I “Fantastici quattro” di Simona Zilio

OPS! 😄 Proprio su Facebook, stamattina, vedo questo post di Simona Zilio! My Low Profile. Se da un Social può nascere qualcosa di buono, allora non sono solo parole….

Grazie Simona! 🩷

📕 Questo è il mio ultimo romanzo : TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

📕 Questo invece è quello di Simona in preordine:


Vanagloria

P: “Vanagloria. Cosa significa?” Chiese il professore.

P: ” Cercate di non darmi definizioni scontate, cercate di usare le vostre esperienze, l’immaginazione.”

Vanità, autocompiacimento, presunzione, fatuo orgoglio, superbia, megalomania, esibizionismo…

Fioccarono le risposte, prima piano, poi come una valanga improvvisa e incontrollabile. Li lasciò sfogarsi, nella ricerca della definizione più appropriata o originale, tra i ricordi di quanto letto, studiato o ascoltato in qualche video.

P: “L’ambizione, può essere vanagloria? Chi è diventato famoso, rientra in questa categoria?”

Occhi fissi, telefonini sotto i libri, bocche che, semiaperte, hanno tanto da dire ma proprio non riescono ad articolare una risposta semplice.

P: “Pensate ai vostri idoli, ai personaggi che ammirate… Peccano di vanagloria?”

S: ” Beh… no. Sono arrivati perché hanno avuto l’intelligenza, il fiuto, la prontezza e anche la furbizia di fare la cosa giusta al momento giusto…”

P: “E la preparazione? L’impegno? La cultura?”

S: “Certo, servono, ma non sempre.”

P: ” Non sempre. Perché?”

S: “Perché oggi devi esistere, devono già conoscerti, poi, il resto arriva.”

Finita la lezione, si cambia classe.

P: “O Capitano, mio Capitano!”.

Il professore pensò a Whitman e al film, l’Attimo fuggente, che spronava i ragazzi a vivere per sé stessi, ad inseguire i propri sogni, e che, alla fine, esistere, significava essere.

Prima di uscire, osservò i ragazzi, teste basse sugli schermi, scrollavano le immagini velocemente. Tutto e subito, non importa se è vanagloria.


Foto di erik-eastman- da Unsplash

Non ho più il mio testimone

Quando si perde il proprio compagno/a, si vive a metà. Parlo dei fortunati, come me, che hanno vissuto l’amore.

Quello.

Non esiste altro tipo, tutte le altre esperienze di coppia, rimangono appunto, esperienze, con diversi gradi di profondità, intimità, condivisione. Forse non tutti cerchiamo lo stesso tipo di rapporto.

Oggi, ascoltando il prof. Galimberti che parlava di sua moglie, da poco deceduta, mi ha colpito la sua definizione di perdita. Non ha parlato di vuoto d’amore ma di assenza di testimone, dell’unica persona a cui raccontare di sé, dei propri pensieri, senza filtri, né vergogna, né remore, sicuro di non essere giudicato.

L’unica persona a cui lasciare tutto se stesso.

Ecco. Questa è stata la mia perdita.


Jean René est à Versailles

Quegli occhi

un tempo abissi

scintillavano, sì, direi così

profondi e inafferrabili

pulsavano vita

come nuvole cariche di ghiaccio

elettricità

ricordi?

Persa

in fondo no

aspetto

proprio qui

un lampo dorato

ancora una volta.

Ancora.

Tes yeux
étaient des abîmes
ils brillaient, oui, vraiment
profonds et insaisissables
ils palpitaient de vie
comme des nuages, pleins de glace
électricité
tu te souviens?
je suis perdu
au final non
J'attends
ici
un éclair doré
encore une fois.
Encore.

W i sogni.. e il talento!

Una nuova scrittrice, Simona Zilio, LOW PROFILE. Per lei oggi è un giorno speciale, lo è per tutti noi scrittori, quando viene pubblicato una nostra opera. Ed oggi è tutto per lei, e per tre mesi, si potrà pre-ordinare QUI con un codice sconto (LACRIME10) fino a domenica!

