Riflessi azzurrognoli e lampi di luce

La frenata del treno stride come le unghie passate su una lamiera. La piccola folla si accalca, prevarica, ingombra da ogni lato, attendendo l’apertura delle porte. Come se entrassero in un’arena, si fiondano all’interno della carrozza, correndo, ignorando i vicini, giovani, anziani, bambini. Un fiume in piena di ciabatte da mare, valigie e zaini, mi travolge e mi spinge. Nessuno ascolta, tutti parlano, chiamano, qualcuno urla. Vedo un posto libero tra due passeggeri, nel corridoio, e come un’anguilla scivolo tra camicie sudaticce fino alla meta. Bagaglio, sistemato sotto. Ora posso respirare, chiudere gli occhi e aspettare che questa umanità disperata si plachi. La mia vicina di viaggio a sinistra è americana e sta fissando l’indecoroso spettacolo, ritraendo i piedi il più possibile per far passare roboanti trolley giganteschi.

  • Oh my gosh…

Due minuti, forse tre, di totale caos in cui, proprio ad altezza viso, ho schivato due volte i piedini di piccoli infagottati sulle schiene dei genitori. Uno, sorrideva. Ed è pace. Apparente. Le porte si chiudono e l’aria condizionata riprende a funzionare. L’americana ha indossato le cuffiette, l’altro passeggero alla mia destra sembra assorto, non si è mosso. Lo guardo di sfuggita, poi, lo guardo meglio. Un tuffo al cuore! É mio fratello! No. Non è lui. Ma è uguale a lui! Un sosia. Cerco di non fissarlo, faccio finta di guardare oltre, dietro di lui, e più lo guardo, più noto la somiglianza nelle espressioni, nei capelli, perfino nell’abbigliamento. Esistono sosia per ognuno di noi, in qualche parte del mondo ma, essermelo trovato di fianco, mi ha lasciato interdetta. Vorrei dirglielo, sapere cosa fa, come vive, se è sposato o ha figli. Vorrei, ma non lo faccio. Se è come mio fratello è riservato e, forse, mi guarderebbe come se fossi una molestatrice.

Una foto, gli ho scattato una foto di profilo senza che se ne accorgesse, mi servono prove. Spero che nessuno mi abbia visto. Mi guardo intorno e sono tutti intenti ad osservare i loro telefonini. C’è silenzio, solo teste chine, un girone infernale di dannati che sembrano dover espiare chissà quali colpe, restando intenti a fissare, in basso, uno schermo. Nessun contatto visivo, nessuna chiacchiera, non un fiato.

Ma siete tutti giovani! Tutti ragazzi! Che state facendo? Non la vedi quanto è carina la ragazza che hai di fronte? E tu? Non vorresti chiedere a quel ragazzo dove è andato a fare surf? Uno ha un braccio fasciato, forse è stata una medusa o si è fatto male in una partita a volleyball. Sono tutti da soli, avvolti da una membrana invisibile che li separa, li allontana. Vi siete divertiti in vacanza? Studiate? Lavorate? Che sogni avete? Mi giro a guardare “mio fratello”, ma ha appoggiato la testa di fianco e sta dormendo; l’americana scrolla il telefono. Riflessi azzurrognoli e lampi di luce si riflettono sulle pareti della carrozza, mentre parte l’ennesimo annuncio fastidioso.

Prendo il mio libro, aspetto il silenzio e, tornando col pensiero allo sciabordio delle onde, riprendo a leggere dal capitolo che avevo interrotto, tenendo in mano la porzione di madreperla raccolta al tramonto sul bagnasciuga.

Scegli la tua luce

Impulso di scrittura giornaliero
Quali strategie usi per mantenere la salute e il benessere?

Fuggire dalle tossicità è un atto di coraggio e cura di sé. Se qualcosa mi fa sentire a disagio, svuotata o fuori posto, cerco di ascoltare quell’istinto. Allontanarsi non è egoismo, ma protezione. Circondarsi di chi può farci crescere, non di chi ci consuma, perché meritiamo pace, chiarezza e relazioni che nutrono, non che prosciugano. La pace interiore vale più di mille legami forzati e liberarsi è il primo passo per rinascere.

E poi… tanta frutta e verdura, movimento, gioco, sport, risate e sogni!😜

La memoria non ha muri

Concluso. Avevano terminato con la lettura infinita, le firme e la consegna degli assegni.  Finito tutto. Venduta. Uscendo dallo studio del notaio avvertì il vuoto nello stomaco, una sorta di panico controllato che non contorceva le budella ma si dilatava, muovendosi lentamente nella pancia. L’acquirente volle offrirle da bere e, al bar, davanti a un analcolico, le chiese di passare insieme nella casa, voleva darle qualcosa, qualcosa che aveva dimenticato.

Possibile?

Il tragitto fu breve e triste, con un senso di colpa crescente, quasi avesse abbandonato un cucciolo per strada. Il portone, l’androne e l’ascensore. Osservava tutto, ogni angolo, ogni imperfezione che la salutava. La porta, la porta della casa dei suoi genitori, con ancora attaccata la targhetta con i loro nomi. Il suono delle chiavi che aprivano, un rumore così intimo, familiare. Lui entrò e accese le luci, poi andò ad aprire le finestre e le persiane, lasciando apparire le stanze vuote, sventrate.

Era stato duro decidere cosa vendere e cosa tenere, dividere con il fratello, gesti che avevano lentamente sbranato gli oggetti dei suoi genitori, soffermandosi, di tanto in tanto, a guardare gli album delle foto, divise per anni.

Gli angoli della casa erano carichi di energia, i segni sul parquet erano cicatrici nella memoria. Ogni stanza era colma di ricordi di vita, di parole non dette, di segreti che non avrebbe mai saputo.

Le tende si mossero un po’ per la corrente d’aria mentre i passi rimbombavano nel salone vuoto, senza neanche un mobile. L’acquirente lo aveva voluto completamente libero. Era rimasta solo una lampada da terra, sotto la cui luce si sedeva suo padre a leggere. Tutto il resto era stato portato via e sistemato in scatoloni accatastati.

Si diresse verso la cucina e le sembrò di vedere le ombre dei suoi genitori, di spalle, mentre, uno di fianco all’altro, preparavano le loro medicine per la sera.

  • Ecco.

Quasi spaventata, come se l’avessero svegliata di colpo, si voltò e vide un quadro tra le mani del nuovo proprietario, lo sconosciuto che stava già marcando il territorio, il suo territorio.

Era un quadro della sua mamma. Come aveva potuto dimenticarlo? Si ricordò di averlo appoggiato sul letto, quel giorno stava piovendo e suo fratello non la smetteva di parlare.

