ricerca alla base, niente era dato al caso. Distolse lo sguardo per non essere rapito da quell’ammasso di cibo e gli occhi si fermarono sul vetro del banco. E lì, su quel vetro brillante, sotto il neon del negozio, vide riflessa una ragazza. Le mani. Le sue mani.

Le dita lunghe e sottili come strumenti d’arte, e le unghie lunghe e levigate che somigliavano a conchiglie appena sbiancate dal mare. Una combinazione di grazia e forza che lo colpì, una poesia di carni delicate e vellutate. Non riusciva a staccare gli occhi dalle sue mani. Era convinto che, se avesse avuto il coraggio di guardarle abbastanza a lungo, avrebbe scoperto un intero universo tra quelle dita.

E gli apparve l’immagine di una lunga spiaggia assolata. Il sole caldo, ma non troppo, il vento che le scompigliava i capelli, quelle mani che accarezzavano le onde, le lunghe dita che sfioravano la sabbia sulla riva, mentre lui si sentiva più in forma che mai, come se i venti marini avessero magicamente aperto la sua mente. Quelle mani gli stavano carezzando l’anima.

“Mi scusi,” le chiese con una voce che suonava più come una preghiera, “ha mai pensato che, un giorno, quelle mani potrebbero raccogliere un cuore impazzito per loro?”

Lei lo guardò imbarazzata, prese il suo pacchettino e si allontanò.

Era tornato alla realtà, al freddo chiarore delle luci, in mezzo ad altre persone che non potevano lontanamente comprendere il suo viaggio immaginario in una storia d’amore completa di spiagge, onde e conchiglie. Venne scosso da un brivido, come un feticista deluso.

In fondo, quelle mani erano state solo una scusa per sognare un po’ di dolcezza, nel suo mondo.

“Dica dottò!”

Bukowski’s day 12.0.

Sono stata via… Uno stacco al mare, a Viareggio, che mi ha portato tanto relax e … un Premio letterario!

Ho infatti partecipato al XII Premio Letterario Nazionale Bukowski col mio racconto inedito “FUORI DAL PENTAGRAMMA”, selezionato ed inserito nell’antologia Bukowski. Inediti di ordinaria follia. Vol 12

Tantissimi i partecipanti alla XII ed. del Premio Letterario Nazionale Bukowski così suddivisi:

  • Romanzo inedito: 131
  • Racconto inedito: 257
  • Poesia inedita: 185

Una piccola, GRANDE soddisfazione!

Ora, arrivo.

“Alexa accendi il condizionatore. 22 gradi”

La padrona di casa sta segnando il territorio, scandendo ordini ai vari aggeggi telematici sparsi per casa. In un tripudio di tapparelle che si alzano, aria fresca che comincia ad arrivare da tutte le parti, luci che si accendono al suo passare, sono rimasta all’entrata osservando il tutto prendere vita.

“Chiudi la porta!”

Ed eccomi fuori. Non mi va di rimanere in attesa là dentro, preferisco stare all’esterno ad osservare il prato perfetto che sta restituendo il calore accumulato nella giornata, sembra in agonia mentre aspetta che gli irrigatori a tempo portino un po’ di sollievo. Il travertino intorno alla piscina emana uno strano profumo, è tiepido e inquieto. Lo specchio d’acqua invece invita a un tuffo o ad immergere almeno i piedi. Il frinire delle cicale si placa di tanto in tanto, solo per un attimo. Decido di accomodarmi su un divanetto sotto al patio e chiudo gli occhi. Ora metto i piedi in acqua.

Rumori. Rumori molesti di macchine che stanno arrivando, parcheggiano, gente che si sta salutando. E le cicale aumentano il loro canto. In lontananza scorgo i contorni delle figure che appaiono sfuocate nella calura, avanzano come sopravvissuti al deserto, lentamente, e insieme al vociare arrivano zaffate di profumo, qualcuno ha usato una crema al cocco. Hopper avrebbe dipinto quella piccola folla lasciando la vena di malinconia, quel sentimento di solitudine che permeava le sue opere anche se ritraeva più persone.

Eccola la padrona di casa, apparire fresca, come una visione. E il gruppo si fionda a salutare, cerca refrigerio all’interno. A parte qualcuno, sono tutti abbronzatissimi, la pelle delle signore rivela un reticolo di rughe sottili, urlando in silenzio tutta la sofferenza di ore passate a “grigliare” inerme.

