Lo spazio giusto

Il pomeriggio era sospeso, come se il sole esitasse a tramontare. L’aria sapeva di erba bagnata e pallone consumato.
A bordo campo, su una panchina scrostata, c’era lui. Le gambe penzoloni, le calze un po’ troppo larghe, i piedi dentro scarpe leggere, senza tacchetti, inadatte. Lo sapeva. Ogni corsa degli altri glielo ricordava. Non gliele avevano comprate. Non ancora. Forse mai.

Seduto, con le ginocchia graffiate e le scarpe sbagliate. Non serviva che qualcuno glielo ricordasse: non erano scarpe da pallone. Non erano quelle. Ogni volta che guardava quelle degli altri, nere o colorate, robuste come armature, provava un disagio inspiegabile. Nella sua classe c’erano tre bulli che lo mettevano sempre in difficoltà. Una volta era lo zainetto troppo vecchio, una volta i capelli che non andavano bene. Oggi, lo avevano escluso dal gioco per le scarpe. Guardava gli altri correre come se la partita fosse stata un fiume e loro ci nuotassero dentro. Lui era fermo, sulla riva.

Una bambina, una di quelle che sperava non si avvicinassero mai, comparve sbucando alle sue spalle. Aveva i capelli raccolti in due trecce lucide e uno sguardo appuntito.

Perché non giochi?

Abbassò lo sguardo sulle sue scarpe come se la risposta fosse scritta sull’asfalto.

Ah. Capito.

Disse solo quello e tornò verso la rete del campo, con un saltello leggero.

Lui abbassò di nuovo lo sguardo. Le sue scarpe sembravano ancora più brutte. Gli occhi ripresero a seguire la palla, ma non la vedevano davvero.

Poi, arrivò un altro bambino, più grande. Senza dire nulla si sedette accanto a lui, lasciando uno spazio giusto: né troppo vicino, né troppo lontano. Non lo conosceva.

Silenzio. Solo la partita davanti a loro.

Chissà se le scarpe fanno davvero la differenza. Chissà se mi basterebbe metterle per entrare o se servirebbe qualcos’altro. Comunque fa più male guardare che essere guardato. Le scarpe giuste avrebbero fatto la differenza. Forse. Forse non mi avrebbero fatto giocare lo stesso, ma almeno avrei avuto le scarpe giuste.

Si girò verso l’altro bambino e gli guardò i piedi. Lui aveva le scarpe giuste. Perché non giocava?

Restava lì, in silenzio. Una presenza che non era conforto né amicizia ma che aveva incrinato il confine che lo separava dagli altri. L’essere invisibile.
Sul campo la partita continuava, il campo da calcetto brillava sotto la luce stanca del pomeriggio.

Iene a perdere

Che succede? Si volta d’istinto, vede la gente che si muove, si sta spostando verso l’uscita quasi correndo. Sente solo una voce di donna che urla “Basta! Basta!No!” Si muove col suo carrellino come sempre stracolmo, e segue i rumori. Sente dei versi brutali e dei colpi sordi, sembra che stiano dando calci a qualcosa. Supera la corsia dei detersivi e vede. Anche lei, vede. Un giovane uomo é a terra, circondato da quattro ragazzi che lo stanno colpendo a pugni e calci, gli girano intorno. Sembra reagire un po’, cerca di coprirsi il viso e poi proteggere la pancia, poi si raggomitola.

Proprio all’entrata del supermercato, un’aggressione simile ad una danza macabra, come quando le iene decidono di aggredire un animale isolato. Ancora la voce che nel vuoto urla “Basta! Fermi!”

Lei è ferma, si guarda intorno e ci sono altre persone, giovani, anziani, donne e uomini. Nessuno interviene. Neanche lei. In due stanno filmando, forse per fornire prove alla Polizia. Qualcuno ha chiamato la Polizia? Sembra che tutto si muova al rallentatore, sembra la scena di un film. Forse stanno girando un film.

Gli assalitori hanno finito e se ne vanno, lasciando sul marciapiedi un corpo inerme, con lo stemma Security sulla camicia che brilla tra il sangue, i capelli, che sono diventati un casco compatto e umido, gli coprono il viso. Non si muove, non emette nemmeno un rantolo. Un ragazzo si avvicina e prova a spostarlo, lo scuote e dice che bisognerebbe chiamare un’ambulanza. La voce che prima urlava ora tace. Le persone stanno a guardare, qualcuno esce schivando con attenzione quel corpo, qualcun altro sta telefonando.

