A M A R E

Impulso di scrittura giornaliero
Condividi cinque cose in cui sei bravo.

A ascoltare

M meditare

A aspettare

R rispettare

E… scrivere.

Per la quinta, diciamo che ci provo.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Assenza

Un sospiro. Ancora. E gli occhi trattengono le lacrime come una diga al limite della capienza. Lei è seduta, vicino a suo marito, ed entrambi, stanno fissando la sedia vuota, davanti a loro. Il piatto mezzo pieno di pasta in bianco, col parmigiano, il piatto preferito da suo figlio. Quello era il piatto che le aveva sempre chiesto, quello era la via per la salvezza. Ma non era stato così. Neanche oggi. Il mostro che si era impossessato di Davide lo stava portando via, e lei sentiva i conati di vomito, dal bagno, e lo sciacquone, che dichiarava: é fatta.

Assenza.

Questa parola le si era insinuata sotto-pelle, durante le sedute con lo psicologo che aveva preso in cura Davide. Ma non erano le ragazze ad essere vittime di anoressia?

An-orexis, assenza di appetito(orexis), non è solo il rifiuto di nutrirsi, è assenza di desiderio, del desiderio di vivere.

Perché Davide?

Eri così intelligente, non capisco come mai non riuscivi ad ottenere voti migliori, per non parlare delle uscite con i tuoi amici. Quante volte ti abbiamo rimproverato per aver fatto cose assurde, come guidare bendato o lanciarti, da un palazzo di tre piani, all’altro. E quella volta che tuo padre ti ha visto uscire truccato come un trans, e gli avevi risposto che era un gioco? Gioco, sti c…i, io ero rimasta inorridita. Mio figlio, MIO FIGLIO, che va a passare una serata con chissà chi, conciato in quel modo. Ti sei drogato? Sono sicura che ti sei anche drogato.

Non sai più ragionare. Lo hai mai fatto? Bisogna pensare prima di agire!

Non vedi quanto ci fai preoccupare? Pensavo fossi più forte. Hai smesso di lottare, se mai hai cominciato. Io sono stanca, tuo padre è stanco.

Davide non ha nessun sentimento di colpa. Lui nega, negava sempre. Lui, allo specchio, si vede enorme e grottesco, immeritevole di esistere. Nella sua camera, perfettamente in ordine, i libri impilati per gamma di colore e dimensione, il letto immacolato, col copriletto rigidamente infilato ai quattro lati, la scrivania sgombra, con solo quattro penne allineate davanti al computer. Non c’era posto per ninnoli o fogli, per scarpe abbandonate a terra, magliette lasciate sulla sedia. Non c’era posto.

Prese dall’armadio, lucido e perfettamente chiuso, il suo borsone per la palestra ed uscì.

Anno 2038

Il futuro. Il futuro lo stiamo già creando, è ora.

A fronte dei conflitti bellici cui stiamo assistendo e di un aumento esponenziale della violenza, della rabbia, testimoniata da quotidiani fatti di cronaca che ci vengono raccontati, vi propongo un estratto:

……………….

Pag: 175 – Venerdì, ore05,15 – System Errors

Mi ero svegliata prestissimo, avevo passato la serata a leggere i file sui System Errors…

Il Progetto, altro non era che un programma delirante di eliminazione di ogni anomalia, devianza o irregolarità umana. Un secondo, drammatico e aberrante Olocausto mondiale. Il tutto mascherato da un piano ambizioso di “ricollocamento” dei soggetti selezionati, legittimato poi aridamente con schede tecniche sugli immensi risparmi economici a fronte di possibili nuovi investimenti per il Bene Comune. 

Dopo aver terminato la lettura dei files, ero andata in bagno e avevo pianto a lungo, permettendo alle mie emozioni di tracimare tra lo scroscio continuo dell’acqua. Furono minuti lunghissimi in cui mi ritrovai a terra, aggrovigliata e rabbiosa, trattenendo a fatica la voglia di urlare. Appena uscita, cercando di ignorare la fastidiosa intrusione di Kara (il sistema di tracciamento, personale e sempre attivo), mi sedetti, presi il tablet e cominciai a scrivere la relazione.

Relazione sul Progetto SYSTEM ERRORS

(dott.ssa Donna Dini)

 “A fronte dell’analisi del Progetto S.E, che si propone un’articolata e capillare modifica artificiale dell’attuale condizione del genere umano, vorrei sottolineare i punti di debolezza emersi:

  1. La Diversità non è un valore, ma la mancanza di diversità rende deboli e omologhi. L’Omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica.
  2. Siamo uguali perché siamo diversi. Abbiamo Diversità e non Differenze, le Differenze dividono e creano disuguaglianze, la Diversità unisce ed arricchisce la collettività.
  3. Dal Progetto si evince che le disuguaglianze sono escludenti e, infatti, escludono i diversi, in nome di un principio di Uguaglianza, inteso però come Omologazione.
  4. L’Uguaglianza però non permette esclusioni arbitrarie ed è incompatibile con qualsivoglia oscurantismo o proibizionismo.
  5. Ne consegue la necessità di non sottovalutare la pericolosità della mancata comprensione del concetto di Uguaglianza che, come diritto dell’intero scibile umano, stabilisce la perdita automatica dei propri diritti se non si rispettano quelli degli altri.
  6. Come reagirà l’Umanità a un’azione di forza di tali dimensioni? Qualunque cambiamento necessita di tempo per essere metabolizzato e non ho letto nulla in merito a “Campagne di informazione a supporto del Programma”. Per come è articolato il Programma, occorre prevedere un considerevole investimento economico, per far fronte alle inevitabili reazioni emotive incontrollate, e a possibili nuovi e più frequenti attentati.”

