L’odio è faticoso

Anche oggi è arrivata alla porta dell’ ufficio. Varca la soglia della monotonia e piaggeria, saluta chi già sta sistemandosi alla sua scrivania. La sua è là in fondo, quasi attaccata al muro, con dietro pesanti armadi in ferro, ciclopi muti che sovrastano, minacciano, sanno tutto. Al loro interno c’era anche lei, la sua storia lavorativa, le sue scarse performance e i suoi punteggi. Quasi le sembra di sentirli rispondere, a voce bassa, ai quesiti degli altri file, alle loro battute, ammutolendola di fronte ai migliori. É stressante.

Eppure, la sua scrivania é come una cuccia, se non fosse per quella pila di articoli che doveva finire di correggere. Oggi, riunione del lunedì. Le colleghe sono in tiro, energiche, tutte carine, anche quelle passabili. Lei non era proprio male, ma c’era sempre qualcosa che non andava, o i capelli, o il colore dei pantaloni, o le occhiaie. Eleonora, quarta di reggiseno, gambe infinite, glielo faceva notare sempre.

La riunione si svolge, come sempre, nella sala col tavolo ovale in vetro, di quelli che una volta terminato il briefing, rimangono cosparsi di impronte e aloni lasciati dai bicchieri riempiti d’acqua. Oggi, oltre ai soliti, hanno parlato anche altri due colleghi. Si sono fatti forza, avevano preparato una presentazione che tutti hanno fatto finto di ascoltare, buttando distrattamente un occhio al Capo redattore, per vederne la reazione. Terminata. A lei, non toccherà altro che correggere bozze. Ancora.

Sulla sua scrivania, una rosa, rossa.

Sulla sua scrivania. I colleghi che fanno battutine, le colleghe che fanno finta di niente, tranne Eleonora, che arriva insieme alla chioma bionda e vaporosa, chiedendole chi gliela manda.

< Non so Eleonora, non c’è neanche un biglietto.>

< Allora forse si sono sbagliati. Magari non è per te.>

Crepa, Eleonora. Ti odierei, se non fossi tanto stanca.


foto da unsplash

Il corpo è un museo.

Il corpo è un museo e io non ho il biglietto per entrare. Non ho neanche vent’anni e ho già vissuto, tanto. Da quando sono nato ho sentito sempre e solo domande.

Perché volete iscriverlo al liceo?

Perché sorride così?

Perché non può stare fermo?

Diagnosi: Tetraparesi spastica distonica. Non sapevo cosa fosse.

Terapie. Non sapevo cosa fossero.

Fatica, solitudine, dolore. Tre ore al giorno di fisioterapia per imparare a camminare normalmente. Camici bianchi in ospedale. Un lungo viaggio, anche se, il solo posto in cui potevo andare, erano i miei pensieri.

É svogliato.

No, è malato.

I miei genitori, la mia nonna erano le mie uova di Pasqua, la loro anima era la sorpresa più grande.

Sono difettoso, rotto, manca qualche pezzo.

Troppo handicappato per fare il liceo scientifico, ti dicono i prof, in prima superiore, mentre sorella morte continua a bussare all’anima. Io contro tutti, mi diplomo.

Poi arriva Beatrice, inferno e paradiso. Esiste amore senza dolore, esiste dolore senza amore? Voglio vivere e amare. Stare bene. Vorrei un talismano a cui aggrapparmi di tanto in tanto, per non perdermi.

La vita è troppo bella per continuare a viverla così?

Cerco di vivere il presente, non dimentico il passato ma non distolgo lo sguardo dal futuro.

Sorella morte, bussa, bussa quanto vuoi. Il museo, per ora, è chiuso.


Foto da usplash di viktor-forgacs

racconto tratto da una testimonianza su Tik Tok

La passeggiata

Ogni mattina, indossava le scarpe comode perché doveva affrontare una stradina di ciottoli antichi, di quelli tondeggianti, a volte puntuti. Gli occhi fissi a terra per non incorrere in storte e per schivare pericoli. Le mura medievali tutte intorno, fresche, l’accompagnavano fino al basso paese, un percorso che avrebbe potuto fare ad occhi chiusi, dopo tanti anni. Conosceva ogni anfratto, ogni vicolo, perfino quelle piantine selvatiche che fiorivano in primavera, azzurre, e che i ragazzi strappavano senza alcuna cura. In fondo alla strada non c’era nessuno, era presto. Meglio muoversi presto. Era arrivata sull’asfalto, la camminata ora era sciolta, tutt’altra sensazione. Ed ogni volta, pensava ai tempi in cui carrozze e cavalli, risalivano quei viottoli, doveva essere un inferno, tra fango e povera gente buttata a terra, brutto periodo il Medioevo. Una macchina le passò vicino sfrecciando.

Corri, corri, che dopo la curva rischi di bucare se non stai attento.

La piazzetta del paese era circondata da piante alte e cespugli appena tagliati, c’era profumo d’erba. La scuola era chiusa per le vacanze estive e i bar aspettavano, con le porte aperte e il profumo di caffè e brioches. C’era qualche persona seduta fuori, con il cane a terra, già ansimante per il caldo.

Sarà una giornata afosa.

Girò l’angolo per andare in drogheria, che era vicino al fruttivendolo, alla merceria, ad un altro bar e al giornalaio.