QUANDO LE LACRIME SI CONFONDONO CON LA PIOGGIA – Edito da Bookabook.

Un estratto:

…Qualcosa non va nell’esistenza di Penelope, completamente assuefatta ad ogni tipo di droga che butta giù con molto alcol, senza controllo, perché una mente che non pensa ne guadagna in salute, e la sua ha bisogno di cancellare un intero passato.
Questa è la sua vita quando un Moleskine, trovato per caso in metropolitana, scuote le sue certezze facendola vacillare e la spinge a leggerne il contenuto, conoscendo Emma e stralci della sua vita attraverso le parole scritte in questo diario.”

Il viaggio inizia adesso, un viaggio di sola andata e senza fermate intermedie.
Nulla sarà come prima nelle loro vite, ma neanche nelle vostre dopo averle conosciute.

IN BOCCA AL LUPO SIMONA!


C’era stato un tempo

Sono quasi le 09:30. Eccoli. Come ogni giorno, lui, che tenendo per mano sua madre, cammina piano, sul marciapiedi. Ha lo sguardo vuoto, i capelli ingrigiti e il passo stanco. Una vita di passi stanchi. Ma non era stato sempre così.

Se lo ricordava, un pò sopra le righe, studente alla facoltà di ingegneria, timido o riservato, sicuramente schivo. Camminava veloce, lo sguardo fisso a terra, preso dai suoi pensieri. C’era stato un tempo in cui aveva avuto una ragazza, carina, allegra, e anche lui, aveva perso quella patina grigia. Una storia durata pochi mesi, tra i lamenti della madre, un mugugno continuo e incessante, come un rubinetto gocciolante. Lo sapevano tutti, ma non sapevano fino a che punto.

Suo padre era morto da pochi anni e la madre si era avvinghiata a lui, una mantide che aveva scambiato l’amore per il possesso. Nessuna era abbastanza per suo figlio, nessuna poteva intromettersi tra loro. Erano gli anni in cui, se restavi incinta, venivi bruciata nel rogo dei pettegolezzi più crudeli e il matrimonio riparatore era l’unica soluzione.

Sono sicuramente andati a fare la spesa, come ogni giorno, per percorrere poi, a ritroso, la via fino a casa.

Si sentono delle urla, qualcuno sta chiamando. É lui, sua madre è scivolata sui gradini della piccola salita nel borgo antico. É a terra, la mano che tiene stretta la borsetta, non dice niente, si appoggia alle gambe di lui.

Tempo di arrivare e ci sono già due signore anziane che cercano di aiutare. State ferme! Ci manca solo che cadiate anche voi.

Come una squadra di soccorso, lui con le ginocchia dietro la schiena della madre e lei, prendendola sotto le ascelle, la sollevano piano piano, dopo aver constatato che non avesse fratture.

É leggera, piccola e ossuta, e la guarda fisso negli occhi. Non la riconosce subito e il suo sguardo diventa pungente, la bocca si allunga in una linea sottile. Fa un movimento stizzoso per staccarsi dalle sue braccia, poi volge lo sguardo a lui.

“Ma è la moglie di Alessandro, mamma. Non la ringrazi?”

Si volta ed ora sorride, dietro quelle labbra sottili, ma lo sguardo rimane freddo, vivido e sfidante. Lui ringrazia e riprendono a camminare. Ora, lui, la segue.

A fine mese, nel giornale locale, in prima pagina:

“Orrore in Via Pascoli”

L’ing. Piena accusato di omicidio

I Carabinieri sono intervenuti ieri sera, nell’appartamento dei signori Piena, in Via Pascoli, dopo una segnalazione, da parte dei vicini, di grida convulse. Una volta entrati si sono trovati di fronte ad una scena agghiacciante. La signora Neve, deceduta, nel suo letto, ma ancora vestita. Il figlio, l’ing. Fausto Piena, era invece nudo e in stato confusionale, con i polsi sfregiati. Da esami accurati, è emerso che la signora non è morta per cause naturali ma per soffocamento. L’ing. Fausto Piena non è in pericolo di vita ma è attualmente ritenuto colpevole di omicidio. Conosciuti entrambi da tutta la comunità, l’accaduto ha suscitato sgomento e incredulità.