Lei osserva. Di fianco al corpo, un portafogli aperto, si vede una foto, la famiglia sicuramente. Non si sono nemmeno dati la pena di rapinarlo. Volevano solo sfogarsi. Potevi essere un coglione qualunque e invece hai voluto strafare. Forse voleva fermarli ma loro non sono scappati, sono rimasti un po’ a fissarlo prima di sferrare il primo pugno, e poi il secondo e poi un calcio e un’altro.

Si è formata una piccola folla intorno al corpo e dall’altra parte della strada. Il carrellino pesa.

Lei si avvicina alle casse ma sono deserte, non si muove niente. Dovrà aspettare.

E.

Era seduta ad un tavolino del suo vecchio bar, all’interno, aspettando un caffè. Osservava le altre persone sedute, quasi tutte in coppia, a parte una anziana signora che stava mangiando un piatto di pasta, sicuramente precotto, con davanti un bicchiere di soda, un panino e un giornale piegato. Le si avvicinò qualcuno per prendere il giornale e lei alzò a malapena la testa.

Era tornata, dopo tanto tempo, nella città in cui aveva vissuto molti anni prima, e cercava di riconoscere qualcuno tra i vari clienti che entravano e uscivano, si scambiavano battute con la sicurezza di chi è nel suo territorio. Lei, non lo era più, avvertiva una strana sensazione, l’impaccio dei ricordi che non trovavano una collocazione in quello spazio. Sicuramente erano cambiati tutti, cresciuti, sposati, ingrassati, mentre lei, credeva non tanto di essere immutata ma riconoscibile. A quanto pare, no.

Arrivò il caffè, portato da un ragazzo sorridente, il figlio della proprietaria, Sofia. Avevano scambiato qualche parola, lei e Sofia, perché appena entrata si era presentata, le aveva chiesto se si ricordava di quando andavano a giocare a pallacanestro insieme. In quel momento il bar era deserto e aveva potuto fare domande, quella sorta di impacciato dialogo che cerca di riconnettere due anime scollegate. Pochi minuti di reciproche confessioni sui sogni e le speranze da ragazze, aneddoti esplosi dal nulla che riallacciavano flashback nella memoria. Poi, era scivolata di nuovo nel presente e, mentre entravano i clienti, si era accomodata ad un tavolino vicino alla vetrata. Non era più parte di quell’ambiente che trasudava memorie a lei sconosciute, come le foto appese alla parete di lato, tra premi per il miglior cocktail e ritagli di giornale con le foto di Sofia, sua madre e suo figlio. Sul bancone c’era una statuina del Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglia.

Si voltò verso la strada e vide passare un uomo di mezz’età, stempiato e con un po’ di pancia. Portava un borsello a tracolla e andava veloce, da solo. Si fermò di colpo e, tra vari movimenti senza senso, si aggiustò i capelli. Quel gesto, quel gesto la riportò indietro di trent’anni e l’immagine di Edoardo, un ragazzo insicuro, solitario e considerato geniale, si sovrappose all’uomo. Lo seguì con lo sguardo mentre spariva dietro ad una curva. Deglutì con amarezza, sentì quasi dolore. Era lui, ne era certa. Quando se ne era andata, quel ragazzo era appena entrato in depressione. La madre rimasta vedova che si era completamente appoggiata a lui, la ragazza che lo aveva lasciato e lo studio che lo assorbiva completamente, lo avevano sicuramente sbriciolato in un esaurimento molto forte. A quanto pare, le aspettative enormi che avevano riposto in lui e il suo brillante cervello, si erano annientate nella solitudine. La sua bussola interiore si era spenta.

Quella sera avrebbe rivisto i suoi compagni di liceo, aveva ceduto alla curiosità anche se inizialmente l’idea non le era piaciuta molto. Guardò il Cappellaio Matto, sul bancone del bar, e pensò che avrebbe detto: “Il segreto, miei cari, è di circondarsi di persone che ti facciano ridere il cuore.”

Rimase a fissare la tazzina, i fondi del caffè che creavano disegni sui lati e le sembrò di vedere una E.

