Una solo è Doriforo

Ho gli occhi chiusi per far agire meglio il collirio. Sono elettrica. Sigarette, vietate. Non per la salute ma per non rischiare di bruciare qualche abito. A tre a tre, sedute davanti agli specchi per il trucco e parrucco, circondate da hair stylist e make-up artist, spazzole, phon, pennelli che sbuffano polveri leggerissime come soffi di fumo.

Ho proprio voglia di una sigaretta.

La pelle del mio viso è tirata come un palloncino pronto ad esplodere. Mi hanno messo dei cerottini per allungare la forma degli occhi. Sembro una giapponese incazzata ma, loro, i giapponesi, non lo danno mai a vedere. Nella prova vestiti hanno fatto fatica a chiudermi la cerniera.

Mi sento gonfia.

Sono tre giorni che mangio solo un pezzetto di formaggio e bevo anche poco. Questa mattina ho pesato le mie feci, come sempre: 65 gr. È il diuretico di ieri sera che non ha fatto molto effetto.

Mi sento gonfia.

“Via, via! Sbrigati!”

E mi metto in fila, coperta da una vestaglietta col logo. Siamo tutte con un vestaglietta col logo. Tutte alte uguali, ma io, sono la più gonfia. Sento le sarte davanti alla fila, stanno urlando, chiedono delle spille da balia. Come in una catena di montaggio, chi è pronta, scivola di lato e passa il controllo finale.

Lu, è là. Lo stilista, posseduto da un’energia che opprime tutto il backstage.

Ogni volta è così.

Ogni volta prendo dei calmanti, ma non troppi, se no rischio di non reggermi in piedi. E ho i piedi gelati. Tocca già a me? Qualcuno mi toglie la vestaglia, due mani mi girano e sollevano le mie braccia.

“Trucco!”

Passano della cipria, forse del talco, sotto le mie ascelle.

Ogni volta è così.

Mi infilano un cappuccio macchiato che odora di creme, serve a proteggere la pettinatura e il trucco. L’abito mi cola addosso, si uniforma al mio corpo come una seconda pelle. E ancora mani. Che stringono il tessuto, che lo lisciano, e la cerniera sale. Per un attimo sento la pelle bruciare, come se fosse stata pizzicata o graffiata da un uncino. Via il cappuccio. Mi girano intorno come api impazzite, uno mi ha colpito il ginocchio destro. È arrabbiato, si vede. Il ginocchio mi fa male ma devono ritoccarmi il trucco.

Di colpo, le voci si abbassano, i visi si allargano in sorrisi.

Lei, sta passando.

Gli occhi anelano un suo sguardo, un saluto anche solo accennato. Lei è famosa, famosissima. Lei, non è più una ragazzina, ma è una dea. Ha il suo spazio, quasi un camerino, i suoi professionisti, la sua acqua e i suoi fiori. Li chiamano carisma, quella lunga falcata che non deve chiedere permesso e quel profilo in cui si stenta a riconoscere un naso, ritoccato così tante volte da sembrare trasparente. Non sarò mai come lei.

Tocca a noi. Come ballerine di fila, una vicina all’altra, perfette e anonime.

Un braccio che si alza, un “VAI”, e sono dentro alla luce, affogo nella musica, procedo con i miei piedi freddi, in scarpe troppo grandi, senza vedere veramente nessuno. Lo sguardo fisso davanti a me, sulla schiena di chi mi precede. Il sangue pulsa piano, la testa è leggera, tanti flash e tanti passi.

Ogni volta è così.

Quando sono triste guardo il cielo

Sono sdraiata da più di mezz’ora. Forse meno. Non respiro bene, mi sento rintronata, ho la bocca secca e un saporaccio che mi fa venire conati di vomito in continuazione.

La mia macchina è là, di traverso e un po’ rialzata. Sembra tentare di scavalcare il guard-rail ma senza riuscirci, e perde ancora del liquido, forse dell’olio, anche se i vigili del fuoco la hanno inondata di schiuma. C’é tanto caos ma ora l’aria è più chiara, spostata dalle eliche di un elicottero atterrato lontano, in mezzo al campo. Mi arriva l’odore dell’erba, mischiato a quello del cherosene e del sangue. Proprio sotto la coltre di fumo si vede l’asfalto bagnato, intriso, lucido, e tanti scarponi lambiti da tute fosforescenti che sembrano senza un corpo.

Appena dopo l’impatto, che ricordo come uno spintone violento e rumoroso, devo aver perso i sensi. Non so chi mi ha estratto dalla macchina e mi ha deposto qui, sul ciglio della strada, nella corsia di emergenza. Non sono sola, ci sono altre tre persone stese a terra.

I rumori sono ovattati, non sento, vedo solo delle sagome che corrono e, al di là della cortina grigia, appare e scompare una lunga carovana di macchine, i fari accesi, ombre in piedi che guardano da questa parte.

Non riesco a girare il collo, mi devo muovere piano, dovrei girare anche il busto per guardare dall’altra parte.

In quell’inferno schizzano lapilli, piccoli fuochi d’artificio tra le luci rosse, e le figure che appaiono, per un attimo, sono maschere coperte di fuliggine, con la bocca che si apre e si chiude in un urlo.

Il cielo, il cielo è ancora là, in alto.

Arriva un po’ d’aria e si sentono, in lontananza, le sirene delle ambulanze che cercano di farsi spazio nel traffico immobile, dall’altra parte dell’autostrada.

Dovrei telefonare. Sì, devo avvisare. Ora chiedo.

Sposto lo sguardo perché hanno smesso di tagliare lamiere, non ci sono più lapilli. Dall’alone grigio sta emergendo una carcassa enorme e lunga, un pachiderma ferito e sdraiato su un fianco dipinto di viola e giallo, piegato in due, una enorme V che ha abbracciato una macchina, ma l’ha stretta troppo, davvero troppo.

C’è silenzio.

Di colpo, due mani mi prendono il viso, qualcuno mi parla, è un medico. Non sento. Mi spara una luce nelle pupille e ho un momento di terrore, come un attimo prima dello schianto. Si allontana.

