E anche quest’anno, a Milano, sarò al BOOK PRIDE, la Fiera dell’Editoria Indipendente alla sua X edizione, dal 20 al 22 marzo.
Hanno scelto come titolo un’immagine tratta da una poesia di Emily Dickinson, del 1861: La speranza è la cosa con le piume:
un uccellino tenace, invincibile, che si posa dentro di noi e canta anche nella tempesta. Neppure la landa più desolata o il mare più spaventoso riescono a metterlo a tacere. Canta senza sosta e non chiede nulla in cambio, neppure una briciola.
Al di là del manifesto della Fiera e degli slogan che che promettono sempre <spazi in cui la letteratura non evita il conflitto, ma lo attraversa, riconoscendolo come parte necessaria di ogni trasformazione>, mi piace l’idea che le radici della cultura continuino ad essere nutrite, protette, divulgate. Vorrei chiedere a un “Generazione Alpha” se ha mai letto qualcosa della Dickinson o Virginia Woolf. Sicuramente molti avranno letto J.K. Rowling ma forse si ricorderanno di lei solo se si accenna ad un titolo della sua saga Harry Potter…
Ma proprio per attirare i più giovani, ci saranno due spazi a loro dedicati:BOOK YOUNG E BOOK YA, con autori come Pera Toons, l’autore umoristico tra i più amati in Italia con decine di migliaia di copie vendute e seguito social virale, con un libro-game che unisce freddure ed enigmi al meccanismo del gioco dell’oca con sorprese, colpi di scena.
La selezione in questi casi è naturale: chi verrà al BOOK PRIDE, o a qualunque altra Fiera del Libro, chi frequenta librerie, è davvero interessato alla lettura.
Queste Fiere sono un palcoscenico che cambia dimensione a seconda della notorietà dello scrittore.
Quindi, sarò sulla mia mattonella, ben in equilibrio.
Conto di partecipare ad alcuni eventi programmati in cui, scrittori già affermati, presenteranno il loro ultimo romanzo, come ad esempio quello della scrittrice inglese Claire Lynch con Una questione di famiglia (Fazi Editore), intensa riflessione sui legami e sulle fratture generazionali, già venduto in undici paesi prima dell’uscita. Misteri del marketing.
Serve esserci? Tra mostri sacri e frontiere invalicabili?
Amo scrivere, ma amo leggere, ascoltare. Quindi, sì.
Se qualcuno gravita su Milano, ecco qua: INFO, BIGLIETTI – SUPERSTUDIO MAXI – Via Moncucco, 35 – Milano
Scrivere. Questo era quello che avrebbe voluto fare. Ma, scrivere, non ti rende indipendente o, come diceva sua madre, non ti mette un piatto in tavola. Entrò nel centro commerciale solo per scaldarsi un po’. L’aria di marzo era ancora tagliente e lei, con il curriculum piegato in borsa, non aveva più appuntamenti per quel giorno. Le vetrine erano farcite di cose che non poteva permettersi. Camminava senza meta quando, accanto a un negozio di articoli per la casa, vide una grande bacheca piena di post-it.
Al centro, in lettere grandi: I AM A WOMAN ON A MISSION TO…
Si fermò. Forse per non pensare all’ennesima mail senza risposta, forse perché quelle parole sembravano chiamarla. Si avvicinò.
“Amare ed essere amata” “Supportare l’Arte!” “Vivere la mia verità.” “Aiutare gli altri nel loro cammino.” “Creare Bellezza!” “Viaggiare”
Ogni foglietto era una piccola dichiarazione di esistenza. Calligrafie diverse, cuori disegnati, firme appena accennate. Donne che avevano lasciato lì un frammento di sé.
Lei non aveva ancora un lavoro sicuro ma aveva sempre avuto il talento dell’ascolto. Per vedere il buio negli altri, sedersi accanto senza far rumore e scriverne. Eppure nessun colloquio sembrava interessato a quella competenza invisibile.
Prese un post-it libero dal bordo della bacheca. Restò con la penna sospesa. “Trovare lavoro” le sembrò davvero troppo piccolo, troppo stretto. Non era soloquello che voleva. Guardò ancora quei messaggi.
Scrisse lentamente: “Raccontare ciò che gli altri non riescono a dire.”
Lo rilesse.
In quel momento una ragazza le si avvicinò. “È bello quello che hai scritto,” disse. “Sto organizzando un laboratorio gratuito qui sopra, per chi è in un periodo di cambiamento. Arte e condivisione. Se vuoi passare…” Le porse un piccolo volantino.
Lei lo prese quasi senza pensarci. Non era un’offerta di lavoro. Non era uno stipendio. Era uno spazio.
Restò ancora un po’ davanti alla bacheca. Aveva lasciato una traccia, non un curriculum, ma un’intenzione. Non aveva ancora un impiego, il suo futuro era sempre incerto. Non voleva solo un posto dove essere assunta, quello, prima o poi l’avrebbe trovato, cercava un posto dove essere necessaria.
Si fermò un attimo prima delle porte automatiche e prese il telefono. Scrisse ad un’amica che sapeva attraversare un periodo difficile: “Ti va un caffè?”
Non era un piano strategico. Era un gesto per ricollegarsi a sé stessa.
Mentre le porte si aprivano lasciando entrare l’aria fredda, capì che forse la sua missione non avrebbe avuto un nome stampato su un badge. Avrebbe avuto volti e storie.
I desideri non sono obiettivi misurabili, sono direzioni. Perché rinunciare ai sogni?
La incontrò per caso. Aveva visto una figura sottile camminare sul pendio. La fotografò, col vestito che danzava nel vento, mentre muoveva piccoli passi con i capelli davanti al viso, cercando di non cadere.
Teneva una valigia con la mano destra, rigida. Doveva essere pesante. Scendeva il pendio lentamente. L’erba sfiorava le caviglie, il cielo era così ampio da fare quasi male agli occhi. La seguì prima con lo sguardo, poi, camminando, con calma. Una forestiera, sicuramente una cittadina che si era persa. Invece, passando tra campi di trigo e sentieri sterrati, vide che era diretta al casolare di Gesópp. Il buon vecchio Gesópp. Aveva lasciato la vita in quel rustico, in una sera stellata d’autunno.
Lui, per mesi, era tornato di tanto in tanto a sedersi dove erano soliti bere un po’ di vino e chiacchierare o giocare a carte con altri vecchi contadini. Risate semplici e racconti che li illuminavano. Spesso li aveva fotografati, nei campi, o vicino al piccolo torrente dove si sciacquavano con l’acqua gelida prima di sedersi all’ombra per mangiare qualcosa.
Che ci faceva quella giovane donna in quel posto così aspro? Il casale tra le colline non era una promessa romantica. Era pietra grezza, umidità negli angoli, una porta che cigola. Era fatica, legna da spaccare, acqua da controllare, notti in cui il buio è davvero buio.