Foto di juan-davila da Unsplash

Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti o persone è del tutto casuale.

La figlia prediletta

É domenica, al piccolo parco del centro, si cammina sui vialetti di ghiaia, respirando l’aria fresca mentre il sole buca le nuvole.

I bambini, che ancora sognano senza chiedere il permesso, corrono, tra capricci e risate per un nonnulla. Non tutti.

C’è una bimba, avrà sei anni, osserva i fratellini, due. É seduta come una mamma in miniatura, invece che correre con gli altri, sta attenta che i fratellini non si mettano in pericolo. Sta aspettando che i genitori arrivino, sono andati a fare due passi da soli, saranno a venti metri, ma sembrano lontanissimi.

Tornano e, la mamma, a malincuore, lascia la mano dell’amato, per andare a raccogliere il fratello più piccolo dal prato, mentre il papà, inizia a giocare a pallone con l’altro. La bambina si avvicina, vorrebbe una carezza, parla un po’. Fanno le foto, la mamma tiene in braccio prima un fratello, poi l’altro. Lei, no. lei è grande.

Si siede sulla panchina, osserva il papà giocare a pallone, invidia il fratello che corre felice, invidia il piccolo che prende tutti baci della mamma, anche quelli che erano i suoi. Si alza per andare sull’altalena ma la mamma le grida di non allontanarsi. Si gira, è felice.

< Vieni qui e tieni tuo fratello un attimo che devo andare in bagno.>

Mentre cerca di tenere a bada il fratello piccolo, osserva le altre bambine, non le conosce, non ne ha il tempo. Ma la mamma tornerà presto e allora, allora andrà proprio da quella bambina con i capelli lunghi, quella che sta rispondendo male alla sua mamma e le tirerà i capelli così forte da farla piangere. Guarda il fratello piccolo che le sta dando dei calci, non gli dice niente, cerca solo di schivarli, ma lui scivola e cade. Batte la fronte sulla panchina di ferro e scoppia in un pianto disperato.

Ora, lei è disperata. Stanno arrivando di corsa i suoi genitori, cosa dire? Come scusarsi?

< Ti avevo detto di stare attenta! Ma proprio non ci si può fidare di te!>

Vorrebbe piangere ma non ci riesce, corre verso l’altalena, ci sale e si spinge forte, sempre più forte, arriva così in alto che qualcuno le grida di smetterla, che è pericoloso.

Ma non sono i suoi genitori.

Racconto inspirato dal post “Insicurezza e bisogno di approvazione” della dott.ssa Giusy di Maio


Foto di kelly-sikkema da Unsplash

Il 43

Arriva il 43, quasi in orario. Non c’è molta gente ma qualcuno deve sempre passare davanti agli altri, in coda. Piccoli soprusi da piccole persone. Non ci fa caso, non è importante, c’è posto e il tragitto sarà breve. L’autobus riparte tra il rumore di ferraglia, sbuffando, con la gente ancora in piedi che si aggrappa ovunque e si siede come se fosse emersa da una nuotata infinita. Lei, se ne sta in piedi, appoggiata al finestrino, vicino allo spazio per le carrozzine.

Mentre osserva fuori, due ragazze stanno ridendo forte, coprendo il vociferare e i dialetti incomprensibili che riempiono l’abitacolo. Risate squillanti, che tolgono il fiato, emanano quasi luce, un’aura leggera, come se fossero sospese. Tutt’intorno c’è il grigiore di percorsi conosciuti, fotocopie di stanche routine, occhi che hanno smesso di guardare il paesaggio e rimangono fissi sul sedile davanti. Vite ammaccate da sogni infranti, perduti, dimenticati.

Teste, tante teste. Chissà a cosa pensano? C’è una vecchietta con i capelli schiacciati sulla nuca, le gambe che non arrivano a terra e una borsa enorme sul sedile di fianco. Qualcuno le darà una mano quando dovrà scendere? Quel signore di fianco, seduto al di là del corridoio, si alzerà?