Dove vai? Cosa faccio? Devo telefonare.

Passa una barella, poi un’altra, un’altra ancora. Sono corpi, feriti coperti di sangue che si mischia ai capelli e a quello che rimane di abiti bruciati, incollati alla carne carbonizzata. Ad uno manca una scarpa. Sembrano vivi, si muovono, si contorcono. Sembrano vivi.

C’è una barella grande, enorme, con un cucciolo d’uomo. Non ha più capelli, è un bambolotto bruciato a metà. Non si lamenta, guarda fisso in alto, guarda il cielo. Dentro di me sento le sue lacrime e mi sembra di affogare.

Devo telefonare.

Passa. Tutto passa.

Non so perché eri sparito, dicono che succede. Ma perché a me? Avevi smesso di rispondermi e mi hai fatto preoccupare. Bastava scriverlo, dirlo.

Ora mi scrivi di nuovo, come se nulla fosse, dopo quasi più di sei mesi.

Mi alzo dal divano, infagottata nella tuta di pile. Non ho mangiato e lo stomaco gorgoglia.

“Beh? Rispondigli, no? Qual è il problema?”

E mia madre incomincia a dispensare consigli non richiesti. Quanto vorrei avere le sue certezze, ma non ne sono in grado. Mi mangio le unghie, mi arrabbio e le urlo spesso contro. Lei mi dice che la mia rabbia è solo debolezza travestita da forza. La fisso e, mentre sta vestendosi per uscire, longilinea e splendida come sempre, me la immagino seduta, tranquilla, trangugiare uno di quei panini che esplodono maionese e foglie di rucola da tutti i lati. Si riempie la bocca di cibo e certezze, come un blocco unico, cementato al terreno, uno Stonehenge che mastica chiunque si avvicini.

Lei sa cosa fare. Lo ha sempre saputo. Io, no. Lei è un facocero che si nutre delle debolezze altrui. Delle mie. E non ingrassa.

Mi allontano dalla sua stanza, il più lontano possibile. Sento il freddo del marmo attraverso i calzettoni rosa, finché arrivo sul tappeto che mi frena. La finestra, vado alla finestra.

Rileggo il messaggio che ho ricevuto: “Ciao, come stai? Passeggiata in centro?”

Mi ha sventrato e non se ne rende conto.

Nel frattempo, sono tornata nell’ingresso e non me ne sono accorta. Mi guardo nello specchio sul cassettone e vorrei vederlo vuoto, invece, sono là, dentro quella figura corpulenta, in quella salsiccia che mi ricopre.

Mi ero affidata a te, mi riflettevo nel tuo volto e ho cambiato forma per compiacerti, ho dimenticato pezzi di me pensando che fossero superflui. Ho nascosto i miei sogni, desideri, dolori, per non sbagliare, ora mi sento un’ombra che non appartiene a nessuno. Quando sei sparito mi sono persa e ho cominciato a mangiare, tanto, cercavo un motivo, qualcosa a cui dare la colpa, qualcosa che non fossi io.

Il tuo negarsi è stato come un sasso caduto nel cuore.

Stavo cominciando a dimenticarti, stavo tentando veramente, mi sentivo un po’ meglio, anche il mio stomaco stava meglio. Ignoravo anche le continue domande di mia madre sul perché non ci vedevamo più, schivavo i suoi sguardi compassionevoli ma accusatori, quel suo indugiare sui miei fianchi. Insomma, ora cosa faccio?

Le mie dita stanno rispondendo. Ma chi vi ha dato il permesso?

“Ciao. Va bene. A che ora?”

E aspetto. Ancora.

Intanto sceglierò cosa mettermi. In camera mia, sul letto, c’è un vestito, largo e lungo. Non lo metto da tanto, mi fa sentire una balena. Di fianco, un biglietto, di mia madre.

“Metti questo. E non mangiare gelati.”

Un crampo lungo e forte, un conato di vomito che mi fa correre in bagno. Lo scroscio dell’acqua fa da sottofondo al mio respiro che soffoca i singhiozzi.

Il tempo passa.

Il telefono è rimasto sul letto. Non arrivano risposte.

Vado in cucina e apro il frigo. Afferro qualunque cosa davanti a me e la trascino in bocca, coscia di pollo, cetriolini, ah! amo i cetriolini, del formaggio e una fetta di crostata.

Non arrivano risposte.

Apro il congelatore e prendo un barattolo di gelato. Ce ne sono cinque.

Non arrivano risposte.

Mi sono macchiata la tuta col gelato, sembra un disegno, ci vedo un occhio che mi fissa.

Passa. Tutto passa.

Divinus incensum profanus

Una nebbia sottile cominciava ad avvolgere tutto in un lieve manto simile all’incenso bruciato nei turibuli. Guardava i tronchi dei grandi alberi, giganti silenziosi, che affondavano le loro radici nel terreno umido come mani dalle lunghe dita. Stava rientrando a casa, camminando lungo la strada, persa tra il buio e il silenzio.  Solo le foglie, al passaggio del vento, emettevano un suono delicato, quasi un sussurro.

Il cielo divenne opaco e denso come se il tempo stesso fosse sospeso, privo di movimento. Sentì in lontananza lo scroscio dell’acqua del fiume che scivolava su sassi levigati e la nebbia pesante cominciò a salire, lenta e avvolgente. Un abbraccio gelido da cui non era possibile sfuggire. Quel chiarore quasi irreale confondeva, facendole perdere ogni riferimento. Si fermò, allungando le braccia in cerca di un tronco, una staccionata, un appoggio qualsiasi.

Da qualche parte, più lontano, udì il verso di un animale, un lamento sommesso, un richiamo alla solitudine che si perdeva in quel buio. Eppure, in quel nulla fatto di freddo grigiore, non si sentiva sola. Ogni tanto, le sembrava di vedere delle ombre sfuggenti, figure indistinte, vaghe, quasi avessero una vita propria. Non erano spettri, né apparizioni di fantasmi.  Erano forse i ricordi di un passato che non aveva mai vissuto?  O sogni di un futuro che non aveva il coraggio di immaginare?  