Spostò le tende in plastica, sempre le stesse da quando era arrivata, troppi anni fa. Il suo buongiorno risuonò nel locale dove c’erano già due signore davanti al bancone, intente a chiacchierare mentre ordinavano. Si riempì le narici col profumo del pane ancora tiepido e della focaccia, gonfia e succulenta. Stava per chiederne un pezzetto quando entrò una folata di energia e risate. Una famiglia con due ragazzini, gli zaini e il profumo di pulito, invase lo spazio. Salutarono e cominciarono a guardarsi intorno, passando tra gli scaffali a muro, con una elettricità che pareva smuovere le confezioni di pasta e tintinnare i vetri delle conserve. La mamma aveva già adocchiato quello che avrebbero comprato. La droghiera si staccò un attimo dalle signore per servire questo ingombro. In fondo sapeva che avrebbero preso panini imbottiti e bibite, forse qualche fetta di torta. Infatti.

Entrati e usciti. Come quando lasci la finestra aperta e fa corrente.

Turisti. Non sono di qua.

E nel negozio, l’aria era tornata stantia, le signore parlavano, guardando con la coda dell’occhio chi entrava, abbassando il tono della voce se c’era qualche pettegolezzo piccante. Di fianco alla cassa c’era un raccoglitore di caramelle, di quelli in metallo, di una volta, con la pubblicità punzonata sul bordo, ma ora raccoglieva tavolette di cioccolato, 80% di cacao.

Volevo un pezzo di focaccia, con la mortadella.

Se ne uscì col suo pacchetto tiepido e profumato, diretta al piccolo viale alberato.

Mi fermerò su una panchina all’ombra.

Il sole stava alzandosi, le ombre dei pini e dei tigli si assottigliavano e, in alto, proprio dietro la macchia verde, si sentivano le risate della famigliola che stava salendo verso la Rocca. Come un piccolo stormo danzante, tra le urla dei bambini che avevano visto uno scoiattolo.

Era tanto tempo che non vedeva uno scoiattolo, e addentò la focaccia, a occhi chiusi.


Foto da Unsplash di dmitry-novikov

Un pomeriggio buttato

Camminava verso la macchina, fumando come se stesse respirando a pieni polmoni, inalava e sbuffava fumo. Il rumore dei tacchi sul marciapiedi bagnato, ritmato, interrotto solo quando schivava le piccole pozzanghere che si erano formate dopo il temporale. Aveva smesso di piovere, l’aria non si era rinfrescata, dava più la sensazione di afa tropicale e i raggi di un sole stanco, bucavano le pesanti nuvole scure, minacciose.

La aspettava un traffico delirante, di mezzi impazziti, accalcati, nervosi come uno sciame di api minacciato da qualche pericolo. Rimase seduta in macchina per un po’, proprio non ce la faceva a partire subito. Era scarica, spossata.

Un pomeriggio buttato.

Le erano rimaste in testa le risate di Laura, quel suo continuo parlare, agitarsi, le attenzioni mielose da padrona di casa, tutte quelle effusioni a fior di pelle e gli sguardi. Più che altro gli sguardi. Ti rimanevano addosso come i filamenti di una gomma da masticare su cui ti eri seduta incautamente.

Un pomeriggio buttato.

Laura aveva davvero una bella casa, un marito perfetto e due figli perfetti. Conosceva solo di vista le altre invitate. Di cosa si era parlato? Mah. Doveva essere un aperitivo di compleanno, ma il buffet, il personale di servizio, le mises delle ospiti, l’avevano frastornata. Conosceva Laura, sapeva che amava esagerare, ma oggi, era stato davvero troppo. Troppo”Ciao tesoro!”, troppo”Sei un incanto!”, troppo “Che piacere rivederti!”.

Il suo mazzo di fiori, peonie, gerbere, lillà e bocche di leone, buttato su un tavolo insieme ai regali, che presto ne avevano martoriato i petali, tutte quelle persone che non stavano ferme un attimo, con un bicchiere in una mano e un piattino nell’altra. Solo lei, aveva preso un fiore di zucca con un tovagliolino e lo aveva mangiato. Si era sentita fuori posto. La barca di suo marito era troppo piccola, sua figlia non era abbastanza bionda, suo nipote ancora non parlava e lei, non poteva sfoggiare un, seppur piccolo, successo patinato.

Aveva sorriso e ascoltato, osservato e invidiato. La perfezione dell’arredo, l’equilibrio dei colori, le piante sulla terrazza, rigogliose e fiorite. Poi, il temporale. Tutte in casa! Le finestre accostate, i tuoni e la torta, portata su un carrello, dalla colf più triste del mondo, tra applausi e baci.

Un pomeriggio buttato.

Mise in moto la macchina, pensando alla torta che, in fondo, non era stata granché.


Foto da Unsplash

Non torno più

Quel giorno Anna si aspettava il solito, la sequenza di impegni che da quattro anni cadenzavano la sua vita.

Il secondo figlio era arrivato, col suo profumo di buono, con quel carico di fatica che già conosceva e che svaniva appena lui accennava un sorriso. Erano figli che aveva voluto, che aveva imparato ad amare anche razionalmente, perché l’istinto a volte non era sufficiente. Aveva dovuto ammettere a se stessa che il pragmatismo, l’accettazione dell’imperfezione, dei vestiti che avevano ricominciato ad emanare effluvi di rigurgiti, delle occhiaie impermeabili a qualsiasi trucco, facevano parte del pacchetto. Un pacchetto unico, misterioso, visceralmente connesso ad ogni sua decisione.

Sparite le sere placide sul divano, dissolti lentamente gli incontri con il gruppo storico di amici.

La famiglia, una forza devastante. Ma non per sempre.

Basta saper attendere. Basta essere adulti.

Quel giorno Anna si aspettava il solito.

Dopo aver chiuso la conversazione al telefono con suo marito, era rimasta in piedi, davanti alla finestra, fissando i pini marittimi svettare nel cielo statico, come una cartolina:“Baci da Roma”.

Guardava fuori, il più piccolo stava piangendo e il suo cuore era placidamente altrove.

  • Non torno più.

