E.

Era seduta ad un tavolino del suo vecchio bar, all’interno, aspettando un caffè. Osservava le altre persone sedute, quasi tutte in coppia, a parte una anziana signora che stava mangiando un piatto di pasta, sicuramente precotto, con davanti un bicchiere di soda, un panino e un giornale piegato. Le si avvicinò qualcuno per prendere il giornale e lei alzò a malapena la testa.

Era tornata, dopo tanto tempo, nella città in cui aveva vissuto molti anni prima, e cercava di riconoscere qualcuno tra i vari clienti che entravano e uscivano, si scambiavano battute con la sicurezza di chi è nel suo territorio. Lei, non lo era più, avvertiva una strana sensazione, l’impaccio dei ricordi che non trovavano una collocazione in quello spazio. Sicuramente erano cambiati tutti, cresciuti, sposati, ingrassati, mentre lei, credeva non tanto di essere immutata ma riconoscibile. A quanto pare, no.

Arrivò il caffè, portato da un ragazzo sorridente, il figlio della proprietaria, Sofia. Avevano scambiato qualche parola, lei e Sofia, perché appena entrata si era presentata, le aveva chiesto se si ricordava di quando andavano a giocare a pallacanestro insieme. In quel momento il bar era deserto e aveva potuto fare domande, quella sorta di impacciato dialogo che cerca di riconnettere due anime scollegate. Pochi minuti di reciproche confessioni sui sogni e le speranze da ragazze, aneddoti esplosi dal nulla che riallacciavano flashback nella memoria. Poi, era scivolata di nuovo nel presente e, mentre entravano i clienti, si era accomodata ad un tavolino vicino alla vetrata. Non era più parte di quell’ambiente che trasudava memorie a lei sconosciute, come le foto appese alla parete di lato, tra premi per il miglior cocktail e ritagli di giornale con le foto di Sofia, sua madre e suo figlio. Sul bancone c’era una statuina del Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglia.

Si voltò verso la strada e vide passare un uomo di mezz’età, stempiato e con un po’ di pancia. Portava un borsello a tracolla e andava veloce, da solo. Si fermò di colpo e, tra vari movimenti senza senso, si aggiustò i capelli. Quel gesto, quel gesto la riportò indietro di trent’anni e l’immagine di Edoardo, un ragazzo insicuro, solitario e considerato geniale, si sovrappose all’uomo. Lo seguì con lo sguardo mentre spariva dietro ad una curva. Deglutì con amarezza, sentì quasi dolore. Era lui, ne era certa. Quando se ne era andata, quel ragazzo era appena entrato in depressione. La madre rimasta vedova che si era completamente appoggiata a lui, la ragazza che lo aveva lasciato e lo studio che lo assorbiva completamente, lo avevano sicuramente sbriciolato in un esaurimento molto forte. A quanto pare, le aspettative enormi che avevano riposto in lui e il suo brillante cervello, si erano annientate nella solitudine. La sua bussola interiore si era spenta.

Quella sera avrebbe rivisto i suoi compagni di liceo, aveva ceduto alla curiosità anche se inizialmente l’idea non le era piaciuta molto. Guardò il Cappellaio Matto, sul bancone del bar, e pensò che avrebbe detto: “Il segreto, miei cari, è di circondarsi di persone che ti facciano ridere il cuore.”

Rimase a fissare la tazzina, i fondi del caffè che creavano disegni sui lati e le sembrò di vedere una E.

Scegli la tua luce

Impulso di scrittura giornaliero
Quali strategie usi per mantenere la salute e il benessere?

Fuggire dalle tossicità è un atto di coraggio e cura di sé. Se qualcosa mi fa sentire a disagio, svuotata o fuori posto, cerco di ascoltare quell’istinto. Allontanarsi non è egoismo, ma protezione. Circondarsi di chi può farci crescere, non di chi ci consuma, perché meritiamo pace, chiarezza e relazioni che nutrono, non che prosciugano. La pace interiore vale più di mille legami forzati e liberarsi è il primo passo per rinascere.