Se ne stava immobile, respirando profondamente l’aria umida e fresca, nel profumo di muschio e di terra bagnata. Il suo respiro e la nebbia, un unico soffio in un’atmosfera irreale. C’era qualcosa di divino. Seguì il mormorio dell’acqua, forse il cammino non aveva davvero una meta, né un inizio. Ad un tratto la nebbia si aprì, e le sembrò di vedere un’ombra incredibilmente familiare che si dissolse subito nell’aria.  Era tutto un continuo fluire di passato e futuro e ogni passo che faceva era una danza invisibile tra ciò che era stato e ciò che doveva ancora accadere.

Le apparve la discesa, sgombra, sicura. S’incamminò verso casa.

Non scordare

Non scordare:
noi camminiamo sopra l’inferno,
guardando i fiori.

Kobayashi Issa
(1763-1828)

Agli uomini, dalle donne.

Io, lo straccio e il lago

Mi dispiace, ma passa, vedrai che passa. Fai una passeggiata, respira, abbraccia un albero.

– A Roma?

Va beh, vai in un parco…

– Ma è domenica, una folla di famiglie, coppie, cani, urla…

Perché non fai un po’ di meditazione? A casa, tranquilla, in penombra e da sola.

– No, ti prego no. Ci ho provato e continuo a pensare. È dura.

Facciamo così, ora andiamo fuori, cerchiamo un ristorantino piacevole, poi andiamo a fare una bella passeggiata vicino a un lago.

– Grazie, davvero, ma mi sento uno straccio.

Scese a prendere l’auto e partì, guidando a zig zag tra il traffico, mesto e un po’ ubriaco, della domenica sul lungotevere. I marciapiedi erano fiumi di persone, turisti di ogni nazionalità, rigorosamente divisi in gruppi monocolore, in file rumorose, che migravano verso S.Pietro. Un’anaconda che si srotolava tra i ponti e le vie, sbucando ovunque senza che si potesse immaginare dove iniziasse, chi fosse a capo di quest’esodo.

Chi avrà incominciato tutto questo oggi? Chi sarà alla testa dell’anaconda?

Le sembrava di vederla dall’alto, come un lunghissimo e flessibile copertone, imprevedibile e aggressiva, pronta a soffocare la sua preda stringendola fra le sue spire fino a soffocarla.

Girò a destra per parcheggiare in una strada secondaria, vicino alla fermata Lepanto della metro. Parchimetro, tagliando. Nonostante il sole, la giornata era insolitamente fredda e i bar erano affollati di gente che aspettava in piedi davanti ai banconi, calpestando briciole di cornetti e fazzoletti di carta non raccolti. Un’immagine triste vista da fuori, come certe stalle non perfettamente organizzate, dove i bovini si accalcano, spingendosi e ansimandosi addosso. Niente caffè.

Sono qui.

– Ma ti avevo detto di lasciar perdere…

Partì lo sblocco elettrico del portone che lentamente, molto lentamente, iniziò ad aprirsi. Stava guardando verso il lungotevere quando venne travolta da un bambino che, uscendo, le calpestò l’alluce sinistro. E arrivò subito dopo la mamma. Capello biondo vaporoso, cappottino stretto in vita da una mini cintura, simile alle fascette ferma cavo, chiamava suo figlio con una voce squillante che cozzava con la pettinatura alla Marilyn. Papà non c’è? No.

Adorava Roma, con quei “siparietti” d’incontri lampo, come scene un po’ trash di film caserecci. Ci si poteva scrivere davvero una storia dietro l’altra.

– Perché sei venuta? Mi vedi? Non sono in condizione di uscire. Non mi sono neanche vestita.

Mi offri un caffè?

Veronica, un giunco di un metro e ottanta, di madre prussiana e padre siciliano, alla soglia degli anta. Un’opera d’arte incompiuta. Uno straccio, ma di lino, tessuto a mano.

Mentre il caffè usciva con un sommesso borbottio, Veronica passava dalla sua camera alla cucina, parlando, chiedendo se faceva freddo, mostrandole la giacca che voleva indossare, per poi sparire di nuovo in bagno. Dalla finestra entrava una fetta di luce, quel lembo che era riuscito a passare tra i tetti e i palazzi di fronte, fermandosi sul muro come una meridiana brillante.

Saranno già le 11.00.

– Pronta! Ma davvero vuoi andare al lago? Quale? Albano, Bracciano… É domenica… ci sarà un traffico pazzesco. E se rimaniamo qui?

Fissò l’amica con un sorriso che non prevedeva cambi di programma.

Hai bisogno d’acqua. I giunchi necessitano d’idratazione per essere in salute, sempreverdi. Ed io, ho bisogno di specchiarmi nell’immobilità del lago, perdermi tra i riflessi del verde e del sole.

– Quiete. Abbiamo bisogno di quiete. Andiamo.

Ombra senza sole

Dovevi proprio andartene così? E adesso? Ora che i miei pensieri rimbalzano tra le pareti, ora che avverto come un senso di vertigine per il vuoto, cosa faccio? Da dove comincio?

Non si fa così.

Non è stato corretto da parte tua, in nessun modo. Anzi, avresti potuto trovare migliaia di parole, gesti, avresti dovuto.

Me lo dovevi.

Com’é potuto succedere? Mi viene da pensare ai suicidi, a quelli che decidono per un atto estremo, senza ritorno. Ecco. Hai suicidato il nostro amore. Era il nostro e io non mi sono accorta che era malato. Non si dice così anche per i suicidi? Era normale, sembrava stare bene.

Sembrava stare bene.

Ah, lo so dove mi vuoi portare! A pensare che è colpa mia, vuoi che sia la sola a provare dolore per questo lutto. Hai riempito solo una valigia, le tue camicie penzolano stirate nell’armadio. Il tuo odore é ovunque, vorrei urlare, ma non ci sei.

Ora entro nell’armadio e urlo.