… Volevo che l’attenzione si spostasse sulle perdite in termini economici, sulle risposte emozionali e, speravo, le possibili ribellioni in massa. ….

……………………

I.O I Observe You

Il libro narra di scenari possibili, frutto di insidiose, lente e continue “evoluzioni” della realtà. Il futuro è vicino, lo stiamo creando. Scelte sbagliate o imposte creano un futuro distopico.

“ANNO 2038, dopo la terza guerra mondiale e una serie di devastanti disastri naturali che hanno modificato la morfologia della terra, ai superstiti sopravvissuti, viene comunicato che l’emergenza è finita e si ricomincia. Il ritorno alla vita, deciso da una triade di poteri a capo dei tre nuovi continenti rimasti, Americhe, Africa ed Europa/Asia, condurrà l’Umanità ad assoggettarsi a scelte già prese che, all’inizio, verranno accolte molto favorevolmente. Ma, la comparsa di alter ego/robot, affiancati ad ogni essere umano, in tutto parificati a ciascun individuo, genererà conseguenze. I.O, un Umanoide apparentemente simile in tutto ad ogni essere umano, un sosia, personale…

Attenzione a chiamarlo progresso.”

Marcella


Il narcisismo maligno

Ciao a tutti! Ebbene sì, sono al “lavoro”.

PRESENTAZIONI LIBRO

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE. STALKING

Appuntamenti Fiere Editoriali

PORTICI DI CARTA a TORINO (12/13 Ottobre)

PIÚ LIBRI PIÚ LIBERI ROMA – La NUVOLA (4/8 Dicembre)

SALONE DEL LIBRO – TORINO (15/19 maggio 2025)

Tra una Fiera e l’altra, svariate piccole presentazioni in Circoli culturali e inviti in scuole superiori ( la vera sfida 🤓).

Ma, vi tengo d’occhio… e vi leggo. C’è chi sa strapparmi qualche risata, chi mi sorprende con la sua carica di ottimismo, chi mi cattura con racconti scritti benissimo e coinvolgenti, chi affonda nel dolore e lo grida, chi lancia sfide o idee…

Sono anche su altri Social ma questo, se usato bene, è un pozzo di creatività.

A presto. Tanto, prima o poi, scrivo un raccontino, ah se lo scrivo.😊

PS: Mmmm, OVVIAMENTE, il narcisismo maligno si riferisce allo STALKING.😈

Marcella (narcisista, un po’, ma poco) 😇

Incontrare i ricordi

Oggi, pulizia soffitta. Niente di più terrificante e eccitante allo stesso tempo. Così si era decisa, pantaloni comodi e camicia a maniche lunghe, sneakers, capelli raccolti con un elastico, prima di fasciarsi la testa, coprendoli con una cuffia di plastica, di quelle per la doccia. Passò davanti allo specchio e, visto come si era conciata, si guardò con tenerezza, sperando che nessuno venisse a trovarla proprio in quella giornata.

Pronta. Aprì la piccola porta della soffitta buia tastando poi sul muro alla ricerca del pulsante della luce. E funzionava. Fantastico, prima incognita superata. Davanti a lei, in un disordine accumulatosi negli anni, pile di scatoloni, valigie accatastate, sacchi neri dal contenuto dubbio, una piantana vecchia, rossa con arabeschi dorati, due sedie anni ’60, bianche, in formica e metallo cromato. Dietro, nell’ombra, chissà cos’altro avrebbe trovato.

Aveva preso con sé una torcia che si rivelò molto utile mentre avanzava nella polvere. Bastava spostare qualcosa e si sollevava, rivelando ragnatele che univano oggetti e scatole, o che penzolavano dal soffitto. Aveva dimenticato i guanti, e un fazzoletto per coprirsi la bocca. Ma la curiosità prese il sopravvento. Con prudenza, cercò di spostare le scatole verso il muro, aprendosi un varco, avanzando piano perché nel frattempo aveva sentito un rumore simile ad uno squittio. Ti prego, topi, NO.

La luce della torcia illuminava altri scatoloni e, proprio a destra, un baule, verde scuro, con i bordi in ottone, seminascosto da buste e pile di giornali. Spostò piano le buste di plastica, che contenevano abiti e maglie, e buttò un occhio ai giornali, evidentemente raccolti e conservati perché riportavano fatti importanti. Li sollevò cercando un posto dove appoggiarli. Altre due sedie! Identiche a quelle che aveva trovato all’entrata della soffitta. Poi le guardo meglio. L’ottone del baule era annerito e i due fermagli di chiusura sembravano bloccati. Riuscì ad aprirne uno ma, per l’altro, dovette armarsi di un cacciavite trovato appeso al muro. Il coperchio non era pesante e, appena sollevato, un forte odore di naftalina le pizzicò le narici. All’interno, scatole ordinate, qualcuna avvolta in carta velina, altre chiuse da un nastro di raso, qualcuna piccola, in pelle rossa o blu, altre, tipiche scatole da scarpe, impilate ai lati.