Entro anch’io? No, aspetto. In fondo ero stata invitata all’improvviso, per ringraziarmi di averle tenuto il cane per 15 giorni. Non mi ero neanche cambiata, non mi aspettavo che la serata tra amici, fosse così poco “tra amici”. Mi stendo, stiro i muscoli.

Ora ci vorrebbe qualcosa da bere, di fresco.

Le ombre si stanno allungando, il prato è diviso in due: c’è la parte che respira, finalmente, e quella che ancora aspetta mesta e arsa.

“Eccoti!”

Sta arrivando Leo, il Labrador più dolce del mondo, correndo verso di me. Ma quanto sei bello? E sono salti di gioia e piroette, baci e coccole che mi trascinano sul prato. Non ce la faccio, mi devo sdraiare.

Un click. Sono partiti gli irrigatori. Tutti e all’unisono. E piove. Goccioline prima tiepide, poi, sempre più fresche. Leo salta, è felice, è a casa e ci sono anch’io. A lui piace quella doccetta improvvisa. Cosa vuoi farci? Piace anche a me.

Il tempo a volte scorre con un ritmo tutto suo, non ti calcola, o forse, sei tu che non calcoli. Stiamo giocando, sotto i getti dell’acqua, le luci della piscina si sono accese e le cicale hanno smesso di cantare. Mi sono tolta i sandali e sento l’erba morbida e umida, lancio la pallina a Leo e respiro guardando il cielo che si sta arrendendo.

” Ma sei proprio una matta! Ti stai bagnando tutta! Dai che ti porto un asciugamani così vieni a farti un aperitivo e ti presento un po’ di amici…”

Ma vieni qui tu. Venite qui tutti. É meraviglioso!

“Un attimo ancora! Ora, arrivo.” Ora, arrivo.

Yasashisa

Impulso di scrittura giornaliero
Descrivi un semplice gesto che fai che porta gioia nella tua vita.

La gentilezza. (in giapponese)🪭

Un gesto affettuoso, una parola gentile, un sorriso. 

Il silenzio dopo il mare (4)

Ci siamo! Questo racconto iniziato per gioco si conclude qui, almeno, sulla carta.

“Il silenzio dopo il mare”

Le profondità

Sono le h 20.00. Laura ha parcheggiato la macchina dalla parte opposta alla casa in cui vive Anna, si è accesa una sigaretta, abbassando un po’ il finestrino. C’è ancora chiaro e un po’ di persone che stanno camminando, forse verso casa o forse hanno già mangiato. La zona non è periferica, è un quartiere tranquillo, non quello che si aspettava. Nessun brutto ceffo o sbandati, non è nella perdizione, in uno di quei luoghi in cui non vanno le brave persone. Niente a che vedere con gli acquari tranquilli e perfetti delle zone centrali, somiglia più a un anfratto naturale, popolato da militi e una varietà di organismi che non hanno trovato niente di meglio.

Sta aspettando, forse è arrivata troppo tardi, del Professore nessuna traccia, sarà già salito? Il telefono vibra e s’illumina un messaggio. É di Anna.

Mi dispiace moltissimo ma devo rimandare l’appuntamento per cause personali. Mi perdoni. Le può andare bene domani?

Laura rimane a fissare lo schermo, poi guarda la casa, l’intonaco verdino, le ante marroni, alcune chiuse. Non sa cosa pensare ma, soprattutto, non sa cosa fare.

Si apre il portone. Escono il Professore e una donna. É una donna giovane, alta e sottile, con i capelli biondi a caschetto e un completo in lino bianco. Chiude la porta e s’incamminano. Che fare? Li seguo? Li seguo.

Camminano piano e parlano. Allora lui la conosceva già?

Arrivano ad un piccolo giardino, lo attraversano e si dirigono ai tavolini di un bar. Laura cammina svelta, scivola come un anguilla a pelo sabbia, li supera senza farsi notare e si siede dietro di loro, in un angolo vicino a una siepe. Le arriva il profumo fresco della ragazza e quello amaro del Professore. Li vede guardarsi negli occhi, ordinare qualcosa da bere, due gin tonic, poi silenzio. Passano alcuni clienti, un banco di sardine, si spostano disordinatamente ma in gruppo, fino a che trovano la zona adatta. Il Professore sta parlando ma Laura non riesce a sentire, il gruppo si sta sistemando. Che nervi! Ce la fate a sedervi?

  • Perché non torni a casa?