Appanna il vetro con il fiato, per disegnare un cuore, come se avesse dodici anni, come quando le batteva forte il cuore, vedendolo salire, quel ragazzino, riccio e un po’ timido, che la guardava da lontano. Quando aveva perso quell’emozione? Quando erano apparse le barriere ai brividi, alla vergogna, all’entusiasmo innocente? Si diventa più forti nascondendo i turbamenti, eccitazione e commozione sono tenuti in serbo, come il servizio buono, per le occasioni speciali. 

Il 43 rallenta e si ferma. La signora anziana arranca col suo grosso bagaglio fino alle porte che si aprono. Sta per andare ad aiutarla ma una delle ragazzine la precede, sorride e le scarica il grosso fagotto, poi, salta di nuovo sul bus e si siede.

Quanta luce.


Foto di sam mcnamara – da Unsplash

Giro di vite

Impulso di scrittura giornaliero
Se ci fosse una biografia su di te, quale sarebbe il titolo?

Parto subito scrivendo che le migliori biografie sono quelle fatte dopo la dipartita del soggetto. Quindi, gesti scaramantici a parte, è molto difficile avventurarsi in una “auto-descrizione” da vivente, perché si spera, tra l’altro, di avere ancora tanto da fare… Così anche il titolo potrebbe cambiare, più volte. Oggi, forse, guardandomi negli anni vissuti e nelle scelte fatte o subite, volendomi un po’ bene, direi che “Giro di vite” , Il titolo del romanzo di Henry James (horror a parte),  mi appartiene.

TRA LA POLVERE E LE NUVOLE – Recensione di Diario di bordo

Che meraviglia ricevere qualcosa di inaspettato, un regalo. Questa bellissima recensione sul mio penultimo libro, da parte di diariodibordo, la nostra egle, mi è apparsa oggi, così, tra un post e l’altro. Proprio con Marcello Comitini, che invece mi ha permesso di pubblicare alcune delle sue bellissime prose nel mio ultimo romanzo di prossima pubblicazione (spero), si era parlato di generosità, di collaborazione artistica, non sempre facile tra autori. Beh, cara egle, oltre ad essere una brava scrittrice, sei anche decisamente altruista, una qualità che ammiro molto nelle persone. Grazie, col cuore! 💓

La dama di ghiaccio

Arrivava ogni mattina, quasi sempre alla stessa ora, quando il sole era abbastanza alto per farsi notare tra gli spogli rami grigi dei castagni.

Fuori dal bar, le sedie erano vuote, i tavolini deserti, tutto era ricoperto da una patina di brina, anche quelli che stavano sotto il piccolo pergolato di gelsomino, che non aveva ancora perso le foglie, nonostante il freddo. 

Lei entrava nel bar, ordinava sempre lo stesso e si sedeva fuori, cercando la luce, l’aria e una sedia asciutta. La gente da dentro la osservava, allibita, vista la temperatura.

Indossava un solo guanto, la mano scoperta sollevava la tazza di cappuccino fumante. Rimaneva un po’ a fissare la minuscola torre di vapore combattere l’aria gelata, resistere il più possibile, in suo onore. E i raggi del sole, lambivano le foglie tutt’intorno, illuminandone i contorni argentei.

Anche l’asfalto della strada brillava, lasciando intravedere una lunga striscia fino al campetto di calcio, abbandonato.

Dietro di lei, riparati nella “costruzione di mezzo”, né al chiuso, né all’aperto, diverse persone stavano fumando in piedi, muovendosi, riparate da pareti di plastica trasparente, come topi da laboratorio.

Ora il sole era arrivato a baciarle le fronte, scaldarle la mano. Si accese una sigaretta, sorridendo.

Buongiorno anche a te.


Foto di demi-kwant- da Unsplash

L’amore umiliato

….

Sono colei che t’invoca
di farmi tornare indietro
quando il sangue ancora caldo
scorreva nelle mie vene
ora fredde di una vita inattesa.

…..

Non perdurare nel sentimento atroce
di chi non sa cosa sia amare.