Prese una sedia e si avvicinò, cercando un appoggio per la torcia. Aprì una scatola bianca con un disegno rosa molto delicato e, tra la velina, apparve un velo da sposa, in pizzo, ingiallito, che terminava con un pettinino in osso chiaro. Era morbido e setoso, sembrava fatto a mano. Sicuramente quello della nonna. Tutto quello che trovò in quel baule, doveva essere appartenuto alla nonna. Un vestito da sposa, minuscolo, semplice, cucito a mano, un nécessaire in cui erano rimaste delle forbicine dorate e un portacipria con ancora il piumino, piatto e ingrigito, delle lenzuola matrimoniali in cotone, ricamate forse dalla bisnonna, dei cappellini in feltro, una custodia in broccato che conteneva un binocolo in ottone, da teatro, due specchietti in peltro lavorato, una sveglia déco, in ottone e bachelite nera. Apriva le scatole come una bambina a Natale apre i regali. Fino ad una scatola da scarpe. All’interno, raccolte da un nastro rosa, tante lettere, lettere d’amore, lettere del nonno. Forse parlavano della guerra, forse le aveva scritto dal fronte e poi, una volta rientrato, da dove si stava nascondendo, aspettando di rincontrarla. C’erano anche telegrammi, di quelli che si vedono solo nei film. Un tesoro. Qualcosa da leggere con amore, un pezzo di vita dei suoi nonni che ripose nella scatola, con cautela. C’erano altre scatole da aprire, e lo fece cercando altre lettere o un diario. Ma trovò un paio di orecchini, quelli che aveva visto indosso a sua nonna, dono della bisnonna, in oro e acquamarina. Li aveva cercati per tanto tempo, pensava che fossero andati perduti. Quel baule era pieno di vita, di storie. Prese le lettere, chiuse il coperchio e, con la torcia, si diresse verso la porta, scavalcando ciarpame e libri impolverati.

Per oggi, va bene così. Questa sera, sarò con i nonni.

Perché non mi hai amato?

Appena scesa dal treno, aveva cominciato a camminare velocemente, come se fosse in ritardo, schivando altri passeggeri che le ingombravano il passaggio. Riemersa dall’ennesima scala e diretta verso l’uscita invece rallentò, con la luce che, dall’alto finestrone della facciata della stazione, le inondava il viso, ferendole gli occhi. Abbassò lo sguardo sul pavimento in marmo corroso da tanti piedi diretti chissà dove, continuando a camminare assorta. La mente cominciò a vacillare e insinuare dubbi e domande. Aveva fatto bene ad imbarcarsi in quella ricerca? Nei giorni precedenti si era immaginata quell’incontro tante volte e, tutte, in maniera diversa, ma accomunate da una fortissima emozione. Sarebbe stato così? Quello che stava provando non era ansia ma, paura.

Quando, tempo addietro, si era decisa a ricercare i suoi genitori biologici, ne aveva parlato con la mamma. Una sera, senza il papà, perché aveva pensato che fosse più giusto parlarne prima con lei. Ecco perché continuava a vedere lo sguardo di sua madre, che la fissava mentre cercava di trovare le parole più adatte, mentre farfugliava nel tentativo di comunicare qualcosa di doloroso. Sapeva che sarebbe stato in qualche modo doloroso. E quello sguardo, invece, era stato un urlo silenzioso di infinito amore, accompagnato da un abbraccio finale, come quelli che le dava da bambina. Devi farlo se ne hai bisogno. Tutto qui.

Sua madre quella mattina, l’aveva salutata come sempre, ma c’era anche suo padre e, questo particolare, le aveva dato la sensazione di un addio. Non volava ferirli, non avrebbe mai voluto, ma forse lo aveva fatto, ormai, l’aveva fatto.

Dopo lunghe ricerche era riuscita a trovare un numero di telefono, quello del figlio. Sua madre biologica aveva avuto un figlio, forse più di uno. La telefonata successiva, alla donna che non l’aveva voluta, che l’aveva lasciata sola, fu abbastanza difficile, tra silenzi e dammi del tu, fino alla decisione di incontrarsi, su proposta di quella donna.

Guardò l’orologio e si accodò alla fila dei taxi. Quando hai fretta il tempo sfugge e corri il rischio di arrivare troppo presto o troppo tardi. Puntuale. Avrebbe solo voluto essere puntuale, al massimo, un po’ in anticipo. Chissà come sarà? Mi assomiglierà? Sarà contenta o in imbarazzo?

Eccolo il bar, elegante, in centro. Scese quasi in trance, come se all’appuntamento fosse andato il suo avatar. Scrutò tra i tavoli in cerca di una signora da sola e la vide. Esile, giovane e dal viso dolce. Aveva il suo stesso neo sulla guancia.

Salve. Sono Beatrice.

La signora la guardò perplessa chiedendole chi fosse. Non era lei. Si scusò e allontanandosi cercò ancora con lo sguardo senza successo. Decise di accomodarsi e aspettare.

Aspettò. Invano.