Ma lei era già riuscita ad aprire la pesante porta di legno, la vedeva spingere con forza tra una sottile nuvola di polvere. Era dentro. Aveva appeso il cappello al chiodo sulla parete esterna, dove di solito si appendevano i salami.
Da lontano, sapeva che lei stava già aprendo le massicce imposte, sicuramente voleva arieggiare. Se la immaginò ferma in mezzo alla grande stanza, osservare i pochi mobili, le pareti. Forse stava già pensando a come ristrutturare. I nipoti di Gesópp avevano venduto in fretta casa e terreno. Non li aveva mai incontrati.
Improvvisamente, la vide uscire e sedersi su una sedia sotto il piccolo patio pieno di terra e piume di galline, e rimanere così, le gambe scivolate con i piedi appoggiati a sentire la terra e la testa abbandonata sullo schienale, ad occhi chiusi.
Altra foto. Ma non si avvicinò. Forse sarebbe passato al tramonto, magari con una bottiglia di vino, così, per darle il benvenuto. Buon vicinato.
Ripercorrendo a ritroso il sentiero, la sua mente cominciò a fantasticare, a fare congetture.
Non è scappata. Ha scelto.Forse ha lasciato una famiglia che parlava sempre troppo tardi o troppo presto, mai nel momento giusto. Ha lasciato una città che le aveva insegnato a correre senza sapere verso cosa. Ha lasciato un lavoro in cui le giornate si sbriciolavano in riunioni infinite. Qui non deve essere funzionale, efficiente, brillante.Forse anche lei cerca il silenzio più che la libertà. La libertà è un concetto rumoroso, pieno di promesse.
E lui, lo sapeva bene.
Nel silenzio puoi osservarti e dire “sto bene”. Non c’è nessuno a guardarti. Nessuno a giudicare la tua scelta, a chiederti spiegazioni, a suggerire alternative.Questo posto non è solitudine, è un luogo dove poter ascoltare il proprio respiro senza che venga coperto da quello degli altri.Chissà se anche lei ha sentito quella sensazione che mi ha portato qui, quel qualcosa che si sbriciolava piano, come intonaco vecchio sotto la carta da parati. Ricostruire senza testimoni, senza applausi.
Questo è il mio explicit, vincitore del contest (ma per un capello!🤓), nato da questa foto
Immagine 2
Immagine 2
Fa freddo ma resta appoggiata alla ringhiera della finestra e ascolta Parigi che riprende fiato sotto di lei: passi, clacson lontani. L’appartamento ha già iniziato a cancellare la notte: il letto freddo, i bicchieri vuoti, l’odore che svanisce. Non c’è nostalgia, solo una calma nuova. Si accende una sigaretta mentre due corvi volteggiano proprio verso di lei. Uno solo si lascia planare dolcemente fino alla ringhiera. L’altro, se ne è andato. Restano così, uno di fianco all’altra. Sul tavolo, il telefono vibra. Non guarda. Ci sono messaggi che appartengono alla donna che era ieri. Si volta e fissa la valigia a terra. Si può andarsene anche restando, basta smettere di appartenere.
Quando esce, non si volta indietro. Scende le scale con la certezza muta che non sta sfuggendo da qualcosa, sta solo smettendo di aspettare.
Così la Femme fatale uscì sul balcone. Si accese una sigaretta. Un corvo nero la guardava fisso. Il piccione era già partito con il messaggio fermo nel becco. Nella camera il suo amante pareva addormentato. Solo una macchia rossa si allargava formando un fiore sul bianco lenzuolo.
L’immaginazione è un’aquila che spalanca le ali su mondi sconosciuti e la sua ombra, anziché oscurarle, illumina le cose che non sai.
Ero rimasto fermo sul crinale per ore, imbambolato, ma intanto volavo come un uccello oltre la cerchia di colline, lontano fino alla Liguria. Dall’alto ho visto i panni stesi tra i vicoli stretti, l’ocra e il rosso pompeiano delle case, i muri scrostati e le persiane aperte verso il basso come palpebre socchiuse. Nella piazza della chiesa vociavano quattro ragazzetti col pallone, un gruppetto di anziani li guardava da brutte sedie in plastica rivolte al sole. Non ho visto il mare ma l’ho saputo appena oltre, ne ho respirato il sale disciolto nell’aria come nell’acqua della pasta.
Quando ho riacceso il motore e ho fatto inversione per riprendere la strada di casa, non è stata una rinuncia ad andare oltre, ma la sensazione di aver davvero visitato un paesino dell’entroterra ligure di piccole bellezze e di altrettanto belle imperfezioni. E tanto mi bastava.
Sari del blog Voce di vento, Immagine 3 (Che non è stata inserita nel contest per una svista)
Nell’aria c’è profumo di terra bagnata e a tratti arriva anche quello del mare che, seppure distante, si fa sentire. Lei è lì, pronta a rinascere in quell’ora che la notte cede e la luce in arrivo la si può solo immaginare… ma non ha bisogno di un raggio per sapere che la sua ombra è lì, non si volta neppure a guardarla perchè ne sente la presenza ed in cuore le nasce un sentimento di religioso rispetto. L’ombra è tornata e questa volta non se ne andrà. Il benessere la invade, d’istinto apre le braccia, quasi a voler abbracciare la vita e il mondo che sta svegliandosi e prova il desiderio di correre. L’aria fresca le riempie i polmoni e Lei corre, corre, corre verso l’Alba che l’attende.
Annamaria non ha partecipato, peccato, sarà per la prossima volta.
Lei é LUZ! Insegna lettere, è poliedrica, spaziando dalla grafica alla fotografia e l’arte, dalla buona cinematografia alla conoscenza di genti e città diverse.
Vale la pena farci un salto… anche perché propone mini contest letterari, come quello a cui ho appena partecipato. Per chi fosse interessato a mettersi in gioco.
QUESTO É L’ULIMO CONTEST:Scripta Ludus #7: gli explicit in gara una prova di explicit basandosi su una foto. Tutti possono partecipare (non in questo perché ormai è terminata la raccolta testi) ma anche solo votare gli explicit in gara (pubblicati in forma anonima).
💥 Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL’EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di SABATO 21 FEBBRAIO. Email: libriavela@gmail.com
Una zucchina verde e un po’ emaciata, l’unica cosa viva rimasta.
Da dove comincio? Fissava la stanza stranamente vuota dalla presenza di chi aveva vissuto una vita tra quelle mura. Sul tavolo erano state disposte tutte le ceramiche e le porcellane, dal vasellame ai piccoli oggetti, puliti ordinati e catalogati. Nella cucina di fianco, sopra la lavatrice troneggiava una caraffa enorme, dipinta a mano con tralci d’uva. L’avevano messa su un vecchio tagliere di legno e si erano dimenticati quella zucchina verde e un calice vuoto. Sembrava un quadro che parlava di normalità, convivialità, profumi.