E poi… tanta frutta e verdura, movimento, gioco, sport, risate e sogni!😜

Dolcezza

La giornata stava per terminare quando entrò nel supermercato. Non cercava nulla di particolare, giusto un po’ di prosciutto da mettere sotto i denti.

Si aggirava tra le corsie con una leggerezza che solo i single dal cuore spezzato possono avere. Si fermò davanti al banco del salumiere, attirato dal profumo penetrante del prosciutto crudo che si mescolava con quello del formaggio stagionato.

Incredibile come certi aromi si mescolino in un’armonia spontanea.

Si fermò ad osservare la distesa di cibi pronti, le vaschette ripiene di intingoli, qualcuna dai colori poco invitanti, ma tutto era sistemato come in un dipinto, quasi in prospettiva. C’era stata sicuramente una ricerca alla base, niente era dato al caso. Distolse lo sguardo per non essere rapito da quell’ammasso di cibo e gli occhi si fermarono sul vetro del banco. E lì, su quel vetro brillante, sotto il neon del negozio, vide riflessa una ragazza. Le mani. Le sue mani.

Le dita lunghe e sottili come strumenti d’arte, e le unghie lunghe e levigate che somigliavano a conchiglie appena sbiancate dal mare. Una combinazione di grazia e forza che lo colpì, una poesia di carni delicate e vellutate. Non riusciva a staccare gli occhi dalle sue mani. Era convinto che, se avesse avuto il coraggio di guardarle abbastanza a lungo, avrebbe scoperto un intero universo tra quelle dita.

E gli apparve l’immagine di una lunga spiaggia assolata. Il sole caldo, ma non troppo, il vento che le scompigliava i capelli, quelle mani che accarezzavano le onde, le lunghe dita che sfioravano la sabbia sulla riva, mentre lui si sentiva più in forma che mai, come se i venti marini avessero magicamente aperto la sua mente. Quelle mani gli stavano carezzando l’anima.

“Mi scusi,” le chiese con una voce che suonava più come una preghiera, “ha mai pensato che, un giorno, quelle mani potrebbero raccogliere un cuore impazzito per loro?”

Lei lo guardò imbarazzata, prese il suo pacchettino e si allontanò.

Era tornato alla realtà, al freddo chiarore delle luci, in mezzo ad altre persone che non potevano lontanamente comprendere il suo viaggio immaginario in una storia d’amore completa di spiagge, onde e conchiglie. Venne scosso da un brivido, come un feticista deluso.

In fondo, quelle mani erano state solo una scusa per sognare un po’ di dolcezza, nel suo mondo.

“Dica dottò!”

Guardare l’abisso

Un rigagnolo d’acqua scivolava via, esattamente come un gorgo d’acqua nel lavandino. Un vortice che, anche se piccolo, portava via inesorabilmente, e quasi dolcemente, tutto. E per tutto, intendeva quella che era stata la sua vita fino a quel momento.

“Siamo spiacenti, non vorremmo fare a meno della sua figura professionale ma, la situazione contingente prevede una riorganizzazione aziendale.”

Pur essendo consapevole della crisi, pur constatando, giorno dopo giorno, un crescendo di tensione tra i colleghi che le apparivano sempre più scialbi, affranti, pallidi fino a diventare quasi evanescenti, non si era resa conto di essere a rischio, esattamente come gli altri. Ma quanta sicurezza! Quanta stupida certezza aveva maturato, semplicemente per aver lavorato in quell’azienda per oltre vent’anni. Riorganizzazione.

Fissava il suo caffè sul tavolino del bar dove andava spesso, e osservava le persone intorno, ignare del suo problema, di lei e della sua vita miseramente crollata. Poteva pensare a un fallimento o le era concesso di aggrapparsi alle colpe altrui? Da quando si era svegliata, la sua testa era una bolla grigia, come una pozza di fango bollente. Il mondo non era come lo aveva immaginato fino a quella fatidica comunicazione. La sua tracotanza ora cercava conferme che nessuno mai le avrebbe dato. Le sembrava di tremare, non riusciva a piangere, sicuramente non lì, mai lo avrebbe fatto. Il quadro della sua vita stava perdendo i contorni, liquefacendosi in un disegno astratto ma senza significato.

