Solitude

La mattina era già cominciata da un po’, la luce entrava nella stanza, si posava sulle cose: il letto, la sedia, i vestiti buttati lì.  Era seduta per terra, abbracciando le ginocchia raccolte. Non stava piangendo e non stava pensando. Era in quello spazio intermedio che viene dopo le domande e prima delle risposte, quando il corpo resta fermo e la mente gira a vuoto.

Sul tavolo c’erano fogli. Moduli. Open day. Parole come futuro, opportunità, percorso. Le avevano detto che adesso toccava a lei.

Scegliere.

Come se fosse una cosa naturale, come allungare la mano e prendere una bibita. Da bambina le dicevano che era sveglia, che capiva. Poi avevano iniziato a dire che era complicata, che si faceva problemi inutili. La sua cameretta, negli ultimi mesi, era diventata l’unico posto in cui si sentiva al sicuro. L’ansia si era presentata piano piano. Finita la scuola, lentamente si era reclusa, rifiutando contatti diretti con l’esterno.

Ora, le chiedevano qualcosa che nessuno le aveva mai insegnato: scegliere. Le avevano chiesto di adattarsi, ascoltare, eseguire. Non che fosse debole, ma era stata sempre sottotono, educata. In fondo, protetta da un guscio invisibile, aveva fatto le scuole scelte dai suoi genitori, gli sport scelti per comodità, frequentato gli amici che gravitavano intorno.

Era stata la figlia normale, la riserva disponibile, l’amica scontata.

La famiglia girava intorno, suo padre che diceva qualcosa di pratico, sua madre che diceva l’importante è darsi da fare. Entrambi che dicevano devi scegliere. Nessuno che le avesse mai chiesto: cosa vorresti, davvero? Nessun suggerimento, indirizzo, abbraccio o discussione.

Si alzò, andò allo specchio e provò a immaginarsi tra cinque anni. Non vide niente. Neanche il buio.
Proprio niente.

Si chiese se diventare grandi fosse questo: scegliere una direzione quando dentro ne senti cento e nessuna ti appartiene davvero. Dire io sono questo.

Seduta sul letto, prese un foglio a caso. Lo guardò. Lo rimise giù. Era una specie di azzardo, stava giocando alla roulette con la propria vita. É normale avere paura? Si sbaglia. Sbaglierò?

Per un momento, ancora, restò lì, ferma. Rimase sospesa, con le orecchie tese all’ascolto.

Avrebbe tanto voluto essere chiamata, davvero.