Mi guardo allo specchio e non vedo più nulla, é vuoto. Ho cambiato forma così tante volte per te che ho dimenticato com’ero. Ho dimenticato pezzi di me, nascosto sogni, dolori e desideri, per non sbagliare.

Ora vedo solo un’ombra grigia.

Farò una doccia. Voglio lasciare scorrere l’acqua addosso, voglio lavare via quell’odore, voglio che questa crisalide si apra ma è impermeabile, è una fitta trama che blocca anche il respiro.

Vorrei inseguirti.

Ma non so il perché.

Perfetta nel cuore

Impulso di scrittura giornaliero
Scrivi della casa dei tuoi sogni.

Ah, la casa dei sogni! Potrei descrivere minuziosamente come me la immagino perché, nella realtà, manca sempre qualcosa. Manca il mare, manca la luce che filtra dalle tende leggere, manca una scala che scende proprio sulla sabbia, manca quell’essere isolati ma non troppo, mancano le altre case intorno che pullulano di vita. Eppure, ovunque mi trovassi, se il mio amore era con me, allora era casa. Ed era perfetta. Come due calici di cristallo, su una tovaglietta di fiandra appoggiata sugli scogli prima del tramonto.

Guardare l’abisso

Un rigagnolo d’acqua scivolava via, esattamente come un gorgo d’acqua nel lavandino. Un vortice che, anche se piccolo, portava via inesorabilmente, e quasi dolcemente, tutto. E per tutto, intendeva quella che era stata la sua vita fino a quel momento.

“Siamo spiacenti, non vorremmo fare a meno della sua figura professionale ma, la situazione contingente prevede una riorganizzazione aziendale.”

Pur essendo consapevole della crisi, pur constatando, giorno dopo giorno, un crescendo di tensione tra i colleghi che le apparivano sempre più scialbi, affranti, pallidi fino a diventare quasi evanescenti, non si era resa conto di essere a rischio, esattamente come gli altri. Ma quanta sicurezza! Quanta stupida certezza aveva maturato, semplicemente per aver lavorato in quell’azienda per oltre vent’anni. Riorganizzazione.

Fissava il suo caffè sul tavolino del bar dove andava spesso, e osservava le persone intorno, ignare del suo problema, di lei e della sua vita miseramente crollata. Poteva pensare a un fallimento o le era concesso di aggrapparsi alle colpe altrui? Da quando si era svegliata, la sua testa era una bolla grigia, come una pozza di fango bollente. Il mondo non era come lo aveva immaginato fino a quella fatidica comunicazione. La sua tracotanza ora cercava conferme che nessuno mai le avrebbe dato. Le sembrava di tremare, non riusciva a piangere, sicuramente non lì, mai lo avrebbe fatto. Il quadro della sua vita stava perdendo i contorni, liquefacendosi in un disegno astratto ma senza significato.

Passò una mamma con due bambini, diretta ad un altro tavolino. Rimase a fissare la scena, mentre arrivava il papà. E lei invece? Lei che aveva investito così tanto in sé stessa, lei che aveva creduto di far parte di qualcosa, ora si sentiva come un vecchio attrezzo, gettato via, rimpiazzato. Il quadro della sua vita, ora, era un ammasso di colori mischiati, come senape andata a male.

Il mondo va veloce, troppo. Non aveva avuto il tempo di pensare, ecco la verità. D’altra parte, pensare di cambiare dopo tutti quegli sforzi, quell’energia spesa, sarebbe stato, come minimo, un passo azzardato. Perché cambiare quando sai che, alla fine, qualcuno risolverà? Ne era certa.

Non esistono più certezze. I suoi genitori avevano cominciato e finito la loro carriera lavorativa sempre nella stessa azienda. Solo suo padre, a un certo punto, aveva inseguito una promozione ma, c’erano dei rischi, avrebbe dovuto cambiare città e quindi, alla fine, erano rimasti dov’erano. In fondo stavano bene, cosa mancava?

A cosa mi aggrappo adesso? Sono stanca. Ricominciare ora è come chiedermi di scalare l’Everest senza ossigeno. Mi manca l’aria.

Nella sua mente, il quadro della sua vita era ormai una tavola uniforme e vuota. Il rigagnolo continuava a scivolare tra le crepe dell’asfalto, veloce, diretto allo scarico, senza fare alcun rumore.

Glimmer

Che colore ha il dolore? Si era svegliata dall’intervento, ancora dopata dall’anestesia, i movimenti rallentati e la bocca impastata. Tra le bende che le fasciavano il viso poteva scorgere, di fronte a sé, un pezzo di muro e di soffitto, e rimase a fissare la linea che interrompeva due colori, era la sola cosa che le faceva comprendere di stare osservando due parti distinte. C’era il muro e c’era il soffitto.

Aveva sete, forse aveva voglia di parlare. I rumori erano attutiti, anche perché le orecchie… “Oh mio dio le orecchie”, chissà come erano diventate. E chissà com’era diventata la sua faccia, quel viso che era arrivata a detestare, che non riusciva più a guardare allo specchio. Un nemico, ecco quello che vedeva, un infame che le ricordava il tempo che aveva solcato ogni suo poro, modificandola come si fa con la creta. Un kintsugi senza oro, solo solchi che mantenevano unite tutte le parti ormai senz’anima, porzioni di sé che stavano crollando miseramente, incappucciando la vista, intristendo i sorrisi, il tutto in un grigiore refrattario anche alla luce del sole.

Non riusciva a spostare il collo, sentiva la pelle tendersi, pronta a strapparsi, e rimase immobile. Un prurito insopportabile sotto quelle bende, “Ma non viene nessuno?”, respirava a fondo senza muoversi. Come se non bastasse il prurito, incominciò ad avvertire dolore, una sorta di nevralgia che si stava impossessando di tutta la testa, viso compreso, lasciandole la sensazione di avere un timpano teso proprio sotto il cuoio capelluto.  Resistere. Doveva resistere, la avevano avvertita delle conseguenze di un intervento di face-lifting. Possibile cerchio alla testa. Altro che cerchio, era tra due morse che tiravano, non aveva neanche il coraggio di muovere la bocca o qualsiasi altro muscolo. Scintille. Ecco che colore aveva il dolore in quel momento! Non come i lapilli sprizzati dalla legna d’inverno ma simili a quello sfavillio che sprigiona da una levigatrice, di quelle utilizzate per affilare coltelli, luminescente, freddo, metallico.