Lo prese tra le mani, lo fissò avvertendo la commozione che tracimava dagli occhi feriti da un riverbero. Chiuse e aprì gli occhi più volte cercando di mettere a fuoco. Erano là, riflesse chiaramente, le mani di sua madre, bellissime mani, con uno dei suoi anelli “matti”, enormi e meravigliosi. Chiuse gli occhi.

Ringraziò e senza guardare più niente, avvinta a quel quadro, salutò con i convenevoli di rito e chiuse la porta dietro di sé.

Ci sono case che ti lasciano solo quando sei pronto.

Dolcezza

La giornata stava per terminare quando entrò nel supermercato. Non cercava nulla di particolare, giusto un po’ di prosciutto da mettere sotto i denti.

Si aggirava tra le corsie con una leggerezza che solo i single dal cuore spezzato possono avere. Si fermò davanti al banco del salumiere, attirato dal profumo penetrante del prosciutto crudo che si mescolava con quello del formaggio stagionato.

Incredibile come certi aromi si mescolino in un’armonia spontanea.

Si fermò ad osservare la distesa di cibi pronti, le vaschette ripiene di intingoli, qualcuna dai colori poco invitanti, ma tutto era sistemato come in un dipinto, quasi in prospettiva. C’era stata sicuramente una ricerca alla base, niente era dato al caso. Distolse lo sguardo per non essere rapito da quell’ammasso di cibo e gli occhi si fermarono sul vetro del banco. E lì, su quel vetro brillante, sotto il neon del negozio, vide riflessa una ragazza. Le mani. Le sue mani.

Le dita lunghe e sottili come strumenti d’arte, e le unghie lunghe e levigate che somigliavano a conchiglie appena sbiancate dal mare. Una combinazione di grazia e forza che lo colpì, una poesia di carni delicate e vellutate. Non riusciva a staccare gli occhi dalle sue mani. Era convinto che, se avesse avuto il coraggio di guardarle abbastanza a lungo, avrebbe scoperto un intero universo tra quelle dita.

E gli apparve l’immagine di una lunga spiaggia assolata. Il sole caldo, ma non troppo, il vento che le scompigliava i capelli, quelle mani che accarezzavano le onde, le lunghe dita che sfioravano la sabbia sulla riva, mentre lui si sentiva più in forma che mai, come se i venti marini avessero magicamente aperto la sua mente. Quelle mani gli stavano carezzando l’anima.

“Mi scusi,” le chiese con una voce che suonava più come una preghiera, “ha mai pensato che, un giorno, quelle mani potrebbero raccogliere un cuore impazzito per loro?”

Lei lo guardò imbarazzata, prese il suo pacchettino e si allontanò.

Era tornato alla realtà, al freddo chiarore delle luci, in mezzo ad altre persone che non potevano lontanamente comprendere il suo viaggio immaginario in una storia d’amore completa di spiagge, onde e conchiglie. Venne scosso da un brivido, come un feticista deluso.

In fondo, quelle mani erano state solo una scusa per sognare un po’ di dolcezza, nel suo mondo.

“Dica dottò!”

Il silenzio dopo il mare (4)

Ci siamo! Questo racconto iniziato per gioco si conclude qui, almeno, sulla carta.

“Il silenzio dopo il mare”

Le profondità

Sono le h 20.00. Laura ha parcheggiato la macchina dalla parte opposta alla casa in cui vive Anna, si è accesa una sigaretta, abbassando un po’ il finestrino. C’è ancora chiaro e un po’ di persone che stanno camminando, forse verso casa o forse hanno già mangiato. La zona non è periferica, è un quartiere tranquillo, non quello che si aspettava. Nessun brutto ceffo o sbandati, non è nella perdizione, in uno di quei luoghi in cui non vanno le brave persone. Niente a che vedere con gli acquari tranquilli e perfetti delle zone centrali, somiglia più a un anfratto naturale, popolato da militi e una varietà di organismi che non hanno trovato niente di meglio.

Sta aspettando, forse è arrivata troppo tardi, del Professore nessuna traccia, sarà già salito? Il telefono vibra e s’illumina un messaggio. É di Anna.

Mi dispiace moltissimo ma devo rimandare l’appuntamento per cause personali. Mi perdoni. Le può andare bene domani?

Laura rimane a fissare lo schermo, poi guarda la casa, l’intonaco verdino, le ante marroni, alcune chiuse. Non sa cosa pensare ma, soprattutto, non sa cosa fare.

Si apre il portone. Escono il Professore e una donna. É una donna giovane, alta e sottile, con i capelli biondi a caschetto e un completo in lino bianco. Chiude la porta e s’incamminano. Che fare? Li seguo? Li seguo.

Camminano piano e parlano. Allora lui la conosceva già?

Arrivano ad un piccolo giardino, lo attraversano e si dirigono ai tavolini di un bar. Laura cammina svelta, scivola come un anguilla a pelo sabbia, li supera senza farsi notare e si siede dietro di loro, in un angolo vicino a una siepe. Le arriva il profumo fresco della ragazza e quello amaro del Professore. Li vede guardarsi negli occhi, ordinare qualcosa da bere, due gin tonic, poi silenzio. Passano alcuni clienti, un banco di sardine, si spostano disordinatamente ma in gruppo, fino a che trovano la zona adatta. Il Professore sta parlando ma Laura non riesce a sentire, il gruppo si sta sistemando. Che nervi! Ce la fate a sedervi?

  • Perché non torni a casa?

Questa domanda le arriva come un colpo di arbalete e rimane in apnea, concentrata. Fissa la ragazza, la guarda meglio. Le mani. Ha le mani grandi dalle dita lunghe. Di colpo lei scoppia in una risata e il Professore le fa eco. Hanno la stessa risata.

Lui si toglie gli occhiali e li pulisce, lei gli sta sorridendo e lo accarezza in viso. Sta piangendo, il Professore sta piangendo. Cosa gli hai detto? Ti picchierei per averlo fatto piangere!

  • Papà, non soffrire, lo sai che sto bene. Ti ho già detto che presto cambierà, molto presto. E forse, forse, allora ci ritroveremo, se vorrai.

Sua figlia! Non deve essere facile. Ma come sarà successo? Chissà cosa l’ha portata a scegliere quel tipo di vita?

  • Quando?

La mano di Anna scivola sul tavolo e avvolge quella del Professore. Restano così, stretti come le valve di una capasanta, con le venature in rilievo sulla pelle chiara. Ma l’acqua del mare non è immobile, mai, e nasconde, confonde.

  • Chiedo scusa, ciao Ferdinando. Ti ho lasciato il vestito che mi hai prestato davanti al portone di casa. Scusate eh! Ma è tuo padre? Buonasera, sono Alessandro.

Alessandro è una mora dai capelli lunghi e lucidi, con i polpacci un po’ troppo grossi. Si salutano e se ne va, ancheggiando sui tacchi.

Anna/Ferdinando e il Professore sono vicini ma lontani. Lui è un delfino, ma lei, non è una sirena.