Passò una mamma con due bambini, diretta ad un altro tavolino. Rimase a fissare la scena, mentre arrivava il papà. E lei invece? Lei che aveva investito così tanto in sé stessa, lei che aveva creduto di far parte di qualcosa, ora si sentiva come un vecchio attrezzo, gettato via, rimpiazzato. Il quadro della sua vita, ora, era un ammasso di colori mischiati, come senape andata a male.

Il mondo va veloce, troppo. Non aveva avuto il tempo di pensare, ecco la verità. D’altra parte, pensare di cambiare dopo tutti quegli sforzi, quell’energia spesa, sarebbe stato, come minimo, un passo azzardato. Perché cambiare quando sai che, alla fine, qualcuno risolverà? Ne era certa.

Non esistono più certezze. I suoi genitori avevano cominciato e finito la loro carriera lavorativa sempre nella stessa azienda. Solo suo padre, a un certo punto, aveva inseguito una promozione ma, c’erano dei rischi, avrebbe dovuto cambiare città e quindi, alla fine, erano rimasti dov’erano. In fondo stavano bene, cosa mancava?

A cosa mi aggrappo adesso? Sono stanca. Ricominciare ora è come chiedermi di scalare l’Everest senza ossigeno. Mi manca l’aria.

Nella sua mente, il quadro della sua vita era ormai una tavola uniforme e vuota. Il rigagnolo continuava a scivolare tra le crepe dell’asfalto, veloce, diretto allo scarico, senza fare alcun rumore.

A M A R E

Impulso di scrittura giornaliero
Condividi cinque cose in cui sei bravo.

A ascoltare

M meditare

A aspettare

R rispettare

E… scrivere.

Per la quinta, diciamo che ci provo.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Magico buio

Aveva passato la notte tra troppi caffè e un posacenere stracolmo di cicche di sigarette, un quadro deprimente, molto lontano dalle sue ambizioni. Fissava lo schermo del computer come se tra le icone, le foto e tutte le finestre aperte, alla fine, aspettasse l’apparizione del romanzo. Ci stava lavorando da mesi e, tra cambi continui di trama e personaggi, ne aveva perso il significato.

Il menabò iniziale era là, su un quaderno, tra i suoi appunti, le cancellature e le aggiunte. A forza di ritocchi era diventato un mostro, qualcosa che aveva preso vita da solo e che le stava togliendo la ragione. Ci parlava, continuamente. Rileggeva e correggeva.

Si alzò dalla sedia con le spalle indolenzite e, stirandosi il collo, se ne andò in cucina. Un altro caffè. Sarebbe stato meglio smettere. Anche di bere caffè.

Strana bevanda il caffè, pensò fissando la polvere scura, siamo proprio creativi quando vogliamo. Spostò la sedia dal tavolo aspettando di sentire il gorgoglio, aspettando.

Appoggiò le braccia sul tavolo e la testa, piano piano, chinandosi, ci si avvolse. Sentiva con la guancia il fresco del legno, le orecchie ovattate dall’abbraccio confortante, gli occhi chiusi che chiedevano riposo. Ma i pensieri continuavano senza sosta, come un severo precettore che ti riporta ai tuoi doveri. Riusciva quasi a dargli un volto, se lo immaginava impettito, nel completo rigido, col colletto della camicia inamidato e quel sorrisetto sardonico di sufficienza.

Come quando, da bambina, se a scuola sbagliavi una risposta o peggio, osavi darne una diversa permettendoti di fare una tua personale considerazione, si usava ancora mettere l’alunno dietro la lavagna, con ignominia e imbarazzo.

Forse ci si era messa da sola, dietro la lavagna, sforzandosi di creare qualcosa in un momento in cui la creatività era in letargo. Succede. Non si può creare a comando, non funziona, il risultato è sempre anonimo, insignificante.

Buio. Stava dormendo. Aveva spento il caffè? Sì, no. Non si ricordava, non importava. Buio. La mente che finalmente stava facendo un defrag, schizzando tra infiniti mondi, tramonti dai colori irreali, visi conosciuti ma in contesti mai visti. Poi, nero. Pesante, quasi solido, faticoso attraversarlo, pece che impantanava, che le pizzicava le narici.