“L’ amore non ricambiato. Inutile, dice il mito di Apollo e Dafne, amare qualcuno che non ricambia: qualunque sia la scelta che l’altra persona farà di fronte ai nostri sentimenti, deve essere rispettata senza ammettere violenza.”

DAFNE di Marcello Comitini

Con immensa gratitudine al poeta Marcello Comitini che spero voglia collaborare con alcune delle sue prose, che ho trovato molto significative, e vorrei includere nella stesura del mio prossimo romanzo.

Partenze

É presto. La stazione, già gremita, l’accoglie con le fauci aperte, l’alito pesante di zaffate di polvere, cornetti precotti scaldati sulle piastre. Un rumore continuo, in sottofondo, incomprensibile. Voci sgarbate, cadenze straniere, pianti di bambini, lamenti di chi si è perso, quasi ritmati dall’arrivo e partenza dei treni.

Controlla il suo treno sul cartellone ma, ancora, non è stato assegnato il binario. Alla fine, le toccherà correre, unirsi ad una di quelle lunghe file di gente che cammina veloce, trascinandosi il bagaglio, la famiglia. Sembra un reticolato di vene pulsanti, in tutte le direzioni, si formano spontaneamente, basta che uno sussurri “siamo al binario 12”, e come Mosè, viene seguito, con fiducia. 
Si è posizionata nel mezzo, azzardando una statistica in base alle partenze precedenti, a volte funzionava. E lo vede. Anzi, prima lo sente, avverte uno sguardo. 
Si gira e per un attimo, incrocia degli occhi, sembrano immensi e familiari.

Ma appare il suo binario, ed è lontano. Correre. Infilarsi nel lungo verme di passeggeri che stanno andando proprio la’, attenta a non inciampare in qualche bagaglio, a non urtare nessuno. 
Mancano quattro minuti, sembrano pochi ma ci arriverà, come sempre.  Salire sul treno, raggiungere il suo posto e sistemarsi, sorretta da un’adrenalina che sfuma non appena si siede. Chiude gli occhi un momento, ignorando il via vai nel corridoio, guardando fuori.

E lo sente, di nuovo, quello sguardo. 
Lui è poco più in là, con un libro davanti, gli occhiali un po’ scesi, la sta guardando. Un sorriso di circostanza, un eureka sommesso, un’ inspiegabile connessione tra le pagliuzze della sua iride e quelle di lui. Parte il treno, lentamente, occhi negli occhi. 
Si parleranno. Troveranno il modo, il momento giusto.

La vita, glielo indicherà, basta aspettare che appaia sul suo cartellone


Goto di bacila-vlad- da Unsplash

Folla senza volto

Oggi sta andando al MAXXI, per la Collezione di Design Contemporaneo.  Reinterpretazione a tutto tondo, il gioco-design. Quello che avrebbe dovuto fare con la sua vita. Da quanto tempo non giocava? Arriva e c’è un albero blu, al centro di una fontana.

Legge: Brainforest di Pascale Marthine Tayou. La natura che fiorisce nel cuore della città eterna, da cui partono tutte le strade che abbracciano la terra.

Ha il colore dei fiumi, dell’acqua che arriva ovunque, e offre i suoi frutti colorati, in forma di oggetti etnici, maschere e documenti di viaggio, testimoni del dramma del presente. La colpisce che la artista parli dello …sguardo minaccioso della folla senza volto.

Nella lobby del MAXXI la accoglie la Falena, di Nico Vascellari, due metri e mezzo di fulgidi raggi, falci, placcate in oro. Eclettico.

Legge: Riflessioni sull’Uomo, sulla Natura e sul Divino. Vita e morte, il giorno e la notte, la luce e il buio.

La sua vita.

E si dirige alla Galleria 2: La Nuova Collezione di Design. Tra Designer e Studi, sono in tredici. Molto da vedere: arredi, oggetti, grafica, materiali, prodotti digitali, del XX secolo e dei primi decenni del XI secolo. Cammina rilassata, passa da un’artista all’altro, e pensa alla libertà nell’essere un artista, alla soddisfazione di vedere riconosciuto il proprio lavoro ed esposto in un museo importante, diventarne addirittura parte integrante.