Non ancora.

C’è tanta luce, quel riverbero che scoppia un attimo prima del tramonto e inonda tutto confondendo i colori, coprendo la superficie del mare con una lamiera morbida e danzante.

Là sotto, la vita non è come ce la immaginiamo.


Beh, grazie per aver letto “Il silenzio dopo il mare”!🧜

Il mio SalTO 2025

Per il secondo anno sono stata nel magma editoriale più importante d’Italia con i miei due romanzi… e tantissimi scrittori.

Non sono riuscita ad incontrare tutti quelli che avrei voluto, ma le giornate sono state caotiche e piene di appuntamenti. È un po’ un Luna Park,,, sicuramente una vetrina importante anche se i grandi editori la fanno da padroni, un cliché, ma questa è la realtà e chi scrive lo sa bene!

La verità sta nell’amore per la scrittura che, come tutte le forme d’arte, richiede tempo. In questo l’A.I batte tutti ma… come ho detto in un reel: “Se Michelangelo avesse avuto una fresa per il marmo, avrebbe impiegato due mesi e non tre anni per realizzare il David e, sicuramente, avremmo avuto tanti, tantissimi Michelangelo… ma nessun David.

ad maiorem 🪭

Il silenzio dopo il mare

Aveva arricciato le dita dei piedi nella sabbia del bagnasciuga mentre l’acqua fresca del mare, assonnato e dolce come una carezza, non aveva fretta, ma lei sì.

  • Buongiorno! Cosa prende?

I soliti rumori, le solite voci troppo alte. Perché urlano tutti? Il bar, il più bello della costa,  si stava riempiendo di gente in vacanza, ciabatte e capelli spettinati, borse colme e bambini già iperattivi. Come ogni giorno, scandito da gesti meccanici, preparava le colazioni, posizionava piattini e tazzine, controllava gli scontrini con discrezione e cercava un contatto che andasse al di là di un sorriso di circostanza. Aveva imparato negli anni, sapeva non superare il limite.

Il limite.

Ognuno aveva il suo e, nelle sue giornate, aveva suddiviso i clienti in 6 tipologie.

I Polpi, che ancora dovevano andare a dormire, ma biascicavano l’ordine con lo sguardo basso o velato dalla roba, acidi, ecstasy, hashish. Stropicciati fin nell’anima.

Le Ricciole, i villeggianti, eleganti fin dalle 7.00 del mattino. Gli uomini col quotidiano sotto al braccio e le donne con cagnolino al guinzaglio. Li conosceva tutti e, qualcuno, conosceva lei.

I Fritti misti, che erano entrati per sbaglio ma, ormai, già che c’erano, prendevano un caffè al banco. In genere venivano il primo giorno, prima di andare a fissare ombrellone e sdraio per la famiglia.

Gli Spiedini, i commessi dei negozi di lusso della strada principale, già stanchi, incravattati, profumati, con trecce di capelli rigide come fruste e unghie smaltate perfette.

Le Cozze, coppiette di innamorati. Esistevano dei sottolivelli. O erano visibilmente in amore, mano nella mano, occhi negli occhi, o erano già scaduti, come uno yogurt cagliato, l’incanto stava svanendo nei grumi di ricordi ancora presenti.

Le Meduse, i single, solitari e più o meno loquaci, a volte un po’ persi. Uomini e donne in un universo parallelo. Si chiedeva spesso come vivessero. Anche lei faceva parte di quell’universo e conosceva bene la sensazione di isolamento, come un tir in autostrada tra tante macchine piene di vita.

Le Sardine, famigliole perfette, papà, mamma, figli, più di uno. Passeggini spaziali e gadget di ultima generazione, le nuove tate per tacitare i bambini, seduti fuori, con un tripudio di brioches, caffè e latte, miele e nutella.

La prima ondata era finita, lasciando le cose da riordinare, pulire, sistemare, come dopo una mareggiata.

  • Allora Rica che hai fatto ieri sera?

Stefania, la sua collega, sposata, con un figlio e in attesa del secondo, cercava di sistemarla ad ogni costo. Proprio non le andava giù che a 38 anni fosse ancora single, una medusa.

L’aveva soprannominata Rica dal primo giorno di lavoro, dicendole che sembrava un ostrica, chiusa e coriacea. Qualcosa di pregiato, in fondo. Lei si chiamava Laura.

  • Sono rimasta in casa, sul terrazzo, a leggere.
  • Tesoro mio, ma se non ti dai da fare, se non esci, incontri un po’ di amici, mica cambia! I principi azzurri sono finiti!

Mi sa che hai preso l’ultimo, pensò Laura. Parlava molto con sé stessa, era giunta alla conclusione che a volte le parole erano inutili. Meglio, molto meglio ascoltare e, osservare.

Era arrivato il Professore, bella persona, d’altri tempi, come avrebbe detto sua madre. Ogni giorno entrava con passo tranquillo, al termine della mareggiata, ordinava il solito e si sedeva al suo tavolino, all’interno del bar. Fuori già si accalcava la folla diretta alle spiagge, rimbalzavano le chiacchiere nella calura che cominciava a dominare la giornata.

  • Buongiorno Laura.
  • Buongiorno Professore.

Parlavano poco, solo se sortiva un argomento di conversazione, in genere da lui. Era vedovo e molto corteggiato, a volte in maniera talmente evidente da risultare imbarazzante. Laura osservava la sua eleganza, tradita da qualche particolare dismesso, come le camicie non stirate. Eppure, invidiava la sua tranquillità, la sua sicurezza non ostentata, quella capacità di declinare inviti senza recare offesa.

Un Delfino, senza dubbio.

  • Laura vai al 3, sono arrivate delle clienti.

Anni di lavoro in quel bar e ancora non era riuscita a memorizzare i numeri dei tavolini all’aperto, un rifiuto inconscio. All’esterno, sotto al tendone a strisce bianche e verdi, tra vasi colmi di piante, erano stati collocati dieci tavolini da quattro, in ferro battuto e pietra lavica, costosissimi e pesantissimi. C’era solo un tavolo occupato, meno male.

  • Buongiorno, cosa vi posso portare?

C’erano tre giovani donne, sorridenti, dalla carnagione appena dorata che sbucava dai copricostume, avvolte da un fresco profumo di lavanda e cedro.

  • Buongiorno! Tre cappuccini, uno col cacao, e tre croissant vuoti.

L’ordinazione le venne fatta da due occhiali a specchio che le rimandarono il riverbero del sole.

  • Succo d’arancia?
  • No, grazie, anzi sì, per me.

Rientrare nel bar e passare l’ordine fu come tornare al sicuro. Tre Sirene sedute al tavolo 3. Paolo e Mattia, i camerieri, fecero a gara per andare a portare le colazioni.

