
Una zucchina verde e un po’ emaciata, l’unica cosa viva rimasta.
Da dove comincio? Fissava la stanza stranamente vuota dalla presenza di chi aveva vissuto una vita tra quelle mura. Sul tavolo erano state disposte tutte le ceramiche e le porcellane, dal vasellame ai piccoli oggetti, puliti ordinati e catalogati. Nella cucina di fianco, sopra la lavatrice troneggiava una caraffa enorme, dipinta a mano con tralci d’uva. L’avevano messa su un vecchio tagliere di legno e si erano dimenticati quella zucchina verde e un calice vuoto. Sembrava un quadro che parlava di normalità, convivialità, profumi.
Andò ad aprire la porta che dava sul piccolo giardino sul retro, era presto e faceva freddo, ma non quanto all’interno della casa. Le siepi erano addormentate, i vasi svuotati, le sedie intorno al tavolo in pietra lavica brillavano con un sottile strato di brina. C’erano dei corvi sui rami ormai spogli del caco, uno scheletro nero, privo dei suoi pesanti frutti. L’energia era svanita? Tutto sembrava in attesa. Di cosa, in fondo?
Niente rimane immobile e immutato, neanche le pietre.
Risate. Le sembrò di ricordare quando l’aria sapeva di buono, i sorrisi e i colori, i rumori di posate e bicchieri, mentre un aereo stava passando proprio là sopra, in alto, molto in alto, silenzioso carico di vite che non avrebbe mai incontrato.
Si voltò per rientrare in casa, rabbrividendo, chiuse il portone ascoltando il vuoto. Ora di andare, ora di rientrare nella vita, e s’incamminò verso l’uscita, dall’altra parte. Sarebbe tornata. Ma si bloccò sulla soglia di casa, richiuse la porta e tornò in cucina.
Si avvicinò alla lavatrice e prese la zucchina, per gettarla.
Una lacrima, sola, stava scendendole sulla guancia.
Sarebbe tornata.