Questa domanda le arriva come un colpo di arbalete e rimane in apnea, concentrata. Fissa la ragazza, la guarda meglio. Le mani. Ha le mani grandi dalle dita lunghe. Di colpo lei scoppia in una risata e il Professore le fa eco. Hanno la stessa risata.

Lui si toglie gli occhiali e li pulisce, lei gli sta sorridendo e lo accarezza in viso. Sta piangendo, il Professore sta piangendo. Cosa gli hai detto? Ti picchierei per averlo fatto piangere!

  • Papà, non soffrire, lo sai che sto bene. Ti ho già detto che presto cambierà, molto presto. E forse, forse, allora ci ritroveremo, se vorrai.

Sua figlia! Non deve essere facile. Ma come sarà successo? Chissà cosa l’ha portata a scegliere quel tipo di vita?

  • Quando?

La mano di Anna scivola sul tavolo e avvolge quella del Professore. Restano così, stretti come le valve di una capasanta, con le venature in rilievo sulla pelle chiara. Ma l’acqua del mare non è immobile, mai, e nasconde, confonde.

  • Chiedo scusa, ciao Ferdinando. Ti ho lasciato il vestito che mi hai prestato davanti al portone di casa. Scusate eh! Ma è tuo padre? Buonasera, sono Alessandro.

Alessandro è una mora dai capelli lunghi e lucidi, con i polpacci un po’ troppo grossi. Si salutano e se ne va, ancheggiando sui tacchi.

Anna/Ferdinando e il Professore sono vicini ma lontani. Lui è un delfino, ma lei, non è una sirena.

Non ancora.

C’è tanta luce, quel riverbero che scoppia un attimo prima del tramonto e inonda tutto confondendo i colori, coprendo la superficie del mare con una lamiera morbida e danzante.

Là sotto, la vita non è come ce la immaginiamo.


Beh, grazie per aver letto “Il silenzio dopo il mare”!🧜

Il silenzio dopo il mare (3)

E grazie a Paolo newwhitebear, vi tocca la parte 3! 🤓

Il silenzio dopo il mare”

A.A.A

Laura aveva finalmente staccato e, dopo un pomeriggio estenuante, stava pedalando sul marciapiedi del lungomare, ancora percorribile a quell’ora. Il baccano del mondo le era insopportabile e cercava di sentire il mare, quella litania di onde morbide e lunghe che parevano sforzarsi di raggiungerla. Il tragitto fu breve, più del solito. Voleva farsi una lunga doccia fresca e guardare con calma i giornali, custoditi gelosamente nella sua borsa, scoprire cosa aveva acceso la curiosità del Professore, al punto da ritagliare addirittura un annuncio.

Stava rientrando a casa, come ogni giorno, salutando i soliti negozianti e la vicina che stazionava sul terrazzo, muta vedetta pettegola, come una vecchia murena.

Ah, la bellezza del rumore secco del portone di casa che la chiude dentro, al sicuro come un pesce rosso nella sua boccia. Il suo territorio, in cui poteva essere imprevedibile, misteriosa, intoccabile, in un silenzio che non era vuoto ma tempo. Il suo tempo.

Il corpo tace sotto la doccia, si lascia accarezzare. I gesti solo lenti, sta ascoltando il sussurro della sua anima. Si asciuga e indossa un caftano di impalpabile cotone azzurro polvere. Ora è pronta.

Cammina a piedi scalzi sulle maioliche fresche fino al terrazzo, spalanca la porta finestra e fissa la lunga linea blu che separa l’acqua dal cielo. Appoggia i giornali sul tavolo e li apre entrambi, alla stessa pagina. AAA.

Il quadrato mancante: AAA non ho bisogno di essere scelta. Sono un portale, un incontro radicale con te stesso. Solo sera, dalle h 20.00

Laura si appoggia allo schienale della sedia. Forse il Professore ha provato nostalgia, senza un nome. Come una chiamata, Il bisogno di colmare un vuoto, un incontro con l’ombra.

Mancava un’ora alle h 20.00.

Prende il telefono, cerca l’indirizzo su google map. E telefona.

  • Salve, vorrei un appuntamento, per stasera.

Dall’altro capo del telefono, una voce calda, tranquilla, le chiede se sa l’indirizzo e le conferma per le h 21.30. Anna, si chiama Anna.

Laura sa cosa fare. Lei è un pesce abissale, sa adattarsi, è abituata a sopravvivere in ambienti difficili. Vivere in profondità rende forti.