Dal suo antro protetto, Laura osservava la scena già vista migliaia di volte. La battuta, le domande, i consigli. Poi, alla fine, i gelèes di frutta su un piattino con frangino, offerti alle dee, propizi per chi sa quale futura evoluzione. Il più delle volte toppavano alla grande, ma, chi può dirlo?

Laura era uscita sul retro un momento, per fumare. Il vicolo era stretto, tra le pareti delle case, con i cassonetti alla fine. Alzando lo sguardo era possibile vedere una fetta di cielo azzurro, come una larga riga. Da entrambi i lati, il vicolo sbucava su strade pedonali e si vedeva passare qualcuno, di tanto in tanto, passeggiare all’ombra dei pini marittimi.

C’erano giornate in cui soffiava un po’ di vento, passava un po’ di corrente, un sussurro lieve, ma non oggi.

Mi è rimasta una nota, tra le scapole

Chiudi gli occhi. Ascolta. Cosa vedi? Lascia perdere che hai fame! Riesci?

Non importa, va bene lo stesso. Cosa vedi? Io ho chiuso gli occhi e ti ascolto.

Io vedo la stessa stanza in cui eravamo prima, piena di gente. Mi sembra di sentire anche caldo, mentre qualcosa di fresco e amaro mi si scioglie in bocca e scivola tra i denti, sotto la lingua. Forse sono state le sigarette, troppe. Sento un profumo di gelsomino arrivare da fuori, dal balcone.

Sì, lo percepisco anch’io quel panorama che si perde fino al tramonto. Come una distesa, un blocco di mattoncini lego che spariscono sotto il cielo pesante che si sta spegnendo. Presto sarà tutto nero. Quasi solido.

Chi è? Con chi stai parlando? É bionda? Ha una voce da bionda, le braccia lunghissime e tanti bracciali che tintinnano. Vanno al ritmo della musica che viene dal salone, dove sono tutti in silenzio e stanno ascoltando qualcuno che tocca il piano.

Mi sembra di vederle le note, come tanti uccellini che svolazzano sbattendo contro le pareti e il soffitto, ma non toccano le persone. Uno, colorato, si è fermato sul piano, è immobile. Lo vedi anche tu?

La senti la musica vibrare tra le vertebre, salire e scendere come se stesse cercando una direzione? Ora si è come incastrata, proprio tra le spalle. Solo una nota, di tanto in tanto, sale fino alla testa. Di tanto in tanto accarezza gli occhi per poi scivolare di nuovo lungo la colonna vertebrale, fino ai piedi. E sparisce. Quando arriva, sparisce.

No! Non applaudite. Sì, capisco che era un personaggio famoso ma avete rotto l’incanto.

É tornata la luce dei lampadari, il tintinnio dei bracciali e quelle braccia lunghissime che arrivano ovunque. Mi è rimasta una nota tra le scapole, se ne sta lì, ferma.

Lasciami così, per un po’, lasciami ferma a sentire questo buio. Sì, tra poco riapro gli occhi. Tra poco.

Giada Verde Menta

Mi chiamo Giada e sono in un loop dei miei.

Giada, un nome prezioso, chissà per quale motivo i miei genitori avevano scelto quel nome. In fondo in quegli anni non ce ne erano molti di strani, qualche Delfina o Luce, ma il periodo delle scelte fantasiose era già passato. Forse mia madre era rimasta ancorata a sensazioni della sua giovinezza ed io ero il suo gadget, come un portachiavi, uno di quegli aggeggi che appendi alle borse. I miei genitori, classici borghesi, laureati in economia. Mia madre usciva in tailleur ma aveva sempre qualcosa di folk, che fosse un fazzoletto o il colore delle calze, me la ricordo come una strana. Mio padre invece si era intristito, aveva perso i capelli e aveva le occhiaie, puzzava sempre di fumo.

Mi ricordo interminabili giri in macchina alla ricerca di un parcheggio, con l’abitacolo pieno di fumo e io che tiravo giù il finestrino con la manovella. Erano gli anni in cui le portiere si chiudevano facendo un rumore strano, di ferraglia, e i viaggi verso il mare erano viaggi, con tanto di panini al sacco e bibite che puntualmente diventavano calde. Ma quando finalmente arrivavi, cominciavi a sentire il profumo del mare e della sabbia, la macchina diventava rovente e per aprire il cofano dovevi fare in fretta. Poi scaricavi enormi valigie, quelle senza rotelle, quelle con la cerniera e spesso una sorta di chiusura come nelle borse, con tanto di chiavetta, mai utilizzata, che rimaneva appesa alla maniglia della valigia.

Si andava in camera, ci si cambiava e poi tutti in costume, alla ricerca del bagno che era abbinato all’albergo. Io mi vergognavo e giravo con delle magliette lunghe, che arrivavano fin sotto le natiche, facendo uscire due gambe lunghe e asciutte come quelle di un fenicottero. Avevo i capelli corti, alla maschietta, guardavo le altre ragazzine, già molto più donne di me, camminare nei loro bikini colorati, sorridenti. Poi, andavo al bar, prendevo un ghiacciolo alla menta e la mia vacanza era cominciata.

Ora sono qui, al mare, e osservo mia nipote, ha tredici anni. Siamo arrivati senza neanche uno stop all’autogrill per un caffè. Ma non avevamo fretta, il viaggio è stato silenzioso, solo mio marito parlava al telefono con un socio mentre io guardavo fuori dal finestrino la lunga distesa di campi, ormai tutti uguali, e nostra nipote Elena se ne stava isolata nelle sue cuffie, a occhi chiusi.

Ora sono qui. Sul lettino sotto all’ombrellone, tra tanti ombrelloni aperti, da sola. Il vento porta i profumi delle creme solari e lascia sulla pelle una patina di salsedine mista a finissima sabbia. Mio marito è ancora in albergo, deve finire un lavoro. Elena è là, seduta sul bagnasciuga, le cuffie sulle orecchie e lo sguardo perso chissà dove. Vedo tanti ragazzi e ragazze, soli, se ne stanno sdraiati sfoggiando ogni parte del corpo possibile, sono belli, bellissimi, e soli. Giusto qualche coppia cammina veloce, con i piedi nell’acqua, schivando chi sta arrivando dall’altra parte.

Elena è tornata e si sdraia, prende il telefonino e scrolla. È come anestetizzata, ipnotizzata. Si fa un selfie, poi un altro. Vorrei parlarle, sto cercando uno spiraglio, lo cerco sempre, e lei in genere risponde e basta.

  • Elena?

Si gira e mi guarda. Aspetta.

  • Mi dici una cosa che proprio non ti piace di me?

Si siede. Forse vorrebbe parlare, forse ha paura.

  • Non ci sono risposte sbagliate Elena. È solo una domanda.

Mi guarda e so che dall’infinito elenco nella sua mente non trova niente che sia al primo posto, ma sta pensando.