Riflessi azzurrognoli e lampi di luce

La frenata del treno stride come le unghie passate su una lamiera. La piccola folla si accalca, prevarica, ingombra da ogni lato, attendendo l’apertura delle porte. Come se entrassero in un’arena, si fiondano all’interno della carrozza, correndo, ignorando i vicini, giovani, anziani, bambini. Un fiume in piena di ciabatte da mare, valigie e zaini, mi travolge e mi spinge. Nessuno ascolta, tutti parlano, chiamano, qualcuno urla. Vedo un posto libero tra due passeggeri, nel corridoio, e come un’anguilla scivolo tra camicie sudaticce fino alla meta. Bagaglio, sistemato sotto. Ora posso respirare, chiudere gli occhi e aspettare che questa umanità disperata si plachi. La mia vicina di viaggio a sinistra è americana e sta fissando l’indecoroso spettacolo, ritraendo i piedi il più possibile per far passare roboanti trolley giganteschi.

  • Oh my gosh…

Due minuti, forse tre, di totale caos in cui, proprio ad altezza viso, ho schivato due volte i piedini di piccoli infagottati sulle schiene dei genitori. Uno, sorrideva. Ed è pace. Apparente. Le porte si chiudono e l’aria condizionata riprende a funzionare. L’americana ha indossato le cuffiette, l’altro passeggero alla mia destra sembra assorto, non si è mosso. Lo guardo di sfuggita, poi, lo guardo meglio. Un tuffo al cuore! É mio fratello! No. Non è lui. Ma è uguale a lui! Un sosia. Cerco di non fissarlo, faccio finta di guardare oltre, dietro di lui, e più lo guardo, più noto la somiglianza nelle espressioni, nei capelli, perfino nell’abbigliamento. Esistono sosia per ognuno di noi, in qualche parte del mondo ma, essermelo trovato di fianco, mi ha lasciato interdetta. Vorrei dirglielo, sapere cosa fa, come vive, se è sposato o ha figli. Vorrei, ma non lo faccio. Se è come mio fratello è riservato e, forse, mi guarderebbe come se fossi una molestatrice.

Una foto, gli ho scattato una foto di profilo senza che se ne accorgesse, mi servono prove. Spero che nessuno mi abbia visto. Mi guardo intorno e sono tutti intenti ad osservare i loro telefonini. C’è silenzio, solo teste chine, un girone infernale di dannati che sembrano dover espiare chissà quali colpe, restando intenti a fissare, in basso, uno schermo. Nessun contatto visivo, nessuna chiacchiera, non un fiato.

Ma siete tutti giovani! Tutti ragazzi! Che state facendo? Non la vedi quanto è carina la ragazza che hai di fronte? E tu? Non vorresti chiedere a quel ragazzo dove è andato a fare surf? Uno ha un braccio fasciato, forse è stata una medusa o si è fatto male in una partita a volleyball. Sono tutti da soli, avvolti da una membrana invisibile che li separa, li allontana. Vi siete divertiti in vacanza? Studiate? Lavorate? Che sogni avete? Mi giro a guardare “mio fratello”, ma ha appoggiato la testa di fianco e sta dormendo; l’americana scrolla il telefono. Riflessi azzurrognoli e lampi di luce si riflettono sulle pareti della carrozza, mentre parte l’ennesimo annuncio fastidioso.

Prendo il mio libro, aspetto il silenzio e, tornando col pensiero allo sciabordio delle onde, riprendo a leggere dal capitolo che avevo interrotto, tenendo in mano la porzione di madreperla raccolta al tramonto sul bagnasciuga.

Solipsismo in paradiso

Chiusa la conversazione. Aveva appena toccato la cornetta rossa per terminare la chiamata con la sua amica. Rimase a fissare le tende mosse dall‘aria del ventilatore, chiuse gli occhi.

Lei era l’amica cui confidare tutto, quella da cui ti aspetti risposte e rassicurazioni. Sapeva ascoltare, era come un abbraccio e sapeva cosa si aspettavano gli altri. Un abbraccio.

Si alzò per cercare le sigarette, ne aveva già fumate troppe mentre ascoltava lasciando che il fiume di parole riempisse la stanza, l’aria, la sua mente. Quella sera avrebbe mangiato da sola come succedeva da troppo tempo. Importava? Scostò le tende e rimase a fissare il giardino che sembrava immobile nella calura, arso da raggi impietosi. Pensò al deserto, alla forza devastante del sole, così potente, così importante. Poi, pensò alla luna, fredda, algida, lontana, sempre uguale e sempre diversa.