Un messaggio. < Scusami, ci ho ripensato. Mi dispiace ma non posso rimediare in alcun modo. Ho una famiglia che non sa e che non voglio far soffrire. So che capirai, sei un’adulta. Al telefono sembravi serena. Ti prego di lasciare le cose come stanno e ti auguro il meglio, visto che io non ne sono stata in grado.>

Un saporaccio, quasi ferroso, le riempì le mucose della lingua, la salivazione sembrava azzerata e il respiro si fece affannoso. Mamma, dove sei mamma? Pensando a quegli occhi senza fondo che l’aspettavano a casa, pagò il suo caffè e si avviò verso i taxi.

– 3

Mancano 3 giorni alla presentazione del mio romanzo a Castell’arquato (PC), paesino medievale dove vivo al momento. Ho voluto farne una anche qui, per la piccola comunità, fuori dal caos delle Fiere del libro (cui parteciperò per ovvi motivi). L’atmosfera è rilassata ma sto cercando di creare un piccolo evento divertente(nonostante il tema del libro 😜), niente bla bla bla soporiferi. Vi sto scrivendo perché volevo invitare chi fosse in zona e avesse piacere di fare una gita fuoriporta, tra l’altro in questo weekend ci sarà la Fiera delle Castagne, che adoro. E, per invogliarvi, voglio postare un estratto da una delle cinque poesie che, Marcello Comitini, mi ha permesso di inserire nel mio romanzo _ Ti scrivo perché non so amare. Stalking_

Perché l’Amore, non è mai violenza.

NELLE LORO MANI

Con lampi di letizia e crudeltà

prendono vita in sembianze simili alle nostre.

Ci minacciano, ci sorridono, ci spogliano

ci elargiscono doni, ci colpiscono con la frusta

sul cuore dolente

sulle palpebre lacrimose

sulle spalle sino alle costole.

Ci crocifiggono

sulla cima del sublime amore.

PRESENTAZIONE ROMANZO

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE

di Marcella Donagemma

Galleria d’Arte GIOELE CHI? Castell’Arquato, Piacenza, Sabato 5 ottobre, ore 17.00

Ciao!


Il cuore lo vuole

Seduta in macchina, al semaforo, mentre la pioggia batteva nervosa sul parabrezza, stava pensando. Voleva fumare ma, sia per la pioggia che sarebbe entrata dal finestrino aperto appena un po’, sia per l’umidità, aspettava di arrivare. E scattò il verde, via libera, almeno da quell’incrocio. Stava pensando alla sua vita, a quello che le rimaneva. Macerie.

Messaggi sul telefono di suo marito. Messaggi inequivocabili. Da una donna, giovane, molto giovane. Poi la discussione, seguita alle domande, alle sue richieste di spiegazione.

Ma davvero avevo bisogno di una spiegazione? Mentire, in questi casi, è quasi un atto dovuto. Perché è stato onesto? Perché mi ha detto che si vede con un’altra?

Sarebbe stata pronta a vedere le cose in un altro modo, non era stata petulante o ingombrante. Come comportarsi, cosa fare? Istinto, come gli animali?

Non mi ricordo cosa mi aveva chiesto. Stavamo attraversando una crisi e mi aveva raccomandato qualcosa. Gli avevo regalato un orologio perché il tempo passato insieme è prezioso. Ma non lo aveva capito.

Altro semaforo. Controlla il telefono, niente. Non sa se piangere, lui se ne sta andando via, Il cuore vuole ciò che vuole. Il suo cuore. É bizzarro pensare che il cuore sia preparato a questo, può esserlo la mente, ma il cuore, ah il cuore vuole ciò che vuole.

Dov’ero? Dove sono stata mentre andavi via? Mentre ti preparavi come un ragazzino, elegante e profumato, come quando ti ho conosciuto? Non mi sono accorta di essermi persa, che ti stavo perdendo, che non esisteva più un “noi”. Sono una cattiva persona?

Frena di colpo, un pedone la fissa spaventato, prima di inveire. Non le importa degli altri. Arriva un messaggio: <Ho lasciato le tue chiavi al portiere. Ci aggiorniamo.>

La solitudine ti fa appassire e indurisce la corazza. Cambiò strada, diretta al mare, aveva bisogno di respirare e, forse, urlare sulla spiaggia deserta, verso le onde. O semplicemente fermarsi a guardare il cielo, la sabbia, i detriti rigettati sulla battigia, senza una ragione. Il cuore lo vuole.

Tornerai, tornate sempre. Forse, no.

Stalking e Amore. Il mio nuovo romanzo

Ecco, giusto un assaggio. Una sbirciatina tra le pagine del mio ultimo romanzo < TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE/STALKING >. Come guardare dal buco della serratura…


pag:22

Il mio pezzo è passato! Uscirà domani, pagina Cultura, con acronimo. Dai che va bene. Intanto continuo a correggere gli articoli degli altri e, continuo a pensare che, in fondo, non è che siano poi così interessanti. È vero, io esagero col dare sempre un taglio personale, cercando di renderli, a mio parere, meno banali, ma si tratta di stile. Il mio, stile.

Ci metto poco a correggere, ormai conosco i punti deboli di tutti quelli che collaborano con la Redazione, li riconoscerei anche senza leggere i nomi. A parte due, che sembrano fotocopie e credo lavorino insieme. Comunque, non c’è verso, continuano a fare gli stessi errori, evidentemente non rileggono la mia stesura, non sono interessati. Basta essere pubblicati.