Mi alzo e vado al bar. Lei rimane a fissarmi. Cammino chiudendo il pareo sulla pancia, accelero perché la sabbia è davvero rovente.

  • Avete ghiaccioli? Alla menta? Me ne da due?

Fare il niente che voglio (it/en)

Ho preso tutto.

Rapido sguardo sulla scrivania per controllare se ha spento il computer e rimesso un po’ in ordine.

Detesto lasciare le penne fuori posto, le pratiche non impilate. Pazienza per la carta che deborda dal cestino, sembra quasi un’Ikebana multicolore. Via , via, devo uscire da qui, ho mille cose da fare!

Cammina veloce, a piccoli passi nervosi, seguendo il rumore dei tacchi sul marmo lucido. Il percorso è sempre lo stesso, come binari che la portano proprio davanti agli ascensori. Arrivano altre persone, chiacchierando, ciondolando, perdendo tempo. Si sta formando una piccola folla e l’ansia sale. Guarda l’ora sul telefonino e vede un messaggio.

  • Io vado. Ti aspetto là.

L’ascensore è arrivato e, come sempre, è già quasi al limite della capienza, ma lei entra di corsa.

C’ero io prima di voi. Ma cosa fate? Ma guarda se quell’idiota doveva entrare per forza!

Le porte dell’ascensore non riescono a chiudersi.

Siamo in troppi!

Il grumo di persone si sposta all’interno, si stringe al massimo. Un cubo di Rubik che si muove senza soluzione. E l’ultimo entrato alla fine rinuncia ed esce, accompagnato da evidenti sospiri di sollievo.

Quando hai fretta, tutto rallenta.

Ed è fuori, finalmente. Un passo dietro l’altro nella hall, schivando persone, borse, zainetti e gomiti. Poi, un altro imbuto, una clessidra di corpi che scivola piano verso la luce. Sente l’aria fresca arrivarle sul viso e il caos del traffico, colonna sonora di ogni sua giornata d’ufficio. Un passo dietro l’altro, ora è diretta alla metro, in una coda disordinata che si sposta, aprendosi e chiudendosi. Lei, è là dentro, un passo dietro l’altro, seguendo il ritmo degli altri, con la testa bassa e un braccio avvinghiato alla borsa.

Inciampa.

Improvvisamente, si trova a terra, sul marciapiedi, con l’anaconda di corpi che le scivola a fianco. Si rialza piano, guardandosi le mani e massaggiandosi i palmi. É immobile e la schivano tutti. C’è un giardinetto proprio là, a destra, con delle signore sedute e dei bambini che stanno giocando. Un’ambulanza sfreccia, la sirena urla urgenza, mentre una coppia litiga in macchina, aspettando che scatti il verde.

E si alza il vento. Una folata che sposta le fronde verdi dei platani.

Lei è immobile e si sente vuota. Avverte la bellezza del vuoto.

Per un momento, si accorge che non c’è veramente nulla che deve fare.

Che meraviglia, il niente.

Arriva un altro messaggio.

Ora ti rispondo. Tra un attimo.


EMBRACING NOTHINGNESS


I’ve got everything.

A quick glance at the desk to check if the computer’s turned off and if things are somewhat tidied up.

I hate leaving pens out of place, files unstacked. Never mind the paper spilling out of the bin, it almost looks like a multicolored Ikebana. I have to get out of here, I’ve got a thousand things to do!

She walks quickly, in small, nervous steps, following the sound of her heels on the polished marble. The path is always the same, like tracks leading her straight to the elevators. Other people arrive, chatting, dawdling, wasting time. A small crowd is forming and her anxiety rises. She checks the time on her phone and sees a message.

  • I’m going. I’ll wait for you there.

The elevator arrives and, as usual, it’s already nearly full, but she rushes in.

I was here before you. What are you doing? Seriously, did that idiot really have to squeeze in?

The elevator doors won’t close.

There are too many of us!

The clump of people shifts inside, squeezing in as tightly as possible. A Rubik’s cube shifting with no solution. And the last one in finally gets out, met with obvious sighs of relief.

When you’re in a hurry, everything slows down.

And she’s out, at last. One step after another through the lobby, dodging people, bags, backpacks and elbows. Then, another bottleneck, an hourglass of bodies slowly slipping toward the light. She feels the cool air hitting her face, along with the chaos of traffic, the soundtrack of every office day. One step after another, now heading toward the metro, in a messy line that shifts, opening and closing. She’s in it, one step after another, following the rhythm of the others, head down, one arm clinging to her bag.

She trips.

Suddenly, she’s on the ground, on the sidewalk, while the anaconda of bodies slides past her. She slowly gets up, looking at her hands, rubbing her palms. She stands still, and everyone dodges her. There’s a little park just to the right, with ladies sitting and kids playing. An ambulance speeds by, siren screaming urgency, while a couple argues in a car, waiting for the light to turn green.

And the wind picks up. A gust that rustles the green branches of the plane trees.

She stands still, and she feels empty.

The beauty of emptiness.

For a moment, she realizes there’s truly nothing she has to do.

What a wonder, this nothingness.

Another message comes in.

I’ll answer you. In a moment.

Una solo è Doriforo

Ho gli occhi chiusi per far agire meglio il collirio. Sono elettrica. Sigarette, vietate. Non per la salute ma per non rischiare di bruciare qualche abito. A tre a tre, sedute davanti agli specchi per il trucco e parrucco, circondate da hair stylist e make-up artist, spazzole, phon, pennelli che sbuffano polveri leggerissime come soffi di fumo.

Ho proprio voglia di una sigaretta.

La pelle del mio viso è tirata come un palloncino pronto ad esplodere. Mi hanno messo dei cerottini per allungare la forma degli occhi. Sembro una giapponese incazzata ma, loro, i giapponesi, non lo danno mai a vedere. Nella prova vestiti hanno fatto fatica a chiudermi la cerniera.

Mi sento gonfia.

Sono tre giorni che mangio solo un pezzetto di formaggio e bevo anche poco. Questa mattina ho pesato le mie feci, come sempre: 65 gr. È il diuretico di ieri sera che non ha fatto molto effetto.

Mi sento gonfia.

“Via, via! Sbrigati!”

E mi metto in fila, coperta da una vestaglietta col logo. Siamo tutte con un vestaglietta col logo. Tutte alte uguali, ma io, sono la più gonfia. Sento le sarte davanti alla fila, stanno urlando, chiedono delle spille da balia. Come in una catena di montaggio, chi è pronta, scivola di lato e passa il controllo finale.

Lu, è là. Lo stilista, posseduto da un’energia che opprime tutto il backstage.

Ogni volta è così.

Ogni volta prendo dei calmanti, ma non troppi, se no rischio di non reggermi in piedi. E ho i piedi gelati. Tocca già a me? Qualcuno mi toglie la vestaglia, due mani mi girano e sollevano le mie braccia.

“Trucco!”