Avvertì una presenza, era un’infermiera che era entrata e stava parlando. Non sentiva bene, la fissò con gli occhi, cercando di incrociare i suoi e farle capire cosa stesse provando. Ma niente, quella befana parlava, parlava, e trafficava con il sostegno della flebo.

“Morfina! Aumenta la morfina!” Cominciò a sudare e arrivarono anche nausea e vomito. Le veniva da piangere ma NO! Non poteva, non doveva.

L’infermiera se ne era andata, restò a fissare il muro e il soffitto davanti a lei mentre una lacrima scendeva tra le bende. La linea di divisione stava diventando più sottile, morbida, sembrava che si stesse muovendo, scivolando via. Rimase un’unica parete liscia, senza soluzione di continuità, rosea e levigata, quasi bombata, come un palloncino.

Un viso, il suo futuro viso.

Assolo e outro

Sei proprio bella. Non riesco a pensare ad altro. Il cameriere si avvicina con i primi piatti, sta parlando ma sono frastornato. Mia moglie sta sorridendo, ha appena detto che le piace il servizio, sembra felice. Io sorrido e affondo la forchetta nei tagliolini, li attorciglio, li attorciglio, li attorciglio. Poi mi fermo perché, in effetti, sto creando una palla compatta, come lo zucchero filato su un bastoncino. Colpetto di tosse e un goccio di vino. Cerco di scambiare qualche parola con mia moglie, le chiedo se vuole assaggiare quello che ho ordinato. Ma il mio sguardo, tutto di me, ti sta fissando. Sei proprio una visione. I tuoi capelli si muovono scivolando sulla schiena, li sposti con la mano delicata, dalle dita lunghe, dietro l’orecchio. Mi sembra di sentire il tuo profumo arrivare fino a me, come un sortilegio. Sono certo di averti già vista, sicuramente immaginata. Non sento la tua voce, vorrei sentirti parlare, ma siamo lontani. Il tuo compagno ( è tuo marito?), sta guardando il telefonino. Ma come si fa? Come può staccare gli occhi da te? Io non ci riesco. E bevo. Verso del vino a mia moglie che sta parlando di ferie, suoceri, nostro figlio che ancora non ha deciso cosa fare della sua vita. E se adesso venissi da te? Se ti prendessi per mano e ti portassi via? Mi hai guardato! I tuoi occhi sono rimasti nei miei per un attimo. Ci provo, io ci provo. Quella cosa delle telepatia mi ha sempre affascinato e ora, ci provo. Mi concentro. Cameriere e nuovi piatti. “Non li toccate perché sono caldissimi.” Sentisse le mie mani! Sono in fiamme, ho lo stomaco chiuso, no, chiuso no, infatti sto mangiando. Mastico, più che altro. Sarà un colpo di fulmine? Mai successo prima. Mia moglie sta chiedendo se sto bene, perché sono tutto rosso. “Andropausa?” “Ma cosa ti viene in mente. Sarà stato il vino.” Prendo la bottiglia e gliela mostro, 13 gradi e mezzo. “Visto?” Mi giro e non ci sei più. Al tuo tavolo, tuo marito sta aspettando, digitando sul telefono. Sei andata in bagno? “Scusami cara, vado un attimo in bagno.” Mi risponde, mia moglie mi risponde ma non sento, anzi, sento solo il mio cuore che sta martellando battiti. Cammino quasi al suo ritmo, veloce, cercando con lo sguardo i bagni. “Sono là dietro a destra”. Là dietro, a destra. Schivo i tavoli, attraverso una palude di parole che si accavallano in un mostruoso sottofondo, giro a destra e mi fermo. Dietro la paratia che nasconde la sala, davanti alle porte con le sagome di una signora e un signore, aspetto. Cosa farò quando uscirai? E la porta delle signore si apre. Sei tu. Sei tu? Una ragazza un pò in carne, non troppo alta, dai seni formosi che riflettono la luce dei faretti. Mi guardi ma non mi vedi. “Mi scusi.” E mi aggiri. Quel mi scusi mi ha gelato. Ma che razza di voce hai? Dura, grave, e in sintonia con i polpacci da terzino. Perfino le tue mani mi sembrano diverse, lunghe ma per niente delicate, con le unghie lunghe e affilate. Sono deluso, sì, sono amaramente deluso, mi sento fraudato. Dov’é il mio sogno? Dov’è? Spingo la porta del bagno dei signori e mi fermo davanti allo specchio. Ma guardati! Sei un sognatore, sei un romantico sognatore! Esce un uomo da una toilette e mi sembra il caso di affrettarmi ad uscire. Non si va in toilette se ci sono gli orinatoi a muro, a meno di avere qualche emergenza che non voglio nemmeno soffermarmi a pensare. Mi sorpassa, senza neanche lavarsi le mani ed esce. Ma che schifo, che schifo di mondo. Che schifo di serata.

Lo Spirito del bosco

Il telefono all’orecchio e una mano in tasca. Cammina piano, in salita, su grandi gradini sconnessi e scivolosi. Il sole filtra tra gli alberi, tra le foglie del sottobosco, immobili per il freddo che le ha congelate e il profumo di terra addormentata.

“Ma come? Sono sempre io che chiamo.”

C’è qualcosa che non va, lo so, quello che non so è come fermare tutto questo. D’altra parte, è una sorta di abitudine, anzi, una schiavitù, no, una stupida abitudine. Mi ricordo che è iniziata quando ero piccola, nella nuova città in cui non conoscevo nessuno. Era ovvio che dovessi fare il primo passo, che dovessi essere io a cercare di conoscere, di fare amicizia.

Due turisti la sorpassano veloci. Fanno i gradini a due a due.

“Chissà perché, che fretta hanno di arrivare in cima senza godersi la passeggiata?