Nelle mail continuano ad arrivare spam e messaggi da Anonymousmail, questa volta hanno oggetti diversi: È per te; Una poesia; Ti penso.

Dovrò chiamare un tecnico per vedere se riesce a bloccarle.

Bene, ora devo proprio andare a controllare se il mio post di ieri continua a ricevere commenti. I bagni sono deserti, manca ancora un po’ alla fatidica pausa caffè. C’è silenzio, freddino. Mi specchio e ho il viso rilassato, il sesso, anche se fatto male, aiuta. Chiudo la porta dell’ultimo bagno, quello vicino alla finestra semi- aperta.

Apro il mio profilo e ci sono 186 commenti al mio ultimo post, cinquanta in più rispetto a stamattina. Scrollo e leggo, metto cuori e like.

La foto che avevo fatto era venuta bene, slip su scarpe rigorosamente in fila, col riflesso della luna sulla parete. #Inizio o fine?

R: nottataccia eh?

Ancora questo? Lascio correre. Non ho tempo per occuparmi di te. Devo pensare a un seguito.

R: ti ho pensato.

E fai male. Allora, insistere sul sesso potrebbe andare bene, se non diventa una calamita per pervertiti.  Posterò una poesia, almeno una parte. Devo decidere quale. “L’amore quando si rivela” di Pessoa?

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.
#Agli uomini dagli occhi innamorati

E ci vuole una foto. Questa della mia mano sulla sua schiena? Vai.

R: Perché non rispondi alle mie mail? Neanche le apri… Mi stai ferendo.

Ma chi sei? Cosa vuoi? Le tue mail? Non rispondo. Si stancherà. O Lo bloccherò.


Ovviamente, R. non si stancherà.

Questa è l’essenza dello STALKING che, lentamente, avvelena la vita della sua vittima.


Si acquista in libreria o qui o qui

e, dal 4 all’ 8 dicembre 2024, alla

Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI- La Nuvola- a Roma

(stand ECHOS EDIZIONI)

Se qualcuno di voi, in quei giorni, graviterà su Roma, sarà davvero un piacere conoscervi, di persona…😜

Marcella


Magico buio

Aveva passato la notte tra troppi caffè e un posacenere stracolmo di cicche di sigarette, un quadro deprimente, molto lontano dalle sue ambizioni. Fissava lo schermo del computer come se tra le icone, le foto e tutte le finestre aperte, alla fine, aspettasse l’apparizione del romanzo. Ci stava lavorando da mesi e, tra cambi continui di trama e personaggi, ne aveva perso il significato.

Il menabò iniziale era là, su un quaderno, tra i suoi appunti, le cancellature e le aggiunte. A forza di ritocchi era diventato un mostro, qualcosa che aveva preso vita da solo e che le stava togliendo la ragione. Ci parlava, continuamente. Rileggeva e correggeva.

Si alzò dalla sedia con le spalle indolenzite e, stirandosi il collo, se ne andò in cucina. Un altro caffè. Sarebbe stato meglio smettere. Anche di bere caffè.

Strana bevanda il caffè, pensò fissando la polvere scura, siamo proprio creativi quando vogliamo. Spostò la sedia dal tavolo aspettando di sentire il gorgoglio, aspettando.

Appoggiò le braccia sul tavolo e la testa, piano piano, chinandosi, ci si avvolse. Sentiva con la guancia il fresco del legno, le orecchie ovattate dall’abbraccio confortante, gli occhi chiusi che chiedevano riposo. Ma i pensieri continuavano senza sosta, come un severo precettore che ti riporta ai tuoi doveri. Riusciva quasi a dargli un volto, se lo immaginava impettito, nel completo rigido, col colletto della camicia inamidato e quel sorrisetto sardonico di sufficienza.

Come quando, da bambina, se a scuola sbagliavi una risposta o peggio, osavi darne una diversa permettendoti di fare una tua personale considerazione, si usava ancora mettere l’alunno dietro la lavagna, con ignominia e imbarazzo.

Forse ci si era messa da sola, dietro la lavagna, sforzandosi di creare qualcosa in un momento in cui la creatività era in letargo. Succede. Non si può creare a comando, non funziona, il risultato è sempre anonimo, insignificante.

Buio. Stava dormendo. Aveva spento il caffè? Sì, no. Non si ricordava, non importava. Buio. La mente che finalmente stava facendo un defrag, schizzando tra infiniti mondi, tramonti dai colori irreali, visi conosciuti ma in contesti mai visti. Poi, nero. Pesante, quasi solido, faticoso attraversarlo, pece che impantanava, che le pizzicava le narici.

Il caffè era uscito ed eruttava borbottando rumorosamente dalla moka, come un piccolo vulcano nervoso, spruzzando liquido scuro e spumoso. Aprì gli occhi, osservò il disastro ormai fatto e, alzandosi con calma, andò a spegnere la fiamma. Tornò a sedersi, richiuse gli occhi, cercando quel magico buio, profondo, in cui perdersi e sprofondare tra i sogni. I sogni, sono messaggi da lontano. Buio.

Girotondo, in fondo, in fondo

Di cosa vogliamo parlare? Ti sto fissando da un po’ ma mi sembra che non ti arrivi niente. Sono certa che non ti arrivi niente. Vedo le tue labbra che si muovono, sorridono, ma che starai dicendo? Mi sono scollegata. Intorno a noi un sacco di gente, coppie, persone che ho già visto e altre che non vedrò mai più. Un vociare che all’inizio mi dava fastidio, poi, è diventato un sottofondo. Almeno c’è quello.