Passano della cipria, forse del talco, sotto le mie ascelle.

Ogni volta è così.

Mi infilano un cappuccio macchiato che odora di creme, serve a proteggere la pettinatura e il trucco. L’abito mi cola addosso, si uniforma al mio corpo come una seconda pelle. E ancora mani. Che stringono il tessuto, che lo lisciano, e la cerniera sale. Per un attimo sento la pelle bruciare, come se fosse stata pizzicata o graffiata da un uncino. Via il cappuccio. Mi girano intorno come api impazzite, uno mi ha colpito il ginocchio destro. È arrabbiato, si vede. Il ginocchio mi fa male ma devono ritoccarmi il trucco.

Di colpo, le voci si abbassano, i visi si allargano in sorrisi.

Lei, sta passando.

Gli occhi anelano un suo sguardo, un saluto anche solo accennato. Lei è famosa, famosissima. Lei, non è più una ragazzina, ma è una dea. Ha il suo spazio, quasi un camerino, i suoi professionisti, la sua acqua e i suoi fiori. Li chiamano carisma, quella lunga falcata che non deve chiedere permesso e quel profilo in cui si stenta a riconoscere un naso, ritoccato così tante volte da sembrare trasparente. Non sarò mai come lei.

Tocca a noi. Come ballerine di fila, una vicina all’altra, perfette e anonime.

Un braccio che si alza, un “VAI”, e sono dentro alla luce, affogo nella musica, procedo con i miei piedi freddi, in scarpe troppo grandi, senza vedere veramente nessuno. Lo sguardo fisso davanti a me, sulla schiena di chi mi precede. Il sangue pulsa piano, la testa è leggera, tanti flash e tanti passi.

Ogni volta è così.

Quando sono triste guardo il cielo

Sono sdraiata da più di mezz’ora. Forse meno. Non respiro bene, mi sento rintronata, ho la bocca secca e un saporaccio che mi fa venire conati di vomito in continuazione.

La mia macchina è là, di traverso e un po’ rialzata. Sembra tentare di scavalcare il guard-rail ma senza riuscirci, e perde ancora del liquido, forse dell’olio, anche se i vigili del fuoco la hanno inondata di schiuma. C’é tanto caos ma ora l’aria è più chiara, spostata dalle eliche di un elicottero atterrato lontano, in mezzo al campo. Mi arriva l’odore dell’erba, mischiato a quello del cherosene e del sangue. Proprio sotto la coltre di fumo si vede l’asfalto bagnato, intriso, lucido, e tanti scarponi lambiti da tute fosforescenti che sembrano senza un corpo.

Appena dopo l’impatto, che ricordo come uno spintone violento e rumoroso, devo aver perso i sensi. Non so chi mi ha estratto dalla macchina e mi ha deposto qui, sul ciglio della strada, nella corsia di emergenza. Non sono sola, ci sono altre tre persone stese a terra.

I rumori sono ovattati, non sento, vedo solo delle sagome che corrono e, al di là della cortina grigia, appare e scompare una lunga carovana di macchine, i fari accesi, ombre in piedi che guardano da questa parte.

Non riesco a girare il collo, mi devo muovere piano, dovrei girare anche il busto per guardare dall’altra parte.

In quell’inferno schizzano lapilli, piccoli fuochi d’artificio tra le luci rosse, e le figure che appaiono, per un attimo, sono maschere coperte di fuliggine, con la bocca che si apre e si chiude in un urlo.

Il cielo, il cielo è ancora là, in alto.

Arriva un po’ d’aria e si sentono, in lontananza, le sirene delle ambulanze che cercano di farsi spazio nel traffico immobile, dall’altra parte dell’autostrada.

Dovrei telefonare. Sì, devo avvisare. Ora chiedo.

Sposto lo sguardo perché hanno smesso di tagliare lamiere, non ci sono più lapilli. Dall’alone grigio sta emergendo una carcassa enorme e lunga, un pachiderma ferito e sdraiato su un fianco dipinto di viola e giallo, piegato in due, una enorme V che ha abbracciato una macchina, ma l’ha stretta troppo, davvero troppo.

C’è silenzio.

Di colpo, due mani mi prendono il viso, qualcuno mi parla, è un medico. Non sento. Mi spara una luce nelle pupille e ho un momento di terrore, come un attimo prima dello schianto. Si allontana.

Dove vai? Cosa faccio? Devo telefonare.

Passa una barella, poi un’altra, un’altra ancora. Sono corpi, feriti coperti di sangue che si mischia ai capelli e a quello che rimane di abiti bruciati, incollati alla carne carbonizzata. Ad uno manca una scarpa. Sembrano vivi, si muovono, si contorcono. Sembrano vivi.

C’è una barella grande, enorme, con un cucciolo d’uomo. Non ha più capelli, è un bambolotto bruciato a metà. Non si lamenta, guarda fisso in alto, guarda il cielo. Dentro di me sento le sue lacrime e mi sembra di affogare.

Devo telefonare.

Passa. Tutto passa.

Non so perché eri sparito, dicono che succede. Ma perché a me? Avevi smesso di rispondermi e mi hai fatto preoccupare. Bastava scriverlo, dirlo.

Ora mi scrivi di nuovo, come se nulla fosse, dopo quasi più di sei mesi.

Mi alzo dal divano, infagottata nella tuta di pile. Non ho mangiato e lo stomaco gorgoglia.

“Beh? Rispondigli, no? Qual è il problema?”

E mia madre incomincia a dispensare consigli non richiesti. Quanto vorrei avere le sue certezze, ma non ne sono in grado. Mi mangio le unghie, mi arrabbio e le urlo spesso contro. Lei mi dice che la mia rabbia è solo debolezza travestita da forza. La fisso e, mentre sta vestendosi per uscire, longilinea e splendida come sempre, me la immagino seduta, tranquilla, trangugiare uno di quei panini che esplodono maionese e foglie di rucola da tutti i lati. Si riempie la bocca di cibo e certezze, come un blocco unico, cementato al terreno, uno Stonehenge che mastica chiunque si avvicini.

Lei sa cosa fare. Lo ha sempre saputo. Io, no. Lei è un facocero che si nutre delle debolezze altrui. Delle mie. E non ingrassa.

Mi allontano dalla sua stanza, il più lontano possibile. Sento il freddo del marmo attraverso i calzettoni rosa, finché arrivo sul tappeto che mi frena. La finestra, vado alla finestra.

Rileggo il messaggio che ho ricevuto: “Ciao, come stai? Passeggiata in centro?”

Mi ha sventrato e non se ne rende conto.

Nel frattempo, sono tornata nell’ingresso e non me ne sono accorta. Mi guardo nello specchio sul cassettone e vorrei vederlo vuoto, invece, sono là, dentro quella figura corpulenta, in quella salsiccia che mi ricopre.