Il vento muoveva leggermente le pesanti chiome degli alberi, si notava appena.

  • Non torno più. Rimango qui, ho bisogno di allontanarmi. Non è la vita che volevoNon ci riesco.

Si voltò per prendere in braccio il suo ultimo cucciolo, aveva bisogno di lei. Bastava poco, bastava che sentisse il suo abbraccio o una bella dose di biberon.

Lui che come ogni giorno era uscito di casa, come se nulla fosse, come sempre.

  • Non torno più.

Lui che non era venuto in sala parto, lui che nelle prime foto fatte insieme al piccolo, sembrava un vecchietto, grigio, spento, assente, come se tenesse in braccio la borsa della spesa. Lui che si era lentamente, progressivamente appannato, che stava svanendo.

Lei si era accorta dei segnali, aveva osservato quel vuoto diventare voragine. Ma non aveva fatto niente. Cosa avrebbe potuto fare? Aveva due figli, non tre.

  • Non torno più.

Ma non c’eri già più.

Ora, no.

“Vuoi che venga da te? Salto in macchina e arrivo!”

Dall’altro capo del telefono, da circa venti minuti, la sua amica stava piangendo, singhiozzando, biascicando di tradimenti. Aveva scoperto dei messaggi inequivocabili, sul telefono di suo marito.

“Senti, non trarre conclusioni affrettate…” (Guardò l’ora)

Pessima risposta. Un fiume in piena di improperi e certezze, riempì l’auricolare. (Lo stomaco brontolò)

“Sono qui, ti sto ascoltando.”(Aprì il pensile: riso, no, pennette)

Così venne a conoscenza di dettagli intimi non richiesti, di debolezze e mancanze difficili da tollerare. (Prese le pentole)

“Scusami, se sei sicura, se mi stai dicendo che hai le prove, allora aspetta, calmati e, quando arriva, gli chiedi spiegazioni. Se ne ha. Ne deve avere.”

Altra valanga di insulti. A lui. ( Aggiunse al pomodoro, le olive verdi, quelle taggiasche, poco sale e pepe)

“Perché non vieni tu qui da me? Così ti sposti da quell’appartamento, ti rilassi e valuti con più freddezza come comportarti. O se preferisci, piangi finché ne hai voglia. Sono qui. Ci sei?” (I capperi, si era dimenticata i capperi)

Sente una voce, quella del marito sicuramente. Era tornato. (L’acqua bolle) I toni stanno cambiando, le voci si fanno concitate, qualche urlo. (Butta il sale nell’acqua) Rimane ferma davanti alla pentola, col sugo che borbotta, il vapore che riempie la cucina, le orecchie che stanno cercando di decifrare una conversazione lontana, confusa, interrotta. E cade la linea.

Guarda il telefono, butta la pasta e mescola. Aspetta.

(Il sugo si sta attaccando) Lo schermo del telefono diventa nero, mentre sta immaginandosi cosa sta succedendo. Non può farci niente. (Mescola il sugo) Si versa un bicchiere di vino, sa che prima o poi lei la richiamerà.

Spengo il telefono? Almeno finché ho finito di mangiare. (Versa la pasta condita nel piatto)

Maledetto senso di colpa.

Un piatto fumante, appetitoso, un film che l’aspetta. (Telefono. Spegne)


FOTO da UNSPLASH

RELAZIONI e TINDER: la tagliente analisi della dott.ssa Giuseppina Di Maio

Ecco uno scritto, ma potrei dire, l’inizio di un saggio, su un tema doloroso, a volte spaventoso e che può lasciare ferite nel profondo. La dott.ssa Di Maio, che ringrazio per aver citato il mio racconto, scandaglia. viviseziona, analizza, un fenomeno troppo spesso preso sotto gamba, con leggerezza.
La presa di coscienza di un problema e’ sempre il primo passo…

Sballo nel silenzio

Era davvero tardi. Aveva promesso di rientrare al massimo per le due e, come al solito, la mezz’ora in più era diventata un’ora, due ore, quasi tre. Guardava fuori dal finestrino della macchina, di fianco all’unico del gruppo che se l’era sentita di guidare. Il finestrino un po’ abbassato, quel tanto da permettere all’aria di sfiorarle la fronte e le sopracciglia. Aria umida, appiccicosa, ma in fondo piacevole, così le sembrava, in quell’abitacolo pieno di braccia, gambe, capelli.

Silenzio.

Solo nella testa pulsava ancora il ritmo sordo della musica, un tamburo ancestrale che non si fermava, che oscillava da tempia a tempia.

Silenzio.

Chiuse gli occhi ma le facevano male, come se le stessero premendo le orbite con i polpastrelli. Strana sensazione. Qualcuno dietro di lei stava parlando, non si mosse. Sentiva ridere ma il tamburo non si fermava.

Fermi al semaforo rosso abbassò un po’ di più il finestrino e venne sopraffatta dall’odore, nauseabondo, di pesce, dei resti che galleggiavano in pozzanghere dense, lasciate forse da un grossolano lavaggio fatto alla fine del mercato. Era talmente forte da stordire, come l’odore delle alghe putrefatte tra gli scogli, portato dalla salsedine marina. Ti entra nelle narici e lì resta.

Chissà se rivedrò quel ragazzo. Troppo alcool. Aveva un bel sorriso e delle strane orecchie.

Non era da lei. Lidia sì, la sua amica sì, era quella che sembrava facile. Non lei. Le faceva male la testa, così rimase a fissare lo specchietto e vide i suoi amici, uno sopra all’altro, addormentati. Lidia era dall’altra parte.

Dall’altra parte.