Vorrebbe restare ancora, c’è tanto da vedere, ma non può. Tornerà. Si avvia alla macchina, il cielo è chiazzato da pennellate di nuvole, sembra finto. Passa davanti a una panetteria.

Mi ci vuole un pezzo di pizza, bianca, con la mortadella.

Apre la porta e viene investita dal profumo del pane, dal chiacchiericcio di signore del quartiere che si voltano, la scrutano e tornano a parlare. È come essere tornata indietro nel tempo, ci sono anche gli espositori con le caramelle, forse sono scadute da anni, con gli involucri della sua infanzia.

< Dimmi, bella.>

Tocca a lei.

Si sente come quando aveva nove anni e andava da Marta, vicino a casa, a fare la spesa per mamma, e si sentiva grande. Ci andava in monopattino, lo parcheggiava e rientrava a casa, scendendo la rampa del garage frenando con la suola delle scarpe da ginnastica.

< Ce l’ha una Coca Cola?>

Paga, ringrazia e prende l’involucro tiepido e profumato. Esce e viene travolta dalla gente, piedi che corrono, braccia che gesticolano e tante voci. Troppe.

Lo mangerò nella piazzetta qui davanti, su una panchina.


Foto di paul-zoetemeijer da Unsplash

Fiammata

Oggi è un giorno speciale. Non per qualche evento particolare o unico nella sua vita, era appena stata investita da una fiammata di felicità. Inseguiva, come tutti, l’agognata serenità ma, quell’istante in cui, all’improvviso, era arrivata la fiammata ardente ad incendiarle il cuore, il viso, consumando tutta la sua energia, sapeva che sarebbe rimasto per sempre nei suoi ricordi.

Le risultava difficile pensare ad altri attimi di felicità nel passato, se ne ricordava alcuni, come braci quasi spente di un camino. Quegli istanti in cui la sintonia era perfetta come un tondo di Giotto, o la risata era piena da stordire, o l’emozione aveva intrecciato le viscere. Ecco.

Oggi le era sembrato di essere catapultata in aria, sottile come un raggio di luce, così lontana dal resto del mondo che osservava dall’alto, altrove. Come catturare questa percezione? Le sensazioni sgradevoli restavano appiccicate, riapparivano improvvise, di tanto in tanto, come la lama del dolore che aveva trovato comodo rifugio dentro di lei. Era silente e continua, come un mal di denti che si rivela lentamente, cala e poi aumenta.

Non c’era modo di archiviare le fiammate in un file? Non era proprio possibile trovare una parola chiave che fungesse da propellente?

Scosse la testa, i suoi ricci ballarono, ebbri, ancora per un po’, come i serpenti della Medusa le ricordarono che i sogni possono aprire varchi illuminanti. Ma quello di oggi non era stato un sogno, piuttosto un Uroboro, che si divora, per rigenerarsi attraverso una vampata che nutre e consuma allo stesso tempo.

Rimase la sensazione sdrucciolevole, simile all’acqua del mare sulle tavole da surf, mentre cerchi l’equilibrio e, anche se fatichi, sorridi.


Foto di Dark Rider da Unsplash

MIO. IO.

Suona la campanella. É finita. Tutti fuori, in cortile, è una bella giornata.

Enne corre perché vuole giocare a calcio, e già sceglie gli altri ragazzi della sua squadra, nel SUO campetto di calcio.

Emme arriva un po’ in ritardo, si è fermato a mangiare qualcosa, ma vuole giocare anche lui, e la palla, è la SUA.

E così, si formano due squadre.

Si comincia, tutti corrono, la palla passa da un piede all’altro, qualche spintone, uno scivola e cominciano a litigare. Ma solo per un attimo. Si riprende, si deve giocare. Intorno si è già formato il solito gruppetto di compagni che tifano per una squadra o l’altra.

É un gioco.

Enne si arrabbia molto col suo attaccante, lo sgrida da lontano, poi corre, lo supera e, rubandogli la palla, tira in porta. Ma sbaglia. Non importa, ma ad Enne importa. E calcia per terra, urla agli altri ragazzi, non è colpa sua, gli altri non sanno giocare.