E se mi alzassi? Se andassi via? Te ne accorgeresti o continueresti a parlare? Distolgo lo sguardo, tanto non mi sembra che cambi qualcosa. Sulle pareti del locale ci sono delle maioliche molto belle, sembrano originali, porose, adoro la tinta. Lo sapevi che il nome deriva da Maiorca? Sul bancone hanno appoggiato dei bicchieri, forse degli spritz, e in uno vedo una fetta d’arancia più piccola che sta galleggiando proprio nel mezzo. Sta ballando. Non sa che tra poco finirà tra i denti di qualcuno.

Non lo sappiamo mai quando verremo addentati da qualcuno. E poi? Cosa importa? Non puoi vivere sulla difensiva.

Ma sì, mi alzo. Torno subito.

E vado in bagno. Appena chiusa la porta del bagno delle signore, il sottofondo cambia. Ora è lo scroscio dell’acqua delle toilettes, dei rubinetti. Un via vai di donne, rossetti, occhiate allo specchio e alle altre, tutto normale. Entro in una toilette e rimango in piedi coprendomi le orecchie con le mani. Come quando ero bambina e mi nascondevo dietro alla porta della mia camera per non sentire le urla di mio padre. Aspettavo di sentire chiudersi rumorosamente il portone di casa, poi uscivo e cercavo mia madre. Era sempre nello stesso punto, vicino alla finestra, che guardava mio padre allontanarsi. E io, ritornavo in camera.

Mi sa che mi tocca tornare al tavolo. Forse, se ne sarà andato.

Dopo il giorno vien la sera,
dopo l’inverno vien la primavera;
dalle viti viene il vino,
viene il fumo dal camino;
va la mucca con il bue,
van le ochette a due a due;
e la vita in fondo in fondo
è un allegro girotondo.

Invisibile

Camminava, frantumando con le scarpe gli aghi di pino secchi e ammucchiati, come mikado sottili, fiancheggiando il muro corroso del cimitero. Arrivava sulla sua spalla sinistra l’umidità fredda, quasi che le anime volessero avvertire della loro presenza, dietro quel muro antico, come se lo stessero accompagnando. Ma la mente non smetteva di pensare, la mandibola era serrata, le mani sudate. Era nervoso, molto nervoso.

Mi vuoi lasciare? Lo so che vuoi lasciarmi.

Un pensiero e subito dopo un altro e un altro ancora. L’immagine della loro casa, lei che cucinava, lei che, come sempre, aveva sbagliato. Il sugo era uno schifo, acquoso e insipido, la pasta era uno schifo, lei era uno schifo. Ma era la sua lei. Aveva quello sguardo, dolce e remissivo.

Come si fa a perdere tutto questo? Non puoi neanche pensarlo. Sei uno schifo. Ti amo. Ti ho sempre amata.

Passa una macchina veloce e quasi lo tocca con lo specchietto. Si sente offeso. Invisibile. Cammina veloce, deve rientrare, le mani sono nervose.

Uno schiaffo, cosa sarà mai uno schiaffo? Sei tu che mi fai impazzire. Tu che mi guardi senza una ragione e lo vedo, lo vedo che mi giudichi.

Le mani pizzicano, sembra che il sangue si sia fermato nelle nocche. Le persone intorno sono nuvole, lo sono sempre state, a parte quando si esce in compagnia.

Ah, che belle serate! Bevendo, parlando. Si ride e tutti mi ascoltano. E tu finalmente, taci. A chi vuoi che interessi la tua vita? Pentole e pannolini. Ringrazia il cielo che ci sono io, che provvedo a tutto. Ma tu, la devi smettere. La devi smettere di rispondermi. CAPITO! No, non lo capisci, e insisti. E io, che posso fare? Mi fai perdere il controllo. Io che controllo sempre tutto, che sono rispettato. Mi temono sai? C’è che mi teme. C’è.

Il pesante portone si apre lentamente, troppo lentamente. L’ascensore è già al piano terra, nell’androne fresco di casa. Casa.

Sto arrivando.


foto unsplash

Mi mancherà?

Mi mancherà tutto questo?

Fissava il campo di pannocchie, un mare verde dai riflessi ocra, mosso dalla brezza nell’alba. Un sole giallo e rosso, come una caramella, dai contorni netti, piantato nel cielo, immobile, pronto ad esplodere aprendo il suo occhio al mondo.

Mi mancherà?

Le panchine della stazione erano piene di persone, valigie, zaini e cagnolini ansimanti, ma non faceva ancora caldo. L’altoparlante gracchiava di transiti veloci, era un continuo spostarsi da una parte all’altra, prima di risolvere rifugiandosi nelle scale del sottopassaggio. Troppa polvere e rumore, stava rovinando tutto.

Il bagaglio era piccolo e pesante, l’appendice della sua vita. C’era stato tutto. Avrebbe voluto partire leggera, ma mancava sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che le sarebbe potuto servire, qualcosa che si era dimenticata. C’era stato tutto.

Basta essere pragmatici, ogni cosa al suo posto, ma guai a spostarla, il gioco non sarebbe riuscito. Come un castello di carte, se sbagli, crolla tutto.