Lei che va in bagno con lui, lei che si lascia fare. Lei che, in fondo, non ricorda molto bene, a parte le maioliche rotte nell’angolo in basso del muro, il suo piede appoggiato alla tazza del water e il rumore dei colpi della sua schiena contro la sottile parete divisoria dei bagni. Tira su col naso, cerca di fare un respiro profondo. Poi guarda il vestito, macchiato, e lo abbassa un po’ sulle cosce.

Semaforo verde. A sobbalzi, si riparte.

Silenzio.


Foto da unsplash

Pupille salate

Si accese una sigaretta. Era un comportamento assolutamente riprovevole, aveva giurato a se stessa di smettere. Per la terza volta. Ma le scuse erano traboccate, anestetizzando il senso di colpa. Rimaneva insoluta la questione della forza di carattere. Ne sentiva quasi la presenza fisica, come se un’educatrice severa, di quelle dal colletto inamidato e lo sguardo cattivo, stizzoso, la stesse fissando, proprio di fianco, muta e giudicante.

Le soffiò addosso una boccata di fumo. Non era il momento, tutto qui.

Si sdraiò sul divano e rimase a fissare il soffitto, mentre fuori il cielo cristallizzava nel perfetto indaco del crepuscolo. La televisione era accesa e senza volume, pulsava luci, visi, storie. Lanciò uno sguardo al telefono. Nessun messaggio, niente. E aprì Tinder, il suo “supermercato di contatti umani”. L’ultimo incontro era stato un disastro, ma sempre meglio del penultimo, un maschilista analfabeta. Perché non inserire dati reali? Descrizioni che tratteggino in maniera accurata la personalità e gli interessi? Hanno tempo da perdere. Non era facile, certo, non era facile. Il destino, le diceva sua madre, c’è un destino per tutto. Che sia tu? Sarai tu il mio destino? Stava aspettando un messaggio di riscontro, ma non arrivava.

Decise di prepararsi qualcosa di buono, aveva bisogno di qualcosa di buono. I tagliolini freschi, con un sugo ai funghi. Lavò e mondò i funghetti, prese due belle cipolle di Tropea e cominciò ad affettarle molto fini. Le avrebbe lasciate passire dolcemente nell’olio, per poi bagnarle con un goccio di vino bianco secco. Gli occhi le pizzicavano un pò, inumidendole le pupille. Musica, ci vuole un pò di musica! Ed eccolo il messaggio.

Ciao scusami ma oggi e domani non posso. Potrei vederti il prossimo venerdì. Ah, ti prego, non venire se hai più di 35 anni. Le ultime che ho incontrato sembravano mia madre!😜

L’olio si stava scaldando troppo, abbassò la fiamma e fece scivolare le cipolle affettate dal tagliere. Poi, prese un tovagliolo di carta e si asciugò le gocce salate che le rigavano il viso.

Più tardi sceglierò un film, più tardi.


Foto da unsplash

Revival

Si era perso. Il navigatore lo stava facendo andare in circolo, ricalcolava continuamente il percorso. Succede. Ma a quell’ora, notte fonda, la cosa era davvero irritante. Un bar, quello là in fondo sembra un bar. Decide di fermarsi per chiedere informazioni e, già che c’è, andare in bagno. Il beep della chiusura porte, i fari che lampeggiano, l’elettricità statica che scivola a terra è una scarica veloce, che lo lascia come se lo avesse investito una secchiata d’acqua fredda. L’effetto corroborante di un respiro a pieni polmoni, accompagnato da una strana sensazione di spossatezza, indolenzimento. Non riesce neanche a stiracchiarsi, troppe ore al volante.

Si avvicina alla porta del locale, sotto la luce fredda e pallida di un neon, accompagnato dal rumore dei suoi passi sul selciato. L’entrata è in legno e vetro, con appiccicati vecchi e consunti stickers, e una maniglia in ottone usurato. Entra e vede il posto affollato, stranamente gremito da personaggi, come un cast di comparse in pausa, sparsi a gruppetti. Due anziani eleganti, in giacca e cravatta, assorti davanti ad una scacchiera, una coppia gay che amoreggiava nell’angolo, quattro signori ad un tavolo vicino alla parete dove le carte da gioco volavano tra insulti bonari e bicchieri di vino rosso.

Si avvicinò al bancone dove una prosperosa signora dalle labbra carminio, lo stava fissando, senza sorriso.

“Il bagno è qui a destra, questa è la chiave. Le faccio un caffè?”

Prese la chiave e si avviò. Si aspettava una turca, e infatti. Sull’anta interna della porta era appeso un poster, con una bella ragazza ammiccante, in pantaloncini di jeans e camicetta annodata. L’impresa richiese la massima concentrazione, mentre i pensieri andavano ai clienti presenti a quell’ora di notte, in quella zona sperduta, periferica, lontana, col juke box che suonava canzoni dimenticate. Si era lavato le mani ma non c’era niente per asciugarle e non aveva neanche un fazzoletto. Le sfregò violentemente nel tentativo di togliere più umidità possibile. Una risata forte, femminile, come un verso di un animale, lo accolse al suo rientro nella sala.

Lei, era seduta su uno sgabello al bancone del bar, fasciata da un vestito in jersey che le lasciava scoperta una gamba, e parlava con labbra carminio. Ad ogni scambio di battute, la risata sguaiata, forzata, esplodeva nel locale, sovrastava la musica, rimaneva quasi sospesa vicino al soffitto, per poi svanire, fino alla seguente. Il caffè era buonissimo e glielo aveva servito accompagnato da un boero.

“Guarda se hai vinto”

“Prego?”

“Nel boero, guarda se hai vinto.”

Lo scartò, il cioccolato era vecchio, striato, ma, all’interno dell’involucro, sul biglietto, lesse: Hai vinto 10 boeri!