Andò ad aprire la porta che dava sul piccolo giardino sul retro, era presto e faceva freddo, ma non quanto all’interno della casa. Le siepi erano addormentate, i vasi svuotati, le sedie intorno al tavolo in pietra lavica brillavano con un sottile strato di brina. C’erano dei corvi sui rami ormai spogli del caco, uno scheletro nero, privo dei suoi pesanti frutti. L’energia era svanita? Tutto sembrava in attesa. Di cosa, in fondo?
Niente rimane immobile e immutato, neanche le pietre.
Risate. Le sembrò di ricordare quando l’aria sapeva di buono, i sorrisi e i colori, i rumori di posate e bicchieri, mentre un aereo stava passando proprio là sopra, in alto, molto in alto, silenzioso carico di vite che non avrebbe mai incontrato.
Si voltò per rientrare in casa, rabbrividendo, chiuse il portone ascoltando il vuoto. Ora di andare, ora di rientrare nella vita, e s’incamminò verso l’uscita, dall’altra parte. Sarebbe tornata. Ma si bloccò sulla soglia di casa, richiuse la porta e tornò in cucina.
Si avvicinò alla lavatrice e prese la zucchina, per gettarla.
Una lacrima, sola, stava scendendole sulla guancia.
E così non mi parli più. Non rispondi neanche. Ma davvero? Se non fossi arrabbiata, potrei dire che sono allibita. Non hai 15 anni, sei un adulto. Adulto… Evidentemente sei solo cresciuto, invecchiato, e ancora invecchierai e continuerai a comportarti così. O forse è un trattamento che è destinato solo a me? Non credo proprio.
Quell’attimo che ci aveva connesso, come una scarica elettrica, quasi fossimo stati entrambi sottoposti a un defibrillatore, è dunque svanito? Ci sta. Davvero. Conoscendosi si ha modo di decidere se stavamo viaggiando nell’illusione di ciò che cercavamo, frequentandoci ci si rende conto di piccoli, fastidiosi difetti reciproci, del cambio di odore, di certi sguardi indecifrabili.
Quindi? Non sei morto. Lo so.
Ti ho visto passare ieri, di corsa, con altre persone e quasi non ti riconoscevo, se non fosse per quel sorriso che, anche ieri, mi sembrava un faro. Sono adulta anch’io, dovrei razionalizzare, radicarmi al suolo e passare oltre. Forse è un po’ presto. Ma ti rendi conto? Ma cosa mi prende? Alterno momenti in cui ti prenderei a sberle ad altri in cui fisso in una vetrina l’ombra di me stessa, offesa e depressa.
Ti sei divertito? Io, sì. In effetti.
Vendetta. Ora penso solo a quello. In qualche modo devo proteggermi. M’immagino entrare nel bar in cui mi hai portato e, splendida come non mai, sedermi in disparte, vicino ma non troppo, quel tanto che basta per farti vedere quello che ti sei perso. Dovrei andarci con qualcuno… un uomo affascinante, un gentleman completamente ammaliato dal mio esistere. Ce l’ho! E non lo conosci. É un amico, gay, ma nessuno se ne accorge mai, e lui mi aiuterebbe. O s’innamorerebbe di te. Accetto il rischio.
Sullo schermo del telefono ogni tanto appaiono messaggi, non da te. Che faccio? Ti scrivo ancora? Dai. L’ultima volta.
Mi hai lasciato un buco. Un buco nell’orgoglio e nella mente. Un buco nella mia autostima. Devo sapere perché.
Mi hai bloccato.
Come un pop up fastidioso.
Allora, oggi, funziona così. A volte si ascolta, spesso, si scrolla.
Perché oggi si legge poco? Sapevate che, alla fine del Quattrocento, Venezia era il il centro culturale del mondo? Contava circa 150 tipografie, mentre Parigi appena 40. Un terzo dei libri che circolavano in Europa nasceva lì. Tantissimi libri.
È in questa Venezia che nel 1490 arriva Aldo Manuzio e non si limita a fare l’editore, di fatto inventa l’editoria moderna. Fonda le Edizioni Aldine. Ha quarant’anni, viene dal Lazio, conosce profondamente il greco e il latino e ha un’idea molto semplice e molto ambiziosa: stampare i classici, non per pochi eruditi, ma per chiunque avesse voglia di leggerli.
Ma la vera rivoluzione è nel modo in cui li pensa. Il libro come compagno quotidiano, non come oggetto sacro da consultare con timore. É così che inventa i LETTORI.
Fino a quel momento i libri erano oggetti grandi, pesanti, costosi, destinati a biblioteche, monasteri, studiosi. Manuzio li ribalta. Cambia il formato, cambia i caratteri, mette ordine nella punteggiatura.
Nel 1501 pubblica un Virgilio che passa alla storia non per il contenuto, ma per la forma. È il primo libro tascabile. Un volume che puoi tenere in mano, portare con te, leggere nel tempo libero, persino in guerra. Lo chiama Enchiridion, “ciò che sta nel palmo”. Lo ottiene piegando più volte lo stesso foglio fino a ricavarne otto pagine piccole: l’ottavino.
Per rendere quei libri ancora più accessibili, Manuzio inventa anche il Corsivo, ispirato alla scrittura a mano. Serve a rendere la lettura più fluida rispetto al carattere Gotico, e a risparmiare spazio: meno ingombro, più libertà. Ancora oggi quel carattere si chiama “italico”, in suo onore. A lui dobbiamo anche la punteggiatura moderna, quei segni minuscoli che organizzano il pensiero e rendono la lettura possibile.
Manuzio era convinto che i libri potessero cambiare il mondo. Scrisse che, “se si maneggiassero più libri che armi, ci sarebbero meno stragi e meno misfatti.” Non era un sognatore isolato: ebbe successo immediato. Nel 1502 una sua edizione di poeti latini vendette 3000 copie, un numero impressionante anche per l’editoria moderna.
Aldo Manuzio non ha solo stampato libri, ha creato le condizioni perché qualcuno li leggesse. Ha trasformato la lettura in un gesto quotidiano, personale, libero.
Non è vero che oggi si legge meno in assoluto: si leggono moltissimi testi, messaggi, post, titoli. Ma si leggediversamente.
La lettura lunga e immersiva, quella che costruisce pensiero critico e memoria, fatica a trovare spazio in un ambiente che premia l’urgenza e l’emozione immediata. In questo senso il problema non è la tecnologia in sé, ma il modello culturale che la governa.
Il cielo bruciava, letteralmente. Era scoppiato un tramonto che accecava e si liquefaceva nel mare, portando lunghe onde morbide, oleose, tranquille, fino a riva. Seduta sulla sabbia, con le braccia che cingevano le gambe, muoveva la testa lentamente da un lato all’altro di quell’enorme quadro che non aveva fine né inizio. Aveva pianto, senza rabbia. Aveva lasciato che il dolore scorresse, ed era finito negli occhi. Non era questo il piano, non avrebbe voluto, ma quell’inaspettato spettacolo aveva detonato la costante contrazione che cercava di controllare.