C’era lo spazio per i rimpianti, quello dei ricordi, le buste trasparenti dei dolori, tanti sacchetti di gioia che però non riusciva a riconoscere. Aveva messo qualcosa negli scomparti a cerniera laterali, cos’era? Ah, le delusioni e le amarezze, da una parte, e le illusioni dall’altra. I sogni? Si era dimenticata i sogni? Non poteva riaprire e controllare.

Pensa, pensa. Li avevi messi tutti in fila sul letto. Non è possibile. Certo che li ho presi. Li avrò messi nel mezzo, sono così fragili. Che altro?

Ormai il cielo era chiaro e lattiginoso, aveva ingoiato la luce del sole, appiattendo tutto. Le balle di fieno sembravano grigie, i campi sembravano grigi, tagliati da una striscia verde brillante, come una ferita aperta.

Musica in sottofondo, vociare, un altro giorno pronto a scivolare via, come un rigagnolo tra sassi e sterpaglie.

Il suo treno era arrivato, non se ne era quasi accorta. Salì per ultima, aspettò che le porte si chiudessero e, mentre si stava muovendo, rimase a fissare il suo bagaglio, rimasto sulla banchina.

Non sarebbe tornata più.

La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


Foto da unsplash

IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

L’ultima raccolta di poesie di Marcello Comitini è finalmente disponibile!

Ho avuto l’onore di scrivere la prefazione a questa opera e ve la propongo per raccontarvi un po’ di questo viaggio tra le parole, in cui mi sono volutamente persa, senza giudizi, solo aprendo l’anima, tra i versi incastonati in questa cornice di carta stampata”.

IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

Prefazione

Una raccolta assetata, pura e crudele, in cui lo spirito invoca un respiro, conscio della vastità dello smarrimento. (“Fiumi femmina”). Come la linfa che scorre dalle radici alle foglie, le parole suscitano emozioni palpitanti, tra ragione e sentimento. A volte, indifferenza e gelo, a volte, passione, “colma di dolce polpa maturata nella nicchia del cuore” (“Parole”).

Anche l’amore stordisce, rincorso, negato, sognato o rimpianto, quando “dalle bocche assetate, ti amo e addio, è il grido che alzano.” (“Lo stormo”). È una poesia che “scava un buco oscuro nella coscienza, non vuol riconoscere il passato, non crede nel futuro, non cade negli inganni del presente.” (“La poesia”)

Il tempo non è scandito, ma scivola come un fiume grigio, incapace di riflettere lo spazio celeste, mentre “sentiamo che in noi perdura la sostanza delle stelle” e “siamo come il vento, aria nell’aria.” I colori delle parole, il bianco che abbaglia dal “tulle delle nuvole”, la terra nutrita dalle ultime rosse gocce di sangue, il verde delle valli imputridite dai frutti caduti e marcescenti, le mani lucide e nere, come le piume di un cigno che orgoglioso scivola su acque tranquille. La Terra appare gioiosa, blu, verde, celeste, nonostante i singhiozzi per tanta bellezza. Questa è immortalità? La natura divina del vuoto. (“Lascio fare”)

“Gli artigli degli umani” incapaci di proteggere tanta bellezza, ignorando il destino comune, tramutano le parole in pietre, inesprimibili grida, tra presunzione e ignoranza.

Manca sempre qualcosa alla felicità umana, dai sogni infranti, alle lacrime che grondano dalle nuvole, mentre è impegnata a correre, dimenticandosi delle proprie radici, della storia e dei gesti antichi di chi non c’è più, piangendo, bestemmiando, negando l’esistenza. (“Simulacro divino”)

“È breve e freddo il filo che ci lega” (“Effimera”)

“La luna apparirà col suo calice di ghiaccio, per celebrare la cecità del loro essere” (“Colline”)

Sono liriche che sanno cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, sempre connessa al substrato della coscienza, spaziando tra malinconia e nostalgia. La ricchezza sentimentale si evince nella poetica che sorprende col suo carico di significati. Una vena poetica che a volte si ritrae sobriamente, a volte stupisce con immagini evocative, scruta e non giudica, suscita un’incredibile curiosità. Ci si perde in versi dallo spessore rilevante, ricordi che sono attimi indefinibili, intensi e a volte strazianti.

In “Scrivere lentamente”, si prende gioco della caducità umana, invitando ad una lettura istintiva e scevra da preconcetti. La ricerca di una impossibile “lealtà della vita”, nella umana convinzione di essere eterni Dei. “L’amore che spinge a credere di essere vivi è andato perduto.”

Anche quando, in alcune poesie, come nella “Voce della terra” e “Primavera eterna”, si affrontano temi sociali, anche quando lo scrivere di guerre, di ingiustizie ed omicidi, di menzogne politiche, di povertà della terra, tutto “fa da specchio opaco all’incoscienza umana svuotata, superficiale, le cui grida di orrore, davanti alla TV, “galleggiano intrappolate da uno schermo”.

Nella ricerca della ragione dell’esistenza, le risa diventano tragiche in “Chat GPT”, i coltelli sono privi di lame. La passione non ha ragione d’esistere se cervelli digitali, come infinite maschere, offrono risposte a tutti i perché.