Sorpreso, imbarazzato come un ragazzino, mostrò il biglietto alla proprietaria che cominciò a staccare i cioccolatini dal totem rosso che li raccoglieva. Pagò e rimase a fissare quel mucchietto davanti a sé, sentendosi gli occhi di tutti addosso. La risata sardonica lo scosse e, come se fosse la cosa giusta da fare, lasciò un boero ad ogni persona presente in quel bar , alla risata sardonica, alle labbra carminio, ai quattro giocatori di carte, ai due gay e ai due che stavano sfidandosi a scacchi. Nessuno ringraziò, nessuno fece un cenno.

Uscì accompagnato da un revival e, chiusa la porta, tutto tacque.

In macchina, dallo specchietto retrovisore, vide la luce dell’insegna allontanarsi fino a sparire. E non aveva chiesto informazioni.


Foto da unsplash

Riscrivere la realtà non è menzogna

Il rumore della porta che si chiude dietro di lei, ed è al buio, in casa, col cuore che sembra essersi fermato. Si guarda le mani che stanno tremando, la saliva sa di metallo, il respiro è corto. Accenna qualche passo ma crolla sulle ginocchia con la testa tra le mani, sta piangendo, ma si ferma, e pensa.

Cerca di rialzarsi sulle gambe tremule, si appoggia al muro con gli occhi chiusi e, quell’immagine, quel tonfo, lo sbandamento dell’auto, tutto continua a venirle in mente.

Non riesce a pensare ad altro. Non si era fermata. Corre ad aprire la finestra, ha caldo, fa troppo caldo, non respira. Fuori è silenzio, persiane chiuse, asfalto illuminato a chiazze dai lampioni, zone buie, zone di pericolo.

Perché? Perché a lei? Forse non era successo niente, forse lo aveva solo ferito. Non aveva visto nessuno, era buio, non c’era nessuno.

Che fare? E se è morto? E se ha visto la mia targa? Che fare? Chi chiamare a quest’ora ? Se mi fanno l’alcool test mi tolgono la patente, non posso rimanere senza macchina. E se è morto? Mi arresteranno, perderò il lavoro, sarò sula bocca di tutti. Chi chiamo?

La curva, la musica alta, la sigaretta e, nel buio, un’ombra.

Era un’ombra, non si vedeva niente, sembrava un cespuglio, un piccolo albero. Non l’ho fatto apposta, quella curva è pericolosa, ho dovuto stringere, è stato impossibile evitarlo.

C’è solo una piccola rientranza sul paraurti davanti a destra, come se avesse preso un palo durante un parcheggio.

Chi chiamo?

L’immagine nel retrovisore di una sagoma che rotolava dietro di lei sull’asfalto, fino a rimanere a faccia in su, immobile.

Qualcuno si sarà fermato, sarà già in ospedale. Tra poco sarà chiaro, chiamerò un avvocato, mi farò consigliare. L’ho solo urtato, l’ho solo urtato. Dirò la mia verità, non è menzogna, è il mio ricordo.

Non ricordo.


Foto da unsplash

OLODUMARE

Lei sembrava lontana, era solo andata sul balcone ma era altrove. La sottoveste sul corpo esile, il vento leggero che la muoveva appena, come poggiata su una scultura in radica, la spallina un pò scesa sulla spalla tornita, la luce dell’alba. Era giovane, quanto era giovane.

Lui, guardandosi allo specchio, si vide vecchio, per la prima volta.

Chiuse gli occhi cercando di ricordare i colori, gli odori, i suoni, tutte le sensazioni lasciate là, lontano, non appena l’isola era scomparsa dalla vista dell’oblò dell’aereo. Ed era con lei, seduta vicino, col suo vestitino leggero, un sorriso immenso e le lunghe dita della mano che si attorcigliavano alle sue.

Continuò ad osservare l’immagine del profilo di lei, così perfetto, quelle labbra dolci e quegli occhi che avevano perso la profondità. Illusione. Un malessere si stava insinuando come una mala erba, che cresce giorno dopo giorno, infesta e soffoca. Aveva cercato nel nero dei suoi occhi, ora vischioso e impenetrabile, lo scintillio in cui si era riflesso quando si erano incontrati, in quel locale che mai avrebbe trovato da solo.

I suoi due amici lo avevano condotto in un luogo che forse non esisteva, un salto nel passato, come se fosse entrato nel set di un film anni ’50. Pareti rosa antico scolorate e un pò scrostate, fili di luci appese qua e là, tavolini tondi, sovrastati dal fumo di sigari e sigarette forti che lasciavano intravedere le camicie a righe, con le maniche arrotolate, scarpe eleganti consunte, gambe affusolate e lucenti che si muovevano piano, dondolando al ritmo della musica. Due figure erano appoggiate al davanzale di una finestra, tra tende leggere e troppo lunghe, altri, erano seduti sugli scalini antichi di quella che doveva essere l’entrata di un salone, diventato ora palcoscenico. E la musica, un pianoforte sotto le dita impazzite di un musicista sudato e assorto, dai denti bianchi come i tasti, la voce di lei che era ovunque, catturava, stregava.

Il suo cuore aveva cominciato a battere come i tamburi dei santeros, il sangue palpitava fino alle tempie, arrivò a pensare che gli avessero messo un pò di peiote nel drink. Perché non era da lui perdere così il controllo, rimanere folgorato alla vista di una ragazza, balbettare ed essere imbarazzato. Eppure era successo, nessun appiglio alla ragione, nessun consiglio o avvertimento lo avevano distolto da quel periodo vissuto con lei, fatto di momenti, visceralmente desiderato, carnalmente avido eppure limpido. Le stesse mani che strappavano chele di aragosta sulla spiaggia, ancora bollenti, lasciando colare umori, e che bagnate dall’acqua di mare, scivolavano come meduse cercando di accarezzarla tutta, di afferrarla senza poterlo fare. Una magia, un sortilegio, Olodumare lo aveva imprigionato, incatenato, lui, schiavo senza colpa.