Aver divorziato, in fondo, non era gran cosa, non era quello che le stringeva l’anima. Il suo cuore si era accomodato, proprio così, accomodato tra le cicatrici, rifiutando di indurirsi, a differenza di altre sue amiche separate. Non sentiva quel gusto amaro, non trovava espressioni acide, quelle che si fissano come una colla, non transitano ma lasciano una scia, come una bava di lumaca infinita.
Erano arrivati insieme, lei e suo marito, alla conclusione. Strana la vita, non c’erano stati scossoni, litigate o discussioni, si era solo spenta la luce, era finita la ricarica, e quello che un tempo era passione e forza, si era banalmente trasformato in qualcosa molto simile all’amicizia. Si può continuare a stare insieme per inerzia? Ah, quanti lo fanno! Quieto vivere, la scusa dei figli, la paura di rimanere soli…
Loro due, invece, così in sintonia da affrontare la decisone comune davanti ad un aperitivo nel solito bar, avevano anche già stabilito “chi prende cosa”, se vendere la casa e alcuni mobili che entrambi non sopportavano più. Avevano anche riso, scoprendo che la maledetta poltrona, regalo della suocera, proprio non piaceva a nessuno dei due! Quante cose si scoprono quando apri del tutto la saracinesca della mente, quando non hai più il freno dell’amore. Eppure, era ancora amore, diverso, trasformato, ma sicuramente amore.
Una metamorfosi.
Non ci sarebbe stato più un NOI. Si era frantumato il nucleo, caldo e rassicurante.
Passò una coppia, seguita da un bambino con un cane. Li guardò come se stesse guardando un film già visto. Il cane le corse incontro, voleva giocare, le girava intorno e saltava. I padroni lo stavano chiamando, scusandosi. Perché?
Fuori dalla finestra si intravedono le chiome degli alberi quasi spogli. Nella stanza del commissariato sono in tre. Hanno fermato solo loro tre.
La mattinata a scuola era terminata e aveva passato l’ultima noiosissima ora con la sensazione di essere seduta sulle braci. Il tatuaggio sul braccio si stava asciugando. Aveva rubato i soldi dal portafogli di sua madre che tanto se la sarebbe vista col nuovo compagno. Al suono della campanella era scattata come un’atleta pronta a correre i cento metri ma, nel corridoio, le era toccato fare la gimkana tra molli studenti che se la prendevano comoda, tanto avevano i genitori che passavano a prenderli o l’autobus che li aspettava. Ed era finalmente fuori da quel palazzo, si stava allontanando da quei ragazzini così diversi, così distanti da lei. Lei, si sentiva grande, lei era già grande. Ma non abbastanza.
Per riuscire a far parte del gruppo giusto, per essere accettata da chi contava davvero, non bastava essere grande, dovevi essere anche forte, molto forte. E lei sapeva di esserlo. Essere vittima non era mai stata un’opzione. Corre, corre per non arrivare in ritardo, mentre l’adrenalina sale. Oggi è un giorno importante, ce la deve fare.
Nel parco, isolate tra gli alberi, l’aspettano dieci ragazze, qualcuna si è seduta, altre stanno fumando. Percorre l’ultimo pezzo camminando veloce, guai a farsi vedere insicura. Lascia orme scivolose sulle foglie bagnate, mentre si avvicina e saluta. Solo gesti simbolici, emblematici, senza parlare.
Mette a terra lo zainetto e aspetta. Cominciano a spintonarla un po’, qualcuna le da un colpo sulla schiena, sulle gambe, poi, iniziano a dare botte, tante. Come se la stessero lapidando, arrivano legnate secche, calci che la fanno piegare. Si raggomitola e cerca di proteggere la testa. Sente che sta per crollare e si abbandona. E si fermano. Si sono fermate. Hanno smesso.
Ce l’ho fatta.
Ora, manca solo l’ultima prova. Non sarà difficile. Ora, è insieme alle altre, che stanno ridendo e l’aiutano ad alzarsi. Manca solo l’ultima prova. Sente dolore ovunque ma non importa.
Decido io.
E la vede passare. Una ragazza più o meno della loro età, non la conosce. L’addita, e il gruppo si scaglia contro quella preda, come una tempesta di sabbia la travolge e la soffoca colpendola senza freni. Anche lei. Anche lei sta sferrando calci a quel pupazzo ormai inanimato.
Ma qualcuno ha visto, qualcuno ha cominciato a gridare, c’è chi sta correndo verso di loro e il gruppo si sparpaglia come un branco di piccioni spaventati da un rumore.
Fuori dalla finestra si intravedono le chiome degli alberi quasi spogli. Nella stanza del commissariato sono in tre. Hanno fermato solo loro tre. Le fa male un ginocchio e chiede del ghiaccio, ma nessuno glielo porta.
Camminando sulla ghiaia, circondata da un’aura afflitta, rarefatta, sto per salutare un mio amico. Non una persona che conoscevo, è un amico. E la percezione della tristezza cambia, lo strappo che sento nella tela della mia vita, nel drappo che ho creato fin dalla nascita tessendo la trama dei miei ricordi, lascia intravedere un taglio simile a una ferita. Filano i nostri pensieri, anche quando siamo convinti che non succeda niente, creano pattern a volte perfetti e che restano come preziosi ricami nel caos dell’ordito unico delle nostre vite. Così, come per tutti, anche il mio arazzo di vita è cosparso di momenti che testimoniano qualcosa di bello: le emozioni, le soddisfazioni, le amicizie. Philia, l’amicizia, un dono della vita che travalica l’amore inteso come eros, la passione, perché è il te stesso dall’altra parte dello specchio.
Quel qualcuno che non potevi non incontrare nella tua vita, affine e disinteressato, così in sintonia da avvertire il tuo malessere e gioire per i tuoi successi. Decisamente una mosca bianca. Niente a che vedere con la persona che ti vomita i suoi sfoghi come in un cestino dei rifiuti, lontano anni luce dalle frasi di convenienza: ”Chiama quando vuoi. Io ci sono”.
Guardandomi intorno, tra le figure immobili e vestite di scuro, annuso il profumo d’incenso e penso a quanto gli piaceva. Lui che diceva di essere epicureo, anche pensando alla morte come a qualcosa che prenderà il nostro posto, un evento ineluttabile, per poi immaginarsi come un’onda che ritorna all’oceano. Non spariremo, ci evolveremo.
Ora vorrei vedere e sentire le onde, vorrei scorgere un guizzo che gli assomiglia. Come una carezza che mi aiuti a continuare a tessere, senza cercare di riparare quello che non si può, incastonando in quel taglio un suo sorriso.
Praticamente scrivo, visto che tutti parlano. Ho cambiato spesso il mio manifesto, senza arrivare mai a dichiarazioni surreali o volutamente d’impatto. Io, che adoro il realismo onirico e quella capacità di avvinghiare il lettore al testo, quel flusso magico che rapisce, che non sfrutta termini ridondanti ma espressioni idiomatiche, utilizzando una narrazione riflessiva, visionaria e simbolica ma diretta. Diretta al cuore.
Scrivo, e quindi, leggo.