Come sopravvivere? Non alla morte, che accompagna, muta amica sconosciuta, ma ai sogni, ai ricordi che bruciano? Odio, integrità, speranza, illusioni, amore, lacrime, solitudine, un urlo si leva dai versi che anelano l’impossibile: l’ascolto, unica via alla libertà.

Alla fine, nello scrutare doloroso sulle debolezze umane, c’è la continua ricerca dell’amore, quello universale “unico e misterioso”, illuminato dallo “sguardo della luna, sui volti lavati dalle mani bagnate di pianto”.

Marcella Donagemma

Il poeta Marcello Comitini

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Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Inizia il conto alla rovescia

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa pensi che migliori con l’età?

Ti accorgi di crescere (invecchiare non ci piace) quando cominci a fare il conto alla rovescia. Certo che si guarda a tutto quello che si è fatto ma anche a tutto quello che ancora si vorrebbe fare, o peggio, rifare, con l’esperienza acquisita. Ma non sarebbe più la stessa cosa. Forse questa consapevolezza del lasciar andare, il guardarsi volendosi bene, perdonandosi gli errori, forse quando si libera per sempre il bambino interiore, lasciandolo. Allora non si pensa più a quanto tempo rimane ma a cosa farne. E s’impara a sorridere più spesso, anche di se stessi.

Collaborazione artistica? SI PUÓ FARE!

Allora si può! < Si può fare!!! > Con questa battuta nel mitico film Frankenstein Junior, Gene Wilder, annunciava temerario e orgogliosamente pazzo, il successo dei suoi esperimenti.

Bene, oggi confermo. Si può collaborare tra artisti, si può ancora avere fiducia nella possibilità di condividere esperienze e lavori. Anche su un Social. É cosa rara, e qualcuno mi ha detto: “Fatti i fatti tuoi e campi cent’anni!” , sicuramente ha ragione. Ma, che senso ha? Rischi di rimanere deluso? Certo. Ma quando invece succede…

Che un maestro come Comitini, che ringrazio ancora, offra la possibilità di apparire in uno dei suoi lavori, denota non solo sicurezza in se stessi ma anche empatia e curiosità. Doti rare e preziose.

E, per chi ancora non si è avvicinato alla prosa di Marcello Comitini…

Il cielo è una bocca innamorata della terra


Foto da web

Buchi nell’animo

Ennesimo litigio. Apre le ante dell’armadio e sistema nervosamente le camicie appena stirate.

La colpa è mia, sempre mia. Ma è davvero mia? In fondo si litiga in due. Eppure quella sensazione di disagio che sto provando, me lo conferma. Non è successo niente di drammatico.

Sposta gli appendiabiti, apre un cassetto. Sbaglia cassetto e lo richiude. Si gira a fissare le pile di indumenti da sistemare e si siede sul letto, crolla con le mani sulle gambe.

Lui è uscito con gli amici e si è scordato che doveva accompagnarmi al vivaio. Ti pare che non sia drammatico? Siamo una coppia. Ma ti puoi scordare sempre, va beh, non sempre, diciamo spesso, dei miei bisogni?

Guarda i mucchi di vestiti alla sua destra, il suo è decisamente più piccolo. Odia quella montagnola di roba, appena stirata, che troneggia sicura come un picco montuoso, la odia.

Non dico che debba sempre essere perfetto ma, almeno farmi sentire importante ogni tanto, che so, qualche attenzione, chiedo troppo?

Sente aprirsi la porta di casa, sono arrivati i gemelli, tornano dalla partita a calcetto. E l’aria improvvisamente si riempie, può sentire distintamente il leggero afrore di tute sudate, e l’odore dei suoi figli, così diversi anche se identici.

Stanno andando in cucina, sanno che troveranno già pronta, nel forno, la pasta speciale della mamma. Rumori di piatti, posate, il frigo che si apre e si chiude, le sedie che si spostano. Poi, silenzio. Stanno mangiando.

Finisce di sistemare in fretta, senza pensare, deve andare in cucina. Chiude l’armadio e nota che gli specchi delle ante sono da pulire. La sua immagine è riflessa ma vede solo le impronte, la polvere.

Lo farò, più tardi.

Esce dalla stanza, qualche passo nel breve corridoio e la luce della cucina che la abbaglia. Le voci dei suoi figli sono alte, le sembra che ogni rumore sia amplificato.

< Com’è andata? Divertiti? La pasta era buona?>

Ma sono già in piedi, stanno per andare a fare una doccia, lasciandosi dietro un “tutto bene mà“. I piatti sono rimasti sul tavolo, insieme alla teglia, ai bicchieri, la bottiglia d’acqua e i tovaglioli.

L’aria è tornata normale, immobile. L’amore può essere mancanza d’amore, una pena? La sua amica saggia le aveva detto che la sofferenza va attraversata, non puoi saltarla. Il dolore è necessario e va processato. Accettare le frustrazioni.

Pila di abiti, cucina sporca, specchio da pulire, bagno che tra poco sarà un disastro, vasi tristemente vuoti alla finestra. Fuori sembra una bella giornata.

Torna in camera, si cambia, si pettina e si trucca un pò. Borsa, chiavi di casa e telefonino. Qualche passo nel breve corridoio, apre la porta di casa e sente il rumore della chiusura dietro di sé.

Non potete riempire tutti i buchi che ho nell’animo. In qualcuno, metterò dei fiori.


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