Lei si girò, il sole stava sorgendo proprio dietro e, camminando piano, cominciò a cantare, lieve come un fantasma, poggiando i piedi scalzi sulle maioliche.

OTOHIME

Uno scroscio d’acqua, finto e continuo. Sono la Principessa del suono ,*OTOHIME. Sono una Otohime rosa, alla parete di un minuscolo bagno a Beppu, in Giappone.

Bella la storia della Principessa del suono: “Un pescatore salva una tartaruga e, come ricompensa, viene ospitato nel Palazzo del drago, tre giorni meravigliosi, tra divertimento e leggerezza, in un regno subacqueo, amato dalla Principessa Otohime. Ma, la nostalgia per la sua famiglia, lo porterà a chiedere alla Principessa di tornare nel suo mondo. Torna dunque nel mondo reale, che troverà nel frattempo invecchiato, e nessuno sa più chi sia. La Principessa gli aveva donato una scatola preziosa dicendogli di non aprirla mai. Il pescatore, solo e deluso, tornando sulla riva del fiume dove aveva salvato la tartaruga, aprirà alla fine la scatola e verrà avvolto da una nuvola bianca che lo farà improvvisamente invecchiare. La scatola custodiva la sua età reale.

I pochi giorni passati nel palazzo erano stati centinaia di anni nel mondo reale.

Il tempo, sempre il tempo, non è eternità, è prezioso e non va sprecato. Ma io non l’ho sprecato. Giuro. Forse qualche volta.

Il rumore dell’acqua che scroscia continua. La signora che sta in bagno non ha finito.

Del Giappone ho ricordi più belli, comunque.

Ma sì, il rosa del Otohime sta cambiando, sfuma e fiorisce, io fiorisco, petalo rosa, miliardi di petali rosa che, immobili, pendono dal glicine nel Ashikaga Flower Park, come l’Albero delle anime, l’essere vivente più sacro in assoluto nel Regno di Pandora.

Sto fluttuando come una scarica elettrica da braccio a braccio, in cerchio come se fossi nel film. Un’ellisse di luce che fluisce da vita a vita, che entra nelle radici, sale dalla corteccia ed esplode nei petali, fluorescenti. Sono luce e sono un piccolo fiore su un vassoio con tre *tamago sando e due *sakazuki.

Sei con me, nella vasca di acqua termale del piccolo Onsen. Preferivi gli alberghi più confortevoli, ma non importava, eravamo insieme. L’acqua è calda. Il mio cuore è caldo. Acqua che ti accarezza, acqua che ti abbraccia, acqua che evapora.

Il vento, il vento mi sta portando lontano da te. La musica, perché non sento più la musica? Perché non sento, non sento più niente?

Scroscia l’acqua. Io Principessa del suono, tu, pescatore che te ne sei andato.

Il tempo. Il tempo, non esiste. Io, non esisto.


* Otohime : dispositivo che riproduce il rumore dell’acqua

* tamago sando: sandwich

* sakazuki: coppette sake

Foto da Unsplash

Lo strano odore della notte

Le luci dei lampioni colpivano il cofano della macchina prima di ferire i suoi occhi. Aveva lasciato il finestrino un po’ abbassato, solo quel tanto che bastava a far entrare un soffio costante di aria fredda, che sfiorava la sua guancia e la sua spalla sinistra.

A quell’ora, non c’era molto traffico in autostrada, solo alcuni grossi camion che lo sorpassavano rumorosi, veloci, illuminando l’asfalto a giorno. L’ultimo che aveva visto, mostrava sul fianco un’immagine di un lupo dalle fauci aperte, e una serie di luci che trionfavano sul parabrezza.

Pensate che io non valga, mi rifiuto di essere piccolo perché voi pensate in piccolo.

Aveva acceso la radio e stava fumando. Le colline, massicce e scure, sembravano disegnate con la china, la luna era proprio dietro quei confini, nascosta. Vide una stazione di servizio.

La prossima, mi fermerò alla prossima.

Invece, di colpo, sterzò il volante ed entrò nel parcheggio immenso, desolato e deserto. Rimase seduto, col motore spento, in silenzio, poi, scese dalla macchina.

Non ridurrò la mia visone perché non riuscite a raggiungermi.

Camminò lentamente, respirando profondamente, ed entrò nel piccolo bar, dove un ragazzo stava lavando il pavimento.

Che strano odore ha la notte in questi posti, sa di metallo e sporco, pizzica il naso.

Prese un caffè, col sottofondo rumoroso del frigorifero, e vide il suo viso riflesso nello specchio dietro al bancone. Sembrava finto, grigio, una foto. Si girò verso il ragazzo che stava sistemando i pacchi di biscotti e gli sparò alla testa, appena sopra la nuca.

Un suono secco, come quello di un petardo, un tonfo, poi, più niente. Solo il rumore del frigorifero.


Foto di khamkeo-vilaysing da Unspalsh

Animo-sa-Mente

Se ne stava seduto, col suo turbante viola, le gambe incrociate e le braccia appoggiate sullo schienale della panchina. Si notava appena. La barba bianca e lunga, lo sguardo fisso ad un campetto di bocce coperto dalla plastica grigia. Era là, immobile, rilassato, mentre le persone gli passavano davanti, camminando senza vederlo.

Sotto quel turbante violaceo, la mente viaggiava sopra gli occhi stanchi che, lentamente, si spostavano, aprendosi e chiudendosi, quasi volessero mettere a fuoco un sogno lucido, dai colori vividi, la vita lasciata lontano da lì.