Leggo molto, da sempre. Una passione, una stanza mia in cui non può entrare nessuno perché il mio bambino interiore la riempie, ci si accomoda con le sue matite colorate e una musica bella. E capita che io legga più libri contemporaneamente, come in questo momento. A volte li scelgo per capire che tipo di letteratura ci sta definendo, spesso invece seguo solo i miei gusti. Come entrare in pasticceria e, prima, assaggiare anche quel dolcetto che non ti fa venire l’acquolina in bocca ma ti incuriosisce, sicura di aver già adocchiato i tuoi preferiti. Così, ora vago tra il debole Premio Nobel per la Letteratura 2024, Han Kang (La vegetariana), l’ennesimo superbo libro di Cees Nooteboom (Cerchi infiniti), i surreali racconti di Carver (Da dove sto chiamando), il lento Premio Strega 2021 Emanuele Trevi (La casa del mago).
Mi fissano dal divano gli ultimi, adorabili, terminati da poco, Yoshimura Keiko (108 rintocchi) e Emy Yagi (La Venere e io), mentre aspetta paziente (come il dolcetto poco appetitoso di cui sopra), Niccolò Ammaniti (La vita intima).
Sembra che stia facendo promozione… ma, veramente, leggo in contemporanea più scrittori. Mi piace cambiare sensazione di stile e ritmo, mi incuriosisce quando non condivido la percezione comune (per lo più dettata da recensioni di marketing mirato), nella ricerca di qualcosa di succulento che mi faccia sanguinare il cuore.
Consapevole che ognuno predilige un certo tipo di scrittura, userò una citazione che tutti conosciamo, modificata per l’occasione: “Tutti gli scrittori sono uguali, ma alcuni scrittori sono più uguali degli altri”. E mi perdonerà Orwell.
Sto aspettando, distesa su una barella, all’entrata del pronto soccorso, davanti alla porta scorrevole che si apre, si chiude, si apre, si chiude. Tra un’apertura e una chiusura, entrano folate di vento gelido e la coperta che mi hanno messo addosso, fino a coprirmi la faccia, è davvero brutta, sembra pesante ma non scalda. A guardarla bene, ricorda quelle delle carceri, grigia con quelle righe amaranto sbiadite. Mia figlia mi ha accompagnato e sta parlando con l’accettazione. Siamo venute in ambulanza, con codice rosso. Avrebbero dovuto portarmi già dentro l’ospedale, dovrei essere già tra le mani di un dottore ma, ormai so, dopo svariati ricoveri, che devi proprio essere a un passo dall’aldilà, per saltare la parte burocratica iniziale. Comunque non sento più la gamba destra, è quella più esposta all’aria, e mi fanno male le mani. Respiro a fatica e non ho la forza per spostare la coperta dalla faccia. Spero che mia figlia si sbrighi o penseranno che io sia un cadavere, in attesa di essere spostata all’obitorio.
Sento entrare altre barelle, ahia, questo significa che se arriva qualcuno che sta peggio di me, scenderò in graduatoria. Voci confuse, l’aria che solleva un lembo della coperta e mi scopre i piedi. Di bene in meglio. Qualcuno passa e me li copre, spostando senza grazia quella coltre ruvida. Mi sembra sia la dottoressa che è venuta a casa, la voce potente e la risata forte sono le sue. Stanno uscendo, forse a prendere qualcun altro.
Che via vai. Una stazione. E mia figlia è arrivata, mi scopre il viso. “Ma guarda se devono lasciare le persone così! Come stai mamma? Ora ti sposto io, qui non puoi stare, con un inizio di polmonite! E dov’è l’ossigeno? Questi sono matti.” E sento le sue mani, calde, che mi accarezzano il viso, sento il suo cappotto sopra di me, mentre la barella scivola, prima a fatica ma, dopo due spinte energiche, leggera, verso l’interno. Qualcuno sta parlando, stanno sgridando mia figlia. E lei risponde. Non l’ho mai sentita parlare con quel tono di voce. Sembra una leonessa che protegge la cucciolata. Com’ero io. Nessuno poteva fermarmi se minacciavano qualcuno della mia famiglia.
Ora me ne sto qui, inerme, debole. Non provo rabbia, né angoscia. Provo solo un gran freddo. Ho chiuso gli occhi mentre mi posizionano una mascherina, un infermiere sta regolando il flusso d’aria. E i polmoni sembrano aprirsi, respiro di nuovo… respiro di nuovo. “Torno subito mamma.” Mia figlia è ripartita all’attacco, so che non starà ferma ad aspettare. Mi ha messo un cuscino sotto la testa e sto decisamente più comoda.
Riesco a vedere le altre persone al triage, visi contorti nel dolore, visi con gli occhi spaventati, qualcuno si è addormentato, qualcuno se ne sta in piedi di fianco al desk dell’accettazione, un distributore di bevande ronza nell’angolo. Poi vedo arrivare un’infermiera. Ha il viso stanco, le occhiaie, la divisa stropicciata e si dirige verso i colleghi. Uno di loro sta suturando una ferita sulla fronte di un signore che avrà più o meno la mia età. “Vedrà che rimarrà bello! Le sto facendo un lavoretto perfetto!” É gentile, giovane. In effetti, sono in pochi, davvero pochi. L’infermiere più anziano è uscito dall’ufficio e sta dicendo a tutti di pazientare ancora un po’.
La porta scorrevole si apre e, all’improvviso, non riesco a vedere bene, entra un fiume di gente, un vortice di urla e spintoni. Sento che mia figlia sta spostando la barella verso il muro, oltre i sedili, lontano dal tornado di parolacce e violenza che, nel frattempo, sta pestando a calci e pugni, i due infermieri. Urla, offese, pianti e grida. Qualcuno è morto, anzi è morta. É morta una ragazza, e tutta la sua famiglia sta scaricando il dolore e la rabbia su chi ritiene sia il colpevole. Arrivano altri infermieri mentre le persone in attesa fanno fatica a muoversi, spostarsi dall’orrore.
Ed entrano i poliziotti, sono in tre, non bastano. Ma uno tira fuori la pistola. Vedo l’ombra dell’arma proiettata sul soffitto, vedo tante ombre che si contorcono, un teatrino macabro e surreale.
Arrivano anche i carabinieri e altri poliziotti.
Li hanno fermati. Hanno fermato la furia di una famiglia che, dice mia figlia, ha ridotto a pezzi tre infermieri. Li hanno pestati a sangue, hanno anche picchiato l’infermiera, le sta sanguinando il labbro.
“Come sta il ragazzo, quello giovane?” Trovo la forza di domandare a mia figlia.
“Non so mamma. É a terra, immobile.”
Il nostro Servizio sanitario ha qualche lacuna, manca il personale e non tutti sono “adatti,” non tutti sono professionalmente all’altezza di un compito così duro e delicato. Ma, a volte, schermare la propria empatia, aiuta ad arrivare a sera senza il cuore maciullato. É un impiego che richiede molto e che forse non è pagato il giusto. Non voglio generalizzare né in un senso né nell’altro, perché ognuno di noi avrà avuto esperienze più o meno positive. Di certo MAI, in nessun caso, si dovrebbero verificare situazioni come quella che ho descritto e che, purtroppo, a volte sentiamo nella cronaca.