Si alza, chiude la porta finestra, si veste. Il rumore secco del portone di casa è l’ultimo suono che sente.

Il silenzio dopo il mare (2)

A grande richiesta…😂 A dire il vero, solo per Marina – vengodalmare, ecco la seconda parte di:

“ Il silenzio dopo il mare”

Banchi

Sotto quella fetta di cielo, speculare a quel fresco, al colore vivido e all’immaginazione, c’era il grigio dell’asfalto macchiato, caldo e puzzolente. Laura fissò per un attimo il fumo della sigaretta, prima di gettarla e vederla rotolare fino alla grata del tombino.

Rientrata nel bar, tra i rumori che conosceva bene, la triste colonna sonora della sua vita, notò che il Professore se ne era andato. Aveva lasciato il quotidiano sul tavolo, come sempre, e lei, come sempre, lo prese. L’avrebbe letto con calma durante la pausa pranzo.

Essere là dentro era come essere in un acquario, in cui si muovevano pesci affamati. La fagocitavano, divorando particelle senza chiedere, consumandola, spesso senza dolore, ma a volte con violenza, come i pesci palla. Tra le loro parole, quel modo di porsi o chiedere, volutamente aggressivo, lasciava segni e una sorta di tossina che le si accumulava sotto pelle, quasi vicino all’anima.

Macrofagi che eliminavano le loro scorie, i loro detriti accumulati nei mesi, ingerendo il suo amor proprio. Quella mattina stava diventando particolarmente pesante, come se squali bianchi, barracuda e pesci scorpione, si fossero dati appuntamento, prima di andare al largo. Tutti in quel bar.

Era ufficialmente cominciata l’alta stagione, la sua amica Stefania aveva preso il pomeriggio libero e Laura necessitava di un momento di solitudine, anelava il silenzio come un naufrago in cerca d’acqua dolce.

Cercò di rintanarsi, il più lontano possibile dal vociare e dalla luce intensa, col suo tramezzino al pollo, l’acqua minerale e il quotidiano del Professore. Addentava e masticava con calma, col giornale davanti a sé, nascosta tra scatole di cartone nel retrobottega, vicino al frigorifero. La penombra, il lento sfogliare delle pagine, il ronzio del frigorifero che era come un mantra, avevano un potere taumaturgico. La solitudine.

Rimase un attimo ad occhi chiusi. Sentì entrare e uscire uno dei barman, come una folata di vento. Al richiudersi della porta sospirò e, chiudendo il giornale, la vista cadde su un’ombra nella pagina, un quadrato. Guardò meglio. Il Professore aveva strappato un annuncio tra gli A.A.A offresi. Era un quotidiano locale e ancora si utilizzava la dicitura AAA, per quel tipo di offerte non esplicitamente sessuali, ma sicuramente sessuali.

Il Professore? Ma come? Non può essere, di sicuro era un annuncio finito per sbaglio tra escort e accompagnatori. Ma certo!E se invece… Che male c’è.

Si alzò, diretta al cestino, gettò la bottiglietta, la carta, ma non il quotidiano. Uscì avvicinandosi al bancone e a Marco che l’aspettava.

  • Hai fatto Laura? Posso andare io?
  • Sì. Non è che hai La Gazzetta di oggi?
  • Là sotto.

Laura prese il giornale, appoggiato su una cassetta di birre, e lo nascose nella sua borsa, insieme a quello del Professore. Avrebbe voluto controllare quale annuncio era stato strappato ma a quell’ora era impossibile mimetizzarsi, si poteva solo indossare uno scafandro e gettarsi nella mischia.

I predatori stavano aspettando.

Il mio SalTO 2025

Per il secondo anno sono stata nel magma editoriale più importante d’Italia con i miei due romanzi… e tantissimi scrittori.

Non sono riuscita ad incontrare tutti quelli che avrei voluto, ma le giornate sono state caotiche e piene di appuntamenti. È un po’ un Luna Park,,, sicuramente una vetrina importante anche se i grandi editori la fanno da padroni, un cliché, ma questa è la realtà e chi scrive lo sa bene!

La verità sta nell’amore per la scrittura che, come tutte le forme d’arte, richiede tempo. In questo l’A.I batte tutti ma… come ho detto in un reel: “Se Michelangelo avesse avuto una fresa per il marmo, avrebbe impiegato due mesi e non tre anni per realizzare il David e, sicuramente, avremmo avuto tanti, tantissimi Michelangelo… ma nessun David.

ad maiorem 🪭

Il silenzio dopo il mare

Aveva arricciato le dita dei piedi nella sabbia del bagnasciuga mentre l’acqua fresca del mare, assonnato e dolce come una carezza, non aveva fretta, ma lei sì.