Quante volte si punta a qualcosa, si corre con la voglia di arrivare e ci si dimentica del resto?

Ecco, vi state perdendo quello scoiattolo che è scivolato dal tronco, a scatti, ed è sparito velocissimo. E le macchie di muschio, lì ai bordi del sentiero, che crescono in segreti angoli nascosti, quasi fossero un piccolo presepe naturale. E quest’aria, quest’aria gelida che fa lacrimare gli occhi, quieta. Che meraviglioso silenzio, quasi surreale.

Lei si ferma e guarda intorno. Non è sola. In lontananza, le auto sembrano minuscole, come giocattoli, che corrono su un nastro grigio. Anche loro corrono, ma verso dove? Vorrebbe rimanere ma non può, la stanno aspettando.

“Dev’essere la strada che sale dalla collina,” pensa. “Non posso fare tardi, sono stata io a chiamarle. Come sempre, sono io a chiamare.”

Un passo incerto, un piede che scivola sulle foglie bagnate, la gamba che si piega sull’ultimo gradino. Un movimento goffo, un tentativo di bilanciarsi che finisce con le mani a terra. Gli occhiali volano via, la borsa scivola giù, rimbalzando, come una palla impazzita, finché non si ferma, proprio al limite degli arbusti che bordano il sentiero. Giusto un attimo prima di sparire nel fitto del boschetto, le sembra di vedere che qualcuno la raccoglie. Lei recupera gli occhiali e li inforca, guarda meglio e vede un anziano che sta salendo. Man mano che si avvicina, nota i capelli bianchi, arruffati, e gli occhi. Due spilli luminosi, incastrati tra le rughe di un viso che sembra uscito da un libro di favole.

“Ecco” le dice, porgendole la borsa. “Sta bene?”

Non sa come rispondere, ma sorride timidamente e prende la borsa, che ora è macchiata di terra. “Grazie,” mormora. Lui la guarda intensamente, come se stesse cercando qualcosa.

Forse ho qualcosa in viso.” pensa.

Con dolcezza, le toglie una foglia dai capelli e le sussurra: “Un passo alla volta, senza rincorrere nessuno, e si arriva dove si vuole.”

Un inaspettato gruppo di ragazzini, arriva proprio in quel momento, saltando e ridendo, travolgendoli senza toccarli. É un attimo, una folata di ormoni selvatici, folletti dispettosi e divertiti. Lei si scosta il più possibile, aspetta e teme per l’anziano. Ma quando torna la calma, l’anziano non c’é più.

Ha lasciato dietro di sé solo il suo consiglio.

Ma guarda che storia. La devo raccontare. Anzi, no. Fammi camminare con calma, e pensare. Arriverò.

Non ci sono i gabbiani

Osservo dall’alto di una collina. Siamo dovuti scappare, non respiravamo più. Siamo stati svegliati da un rumore forte, sembravano colpi di frusta impazziti. Quando ho spostato le tende e ho visto i fili elettrici che si dimenavano nell’aria, colpendo l’asfalto e spruzzando lapilli, sono rimasto fermo, pensando a come fosse successo. Il tempo di raggiungere la porta d’ingresso e già l’aria nel corridoio era grigia, irrespirabile, cattiva. Non so come siamo arrivati fin quassù. Mi ricordo le urla dei vicini, io, in pigiama che, sulla soglia di casa, resto pietrificato a guardare l’orizzonte, in fuoco.

Un cielo così non l’avevo mai visto, da fine del mondo. Devo averlo anche pensato. Poi, le corse da una stanza all’altra, mia moglie che prende i bambini, i soldi, i pochi gioielli e, mentre si veste, mi urla di prendere un borsone e metterci i vestiti per tutti. L’ho fatto. Ora sono in pigiama, qui, sulla collina, con addosso una coperta.

Là in fondo c’era la nostra casa, non si vede, è stata ingoiata da un’onda gialla e rossa di altissime lingue di fuoco dalla punta blu. Un’orda mefistofelica che sta divorando con gioia, che avanza senza fretta e lascia un’ombra nera, una immensa nuvola statica sui resti del banchetto. Sento i lamenti intorno a me, di chi sta osservando i morsi del fuoco che sbranano le mura, i giardini. Si sentono in lontananza i versi degli animali che stanno fuggendo, forse non riescono a vedere, hanno paura, non respirano. Come si fa a non avere paura? Ora che siamo qui, sani e salvi, come tizzoni spenti che esalano umori acri, ci guardiamo intorno. Continuano ad arrivare macchine, tra poco saremo bloccati. Il panico non ti fa ragionare. Quel mostro là sotto non si fermerà, si sta ingozzando con sempre più ingordigia, sono i nostri ricordi a fare da carburante, le nostre foto, i mobili, le palizzate dipinte, le altalene. Siamo attorniati da tanti cani che abbaiano, i gatti invece sono in braccio, col muso nascosto dentro le maglie, in cerca di un filtro per respirare meglio. Anche noi abbiamo dei fazzoletti sulla bocca e sul naso, gli occhi pizzicano. Dobbiamo allontanarci, dobbiamo muoverci. La nuvola nera si è alzata e arriverà, come un mantello pesante, una coltre di morte.

Via! Andiamo via! Urlo. Ma pochi se ne vanno, la maggior parte rimane a fissare quello che ha costruito in una vita, bruciare come un mucchio di paglia, sparire dietro le loro lacrime. C’è chi sta filmando. Seriously? Forse vuole documentare, forse è in diretta su qualche Social. Io vorrei essere altrove. Saliamo in macchina e, lentamente, ci allontaniamo seguendo un tragico corteo, non profughi né esiliati, ma sfollati. Si starà già parlando di calamità e, per un po’, non saremo soli.

Là in fondo, dalla parte opposta alle fiamme, il mare si muove lento come una lastra d’acciaio, la luce della luna filtra nell’aria densa di fuliggine. Non ci sono i gabbiani e i leoni marini saranno già al largo. Seguo le altre macchine, una scia di fari, come lunghe vene iridescenti che si muovono pulsando.