Il mio abbraccio a chi ha scelto la professione medica, che sia infermiere o primario di reparto, augurando loro che non diventi mai solo “un lavoro”. Perché non lo é.
Finito. Ho postato l’ultimo reel. Sono le 2:53. Controllo il numero di follower, sono tantissimi. E ce n’è voluto di tempo, di lavoro, tanto lavoro. Quello che all’inizio sembrava un divertimento, ora è la mia occupazione. Un lavoro.
Dovrei coricarmi, sì, anche se non avverto la stanchezza ma gli occhi sono due spilli e bruciano.
E questo? Un commento cretino, che faccio? Rispondo. Ma no. Lascio perdere.
All’inizio rispondevo a tutti, ma ora so come manipolare gli algoritmi, so come manipolare le persone. Si impara.
OK! Chiudi l’applicazione e vai a coricarti.
Il letto non è più la mia cuccia, il letto è una propaggine del computer, del tablet. Dal telefono sul comodino la luce piano piano si spegne ma la mia mente invece continua a pensare. E il telefono vibra, una volta, poi una seconda. Alla terza lo prendo. Apro l’applicazione. Commenti nuovi. Condivisioni.
Ma come? Il numero dei follower è calato!
Mi siedo e comincio a rispondere. Poi cancello e riscrivo. Uno, due, tre, troppi che scrivono che sono falsa. Fosse stato solo uno non ci avrei fatto caso, ma sono tanti. Qualcuno ha postato un emoji incazzato.
Perché? Cosa sta succedendo?
Il mio ultimo reel non è piaciuto. Quell’emoji rosso mi sta fissando. Lo ignoro.
Ti ignoro. Domani, forse, risponderò.
Mi corico. Chiudo gli occhi e sospiro.
Devo postare alle 8:30, la fascia oraria migliore. Poi alle 13:00. E una storia alle 18:00.
L’algoritmo non perdona. Se perdi i colpi ti penalizza. Espiare – pagare. Se non sto al passo rischio di perdere collaborazioni importanti perché la mia immagine non è più, uniforme, e non produce più lo stesso risultato. Le persone lo avvertono e cominciano a dubitare. Mi risiedo e controllo. Valuto analitiche e statistiche: le interazioni sono in calo.
Perché? La mia performance è in calo, non bastano più gli hashtag mirati e gli audio trend?
Sarà un momento. Devo ignorarlo.
Riprendi il controllo.
Ed è giorno. Mia madre mi chiama per la colazione. Ma sì, mi alzo e mi sciacquo il viso. Mangiare qualcosa mi aiuterà. Seduta al tavolo, con una tazza nella mano e il telefono nell’altra, sento mia madre che si lamenta.
Perché hai sempre quel coso in mano?
Questo coso, mamma, è il mio lavoro.
Lavoro? Lavoro significa fatica! Non giocare, non perdere tempo!
Non capisce. Non può.
Quando arriva un like, è una carezza, un pezzo di puzzle che definisce il mio ego.
Deciso!
Posto un video al naturale! Così come sono, senza filtri. Confesserò che sono stanca, racconterò delle mie insicurezze. Vulnerabile. Un atto di coraggio. Questo ci vuole.
Fatto. Postato.
Riguardo la clip. Non mi piace. Ma stanno arrivando i primi commenti.
“Mi hai toccato il ❤️”
Ma ripartono le critiche.
“ Ah falsa!😎”
“Ma a chi la vuoi dare a bere? Reciti pure male”
“Vergognati 🙈, c’è chi sta male davvero”
“Ma quanto sei grassa?😱”
Come tante punture dolorose, uno sciame di commenti, tossici, crudeli. E non smettono.
Prendo il telefono. Ora rispondo con una storia. Ma i commenti continuano.
Una notifica.
“So chi sei. Smettila”
Un crampo allo stomaco. Rispondo, poi cancello.
Il messaggio è sparito. Account inesistente.
Ed è già notte. La stanza mi sembra enorme. Vado alla finestra, lampioni che illuminano zone di pericolo. C’è qualcuno là fuori.
C’è qualcuno?
Arriva una storia sul telefono. Qualcuno ha taggato il mio nome, davanti a casa mia. Una foto. Sembra casa mia. È casa mia.
Ho freddo. L’algoritmo è affamato. Fuori, un’auto rallenta davanti al mio portone.
Le fronde degli alberi, fuori dalla finestra, erano vigorose e piene di minuscoli germogli verdi e fragili che preannunciavano il Cherry Blossom. Aveva terminato di lavorare e se ne stava immobile davanti al computer spento. I colleghi erano già in movimento, si salutavano e correvano agli ascensori. Lei era una delle più anziane ma non aveva fatto carriera, non come gli altri. Troppi pensieri sempre in testa, tra un compito da svolgere e l’altro, troppa famiglia, troppo.
Si sentiva debole, non vecchia ma, matura, come un bel cedro del Libano dalla scorza spessa. Emanava profumo solo se ci si avvicinava alla buccia e lei, non aveva mai permesso a nessuno di esserle così vicino. Il marito, quello sì, suo malgrado, le si avvicinava spesso, con brutalità, mentre la suocera aveva invaso da subito e per quasi trent’anni, tutto. La casa, quel nido in cui aveva cresciuto due figli, ormai lontani, non aveva mai avuto il suo odore. Ovunque aleggiava la presenza di quell’altra donna che dominava, unica e despota.
Non se ne era accorta subito, non aveva fatto caso alla lenta erosione che l’aveva consumata negli anni, facendo disperdere la sua forza come l’acqua tra i ciottoli. Si era rifugiata nella sua anima, la sola parte che non poteva essere toccata, lasciando che gli altri si cibassero del resto, sbranandola a piccoli pezzi. Quando avvertiva che il dolore del suo spirito era più insopportabile delle botte, si chiudeva nel silenzio, attendendo che terminasse, affaccendandosi nei gesti quotidiani, sempre gli stessi, svolti in fretta, come una presenza invisibile. Per non dare fastidio.
Col tempo, osservando ciò che era rimasto di lei, corrosa, consumata, aveva preso una decisione, senza fretta.
Uscì dal palazzo e s’incamminò tra la folla verso la metropolitana. Salutò con un cenno del capo una collega in fila alla fermata dei taxi, e prosegui scendendo le scale, seguendo le migliaia di persone che correvano in tutte le direzioni, come un formicaio ordinato. Fece il solito tragitto fino alla sua fermata e si mise in fila aspettando, dietro la linea gialla. A sinistra, il buco nero della galleria, davanti a lei, i binari che l’avvisavano, con un sordo rumore lontano, dell’arrivo del suo treno. Si avvinghiò alla borsa mentre sul tabellone iniziava il conto alla rovescia: 3 minuti, due, uno. Si sentiva come un birillo tra i tanti, in attesa, immobile e silenziosa.