  • Buongiorno! Cosa prende?

I soliti rumori, le solite voci troppo alte. Perché urlano tutti? Il bar, il più bello della costa,  si stava riempiendo di gente in vacanza, ciabatte e capelli spettinati, borse colme e bambini già iperattivi. Come ogni giorno, scandito da gesti meccanici, preparava le colazioni, posizionava piattini e tazzine, controllava gli scontrini con discrezione e cercava un contatto che andasse al di là di un sorriso di circostanza. Aveva imparato negli anni, sapeva non superare il limite.

Il limite.

Ognuno aveva il suo e, nelle sue giornate, aveva suddiviso i clienti in 6 tipologie.

I Polpi, che ancora dovevano andare a dormire, ma biascicavano l’ordine con lo sguardo basso o velato dalla roba, acidi, ecstasy, hashish. Stropicciati fin nell’anima.

Le Ricciole, i villeggianti, eleganti fin dalle 7.00 del mattino. Gli uomini col quotidiano sotto al braccio e le donne con cagnolino al guinzaglio. Li conosceva tutti e, qualcuno, conosceva lei.

I Fritti misti, che erano entrati per sbaglio ma, ormai, già che c’erano, prendevano un caffè al banco. In genere venivano il primo giorno, prima di andare a fissare ombrellone e sdraio per la famiglia.

Gli Spiedini, i commessi dei negozi di lusso della strada principale, già stanchi, incravattati, profumati, con trecce di capelli rigide come fruste e unghie smaltate perfette.

Le Cozze, coppiette di innamorati. Esistevano dei sottolivelli. O erano visibilmente in amore, mano nella mano, occhi negli occhi, o erano già scaduti, come uno yogurt cagliato, l’incanto stava svanendo nei grumi di ricordi ancora presenti.

Le Meduse, i single, solitari e più o meno loquaci, a volte un po’ persi. Uomini e donne in un universo parallelo. Si chiedeva spesso come vivessero. Anche lei faceva parte di quell’universo e conosceva bene la sensazione di isolamento, come un tir in autostrada tra tante macchine piene di vita.

Le Sardine, famigliole perfette, papà, mamma, figli, più di uno. Passeggini spaziali e gadget di ultima generazione, le nuove tate per tacitare i bambini, seduti fuori, con un tripudio di brioches, caffè e latte, miele e nutella.

La prima ondata era finita, lasciando le cose da riordinare, pulire, sistemare, come dopo una mareggiata.

  • Allora Rica che hai fatto ieri sera?

Stefania, la sua collega, sposata, con un figlio e in attesa del secondo, cercava di sistemarla ad ogni costo. Proprio non le andava giù che a 38 anni fosse ancora single, una medusa.

L’aveva soprannominata Rica dal primo giorno di lavoro, dicendole che sembrava un ostrica, chiusa e coriacea. Qualcosa di pregiato, in fondo. Lei si chiamava Laura.

  • Sono rimasta in casa, sul terrazzo, a leggere.
  • Tesoro mio, ma se non ti dai da fare, se non esci, incontri un po’ di amici, mica cambia! I principi azzurri sono finiti!

Mi sa che hai preso l’ultimo, pensò Laura. Parlava molto con sé stessa, era giunta alla conclusione che a volte le parole erano inutili. Meglio, molto meglio ascoltare e, osservare.

Era arrivato il Professore, bella persona, d’altri tempi, come avrebbe detto sua madre. Ogni giorno entrava con passo tranquillo, al termine della mareggiata, ordinava il solito e si sedeva al suo tavolino, all’interno del bar. Fuori già si accalcava la folla diretta alle spiagge, rimbalzavano le chiacchiere nella calura che cominciava a dominare la giornata.

  • Buongiorno Laura.
  • Buongiorno Professore.

Parlavano poco, solo se sortiva un argomento di conversazione, in genere da lui. Era vedovo e molto corteggiato, a volte in maniera talmente evidente da risultare imbarazzante. Laura osservava la sua eleganza, tradita da qualche particolare dismesso, come le camicie non stirate. Eppure, invidiava la sua tranquillità, la sua sicurezza non ostentata, quella capacità di declinare inviti senza recare offesa.