Mi ero affidata a te, mi riflettevo nel tuo volto e ho cambiato forma per compiacerti, ho dimenticato pezzi di me pensando che fossero superflui. Ho nascosto i miei sogni, desideri, dolori, per non sbagliare, ora mi sento un’ombra che non appartiene a nessuno. Quando sei sparito mi sono persa e ho cominciato a mangiare, tanto, cercavo un motivo, qualcosa a cui dare la colpa, qualcosa che non fossi io.

Il tuo negarsi è stato come un sasso caduto nel cuore.

Stavo cominciando a dimenticarti, stavo tentando veramente, mi sentivo un po’ meglio, anche il mio stomaco stava meglio. Ignoravo anche le continue domande di mia madre sul perché non ci vedevamo più, schivavo i suoi sguardi compassionevoli ma accusatori, quel suo indugiare sui miei fianchi. Insomma, ora cosa faccio?

Le mie dita stanno rispondendo. Ma chi vi ha dato il permesso?

“Ciao. Va bene. A che ora?”

E aspetto. Ancora.

Intanto sceglierò cosa mettermi. In camera mia, sul letto, c’è un vestito, largo e lungo. Non lo metto da tanto, mi fa sentire una balena. Di fianco, un biglietto, di mia madre.

“Metti questo. E non mangiare gelati.”

Un crampo lungo e forte, un conato di vomito che mi fa correre in bagno. Lo scroscio dell’acqua fa da sottofondo al mio respiro che soffoca i singhiozzi.

Il tempo passa.

Il telefono è rimasto sul letto. Non arrivano risposte.

Vado in cucina e apro il frigo. Afferro qualunque cosa davanti a me e la trascino in bocca, coscia di pollo, cetriolini, ah! amo i cetriolini, del formaggio e una fetta di crostata.

Non arrivano risposte.

Apro il congelatore e prendo un barattolo di gelato. Ce ne sono cinque.

Non arrivano risposte.

Mi sono macchiata la tuta col gelato, sembra un disegno, ci vedo un occhio che mi fissa.

Passa. Tutto passa.

Divinus incensum profanus

Una nebbia sottile cominciava ad avvolgere tutto in un lieve manto simile all’incenso bruciato nei turibuli. Guardava i tronchi dei grandi alberi, giganti silenziosi, che affondavano le loro radici nel terreno umido come mani dalle lunghe dita. Stava rientrando a casa, camminando lungo la strada, persa tra il buio e il silenzio.  Solo le foglie, al passaggio del vento, emettevano un suono delicato, quasi un sussurro.

Il cielo divenne opaco e denso come se il tempo stesso fosse sospeso, privo di movimento. Sentì in lontananza lo scroscio dell’acqua del fiume che scivolava su sassi levigati e la nebbia pesante cominciò a salire, lenta e avvolgente. Un abbraccio gelido da cui non era possibile sfuggire. Quel chiarore quasi irreale confondeva, facendole perdere ogni riferimento. Si fermò, allungando le braccia in cerca di un tronco, una staccionata, un appoggio qualsiasi.

Da qualche parte, più lontano, udì il verso di un animale, un lamento sommesso, un richiamo alla solitudine che si perdeva in quel buio. Eppure, in quel nulla fatto di freddo grigiore, non si sentiva sola. Ogni tanto, le sembrava di vedere delle ombre sfuggenti, figure indistinte, vaghe, quasi avessero una vita propria. Non erano spettri, né apparizioni di fantasmi.  Erano forse i ricordi di un passato che non aveva mai vissuto?  O sogni di un futuro che non aveva il coraggio di immaginare?  

Se ne stava immobile, respirando profondamente l’aria umida e fresca, nel profumo di muschio e di terra bagnata. Il suo respiro e la nebbia, un unico soffio in un’atmosfera irreale. C’era qualcosa di divino. Seguì il mormorio dell’acqua, forse il cammino non aveva davvero una meta, né un inizio. Ad un tratto la nebbia si aprì, e le sembrò di vedere un’ombra incredibilmente familiare che si dissolse subito nell’aria.  Era tutto un continuo fluire di passato e futuro e ogni passo che faceva era una danza invisibile tra ciò che era stato e ciò che doveva ancora accadere.

Le apparve la discesa, sgombra, sicura. S’incamminò verso casa.

Non scordare

Non scordare:
noi camminiamo sopra l’inferno,
guardando i fiori.

Kobayashi Issa
(1763-1828)

Agli uomini, dalle donne.

Io, lo straccio e il lago

Mi dispiace, ma passa, vedrai che passa. Fai una passeggiata, respira, abbraccia un albero.

– A Roma?

Va beh, vai in un parco…

– Ma è domenica, una folla di famiglie, coppie, cani, urla…

Perché non fai un po’ di meditazione? A casa, tranquilla, in penombra e da sola.

– No, ti prego no. Ci ho provato e continuo a pensare. È dura.

Facciamo così, ora andiamo fuori, cerchiamo un ristorantino piacevole, poi andiamo a fare una bella passeggiata vicino a un lago.

– Grazie, davvero, ma mi sento uno straccio.

Scese a prendere l’auto e partì, guidando a zig zag tra il traffico, mesto e un po’ ubriaco, della domenica sul lungotevere. I marciapiedi erano fiumi di persone, turisti di ogni nazionalità, rigorosamente divisi in gruppi monocolore, in file rumorose, che migravano verso S.Pietro. Un’anaconda che si srotolava tra i ponti e le vie, sbucando ovunque senza che si potesse immaginare dove iniziasse, chi fosse a capo di quest’esodo.

Chi avrà incominciato tutto questo oggi? Chi sarà alla testa dell’anaconda?

Le sembrava di vederla dall’alto, come un lunghissimo e flessibile copertone, imprevedibile e aggressiva, pronta a soffocare la sua preda stringendola fra le sue spire fino a soffocarla.

Girò a destra per parcheggiare in una strada secondaria, vicino alla fermata Lepanto della metro. Parchimetro, tagliando. Nonostante il sole, la giornata era insolitamente fredda e i bar erano affollati di gente che aspettava in piedi davanti ai banconi, calpestando briciole di cornetti e fazzoletti di carta non raccolti. Un’immagine triste vista da fuori, come certe stalle non perfettamente organizzate, dove i bovini si accalcano, spingendosi e ansimandosi addosso. Niente caffè.

Sono qui.

– Ma ti avevo detto di lasciar perdere…

Partì lo sblocco elettrico del portone che lentamente, molto lentamente, iniziò ad aprirsi. Stava guardando verso il lungotevere quando venne travolta da un bambino che, uscendo, le calpestò l’alluce sinistro. E arrivò subito dopo la mamma. Capello biondo vaporoso, cappottino stretto in vita da una mini cintura, simile alle fascette ferma cavo, chiamava suo figlio con una voce squillante che cozzava con la pettinatura alla Marilyn. Papà non c’è? No.