Il caffè era uscito ed eruttava borbottando rumorosamente dalla moka, come un piccolo vulcano nervoso, spruzzando liquido scuro e spumoso. Aprì gli occhi, osservò il disastro ormai fatto e, alzandosi con calma, andò a spegnere la fiamma. Tornò a sedersi, richiuse gli occhi, cercando quel magico buio, profondo, in cui perdersi e sprofondare tra i sogni. I sogni, sono messaggi da lontano. Buio.

Perfect pain

Picasso- Marie Thérèse inclinata- 1939

Il dolore perfetto è come un buco che non si rimargina, non sparirà mai. Ogni giorno distinto dall’altro, ma uguale all’altro. Il tempo scandito da gesti diventati routine, fare qualcosa di diverso solo perché é necessario, per prolungare la lista di cose da fare, riempire il vuoto, segnare qualcosa sul calendario. Razionalizzare.

Check.

Quando la lista sarà terminata? Vuoi che termini? Sai che poi verrai inghiottita, lo sai. Sai anche che nessuno ti abbraccerà più con l’anima, non avrai neanche quel poco tempo di pace. Non succederà. Gli abbracci sono veloci, i baci sfiorati, gli sguardi indagatori. Vogliono sapere, capire. Non c’é niente da capire, niente da spiegare.

É solo morto.

Lo cerchi nei sogni, dove nessun altro può trovarvi, dove le parole non servono, quando hai bisogno di pensarlo, di ricordarti il suo odore e quel portale infinito che erano i suoi occhi.

Nella folla, come un pesce pelagico, nuoti a fatica, senza una meta precisa. Sogni le sue piccole imperfezioni, le debolezze che solo tu conoscevi, perché era entrato nel tuo mondo, era perfetto per te come tu per lui. Due imperfetti, perfetti l’uno per l’altra. Insieme avevate scoperto la bellezza dove nessuno si aspettava di trovarla.

Ed ora?

Nuoti in quel buco, in cui ogni tanto si riflette un raggio di sole o di luna, e insegui la simmetria dei disegni delle stelle. Una tra quelle ha il suo nome.


LA DOULEUR PARFAITE

à mon Jean-René

La douleur parfaite est comme un gouffre qui ne guérit pas, elle ne disparaîtra jamais. Chaque jour est différent de l’autre, mais pareil à l’autre. Un temps marqué par des gestes devenus routiniers, faire quelque chose de différent juste parce que c’est nécessaire, allonger la liste des choses à faire, combler le vide, marquer quelque chose sur le calendrier. Rationaliser.

Vérifier.

Quand la liste sera-t-elle terminée ? Est-ce que tu veux que ça se termine ? Tu sais qu’alors tu seras englouti, tu le sais. Tu sais aussi que personne ne t’embrassera plus avec son âme, tu n’auras même pas ce petit moment de paix. Cela n’arrivera pas. Les câlins sont rapides, les baisers touchés, les regards inquisiteurs. Ils veulent savoir, comprendre. Il n’y a rien à comprendre, rien à expliquer.

Il est simplement mort.

Tu le cherches dans les rêves, où personne d’autre ne peut vous trouver, où les mots sont inutiles, quand tu as besoin de penser à lui, de te souvenir de son odeur et de ce portail infini qu’étaient ses yeux.

Dans la foule, tel un poisson pélagique, tu nages difficilement, sans destination précise. Tu rêves de ses petites imperfections, des faiblesses que toi seule savais, car il était entré dans ton monde, il était parfait pour toi comme tu l’étais pour lui. Deux imparfaits, parfaits l’un pour l’autre. Ensemble, vous aviez découvert la beauté là, où personne ne s’attendait à la trouver.

Et maintenant ?

Tu nage dans ce trou, dans lequel se reflète, de temps en temps, un rayon de soleil ou de lune, et tu observes la symétrie des motifs des étoiles. L’un d’eux porte son nom.


PERFECT PAIN

The perfect pain is like a hole that doesn’t heal, it will never disappear. Every day is different but the same at the end. Time marked by gestures that have become routine, doing something different just because it’s necessary, to extend the list of things to do, fill the void, write something on the calendar. Rationalize.