Un Delfino, senza dubbio.

  • Laura vai al 3, sono arrivate delle clienti.

Anni di lavoro in quel bar e ancora non era riuscita a memorizzare i numeri dei tavolini all’aperto, un rifiuto inconscio. All’esterno, sotto al tendone a strisce bianche e verdi, tra vasi colmi di piante, erano stati collocati dieci tavolini da quattro, in ferro battuto e pietra lavica, costosissimi e pesantissimi. C’era solo un tavolo occupato, meno male.

  • Buongiorno, cosa vi posso portare?

C’erano tre giovani donne, sorridenti, dalla carnagione appena dorata che sbucava dai copricostume, avvolte da un fresco profumo di lavanda e cedro.

  • Buongiorno! Tre cappuccini, uno col cacao, e tre croissant vuoti.

L’ordinazione le venne fatta da due occhiali a specchio che le rimandarono il riverbero del sole.

  • Succo d’arancia?
  • No, grazie, anzi sì, per me.

Rientrare nel bar e passare l’ordine fu come tornare al sicuro. Tre Sirene sedute al tavolo 3. Paolo e Mattia, i camerieri, fecero a gara per andare a portare le colazioni.

Dal suo antro protetto, Laura osservava la scena già vista migliaia di volte. La battuta, le domande, i consigli. Poi, alla fine, i gelèes di frutta su un piattino con frangino, offerti alle dee, propizi per chi sa quale futura evoluzione. Il più delle volte toppavano alla grande, ma, chi può dirlo?

Laura era uscita sul retro un momento, per fumare. Il vicolo era stretto, tra le pareti delle case, con i cassonetti alla fine. Alzando lo sguardo era possibile vedere una fetta di cielo azzurro, come una larga riga. Da entrambi i lati, il vicolo sbucava su strade pedonali e si vedeva passare qualcuno, di tanto in tanto, passeggiare all’ombra dei pini marittimi.

C’erano giornate in cui soffiava un po’ di vento, passava un po’ di corrente, un sussurro lieve, ma non oggi.

Mi è rimasta una nota, tra le scapole

Chiudi gli occhi. Ascolta. Cosa vedi? Lascia perdere che hai fame! Riesci?

Non importa, va bene lo stesso. Cosa vedi? Io ho chiuso gli occhi e ti ascolto.

Io vedo la stessa stanza in cui eravamo prima, piena di gente. Mi sembra di sentire anche caldo, mentre qualcosa di fresco e amaro mi si scioglie in bocca e scivola tra i denti, sotto la lingua. Forse sono state le sigarette, troppe. Sento un profumo di gelsomino arrivare da fuori, dal balcone.

Sì, lo percepisco anch’io quel panorama che si perde fino al tramonto. Come una distesa, un blocco di mattoncini lego che spariscono sotto il cielo pesante che si sta spegnendo. Presto sarà tutto nero. Quasi solido.

Chi è? Con chi stai parlando? É bionda? Ha una voce da bionda, le braccia lunghissime e tanti bracciali che tintinnano. Vanno al ritmo della musica che viene dal salone, dove sono tutti in silenzio e stanno ascoltando qualcuno che tocca il piano.

Mi sembra di vederle le note, come tanti uccellini che svolazzano sbattendo contro le pareti e il soffitto, ma non toccano le persone. Uno, colorato, si è fermato sul piano, è immobile. Lo vedi anche tu?

La senti la musica vibrare tra le vertebre, salire e scendere come se stesse cercando una direzione? Ora si è come incastrata, proprio tra le spalle. Solo una nota, di tanto in tanto, sale fino alla testa. Di tanto in tanto accarezza gli occhi per poi scivolare di nuovo lungo la colonna vertebrale, fino ai piedi. E sparisce. Quando arriva, sparisce.

No! Non applaudite. Sì, capisco che era un personaggio famoso ma avete rotto l’incanto.

É tornata la luce dei lampadari, il tintinnio dei bracciali e quelle braccia lunghissime che arrivano ovunque. Mi è rimasta una nota tra le scapole, se ne sta lì, ferma.

Lasciami così, per un po’, lasciami ferma a sentire questo buio. Sì, tra poco riapro gli occhi. Tra poco.

Giada Verde Menta

Mi chiamo Giada e sono in un loop dei miei.