La metropolitana arrivò col suo fruscio morbido e lei non si mosse. Fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora. Gli altri stavano salendo sul mezzo e un annuncio delicato avvisava della partenza disperdendosi nel chime che segnalava la chiusura porte. La stazione stava svanendo, perdendo i contorni in una luce nuova. Nessuno la vide, nessuno si accorse della calma del suo sorriso mentre, passo dopo passo, svaniva dietro ad una colonna.
Da quel momento sarebbe stata una *jōhatsu, una persona “evaporata”, una persona che aveva in qualche modo ceduto. Era fuggita.
La sua mano, affondata nella tasca, stringeva un foglietto stropicciato, come un talismano, un lasciapassare, con una frase di Flaubert: “Viaggiare rende modesti, fa capire quanto il posto che occupiamo nel mondo sia piccolo.”
Era solo un soffio, pronta a viaggiare senza biglietto verso un altrove che non avrebbe avuto più obblighi né vincoli.
* Johatsu” (蒸発), che significa “evaporazione” in giapponese, si riferisce alle persone che scompaiono volontariamente per abbandonare la propria vita precedente e iniziare una nuova esistenza in anonimato. Questo fenomeno è spesso legato a fattori come la vergogna sociale, le pressioni lavorative, i problemi familiari o il desiderio di sfuggire alla società. Non è esclusivo del Giappone, ma è osservato anche in altri paesi come Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Regno Unito e Germania.
MA… evidentemente mi sono persa la fase in cui si dovevano esprimere 2 preferenze tra tutte le storie pubblicate sul sito d Luz, quindi sono stata esclusa. 😬 Era la mia prima partecipazione, un mini contest interessante che chiedeva un INCIPIT, basato su una tra le tre foto proposte da Luz. Comunque questo è stato il mio incipit, scaturito da questa immagine che avevo scelto. PS: il titolo sembra quasi una premonizione 😜
FUORI TEMPO
Il viale si distendeva davanti a lui come uno spartito dimenticato sul leggio. Il maestro avanzava piano, inghiottito da un silenzio così denso che sembrava ascoltarlo. Ogni passo era una nota che si scriveva da sola, ogni colpo del bastone un accordo sommesso, improvvisato da un’orchestra invisibile. L’aria fredda profumava di legno antico e di velluto, come la sala di un teatro vuoto dopo la standing ovation. Il bastone ticchettava sulla pietra come una bacchetta d’orchestra dimenticata sul podio dopo l’ultimo applauso. Gli alberi, nudi e contorti, si piegavano appena al suo passaggio, simili a violinisti stanchi. Camminava immerso in un tempo sospeso mentre, sotto il cappotto elegante, il cuore batteva con una cadenza curiosamente adolescente. Sposarsi. A quell’età. Con lei. La sola che lo aveva guardato non come un monumento polveroso, ma come un enigma ancora da risolvere. Lei. Appariva sempre così: improvvisa, nel mezzo dei suoi pensieri, come un tema musicale che riaffiora dopo un lungo interludio. La sua allieva insolente, con quel sorriso sghembo capace di bucare le convenzioni come un colpo di timpano in un quartetto d’archi. Era l’unica che lo guardasse senza reverenza, come se sotto i suoi anni vedesse ancora l’uomo, non il maestro.
– Mi sposerai, vecchio direttore?
Sussurrava la sua voce dentro la nebbia, mescolandosi al fruscio degli alberi. Lui rise piano. Il viale si piegò su sé stesso, le luci si abbassarono come a teatro, e nella sua testa partì un valzer leggero. Poi, di colpo, tutto si fermò: l’orchestra era in pausa. Sentiva chiaramente i battiti del suo cuore.
Il pomeriggio era sospeso, come se il sole esitasse a tramontare. L’aria sapeva di erba bagnata e pallone consumato. A bordo campo, su una panchina scrostata, c’era lui. Le gambe penzoloni, le calze un po’ troppo larghe, i piedi dentro scarpe leggere, senza tacchetti, inadatte. Lo sapeva. Ogni corsa degli altri glielo ricordava. Non gliele avevano comprate. Non ancora. Forse mai.
Seduto, con le ginocchia graffiate e le scarpe sbagliate. Non serviva che qualcuno glielo ricordasse: non erano scarpe da pallone. Non erano quelle. Ogni volta che guardava quelle degli altri, nere o colorate, robuste come armature, provava un disagio inspiegabile. Nella sua classe c’erano tre bulli che lo mettevano sempre in difficoltà. Una volta era lo zainetto troppo vecchio, una volta i capelli che non andavano bene. Oggi, lo avevano escluso dal gioco per le scarpe. Guardava gli altri correre come se la partita fosse stata un fiume e loro ci nuotassero dentro. Lui era fermo, sulla riva.
Una bambina, una di quelle che sperava non si avvicinassero mai, comparve sbucando alle sue spalle. Aveva i capelli raccolti in due trecce lucide e uno sguardo appuntito.
Perché non giochi?
Abbassò lo sguardo sulle sue scarpe come se la risposta fosse scritta sull’asfalto.
Ah. Capito.
Disse solo quello e tornò verso la rete del campo, con un saltello leggero.
Lui abbassò di nuovo lo sguardo. Le sue scarpe sembravano ancora più brutte. Gli occhi ripresero a seguire la palla, ma non la vedevano davvero.
Poi, arrivò un altro bambino, più grande. Senza dire nulla si sedette accanto a lui, lasciando uno spazio giusto: né troppo vicino, né troppo lontano. Non lo conosceva.
Silenzio. Solo la partita davanti a loro.
Chissà se le scarpe fanno davvero la differenza. Chissà se mi basterebbe metterle per entrare o se servirebbe qualcos’altro.Comunque fa più male guardare che essere guardato.Le scarpe giuste avrebbero fatto la differenza. Forse. Forse non mi avrebbero fatto giocare lo stesso, ma almeno avrei avuto le scarpe giuste.
Si girò verso l’altro bambino e gli guardò i piedi. Lui aveva le scarpe giuste. Perché non giocava?
Restava lì, in silenzio. Una presenza che non era conforto né amicizia ma che aveva incrinato il confine che lo separava dagli altri. L’essere invisibile. Sul campo la partita continuava, il campo da calcetto brillava sotto la luce stanca del pomeriggio.
Liberamente tratto da una conversazione captata durante una escursione verso l’Alta Val d’Arda.
Marrone. Esiste colore più triste? Il nero. El negro no es un color triste, affatto! Ma il marrón, no me gusta.
E pestò un rametto secco, sul sentiero che s’inerpicava tra gli alberi.
Certo, ci sono tante varianti di colore, ma el marrón realmente no me gusta.
S’immaginò il bosco verde e azzurro. No. Verde e bianco, come d’inverno, molto meglio.
A pensarci bene, il marrone, è il pantone per eccellenza nella natura.