La sera prima aveva mangiato fuori, nel suo angolo di paradiso, alla luce delle candele alla citronella, ed era rimasta ad osservare il cielo, mettendo le mani a conchiglia intorno agli occhi, facendo un improbabile binocolo che potesse puntare lontano, che arrivasse ad osservare il grande carro e il piccolo carro. Aveva cercato la costellazione del sagittario e quella della bilancia, le uniche che riconosceva, ma il cielo non era limpido, i suoi occhi non erano limpidi. Le lacrime erano scivolate sulle guance, vicino alle orecchie, fino al collo. Tornando in posizione eretta, sentendo la cervicale che aveva sofferto, si era versata un po’ di vino bianco fresco nel calice e aveva appoggiato la testa sullo schienale della sedia, restando ad osservare le ombre tremule sul muro di fronte.

Quella sera però non le andava di mangiare fuori. In effetti non le andava proprio niente. Era come se quella telefonata l’avesse riempita, come se avesse fatto indigestione, sentiva chiaramente il peso di tanta indecisione alla bocca dello stomaco, il tedio dei lamenti che ingolfavano il fegato, un cerchio di opportunismo che le attanagliava le meningi.

É solo che le persone hanno bisogno di sfogarsi.

Si girò di colpo e il gatto la stava fissando. Due smeraldi tondi che la scrutavano intensamente, immobili, immensi. Il gatto si mosse lentamente fino ai suoi piedi e rimase seduto, al suo fianco, come una statua, come un guerriero pronto a difenderti. Non si toccarono. Squillò il telefono, era la sua amica, di nuovo.

Lei respirò a fondo e lasciò che il rumore del ventilatore riempisse l’aria fino ad arrivare alla sua testa. Chiudendo gli occhi, s’immaginò il fragore delle onde del mare, la lunga linea blu che separa l’acqua dal cielo e le sembrò di sentire l’eco lontana del cozzare di boe, un peschereggio che rientrava. Un sorriso, si ricordò del sorriso di un vecchio pescatore, un sorriso senza due denti, bianco come l’avorio, nel viso accartocciato da una vita senza protezioni, schermi, maschere.

Il telefono squillò di nuovo ma lei si era alzata ed era uscita. Il gatto rimase seduto fino a quando il telefono si silenziò.

Quella sera lei avrebbe mangiato nel suo angolo di paradiso.

SPAM

Sono partiti. I suoi amici sono partiti per le vacanze. Sveglia, pillole, caffè e bagno. Aggiunge un’altra tacca alla settimana. Un’altra giornata in cui cercare qualcosa da ricordare. Così esce, come sempre, ha le sue commissioni da fare, quasi sempre le stesse, negli stessi negozi in cui incontra le stesse persone. Possibile? Devastante. Corre, corre sempre. Gli impegni si accavallano, anche se riesce a risolvere tante questioni, per lo più banali, ma comunque tossiche. Ma non riesce mai a staccare veramente, neanche quando si isola per un po’, quando si ferma a occhi chiusi ascoltando il suo respiro.

Si alza il vento e porta nuvole cariche di pioggia. Ora è fermo, sotto un temporale estivo, con l’ombrello che ripara appena. É fermo. Sposta l’ombrello, lascia che le gocce arrivino sul viso, sui capelli, lascia che il braccio scivoli di fianco con l’ombrello, fino a terra. Un tuono lontano sembra parlargli: ci sono. É un suono caldo, un abbraccio che arriva fino al cuore. Le macchine stanno passando veloci, di sicuro qualcuno lo starà guardando e si starà chiedendo cosa fa. Le gocce arrivano agli occhi e la sensazione non è quella che si era immaginato. Non sono come il collirio, oh no, sono piccole e fastidiose, gli appannano la vista. Non importa. Comincia a sentire le spalle bagnate, qualche rivolo che scende sul collo e sul petto.

Arrivano delle persone, sta ingombrando il piccolo marciapiedi. Meglio spostarsi. Piove. Annusa l’odore dell’aria bagnata, guarda i muri arroventati che odorano di pietra e sembrano antiche carte assorbenti, macchiate qua e là da minuscoli punti che appaiono e scompaiono. Il cielo è vivo. Si spostano le nuvole assorbite dal sole che reclama il suo regno. Vincerà.

I suoi amici sono partiti, e non lo hanno invitato.

“Sono finito negli spam.”