Giada, un nome prezioso, chissà per quale motivo i miei genitori avevano scelto quel nome. In fondo in quegli anni non ce ne erano molti di strani, qualche Delfina o Luce, ma il periodo delle scelte fantasiose era già passato. Forse mia madre era rimasta ancorata a sensazioni della sua giovinezza ed io ero il suo gadget, come un portachiavi, uno di quegli aggeggi che appendi alle borse. I miei genitori, classici borghesi, laureati in economia. Mia madre usciva in tailleur ma aveva sempre qualcosa di folk, che fosse un fazzoletto o il colore delle calze, me la ricordo come una strana. Mio padre invece si era intristito, aveva perso i capelli e aveva le occhiaie, puzzava sempre di fumo.

Mi ricordo interminabili giri in macchina alla ricerca di un parcheggio, con l’abitacolo pieno di fumo e io che tiravo giù il finestrino con la manovella. Erano gli anni in cui le portiere si chiudevano facendo un rumore strano, di ferraglia, e i viaggi verso il mare erano viaggi, con tanto di panini al sacco e bibite che puntualmente diventavano calde. Ma quando finalmente arrivavi, cominciavi a sentire il profumo del mare e della sabbia, la macchina diventava rovente e per aprire il cofano dovevi fare in fretta. Poi scaricavi enormi valigie, quelle senza rotelle, quelle con la cerniera e spesso una sorta di chiusura come nelle borse, con tanto di chiavetta, mai utilizzata, che rimaneva appesa alla maniglia della valigia.

Si andava in camera, ci si cambiava e poi tutti in costume, alla ricerca del bagno che era abbinato all’albergo. Io mi vergognavo e giravo con delle magliette lunghe, che arrivavano fin sotto le natiche, facendo uscire due gambe lunghe e asciutte come quelle di un fenicottero. Avevo i capelli corti, alla maschietta, guardavo le altre ragazzine, già molto più donne di me, camminare nei loro bikini colorati, sorridenti. Poi, andavo al bar, prendevo un ghiacciolo alla menta e la mia vacanza era cominciata.

Ora sono qui, al mare, e osservo mia nipote, ha tredici anni. Siamo arrivati senza neanche uno stop all’autogrill per un caffè. Ma non avevamo fretta, il viaggio è stato silenzioso, solo mio marito parlava al telefono con un socio mentre io guardavo fuori dal finestrino la lunga distesa di campi, ormai tutti uguali, e nostra nipote Elena se ne stava isolata nelle sue cuffie, a occhi chiusi.

Ora sono qui. Sul lettino sotto all’ombrellone, tra tanti ombrelloni aperti, da sola. Il vento porta i profumi delle creme solari e lascia sulla pelle una patina di salsedine mista a finissima sabbia. Mio marito è ancora in albergo, deve finire un lavoro. Elena è là, seduta sul bagnasciuga, le cuffie sulle orecchie e lo sguardo perso chissà dove. Vedo tanti ragazzi e ragazze, soli, se ne stanno sdraiati sfoggiando ogni parte del corpo possibile, sono belli, bellissimi, e soli. Giusto qualche coppia cammina veloce, con i piedi nell’acqua, schivando chi sta arrivando dall’altra parte.

Elena è tornata e si sdraia, prende il telefonino e scrolla. È come anestetizzata, ipnotizzata. Si fa un selfie, poi un altro. Vorrei parlarle, sto cercando uno spiraglio, lo cerco sempre, e lei in genere risponde e basta.

  • Elena?

Si gira e mi guarda. Aspetta.

  • Mi dici una cosa che proprio non ti piace di me?

Si siede. Forse vorrebbe parlare, forse ha paura.

  • Non ci sono risposte sbagliate Elena. È solo una domanda.

Mi guarda e so che dall’infinito elenco nella sua mente non trova niente che sia al primo posto, ma sta pensando.

Mi alzo e vado al bar. Lei rimane a fissarmi. Cammino chiudendo il pareo sulla pancia, accelero perché la sabbia è davvero rovente.

  • Avete ghiaccioli? Alla menta? Me ne da due?

Fare il niente che voglio (it/en)

Ho preso tutto.

Rapido sguardo sulla scrivania per controllare se ha spento il computer e rimesso un po’ in ordine.

Detesto lasciare le penne fuori posto, le pratiche non impilate. Pazienza per la carta che deborda dal cestino, sembra quasi un’Ikebana multicolore. Via , via, devo uscire da qui, ho mille cose da fare!