“Tenete chiusi i finestrini! State tranquilli, stiamo andando via.”

Dietro di noi, mi sembra di sentire un verso disumano, è il brutale boato del fuoco che avanza.

Leader

La rabbia è un dolore travestito da forza. Quella rabbia che le stava facendo male, che le triturava le viscere e che non sapeva come sfogare. Pensava a come era arrivata a quel punto, dove aveva sbagliato, non c’era spazio per altro nella mente.

Questo è il mio momento, ci sono io qui. A questo ho puntato lavorando tanto, esponendomi, uscendo dall’ufficio per ultima. Come ho potuto lavorare con il nemico senza accorgermene? E adesso, che dovrò parlare davanti a tutti, di un progetto che non è il mio, raccontare una storia che non mi appartiene, rischio di fare una figura pessima.

La sala era gremita, la convention annuale era un punto di arrivo, i dirigenti erano là, impegnati in pubbliche relazioni e sorrisi, scambi di business card. Lei era tesa, vibrava come un violino con le corde di un calibro sbagliato e, quelle corde, sapeva benissimo chi gliele aveva cambiate. Proprio quell’esserino apparentemente innocuo che se ne stava seduto in prima fila, che sfuggiva il suo sguardo ma che sembrava aspettare. Pensava di essere l’unica via di salvezza, lui che aveva cambiato le carte in tavola, lui che aveva sostituito il progetto all’ultimo momento con la sua versione. Ed era in una chiavetta usb, pronta, scaricata e sparita.

Il Direttore era all’oscuro, guai a far esplodere questo bubbone. Non hai il controllo sulla squadra, non sei stata pragmatica, non sei una leader.

A quanto pare no, a quanto pare sono una che si fida, non so se abbia un valore oggi, forse no. Ma col cavolo che rinuncio alla presentazione. Non potrà discostarsi poi tanto dall’originale. Vado a braccio, lo so fare.

Tocca a me. Faccia da poker. Poi penserò a te che adesso non mi sembri più neanche così pericoloso. Guardami, sto entrando in scena. Guardami e impara.

🐬

Fuoco e (è) amore

Lingue di fuoco gialle e arancioni tremolano nel camino mentre, fuori dalla finestra, rami ormai spogli, come ossa rinsecchite, si confondono nella foschia di un pomeriggio di gennaio. Le ombre del fuoco si muovono sul muro bianco come ombre cinesi, in una danza frenetica perché non è ancora giunto il momento, il ceppo è stato coricato sulle prime braci, forse troppo presto.

Fare un bel fuoco non è semplice. È come costruire l’amore. Inizi piano, con piccoli legnetti che aggiungi, sempre più grandi, mentre sembra che stia divampando, muovendoli per far passare l’aria, per nutrirlo. Ecco. Come l’amore, il fuoco va nutrito. E viceversa. Anche quando sembra partito, quando hai l’illusione che funzioni e abbia preso la strada giusta, senza ombra di dubbio, non puoi lasciare che il fuoco vada da solo. Non puoi. Se ti allontani, se non gli presti le giuste attenzioni, si può spegnere, e forse neanche te ne accorgi o te ne rendi conto tardi. A volte riesci a rianimarlo ma ci vuole passione, bisogna sapere come fare, soffiare piano sulle braci e rimboccarlo con piccola legna, saper aspettare ed avere il coraggio di spostare i ciocchi, stravolgere la tua piramide perfetta. Fare un bel fuoco è impegnativo. Già. Anche quando è al massimo, quando fiamme e calore, appagano la vista e il cuore.

Le ombre sulla parete ora danzano lente, potenti, sembrano pennellate impazzite. Fuori il grigio incupisce e avvolge tutto in un’ unica tonalità che sembra gesso. Solo il fuoco, col suo crepitio, racconta storie e ricordi e non puoi interromperlo, non puoi fare domande, puoi solo ascoltare.

Domani sarà l’Epifania e stasera appenderò le calze, per tutti. Un tempo, si usava mettere anche un pezzetto di “carbone”, dello zucchero reso nero da chissà quali dannosissimi coloranti, ma era davvero magico quel dolcetto. Lo aspettavi, anche se sapevi che era una punizione, perché significava che contavi per qualcuno. C’era chi si prendeva cura di te. Domani appenderò le calze e ci metterò un pezzetto di carbone, di quello vero, per ciascuno.

Ecco perché le braci di oggi sono importanti.

Corro da te

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è il regalo più grande che qualcuno potrebbe farti?

Capita. Capita a tutti, credo, di attraversare quei momenti così difficili da essere convinti di non farcela. Io sono stata talmente tanto nel baratro da pensare di arredarlo.

Eppure, sono ancora qui, col mio dolore ben conficcato nel cuore, ma so di non essere l’unica. Non mi consola, non consola nessuno, ma aiuta a guardarsi allo specchio dritto negli occhi e smettere di autocommiserarsi.

Proprio in uno dei momenti più dolorosi della mia vita, un’amica mi ha chiamato al telefono. Non mi ha fatto neanche finire di parlare, forse stavo biascicando, straparlando, o forse ha semplicemente avvertito che non avevo bisogno di parole ma di un abbraccio.

” Corro da te.”

Corro da te. Questo è stato uno dei regali più grandi.

IKIGAI

Ogni giorno ci si sveglia. É un dato di fatto. Il come, invece, dipende.

Così, oggi, si era alzata, col piede destro, aveva preso le sue pillole, bianca e rosa, e si era fermata a fissarsi nello specchio. Oggi, si sarebbe sposata.

C’era una strana calma in casa, d’altra parte era da sola, un silenzio pacifico, con la luce che filtrava dagli scuri e niente altro. Emozionata? Strano, non avvertiva frenesia o ansia. Mancava più di un’ora prima che arrivassero parrucchiere e truccatrice. Aspettava che sua madre suonasse da un momento all’altro, suo padre invece, sarebbe arrivato poco prima della partenza per la Chiesa.

Davvero si stava sposando? Mentre beveva il caffè, dopo essersi fatta la doccia con una cuffia da bagno enorme (quella di sua nonna) per non rovinare il lavoro fatto il giorno prima dal parrucchiere, si fece un selfie. E suonò il campanello. Fine.