Tronchi, variegati come *churros un po’ troppo cotti, la circondavano, più o meno possenti, più o meno impertinenti. Erano solidi, quasi tutti, davano l’impressione di essere radicati fino al centro della terra, emanando un leggero profumo di resina. I passi risuonavano sul terriccio, marrone anche lui, ma con tante sfumature quasi impercettibili. Stava per raggiungere il punto panoramico, il posto in cui avrebbe trovato sicuramente un sacco di altre persone. Infatti, dopo poco, cominciò a sentire il vociferare di altri umani, portato dall’aria fino alle sue orecchie. Non era un’eco, piuttosto il risultato di parole, accostate le une alle altre e unite in un dialogo alieno. Eccolo, il Belvedere.
Alla prima occhiata di “bel vedere” c’era poco. Macchine posteggiate a caso e muretto di schiene che oscuravano qualunque vista. E, giacconi. Tanti. Quasi tutti marroni, a parte i colori fluò dei bambini. Piccoli elfi imprigionati tra le braccia dei genitori.
Siamo monotoni.
Si avvicinò, aspettando pazientemente che terminassero di fare foto e selfie, poi, si infilò tra due coppie che fissavano lontano, in silenzio, un punto che cercò senza successo. Il cielo era coperto, e spostò lo sguardo verso il basso.
Mira el río, es marrón.
Un fiume lento e limaccioso, un lungo enorme verme che scivolava a fondo valle. Come una interminabile cicatrice in via di guarigione. Marrone.
Non può essere. Il fiume, no. Dovrebbe riflettere la luce o i colori delle foglie. Persino la montagna di fronte è verde, al massimo, ramata.
Una delle coppie si era spostata ed era stata rimpiazzata da una famigliola. La mamma, per zittire i piccoli, tirò fuori una cioccolata. Improvvisamente, come quando ascoltava le favole da bambina, il panorama cambiò e s’immaginò montagne puntellate da alberelli di zucchero, caramelle colorate che creavano ruscelli, morbide nuvole di zucchero filato azzurro e rosa, una cascata di mentine lucenti e tanti cioccolatini sparsi ovunque.
Un fiume di cioccolata, morbido e lento. Un cucchiaio enorme che affondava piano e risaliva colmo, carico di sfumature di marrone profumato e tentatore.
Ecco. In questo caso sono certa che avresti fatto una eccezione. Estoy realmente segura.
*Churros: frittelle dolci a forma di bastoncino, tipiche della Spagna: si servono con zucchero o cioccolata calda.
Autunno. Finite. Le vacanze sono finite. E osservò le prime foglie autunnali che, in strada, si erano sollevate inseguendo una moto, come i barattoli appesi dietro alle macchine dei novelli sposi. Un caffè americano sul tavolino e il telefonino alla mano, valutò che, tutto sommato, il cielo le ricordava certe mattine estive fresche, quando usciva prestissimo per godersi i rumori ovattati delle barche che cozzavano pigramente sulle boe. Ma i colori, i colori del tempo erano virati, velati come le nature morte, in una tassellazione in cui tutto sembra immobile.
Immaginò la sua vita riflessa sulla sfera di Escher. Si sentiva intrappolata, congelata.
Potrei farne un fermacarte, di quelli in plexiglass, in cui imprigionano una foto o un oggetto.
Passò, davanti a lei, una giovane mamma con il telefonino all’orecchio e una bambina in braccio. I loro sguardi si incrociarono. La bambina aveva gli occhi grandi, neri, profondi, ma immensamente malinconici. Un ricordo, uscito chissà come, la intristì senza motivo.
Scrollò il suo telefono, cercando video sulle felicità, e si fermò ad ascoltare un’intervista fatta ad un anziano signore.
Mi scusi, cos’è per lei la felicità?
L’anziano, ancora in forma per la verità, stava camminando da solo e si era fermato. Il suo sguardo gentile s’indurì. Non lo so. Sono attimi così veloci che neanche restano nella memoria. Restano solo i rimpianti. Improvvisamente, era diventato vecchio.
Si era alzato un po’ di vento e le aveva spostato i capelli sul viso, sibilando così forte da coprire il dialogo nel telefono. Non si può essere tristi da bambini e anche da vecchi. E in mezzo? Pensa, pensa! Scandagliò la memoria, cercando gli attimi di pura gioia, quei ricordi che sembrano diapositive corrose dall’oblio. Appoggiò i gomiti sul tavolino, mise le mani sulle orecchie e chiuse gli occhi. Intorno le persone entravano e uscivano dal bar, macchine e camion sfrecciavano in lontananza, la gente parlava, il vento parlava, la mente parlava. Qualcuno urtò il suo tavolino e fece cadere la tazza. Aprì gli occhi sulla pozzanghera nera, il colpevole si stava scusando ma lei non lo sentiva, guardava il luccichio.
E in un attimo, affogando in quel nero, capì che, quella bambina, quella bambina le aveva letto dentro.
Nella sala, sprofondata nel divano, avvertiva solo un po’ di acufene. Sentire il silenzio è impossibile. Aprì il libro e distese l’orecchia che aveva fatto all’angolo della pagina. Allungò le gambe sulla sedia e posizionò meglio il cuscino dietro la schiena. Aveva scritto un elenco di cose da fare ogni giorno, i buoni propositi nero su bianco, che alla fine le erano sembrati una lista della spesa, di quelle che compili e dimentichi sempre a casa. Erano le 14.00.
Lista: 5) h 14.00, leggere.
Voltò la pagina, cercando di far arrivare il più possibile la luce dalla finestra dietro le spalle, e allontanò un po’ il libro. Molto meglio. Fu allora che iniziò un rumore forte, continuo, come una trivella, no, come un meccanismo inceppato, un motore che stava cercando di accendersi.
Cos’è? Mi alzo?
E aspettò. Il rumore proveniva dal giardino di fianco alla casa, era chiaro. Forse un vicino stava armeggiando con qualche strumento. E non smetteva, anzi, stava aumentando. Era costante, penetrante.
Mi alzo? Si fermerà.
Girò la pagina e lesse tre righe, due volte. Quel sibilo ipnotizzante le stava trapanando il cervello.
E se mettessi le cuffie?
Continuò a leggere.
Potrebbe essere un’ astronave aliena, proprio qui fuori, e io me ne sto seduta. Forse sta cercando un contatto. Ora mi alzo.
E girò un’altra pagina. Il telefono l’avvisò dell’arrivo di un messaggio.
Ho voglia di mangiare qualcosa, ora mi alzo, vado a vedere da dove arriva questo rumore, e poi vado in cucina a prepararmi qualche carota.
Lista: 2) niente dolci.
Sospirò. Poggiò un piede a terra e il rumore, improvvisamente, perse volume, avvitandosi su sé stesso come una sirena che si sta spegnendo. Riposizionò gli occhiali sul naso, spostandoli bene verso gli occhi. E girò un’altra pagina. Appoggiò la testa allo schienale del divano, una gamba era rimasta a terra, e guardò il soffitto.