Emme lo chiama sfidandolo, con la SUA palla in mano, pronto a rimandarla in campo. Si ricomincia.

Il gioco diventa crudele, calci negli stinchi e spallate, offese e sguardi di sfida. Il campo sembra più piccolo, le corse più affannose, Enne è il campione del quartiere, non può perdere, non DEVE perdere.

Altro tentativo, altro flop.

Enne corre, corre e prende per la maglietta Emme che afferra e stringe la SUA palla, lo strattona, lo insulta, lo butta a terra. Gli altri lo circondano, cercano timidamente di fermarlo ma nessuno si mette di mezzo. Calci, calci, ancora calci.

<FERMATI!> Un urlo, nel silenzio.

Si voltano e vedono arrivare un bambino, avrà forse sette o otto anni. Si fa largo nel gruppetto e si mette davanti ad Enne.

< SMETTILA!> Tutti lo guardano, questo piccolo Davide che osa affrontare Golia.

Enne lo osserva divertito all’inizio, poi, comincia a pensare che forse questo bimbetto ha la protezione di qualcuno, forse non conviene reagire. Gli da un buffetto e gli ordina di portare via Emme, ma di lasciare a loro la palla.

Il bambino non capisce.

Enne lo guarda fisso, gli circonda le spalle e risponde: <Vedi questo campo, lo vedi bene? É MIO. Io sono Enne, ricordatelo. >

Il bambino non proferisce parola, annuisce, poi si volta ad aiutare il ragazzo, sanguinante, a terra, e lo accompagna fino ad una panchina. Gli porta un po’ d’acqua e un fazzoletto. Rimangono così a guardare gli altri che hanno ripreso rabbiosamente a giocare.

Il ragazzo, dopo essersi ripreso, si gira verso il bambino : < Stanno giocando con la MIA palla. Non è giusto. Comunque, ti ringrazio, come ti chiami?>

Il bambino, continuando a guardare verso il campo, gli rispose: < Sono IO. E tutto quello che vedi, intorno al campo di calcio, è mio.>


Foto di Javier Garcia da Unsplash

Foglie bagnate

Le foglie sono bagnate, fradice, i colori si mischiano alla terra. Eppure sono state verdi, piene di vita, di linfa. É la vita.

Ora, sul sentiero che profuma di muschio, mano nella mano, camminavano piano, attenti a non scivolare. Era così bello, così magico stare di nuovo insieme. Lui la guardava ogni tanto, cercava i suoi occhi, ma lei guardava per terra sorridendo.

Questo bastava.

Da quando era andato a riprenderla, da quando aveva deciso che in qualche modo ce l’avrebbe fatta, si sentiva di nuovo forte, protettivo, la sua roccia. Ora che erano di nuovo insieme, i pensieri correvano a quelle stanze così asettiche, quei corridoi così lunghi, tutti quegli anziani persi nella solitudine. Il vuoto, si ricordava la sensazione di vuoto.

L’immagine di lei su una sedia di fronte a una vetrata che dava su un cortile, da sola. Quel sorriso esploso nel vederlo, forse lei non sapeva chi era, ma sapeva che era venuto per lei, che l’avrebbe abbracciata e portata con sé.

Come gli era venuto in mente? Come aveva potuto pensare di vivere senza lei? Ma, purtroppo, si ricordava bene i pomeriggi a discutere con i figli e gli si increspava l’anima, nel rimorso di essersi fatto convincere.

Papà, è la soluzione migliore, non sei più in grado di starle dietro. Mamma non c’è più.

Mamma è ancora qui, è qui con me, mamma non è mai andata via. É di fianco a me, nel suo mondo fatto di pensieri che non conosco, di immagini che non vedo, ma so leggere il suo cuore e, soprattutto, ne ha bisogno il mio.

Le foglie si sono attaccate sotto gli stivali, si ferma, cerca una roccia dove farla sedere e l’accompagna con dolcezza. Poi, sollevandole un piede alla volta, toglie il fango e le foglie con le dita.