Cammina veloce, a piccoli passi nervosi, seguendo il rumore dei tacchi sul marmo lucido. Il percorso è sempre lo stesso, come binari che la portano proprio davanti agli ascensori. Arrivano altre persone, chiacchierando, ciondolando, perdendo tempo. Si sta formando una piccola folla e l’ansia sale. Guarda l’ora sul telefonino e vede un messaggio.

  • Io vado. Ti aspetto là.

L’ascensore è arrivato e, come sempre, è già quasi al limite della capienza, ma lei entra di corsa.

C’ero io prima di voi. Ma cosa fate? Ma guarda se quell’idiota doveva entrare per forza!

Le porte dell’ascensore non riescono a chiudersi.

Siamo in troppi!

Il grumo di persone si sposta all’interno, si stringe al massimo. Un cubo di Rubik che si muove senza soluzione. E l’ultimo entrato alla fine rinuncia ed esce, accompagnato da evidenti sospiri di sollievo.

Quando hai fretta, tutto rallenta.

Ed è fuori, finalmente. Un passo dietro l’altro nella hall, schivando persone, borse, zainetti e gomiti. Poi, un altro imbuto, una clessidra di corpi che scivola piano verso la luce. Sente l’aria fresca arrivarle sul viso e il caos del traffico, colonna sonora di ogni sua giornata d’ufficio. Un passo dietro l’altro, ora è diretta alla metro, in una coda disordinata che si sposta, aprendosi e chiudendosi. Lei, è là dentro, un passo dietro l’altro, seguendo il ritmo degli altri, con la testa bassa e un braccio avvinghiato alla borsa.

Inciampa.

Improvvisamente, si trova a terra, sul marciapiedi, con l’anaconda di corpi che le scivola a fianco. Si rialza piano, guardandosi le mani e massaggiandosi i palmi. É immobile e la schivano tutti. C’è un giardinetto proprio là, a destra, con delle signore sedute e dei bambini che stanno giocando. Un’ambulanza sfreccia, la sirena urla urgenza, mentre una coppia litiga in macchina, aspettando che scatti il verde.

E si alza il vento. Una folata che sposta le fronde verdi dei platani.

Lei è immobile e si sente vuota. Avverte la bellezza del vuoto.

Per un momento, si accorge che non c’è veramente nulla che deve fare.

Che meraviglia, il niente.

Arriva un altro messaggio.

Ora ti rispondo. Tra un attimo.


EMBRACING NOTHINGNESS


I’ve got everything.

A quick glance at the desk to check if the computer’s turned off and if things are somewhat tidied up.

I hate leaving pens out of place, files unstacked. Never mind the paper spilling out of the bin, it almost looks like a multicolored Ikebana. I have to get out of here, I’ve got a thousand things to do!

She walks quickly, in small, nervous steps, following the sound of her heels on the polished marble. The path is always the same, like tracks leading her straight to the elevators. Other people arrive, chatting, dawdling, wasting time. A small crowd is forming and her anxiety rises. She checks the time on her phone and sees a message.

  • I’m going. I’ll wait for you there.

The elevator arrives and, as usual, it’s already nearly full, but she rushes in.

I was here before you. What are you doing? Seriously, did that idiot really have to squeeze in?

The elevator doors won’t close.

There are too many of us!

The clump of people shifts inside, squeezing in as tightly as possible. A Rubik’s cube shifting with no solution. And the last one in finally gets out, met with obvious sighs of relief.

When you’re in a hurry, everything slows down.

And she’s out, at last. One step after another through the lobby, dodging people, bags, backpacks and elbows. Then, another bottleneck, an hourglass of bodies slowly slipping toward the light. She feels the cool air hitting her face, along with the chaos of traffic, the soundtrack of every office day. One step after another, now heading toward the metro, in a messy line that shifts, opening and closing. She’s in it, one step after another, following the rhythm of the others, head down, one arm clinging to her bag.

She trips.

Suddenly, she’s on the ground, on the sidewalk, while the anaconda of bodies slides past her. She slowly gets up, looking at her hands, rubbing her palms. She stands still, and everyone dodges her. There’s a little park just to the right, with ladies sitting and kids playing. An ambulance speeds by, siren screaming urgency, while a couple argues in a car, waiting for the light to turn green.

And the wind picks up. A gust that rustles the green branches of the plane trees.

She stands still, and she feels empty.

The beauty of emptiness.

For a moment, she realizes there’s truly nothing she has to do.

What a wonder, this nothingness.

Another message comes in.

I’ll answer you. In a moment.