Mamma era arrivata, lei sì, emozionata, e l’aveva stretta così forte da farle mancare il fiato. Mi sto sposando mamma, non sto partendo in guerra. Sua madre la fissava, con quello sguardo che conosceva bene, molto bene, e che voleva dire tutto. Voleva dire, principalmente, “Stai andando in guerra”. In fondo, i suoi genitori avevano vissuto la loro storia come una sfida, tutta la vita.

La casa era già invasa, lei non se ne era accorta. Chi le toglieva la cuffia dalla testa, chi apriva bauletti per il trucco, il phon che rumorosamente faceva da sottofondo, un via vai intorno che le ricordava la favola di Cenerentola. Tanti topolini che ce la mettevano tutta per regalarle un aspetto favoloso. Peccato che la truccatrice le avesse infilato lo scovolino del rimmel in un’occhio. Cominciò a lacrimare.

Ah no, non ti commuoverai adesso? Se piangi mi rovini tutto il lavoro.

Ma a nessuno interessava la sua risposta, erano tutti presi. Ed era arrivato l’attimo più atteso, indossare l’abito, trovato dopo infinite ricerche, infinite prove, nella più assoluta indecisione.

Mamma, ti aiuta mamma.

Una vestizione complicata, da papessa, tutto nuovo, la biancheria intima e la sottoveste in seta, le calze col pizzo, il reggicalze, la giarrettiera blu e, finalmente, calato dall’alto, con un cappuccio a coprire viso e pettinatura, si trovò infilata nel vestito. Come una bambola, sistemata ben bene, i bottoncini chiusi uno ad uno, le spalle scoperte leggermente, il raso color perla che scivolava fino a terra. Poi, si guardò allo specchio.

Chi era quella sposa? Chi era dentro quell’abito che, in fondo, non le piaceva poi così tanto? E quei capelli? Perché le avevano voluto mettere a tutti i costi quelle forcine con i brillantini? Ora sì che le veniva da piangere. Avrebbe voluto toglierselo, avrebbe voluto spettinarsi, avrebbe voluto urlare.

Devo chiamare Andrea.

No mamma, non porta male. No mamma, esci per favore. Arrivo subito. Vai a farti un caffè. Esci!

Uno squillo. Solo uno squillo e lo vede. É proprio lui, sorridente, con gli occhi più belli del mondo. Si guardano, non parlano. Si guardano e sorridono. Sono loro.

É arrivato papà.

Si guardano ancora, e sono già sposi. Chiudendo gli occhi chiudono la videochiamata. Prima di uscire dalla stanza decide di mandargli il selfie del mattino, con quella cuffia a fiori ridicola, le occhiaie e il suo sorriso. Aspetta, aspetta la sua risposta.

– ❤️

Ora sì. Ora è pronta.

PLPL – Roma Convention Center La Nuvola – 4/8 dicembre 2024

PLPL – ROMA – LA NUVOLA – 4/8 dicembre 2024

Rientrata! Stanca (molto stanca) ma felice!

È sempre bello partecipare alle Fiere dei Libri e questa al Roma Convention Center La Nuvola, è stata una full immersion!

Cara Gattapazza, ti ho aspettato… e Marisa Salabelle, potevi dirmelo prima che eri presente, ti avrei sicuramente cercata!!!

Ho portato a casa incontri, sorprese, chiacchierate e interviste e… un bel raffreddore!

Non vi ho dimenticato,,, è che dovevo anche dormire( almeno un po’😜).

Marcella


PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI – LA NUVOLA a ROMA

SCRIVERE! Siamo tutti(quasi)scrittori… a qualcuno riesce meglio.

E così, quando vedi i tuoi libri pubblicati ed esposti nello stand della tua Casa Editrice, quasi, quasi, ci credi!

Due o tre cose che so di sicuro (omaggio a Dorothy Allison): scrivere mi viene naturale, mi piace scrivere, non a tutti piace come scrivo.

Per chiunque fosse nei paraggi della NUVOLA, Roma EUR, 4/8 dicembre… vi aspetto, da venerdì pomeriggio!

Sarò quella che sorride… 😊

Marcella

Centro Congressi “La Nuvola”, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi”.

Bilico

Io non mi conosco. Non vedo perché dovrei per forza ascoltare.

Uscendo di casa, con la testa che continuava a raccontare la solita storia, aveva preso la direzione verso il centro. Una folla che camminava, in disordine, osservando le vetrine già addobbate per il Natale. Tante luci dai fari delle macchine, riflessi che le ferivano gli occhi e quel sottofondo rumoroso, quel chiacchiericcio molesto che la infastidiva. Avrebbe dovuto già pensare agli acquisti, ai regali, ma proprio non ce la faceva. Avrebbe dovuto essere, se non allegra, almeno consapevole della fortuna che aveva. C’erano problemi? No.

Alla fine, tutti hanno problemi, anzi, preoccupazioni. I problemi sono altri.

Niente da fare. Il cervello ruminava, inquietava, chiedeva la pace. Poi, di colpo, un tonfo sordo e violento. Una frenata che sembra non finire mai.

Gente che urla e corre.

Qualcuno è stato investito?

Giaceva a terra, sull’asfalto, ferma e sanguinante. Era buio e le voci non le sentiva più. Ascoltava quel silenzio, quel vuoto. Ma non era pace, era terrore. Le sembrava di vedere piedi, tante scarpe. Rimase a fissare degli stivaletti bicolore, nero e marrone e pensò a quanto erano brutti. Poi, si sentì sollevare, mani che la posizionavano su qualcosa di rigido, piccolo, perché le braccia le cadevano penzoloni.

Sirene e sballottamenti. Voci. Poi, più nulla.

Ascoltava quel buio silenzioso. Era diventata quel silenzio, quel vuoto, senza intervenire.

Non intervengo. Non interviene il mio io. É questa la pace? Sono sconosciuta a me stessa, ho smesso di raccontarmi.

Codice rosso.