Check.

When will the list be finished? Do you want it to end? You know that then you will be swallowed up, you know it. You also know that no one will hug you with their soul anymore, you won’t even have that little bit of time of peace. It won’t happen. The hugs are quick, the kisses are grazed, the glances are inquisitive. They want to know, to understand. There is nothing to understand, nothing to explain.

He’s just dead.

You are looking for him in dreams, where no one else can find you, where words are useless, when you need to think of him, to remember his smell and that infinite portal that were his eyes.

In the crowd, like a pelagic fish, you swim with difficulty, without a precise destination. You dream of his little imperfections, the weaknesses that only you knew, because he had entered your world, he was perfect for you as you were for him. Two imperfect people, perfect for each other. Together you had discovered beauty where no one expected to find it.

And now?

You swim in that hole in which, every now and then, a ray of sun or moon is reflected, and you chase the symmetry of the designs of the stars. One of those has its name.


Mi mancherà?

Mi mancherà tutto questo?

Fissava il campo di pannocchie, un mare verde dai riflessi ocra, mosso dalla brezza nell’alba. Un sole giallo e rosso, come una caramella, dai contorni netti, piantato nel cielo, immobile, pronto ad esplodere aprendo il suo occhio al mondo.

Mi mancherà?

Le panchine della stazione erano piene di persone, valigie, zaini e cagnolini ansimanti, ma non faceva ancora caldo. L’altoparlante gracchiava di transiti veloci, era un continuo spostarsi da una parte all’altra, prima di risolvere rifugiandosi nelle scale del sottopassaggio. Troppa polvere e rumore, stava rovinando tutto.

Il bagaglio era piccolo e pesante, l’appendice della sua vita. C’era stato tutto. Avrebbe voluto partire leggera, ma mancava sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che le sarebbe potuto servire, qualcosa che si era dimenticata. C’era stato tutto.

Basta essere pragmatici, ogni cosa al suo posto, ma guai a spostarla, il gioco non sarebbe riuscito. Come un castello di carte, se sbagli, crolla tutto.

C’era lo spazio per i rimpianti, quello dei ricordi, le buste trasparenti dei dolori, tanti sacchetti di gioia che però non riusciva a riconoscere. Aveva messo qualcosa negli scomparti a cerniera laterali, cos’era? Ah, le delusioni e le amarezze, da una parte, e le illusioni dall’altra. I sogni? Si era dimenticata i sogni? Non poteva riaprire e controllare.

Pensa, pensa. Li avevi messi tutti in fila sul letto. Non è possibile. Certo che li ho presi. Li avrò messi nel mezzo, sono così fragili. Che altro?

Ormai il cielo era chiaro e lattiginoso, aveva ingoiato la luce del sole, appiattendo tutto. Le balle di fieno sembravano grigie, i campi sembravano grigi, tagliati da una striscia verde brillante, come una ferita aperta.

Musica in sottofondo, vociare, un altro giorno pronto a scivolare via, come un rigagnolo tra sassi e sterpaglie.

Il suo treno era arrivato, non se ne era quasi accorta. Salì per ultima, aspettò che le porte si chiudessero e, mentre si stava muovendo, rimase a fissare il suo bagaglio, rimasto sulla banchina.

Non sarebbe tornata più.

Non torno più

Quel giorno Anna si aspettava il solito, la sequenza di impegni che da quattro anni cadenzavano la sua vita.

Il secondo figlio era arrivato, col suo profumo di buono, con quel carico di fatica che già conosceva e che svaniva appena lui accennava un sorriso. Erano figli che aveva voluto, che aveva imparato ad amare anche razionalmente, perché l’istinto a volte non era sufficiente. Aveva dovuto ammettere a se stessa che il pragmatismo, l’accettazione dell’imperfezione, dei vestiti che avevano ricominciato ad emanare effluvi di rigurgiti, delle occhiaie impermeabili a qualsiasi trucco, facevano parte del pacchetto. Un pacchetto unico, misterioso, visceralmente connesso ad ogni sua decisione.

Sparite le sere placide sul divano, dissolti lentamente gli incontri con il gruppo storico di amici.