Piccole case tinte di rosso, con le tende colorate come porte, le stradine polverose battute dai piedi dei bambini che correvano ridendo, le chiacchiere delle donne sedute sulle stuoie, sgranando semi: finocchio,  anice, cumino, sesamo, cardamomo verde, dhania dal. Quanto era buono il Mukhwas! Era come se lo stesse gustando.

Di tutte le stuoie che aveva fatto in vita sua, la più bella era stata quella per sua figlia, arancio e blu. E le ciotole, impilate vicino al muro della loro cucina che profumava sempre di coriandolo.

Qualcuno si era avvicinato all’albero di fianco alla panchina, lasciando che il suo cane facesse i suoi bisogni. Il padrone parlava, parlava col cane. In quel paese parlavano molto con gli animali, strano. Anche nel suo succedeva, ma era per scusarsi se, incautamente, li uccidevano. C’erano molti cani, ma molte più mucche, magre e sacre. Non come qui, che dispensavano latte fino alla morte.

Lavorava in una stalla, molto organizzata, accarezzando le mucche ogni mattina, chiedendo scusa e ringraziando. Quando collegava le mammelle alle bocchette per mungere, gli sembrava di fare una cosa immonda. Kamdhenu‘ non avrebbe soddisfatto tutti i suoi desideri. Ma, in realtà, aveva anche mangiato la carne delle mucche, come tanti altri indù. Considerò che era sempre meglio che abbandonarle randagie e denutrite. Sentì il sangue scorrere nelle vene, arrivare alle mani callose, pulsare nei polpastrelli e le alzò al cielo, puntando in alto, come se volesse raggiungerlo. Kamdhenu‘, perdonami.

Il turbante viola si spostò, solo un poco.


Foto da unsplash

La Girafe

Tra arbusti bassi e terra rossa, sento strani versi di animali, nel crepuscolo, che vengono da fuori.

Sono in una tenda, sdraiata a terra, dopo un’altra giornata di safari fotografico, nella polvere, nel caldo secco che asciugava le gocce di sudore mentre scendevano. Avverto un gran movimento all’esterno. Alzo la testa e vedo piedi che corrono, fucili, e ancora polvere che si alza. Nell’accampamento ordinato, le jeep tutte intorno in circolo, il fuoco al centro illumina con sottili lingue gialle. Là, da quella parte, dove stanno andando tutti, là si è formato un gruppo di corpi, a terra, mimetizzati.

Esco e mi avvicino, mi sdraio anch’io.

E la vedo, la giraffa.

Sta correndo inseguita da una leonessa. È così alta che sembra correre da sola, ma sa che dietro di lei c’è il pericolo. Annuso l’aria, odore di selvatico, è la paura che preannuncia l’odore del sangue. Tensione, avverto la tensione, una nuvola di terra che aumenta, che corre per poi fermarsi e gonfiarsi, una danza macabra che parla di vita e morte.

Qualcuno sta fotografando e vorrebbe alzarsi. Una mano potente lo trascina a terra: “Stay down!” Ed io, che sono spalmata a terra, allungo più che posso il collo, vedo le corna, il manto pezzato, vedo le lunghe gambe sferrare calci contro il proprio destino.

Ed è silenzio, la massa di terra nell’aria, quasi densa, che sfuma lentamente, si estende  come a voler fondersi col tramonto. Arancio con l’arancio, rosso col rosso, nero col nero.

Ed è nero. Un nero quieto, placido, distaccato. La vita e la morte.

Gli strani versi, ricominciano.


Foto da unsplash

Vanagloria

P: “Vanagloria. Cosa significa?” Chiese il professore.

P: ” Cercate di non darmi definizioni scontate, cercate di usare le vostre esperienze, l’immaginazione.”

Vanità, autocompiacimento, presunzione, fatuo orgoglio, superbia, megalomania, esibizionismo…

Fioccarono le risposte, prima piano, poi come una valanga improvvisa e incontrollabile. Li lasciò sfogarsi, nella ricerca della definizione più appropriata o originale, tra i ricordi di quanto letto, studiato o ascoltato in qualche video.

P: “L’ambizione, può essere vanagloria? Chi è diventato famoso, rientra in questa categoria?”

Occhi fissi, telefonini sotto i libri, bocche che, semiaperte, hanno tanto da dire ma proprio non riescono ad articolare una risposta semplice.

P: “Pensate ai vostri idoli, ai personaggi che ammirate… Peccano di vanagloria?”

S: ” Beh… no. Sono arrivati perché hanno avuto l’intelligenza, il fiuto, la prontezza e anche la furbizia di fare la cosa giusta al momento giusto…”

P: “E la preparazione? L’impegno? La cultura?”

S: “Certo, servono, ma non sempre.”

P: ” Non sempre. Perché?”

S: “Perché oggi devi esistere, devono già conoscerti, poi, il resto arriva.”

Finita la lezione, si cambia classe.

P: “O Capitano, mio Capitano!”.

Il professore pensò a Whitman e al film, l’Attimo fuggente, che spronava i ragazzi a vivere per sé stessi, ad inseguire i propri sogni, e che, alla fine, esistere, significava essere.

Prima di uscire, osservò i ragazzi, teste basse sugli schermi, scrollavano le immagini velocemente. Tutto e subito, non importa se è vanagloria.


Foto di erik-eastman- da Unsplash

Folla senza volto

Oggi sta andando al MAXXI, per la Collezione di Design Contemporaneo.  Reinterpretazione a tutto tondo, il gioco-design. Quello che avrebbe dovuto fare con la sua vita. Da quanto tempo non giocava? Arriva e c’è un albero blu, al centro di una fontana.

Legge: Brainforest di Pascale Marthine Tayou. La natura che fiorisce nel cuore della città eterna, da cui partono tutte le strade che abbracciano la terra.