Il silenzio dopo il mare (2)

A grande richiesta…😂 A dire il vero, solo per Marina – vengodalmare, ecco la seconda parte di:

“ Il silenzio dopo il mare”

Banchi

Sotto quella fetta di cielo, speculare a quel fresco, al colore vivido e all’immaginazione, c’era il grigio dell’asfalto macchiato, caldo e puzzolente. Laura fissò per un attimo il fumo della sigaretta, prima di gettarla e vederla rotolare fino alla grata del tombino.

Rientrata nel bar, tra i rumori che conosceva bene, la triste colonna sonora della sua vita, notò che il Professore se ne era andato. Aveva lasciato il quotidiano sul tavolo, come sempre, e lei, come sempre, lo prese. L’avrebbe letto con calma durante la pausa pranzo.

Essere là dentro era come essere in un acquario, in cui si muovevano pesci affamati. La fagocitavano, divorando particelle senza chiedere, consumandola, spesso senza dolore, ma a volte con violenza, come i pesci palla. Tra le loro parole, quel modo di porsi o chiedere, volutamente aggressivo, lasciava segni e una sorta di tossina che le si accumulava sotto pelle, quasi vicino all’anima.

Macrofagi che eliminavano le loro scorie, i loro detriti accumulati nei mesi, ingerendo il suo amor proprio. Quella mattina stava diventando particolarmente pesante, come se squali bianchi, barracuda e pesci scorpione, si fossero dati appuntamento, prima di andare al largo. Tutti in quel bar.

Era ufficialmente cominciata l’alta stagione, la sua amica Stefania aveva preso il pomeriggio libero e Laura necessitava di un momento di solitudine, anelava il silenzio come un naufrago in cerca d’acqua dolce.

Cercò di rintanarsi, il più lontano possibile dal vociare e dalla luce intensa, col suo tramezzino al pollo, l’acqua minerale e il quotidiano del Professore. Addentava e masticava con calma, col giornale davanti a sé, nascosta tra scatole di cartone nel retrobottega, vicino al frigorifero. La penombra, il lento sfogliare delle pagine, il ronzio del frigorifero che era come un mantra, avevano un potere taumaturgico. La solitudine.

Rimase un attimo ad occhi chiusi. Sentì entrare e uscire uno dei barman, come una folata di vento. Al richiudersi della porta sospirò e, chiudendo il giornale, la vista cadde su un’ombra nella pagina, un quadrato. Guardò meglio. Il Professore aveva strappato un annuncio tra gli A.A.A offresi. Era un quotidiano locale e ancora si utilizzava la dicitura AAA, per quel tipo di offerte non esplicitamente sessuali, ma sicuramente sessuali.

Il Professore? Ma come? Non può essere, di sicuro era un annuncio finito per sbaglio tra escort e accompagnatori. Ma certo!E se invece… Che male c’è.

Si alzò, diretta al cestino, gettò la bottiglietta, la carta, ma non il quotidiano. Uscì avvicinandosi al bancone e a Marco che l’aspettava.

  • Hai fatto Laura? Posso andare io?
  • Sì. Non è che hai La Gazzetta di oggi?
  • Là sotto.

Laura prese il giornale, appoggiato su una cassetta di birre, e lo nascose nella sua borsa, insieme a quello del Professore. Avrebbe voluto controllare quale annuncio era stato strappato ma a quell’ora era impossibile mimetizzarsi, si poteva solo indossare uno scafandro e gettarsi nella mischia.

I predatori stavano aspettando.

Passa. Tutto passa.

Non so perché eri sparito, dicono che succede. Ma perché a me? Avevi smesso di rispondermi e mi hai fatto preoccupare. Bastava scriverlo, dirlo.

Ora mi scrivi di nuovo, come se nulla fosse, dopo quasi più di sei mesi.

Mi alzo dal divano, infagottata nella tuta di pile. Non ho mangiato e lo stomaco gorgoglia.

“Beh? Rispondigli, no? Qual è il problema?”

E mia madre incomincia a dispensare consigli non richiesti. Quanto vorrei avere le sue certezze, ma non ne sono in grado. Mi mangio le unghie, mi arrabbio e le urlo spesso contro. Lei mi dice che la mia rabbia è solo debolezza travestita da forza. La fisso e, mentre sta vestendosi per uscire, longilinea e splendida come sempre, me la immagino seduta, tranquilla, trangugiare uno di quei panini che esplodono maionese e foglie di rucola da tutti i lati. Si riempie la bocca di cibo e certezze, come un blocco unico, cementato al terreno, uno Stonehenge che mastica chiunque si avvicini.