Adorava Roma, con quei “siparietti” d’incontri lampo, come scene un po’ trash di film caserecci. Ci si poteva scrivere davvero una storia dietro l’altra.

– Perché sei venuta? Mi vedi? Non sono in condizione di uscire. Non mi sono neanche vestita.

Mi offri un caffè?

Veronica, un giunco di un metro e ottanta, di madre prussiana e padre siciliano, alla soglia degli anta. Un’opera d’arte incompiuta. Uno straccio, ma di lino, tessuto a mano.

Mentre il caffè usciva con un sommesso borbottio, Veronica passava dalla sua camera alla cucina, parlando, chiedendo se faceva freddo, mostrandole la giacca che voleva indossare, per poi sparire di nuovo in bagno. Dalla finestra entrava una fetta di luce, quel lembo che era riuscito a passare tra i tetti e i palazzi di fronte, fermandosi sul muro come una meridiana brillante.

Saranno già le 11.00.

– Pronta! Ma davvero vuoi andare al lago? Quale? Albano, Bracciano… É domenica… ci sarà un traffico pazzesco. E se rimaniamo qui?

Fissò l’amica con un sorriso che non prevedeva cambi di programma.

Hai bisogno d’acqua. I giunchi necessitano d’idratazione per essere in salute, sempreverdi. Ed io, ho bisogno di specchiarmi nell’immobilità del lago, perdermi tra i riflessi del verde e del sole.

– Quiete. Abbiamo bisogno di quiete. Andiamo.

Ombra senza sole

Dovevi proprio andartene così? E adesso? Ora che i miei pensieri rimbalzano tra le pareti, ora che avverto come un senso di vertigine per il vuoto, cosa faccio? Da dove comincio?

Non si fa così.

Non è stato corretto da parte tua, in nessun modo. Anzi, avresti potuto trovare migliaia di parole, gesti, avresti dovuto.

Me lo dovevi.

Com’é potuto succedere? Mi viene da pensare ai suicidi, a quelli che decidono per un atto estremo, senza ritorno. Ecco. Hai suicidato il nostro amore. Era il nostro e io non mi sono accorta che era malato. Non si dice così anche per i suicidi? Era normale, sembrava stare bene.

Sembrava stare bene.

Ah, lo so dove mi vuoi portare! A pensare che è colpa mia, vuoi che sia la sola a provare dolore per questo lutto. Hai riempito solo una valigia, le tue camicie penzolano stirate nell’armadio. Il tuo odore é ovunque, vorrei urlare, ma non ci sei.

Ora entro nell’armadio e urlo.

Mi guardo allo specchio e non vedo più nulla, é vuoto. Ho cambiato forma così tante volte per te che ho dimenticato com’ero. Ho dimenticato pezzi di me, nascosto sogni, dolori e desideri, per non sbagliare.

Ora vedo solo un’ombra grigia.

Farò una doccia. Voglio lasciare scorrere l’acqua addosso, voglio lavare via quell’odore, voglio che questa crisalide si apra ma è impermeabile, è una fitta trama che blocca anche il respiro.

Vorrei inseguirti.

Ma non so il perché.

Perfetta nel cuore

Impulso di scrittura giornaliero
Scrivi della casa dei tuoi sogni.

Ah, la casa dei sogni! Potrei descrivere minuziosamente come me la immagino perché, nella realtà, manca sempre qualcosa. Manca il mare, manca la luce che filtra dalle tende leggere, manca una scala che scende proprio sulla sabbia, manca quell’essere isolati ma non troppo, mancano le altre case intorno che pullulano di vita. Eppure, ovunque mi trovassi, se il mio amore era con me, allora era casa. Ed era perfetta. Come due calici di cristallo, su una tovaglietta di fiandra appoggiata sugli scogli prima del tramonto.

Guardare l’abisso

Un rigagnolo d’acqua scivolava via, esattamente come un gorgo d’acqua nel lavandino. Un vortice che, anche se piccolo, portava via inesorabilmente, e quasi dolcemente, tutto. E per tutto, intendeva quella che era stata la sua vita fino a quel momento.

“Siamo spiacenti, non vorremmo fare a meno della sua figura professionale ma, la situazione contingente prevede una riorganizzazione aziendale.”

Pur essendo consapevole della crisi, pur constatando, giorno dopo giorno, un crescendo di tensione tra i colleghi che le apparivano sempre più scialbi, affranti, pallidi fino a diventare quasi evanescenti, non si era resa conto di essere a rischio, esattamente come gli altri. Ma quanta sicurezza! Quanta stupida certezza aveva maturato, semplicemente per aver lavorato in quell’azienda per oltre vent’anni. Riorganizzazione.

Fissava il suo caffè sul tavolino del bar dove andava spesso, e osservava le persone intorno, ignare del suo problema, di lei e della sua vita miseramente crollata. Poteva pensare a un fallimento o le era concesso di aggrapparsi alle colpe altrui? Da quando si era svegliata, la sua testa era una bolla grigia, come una pozza di fango bollente. Il mondo non era come lo aveva immaginato fino a quella fatidica comunicazione. La sua tracotanza ora cercava conferme che nessuno mai le avrebbe dato. Le sembrava di tremare, non riusciva a piangere, sicuramente non lì, mai lo avrebbe fatto. Il quadro della sua vita stava perdendo i contorni, liquefacendosi in un disegno astratto ma senza significato.

Passò una mamma con due bambini, diretta ad un altro tavolino. Rimase a fissare la scena, mentre arrivava il papà. E lei invece? Lei che aveva investito così tanto in sé stessa, lei che aveva creduto di far parte di qualcosa, ora si sentiva come un vecchio attrezzo, gettato via, rimpiazzato. Il quadro della sua vita, ora, era un ammasso di colori mischiati, come senape andata a male.

Il mondo va veloce, troppo. Non aveva avuto il tempo di pensare, ecco la verità. D’altra parte, pensare di cambiare dopo tutti quegli sforzi, quell’energia spesa, sarebbe stato, come minimo, un passo azzardato. Perché cambiare quando sai che, alla fine, qualcuno risolverà? Ne era certa.

Non esistono più certezze. I suoi genitori avevano cominciato e finito la loro carriera lavorativa sempre nella stessa azienda. Solo suo padre, a un certo punto, aveva inseguito una promozione ma, c’erano dei rischi, avrebbe dovuto cambiare città e quindi, alla fine, erano rimasti dov’erano. In fondo stavano bene, cosa mancava?

A cosa mi aggrappo adesso? Sono stanca. Ricominciare ora è come chiedermi di scalare l’Everest senza ossigeno. Mi manca l’aria.

Nella sua mente, il quadro della sua vita era ormai una tavola uniforme e vuota. Il rigagnolo continuava a scivolare tra le crepe dell’asfalto, veloce, diretto allo scarico, senza fare alcun rumore.