Ha il colore dei fiumi, dell’acqua che arriva ovunque, e offre i suoi frutti colorati, in forma di oggetti etnici, maschere e documenti di viaggio, testimoni del dramma del presente. La colpisce che la artista parli dello …sguardo minaccioso della folla senza volto.

Nella lobby del MAXXI la accoglie la Falena, di Nico Vascellari, due metri e mezzo di fulgidi raggi, falci, placcate in oro. Eclettico.

Legge: Riflessioni sull’Uomo, sulla Natura e sul Divino. Vita e morte, il giorno e la notte, la luce e il buio.

La sua vita.

E si dirige alla Galleria 2: La Nuova Collezione di Design. Tra Designer e Studi, sono in tredici. Molto da vedere: arredi, oggetti, grafica, materiali, prodotti digitali, del XX secolo e dei primi decenni del XI secolo. Cammina rilassata, passa da un’artista all’altro, e pensa alla libertà nell’essere un artista, alla soddisfazione di vedere riconosciuto il proprio lavoro ed esposto in un museo importante, diventarne addirittura parte integrante.

Vorrebbe restare ancora, c’è tanto da vedere, ma non può. Tornerà. Si avvia alla macchina, il cielo è chiazzato da pennellate di nuvole, sembra finto. Passa davanti a una panetteria.

Mi ci vuole un pezzo di pizza, bianca, con la mortadella.

Apre la porta e viene investita dal profumo del pane, dal chiacchiericcio di signore del quartiere che si voltano, la scrutano e tornano a parlare. È come essere tornata indietro nel tempo, ci sono anche gli espositori con le caramelle, forse sono scadute da anni, con gli involucri della sua infanzia.

< Dimmi, bella.>

Tocca a lei.

Si sente come quando aveva nove anni e andava da Marta, vicino a casa, a fare la spesa per mamma, e si sentiva grande. Ci andava in monopattino, lo parcheggiava e rientrava a casa, scendendo la rampa del garage frenando con la suola delle scarpe da ginnastica.

< Ce l’ha una Coca Cola?>

Paga, ringrazia e prende l’involucro tiepido e profumato. Esce e viene travolta dalla gente, piedi che corrono, braccia che gesticolano e tante voci. Troppe.

Lo mangerò nella piazzetta qui davanti, su una panchina.


Foto di paul-zoetemeijer da Unsplash

Fiammata

Oggi è un giorno speciale. Non per qualche evento particolare o unico nella sua vita, era appena stata investita da una fiammata di felicità. Inseguiva, come tutti, l’agognata serenità ma, quell’istante in cui, all’improvviso, era arrivata la fiammata ardente ad incendiarle il cuore, il viso, consumando tutta la sua energia, sapeva che sarebbe rimasto per sempre nei suoi ricordi.

Le risultava difficile pensare ad altri attimi di felicità nel passato, se ne ricordava alcuni, come braci quasi spente di un camino. Quegli istanti in cui la sintonia era perfetta come un tondo di Giotto, o la risata era piena da stordire, o l’emozione aveva intrecciato le viscere. Ecco.

Oggi le era sembrato di essere catapultata in aria, sottile come un raggio di luce, così lontana dal resto del mondo che osservava dall’alto, altrove. Come catturare questa percezione? Le sensazioni sgradevoli restavano appiccicate, riapparivano improvvise, di tanto in tanto, come la lama del dolore che aveva trovato comodo rifugio dentro di lei. Era silente e continua, come un mal di denti che si rivela lentamente, cala e poi aumenta.

Non c’era modo di archiviare le fiammate in un file? Non era proprio possibile trovare una parola chiave che fungesse da propellente?

Scosse la testa, i suoi ricci ballarono, ebbri, ancora per un po’, come i serpenti della Medusa le ricordarono che i sogni possono aprire varchi illuminanti. Ma quello di oggi non era stato un sogno, piuttosto un Uroboro, che si divora, per rigenerarsi attraverso una vampata che nutre e consuma allo stesso tempo.

Rimase la sensazione sdrucciolevole, simile all’acqua del mare sulle tavole da surf, mentre cerchi l’equilibrio e, anche se fatichi, sorridi.


Foto di Dark Rider da Unsplash

Ghiaccio

Oggi il vento è gelido e forte. Da dentro la macchina non te ne accorgeresti, se non fosse per quel lembo di stoffa che viene trasportato da raffiche, quasi fossero fantasmi che si divertono. 

Tutto è coperto di brina, il sole non riesce a dominare questo gelo, non può, non è il suo momento. 

Ora, regna il ghiaccio.

In alcuni punti candido, in altri grigio e opaco, brilla solo quando viene colpito dai raggi del sole, quasi ad avvertirlo che, nella loro battaglia, sarà lui a dominare, comunque. La notte scenderà ad aiutarlo, l’aria è sua alleata, ogni angolo è una roccaforte. 

Fa fatica il sole, lui così immenso e lontano, a bucare le nuvole, altro ghiaccio. 

Eppure, quando appare, anche solo un suo raggio, come la spada di Excalibur, reclama la sua regalità, accarezzando la brina, facendola piangere dai pini, in gocce trasparenti. 

Ripassa il lembo di stoffa, ancora non ha toccato terra, come un naufrago sbattuto dai flutti, è abbandonato al suo destino. 

Giocate fantasmi, divertitevi folletti del gelo, ora che il tempo è vostro.

Chiudo la portiera della macchina, sollevo la sciarpa a coprirmi anche il naso, mentre l’aria glaciale soffia tra gli occhiali e mi ruba una lacrima. 
Il ghiaccio non chiede, prende.


Foto di Max Kleinen su Unsplash