Lei sa cosa fare. Lo ha sempre saputo. Io, no. Lei è un facocero che si nutre delle debolezze altrui. Delle mie. E non ingrassa.

Mi allontano dalla sua stanza, il più lontano possibile. Sento il freddo del marmo attraverso i calzettoni rosa, finché arrivo sul tappeto che mi frena. La finestra, vado alla finestra.

Rileggo il messaggio che ho ricevuto: “Ciao, come stai? Passeggiata in centro?”

Mi ha sventrato e non se ne rende conto.

Nel frattempo, sono tornata nell’ingresso e non me ne sono accorta. Mi guardo nello specchio sul cassettone e vorrei vederlo vuoto, invece, sono là, dentro quella figura corpulenta, in quella salsiccia che mi ricopre.

Mi ero affidata a te, mi riflettevo nel tuo volto e ho cambiato forma per compiacerti, ho dimenticato pezzi di me pensando che fossero superflui. Ho nascosto i miei sogni, desideri, dolori, per non sbagliare, ora mi sento un’ombra che non appartiene a nessuno. Quando sei sparito mi sono persa e ho cominciato a mangiare, tanto, cercavo un motivo, qualcosa a cui dare la colpa, qualcosa che non fossi io.

Il tuo negarsi è stato come un sasso caduto nel cuore.

Stavo cominciando a dimenticarti, stavo tentando veramente, mi sentivo un po’ meglio, anche il mio stomaco stava meglio. Ignoravo anche le continue domande di mia madre sul perché non ci vedevamo più, schivavo i suoi sguardi compassionevoli ma accusatori, quel suo indugiare sui miei fianchi. Insomma, ora cosa faccio?

Le mie dita stanno rispondendo. Ma chi vi ha dato il permesso?

“Ciao. Va bene. A che ora?”

E aspetto. Ancora.

Intanto sceglierò cosa mettermi. In camera mia, sul letto, c’è un vestito, largo e lungo. Non lo metto da tanto, mi fa sentire una balena. Di fianco, un biglietto, di mia madre.

“Metti questo. E non mangiare gelati.”

Un crampo lungo e forte, un conato di vomito che mi fa correre in bagno. Lo scroscio dell’acqua fa da sottofondo al mio respiro che soffoca i singhiozzi.

Il tempo passa.

Il telefono è rimasto sul letto. Non arrivano risposte.

Vado in cucina e apro il frigo. Afferro qualunque cosa davanti a me e la trascino in bocca, coscia di pollo, cetriolini, ah! amo i cetriolini, del formaggio e una fetta di crostata.

Non arrivano risposte.

Apro il congelatore e prendo un barattolo di gelato. Ce ne sono cinque.

Non arrivano risposte.

Mi sono macchiata la tuta col gelato, sembra un disegno, ci vedo un occhio che mi fissa.

Passa. Tutto passa.

La spirale del tuono

Il temporale era passato. Oltre i vetri, osservava il tramonto, un fiume purpureo che si allungava lentamente avvolgendo la terra in un abbraccio morbido e viscoso. La luce, mescolandosi con l’aria, sembrava un fluido denso che non riusciva a scegliere se penetrare nel cuore della terra o dissolversi nella vastità dell’infinito. Il cielo, ora era un calderone di colori sfumati e impossibili da definire, pareva fondersi in un unico respiro che non apparteneva né al giorno né alla notte.

Un tuono lontano. Cancro. La parola riecheggiò nella sua mente. Un rumore sordo, un’onda che inghiotte la sabbia. Era malata. Solo ieri, la sua vita sembrava scorrere tranquilla, anonima, una pagina vuota che non aspettava altro che essere riempita. Da oggi, invece, avrebbe dovuto affrontare una realtà sconosciuta che pulsava come una ferita aperta.

Osservò le gocce di pioggia sui vetri, piccole capsule di tempo cristallizzato. Ogni goccia immobile racchiudeva in sé un istante che non sarebbe mai tornato, un attimo di vita rubato riflettendo il mondo fuori come attraverso uno specchio che si incrina e si ricompone in continuazione.