Dobbiamo comprare degli stivali con la suola liscia, con questi si fa più fatica. Domani, domani li compriamo.

Mentre cerca di pulirsi le mani, lei lo accarezza sulla testa, così, come un tempo. Mamma è qui, lo sarà per sempre.

Ma quanto sono belli i colori delle foglie bagnate?


Foto di Oleksandra Bardash da Unsplash

Vita

Siamo alla fine, quasi.

Fine di cosa in fondo? Fine del nostro computo del tempo annuale, non più legato a meridiane ma a orologi.

Eppure, continua, anche se vogliamo ingabbiarlo, sorge sempre il sole, lo stesso sole che tramonta in qualche altra parte.

Oggi è nata una bimba, una dei 240.000 che nascono nelle 24 ore. Ma, per i genitori è unica, è la loro occasione di lasciare una radice, il segno del loro breve passaggio su questa terra. É una meraviglia, veder nascere un bambino è davvero un miracolo, aspettare che faccia il primo grido, che cominci ad annusare la vita.

Un’energia che non possiamo catturare, quella della vita, la sua potenza, che pensiamo di poter consumare per sempre. Ma per sempre, non esiste.

Oggi, hanno ricoverato una persona meravigliosa, non più giovane, per una recidiva del tumore alle ossa. La sua energia è terminata? Avrà fatto tutto quello che avrebbe voluto? Sarà in pace con se stesso?

Io lo immagino in uno dei suoi quadri, pieni di forza, passare da una pennellata di colore ad un’altra, danzare pattinando sulla tela, senza dolore, solo pace.

Oggi sarà l’ultimo giorno di quest’anno, un altro ultimo giorno per qualcuno e un primo giorno per altri. E festeggeremo la fine e il nuovo inizio. Festeggeremo la vita.

Buon Anno, cari amici e Buona Vita!


foto i di benjamin-davies da Unsplash

Vergogna

tratto da ….TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

… Osservo tra i vestiti donati, tra le maglie e i pantaloni, osservo gli sguardi dei volontari, occhiate vuote, qualcuno indossa dei guantini di plastica. Forza, torna in te. Provo una sensazione orribile, sono arrabbiata, furiosa, per tutto quello che sto passando. Proprio davanti alla Chiesa stanno passando due persone che conosco. Vedo che una mi sta fissando e abbasso lo sguardo. Esco di corsa, col viso basso, nascosto dalla tesa del cappellino. Corro, corro, attraverso col rosso e corro. Arrivo ai cespugli sul lungotevere, col fiatone, il cuore che batte, la faccia rossa per la vergogna.

Vergogna. Quanto può sopportare l’anima?  La vergogna puzza? Posso dire con certezza che la vergogna produce una sorta di sindrome olfattiva che ti fa credere di puzzare. Esistono però tanti tipi di vergogna. È un’emozione complessa, che ho provato quando mi sono sentita inadeguata, inferiore. A scuola per esempio, durante qualche esame all’Università, o quando, nelle gare di pattinaggio, crollavo miseramente durante le gare, sentendo gli sguardi di tutti. Ma era il passato. Non mi era più successo. Fino ad oggi. Non avevo provato vergogna quando stavo in fila con altri senzatetto, ma oggi, oggi sì. L’imbarazzo è poca cosa di fronte alla vergogna. Puoi essere imbarazzato per un senso di inadeguatezza ma, vergognarsi fino ad arrossire, fino a volerti nascondere, fuggire, questo ti fa sentire mortificato, giudicato, perché, ti hanno scoperto. Mi ero sentita invisibile fino a quel momento, mi era sembrato di essere su un altro pianeta, un’altra dimensione, e non ero io che stavo provando tutto questo, era l’altra me. Ecco, forse il fantasma di me stessa stava facendo tutto il lavoro, sopportando umiliazioni, rifiuti, freddo, povertà. Oggi, il fantasma era sparito, lasciandomi nuda di fronte alla realtà. Ero proprio io ad essere sola, ad aver fallito, in mezzo ad una strada, o meglio, in mezzo ad altri disperati.


foto di Resource-Database da Unsplash