La famiglia, una forza devastante. Ma non per sempre.

Basta saper attendere. Basta essere adulti.

Quel giorno Anna si aspettava il solito.

Dopo aver chiuso la conversazione al telefono con suo marito, era rimasta in piedi, davanti alla finestra, fissando i pini marittimi svettare nel cielo statico, come una cartolina:“Baci da Roma”.

Guardava fuori, il più piccolo stava piangendo e il suo cuore era placidamente altrove.

  • Non torno più.

Il vento muoveva leggermente le pesanti chiome degli alberi, si notava appena.

  • Non torno più. Rimango qui, ho bisogno di allontanarmi. Non è la vita che volevoNon ci riesco.

Si voltò per prendere in braccio il suo ultimo cucciolo, aveva bisogno di lei. Bastava poco, bastava che sentisse il suo abbraccio o una bella dose di biberon.

Lui che come ogni giorno era uscito di casa, come se nulla fosse, come sempre.

  • Non torno più.

Lui che non era venuto in sala parto, lui che nelle prime foto fatte insieme al piccolo, sembrava un vecchietto, grigio, spento, assente, come se tenesse in braccio la borsa della spesa. Lui che si era lentamente, progressivamente appannato, che stava svanendo.

Lei si era accorta dei segnali, aveva osservato quel vuoto diventare voragine. Ma non aveva fatto niente. Cosa avrebbe potuto fare? Aveva due figli, non tre.

  • Non torno più.

Ma non c’eri già più.

Se continuiamo a sognare

Impulso di scrittura giornaliero
Come capisci che è il momento di staccare? Cosa fai per realizzarlo?

Credo sia essenziale trovare un momento per disconnettersi dal mondo, quando le sinapsi cominciano a fondere, quando ti sale il nervoso per qualunque cosa, fosse anche la vicinanza degli altri. È in quel momento, quando ti stai trasformando nell’essere immondo che non riesce più ad accorgersi di un cielo screziato, del colore degli alberi, del sorriso di certe persone e, soprattutto, del tuo egoismo. Ecco, quando sembra che la vita ci abbia preso di mira, e ci sentiamo come un bersaglio tondo, attaccato ad un muro, colpito in continuazione da freccette dolorose, dobbiamo staccare. Cosa significa? Per me è sufficiente pensare a chi amo, uscire, ascoltare la musica che preferisco, camminare e sognare. Funziona. Se continuiamo a sognare, funziona.

Ti ho visto

Ti ho visto. Sì, ti ho visto quella mattina, di spalle, la tua piccola ombra che faceva fatica a seguirti.

Eri là, sulla banchina, guardavi per terra, in mezzo a tante persone. Chi fumava, chi parlava, chi restava immobile mentre tu passavi.

Troppo lieve, troppo, per essere di questo mondo. Lo sai? Sicuramente lo sai. Ma gli altri?

Mi sembrava di sentire i battiti del tuo cuore, il tuo respiro portato da una musica antica, di cornamuse e note di pianoforte. Un’onda silenziosa si muoveva insieme a te, sfiorando corpi, facendo fremere i capelli.

E gli occhi?

Gli occhi della gente che lambivi, riflettevano una scintilla minuscola e violenta, spilli luminosi.

Li avevi accesi tu?

Esisti dunque. Esistete, perché immagino tu non sia il solo.

Mi hai sentito? Sapevi che mi ero accorta di te? Forse non eri lì per me. Forse.

Arrivavano spruzzi salmastri, il profumo del mare, delle alghe che marcivano tra gli scogli corrosi. Ti eri fermato e ti osservavo, seduta su una bitta in ghisa. Era arrivato il traghetto, riempiendo l’aria di mugolii tra lo sciabordio spumoso. La folla si stava muovendo come una nuvola di storni, spostandosi in una danza passiva e massiccia.

Ma tu non c’eri più, i miei occhi passavano impazziti su quella macchia uniforme, pensavo ti avessero inghiottito. Era rimasta solo la tua piccola ombra in una pozzanghera azzurra.

E ci ho messo dentro i piedi.


Foto Clem Onojeghuo da Unsplash