Rimise play sul film che aveva scelto, così lontano dalla sua storia di vita. Le scene del film tentavano di imitare la realtà, ma non ci riuscivano. La storia d’amore era un inganno che non faceva altro che acutizzare la sua solitudine. Le scene di disperazione erano troppo perfette, costruite con tale artificio che ogni singolo gesto, ogni sguardo, la irritava. La sofferenza in quel film non sembrava vera, era frutto di una scenografia ben studiata.

Quale film sarebbe stato la sua vita? Forse un film noioso, banale, un film troppo lungo, con un nastro che ora si era inceppato. O un film di cassetta, uno di quelli che ormai non hanno più né colore né vita. Le tornarono alla mente certi vecchi film che avevano perso la loro freschezza ed erano diventati un ricordo sbiadito, troppo familiare, troppo visto.

Eppure, oggi c’era qualcosa di diverso. Era arrivato senza preavviso, come un parente invadente che entra in casa senza bussare, che si siede alla tua tavola e pretende di restare. Accettare. Doveva accettare la situazione e affrontarla, ma come si può accettare qualcosa che non si capisce? Come può una controfigura ergersi a protagonista di una storia che non conosce? La paura di dover affrontare l’ignoto, l’imprevedibile, la faceva sentire piccola, fragile, e il corpo non pareva più in grado di sostenere l’anima che vi abitava.

Si sedette di nuovo sul divano, intorpidita dal freddo che si stava infiltrando sotto pelle. Il suono dei messaggi che arrivavano sul suo telefono era lontano. “Coraggio”, “ti sono vicina”, “abbracci”, parole che fluttuavano come piccole bolle di sapone, destinate a dissolversi prima che potessero raggiungerle il cuore.

Il mondo fuori era un’illusione, una visione speculare di ciò che avrebbe dovuto essere, una spirale che si allontanava da lei senza mai sfiorarla davvero.

Ritornò alla finestra a guardare il peso di un cielo che stava per crollare.


Corro da te

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è il regalo più grande che qualcuno potrebbe farti?

Capita. Capita a tutti, credo, di attraversare quei momenti così difficili da essere convinti di non farcela. Io sono stata talmente tanto nel baratro da pensare di arredarlo.

Eppure, sono ancora qui, col mio dolore ben conficcato nel cuore, ma so di non essere l’unica. Non mi consola, non consola nessuno, ma aiuta a guardarsi allo specchio dritto negli occhi e smettere di autocommiserarsi.

Proprio in uno dei momenti più dolorosi della mia vita, un’amica mi ha chiamato al telefono. Non mi ha fatto neanche finire di parlare, forse stavo biascicando, straparlando, o forse ha semplicemente avvertito che non avevo bisogno di parole ma di un abbraccio.

” Corro da te.”

Corro da te. Questo è stato uno dei regali più grandi.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Assenza

Un sospiro. Ancora. E gli occhi trattengono le lacrime come una diga al limite della capienza. Lei è seduta, vicino a suo marito, ed entrambi, stanno fissando la sedia vuota, davanti a loro. Il piatto mezzo pieno di pasta in bianco, col parmigiano, il piatto preferito da suo figlio. Quello era il piatto che le aveva sempre chiesto, quello era la via per la salvezza. Ma non era stato così. Neanche oggi. Il mostro che si era impossessato di Davide lo stava portando via, e lei sentiva i conati di vomito, dal bagno, e lo sciacquone, che dichiarava: é fatta.

Assenza.

Questa parola le si era insinuata sotto-pelle, durante le sedute con lo psicologo che aveva preso in cura Davide. Ma non erano le ragazze ad essere vittime di anoressia?

An-orexis, assenza di appetito(orexis), non è solo il rifiuto di nutrirsi, è assenza di desiderio, del desiderio di vivere.

Perché Davide?

Eri così intelligente, non capisco come mai non riuscivi ad ottenere voti migliori, per non parlare delle uscite con i tuoi amici. Quante volte ti abbiamo rimproverato per aver fatto cose assurde, come guidare bendato o lanciarti, da un palazzo di tre piani, all’altro. E quella volta che tuo padre ti ha visto uscire truccato come un trans, e gli avevi risposto che era un gioco? Gioco, sti c…i, io ero rimasta inorridita. Mio figlio, MIO FIGLIO, che va a passare una serata con chissà chi, conciato in quel modo. Ti sei drogato? Sono sicura che ti sei anche drogato.

Non sai più ragionare. Lo hai mai fatto? Bisogna pensare prima di agire!

Non vedi quanto ci fai preoccupare? Pensavo fossi più forte. Hai smesso di lottare, se mai hai cominciato. Io sono stanca, tuo padre è stanco.

Davide non ha nessun sentimento di colpa. Lui nega, negava sempre. Lui, allo specchio, si vede enorme e grottesco, immeritevole di esistere. Nella sua camera, perfettamente in ordine, i libri impilati per gamma di colore e dimensione, il letto immacolato, col copriletto rigidamente infilato ai quattro lati, la scrivania sgombra, con solo quattro penne allineate davanti al computer. Non c’era posto per ninnoli o fogli, per scarpe abbandonate a terra, magliette lasciate sulla sedia. Non c’era posto.

Prese dall’armadio, lucido e perfettamente chiuso, il suo borsone per la palestra ed uscì.

Il cuore lo vuole

Seduta in macchina, al semaforo, mentre la pioggia batteva nervosa sul parabrezza, stava pensando. Voleva fumare ma, sia per la pioggia che sarebbe entrata dal finestrino aperto appena un po’, sia per l’umidità, aspettava di arrivare. E scattò il verde, via libera, almeno da quell’incrocio. Stava pensando alla sua vita, a quello che le rimaneva. Macerie.

Messaggi sul telefono di suo marito. Messaggi inequivocabili. Da una donna, giovane, molto giovane. Poi la discussione, seguita alle domande, alle sue richieste di spiegazione.

Ma davvero avevo bisogno di una spiegazione? Mentire, in questi casi, è quasi un atto dovuto. Perché è stato onesto? Perché mi ha detto che si vede con un’altra?

Sarebbe stata pronta a vedere le cose in un altro modo, non era stata petulante o ingombrante. Come comportarsi, cosa fare? Istinto, come gli animali?

Non mi ricordo cosa mi aveva chiesto. Stavamo attraversando una crisi e mi aveva raccomandato qualcosa. Gli avevo regalato un orologio perché il tempo passato insieme è prezioso. Ma non lo aveva capito.

Altro semaforo. Controlla il telefono, niente. Non sa se piangere, lui se ne sta andando via, Il cuore vuole ciò che vuole. Il suo cuore. É bizzarro pensare che il cuore sia preparato a questo, può esserlo la mente, ma il cuore, ah il cuore vuole ciò che vuole.

Dov’ero? Dove sono stata mentre andavi via? Mentre ti preparavi come un ragazzino, elegante e profumato, come quando ti ho conosciuto? Non mi sono accorta di essermi persa, che ti stavo perdendo, che non esisteva più un “noi”. Sono una cattiva persona?

Frena di colpo, un pedone la fissa spaventato, prima di inveire. Non le importa degli altri. Arriva un messaggio: <Ho lasciato le tue chiavi al portiere. Ci aggiorniamo.>

La solitudine ti fa appassire e indurisce la corazza. Cambiò strada, diretta al mare, aveva bisogno di respirare e, forse, urlare sulla spiaggia deserta, verso le onde. O semplicemente fermarsi a guardare il cielo, la sabbia, i detriti rigettati sulla battigia, senza una ragione. Il cuore lo vuole.

Tornerai, tornate sempre. Forse, no.

STALKING. Sapresti difenderti?

STALKING. Sapresti difenderti?

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMRARE

Echos edizioni – echosprime.it

Ti scrivo perché non so amare

Quella sera, il mio destino stava cambiando.
Carlotta mi mostrò un disegno, un uomo di spalle che stava fotografando una donna, me. Poi, mi diede una busta bianca, chiusa.
 < E questa? Cos’è?>
L’aveva trovata sul mio zerbino.
L’apro e all’interno c’è un foglio con un disegno a forma di goccia, sembra una lacrima, e poche righe che si leggono male.”

Questa è l’essenza dello STALKING che, lentamente, avvelena la vita della vittima.

Questo è il mio ultimo romanzo.

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE – STALKING (Echos edizioni)

echosprime.it

Questo romanzo racconta la storia di una ragazza qualunque, una ragazza normale, la cui vita verrà stravolta lentamente, subdolamente, da uno stalker. La narrazione coinvolge come in un noir, quasi un giallo, viste le dinamiche, i colpi di scena e gli intrecci che, inevitabilmente, interessano non solo la protagonista, ma tutti i suoi contatti. L’epilogo del romanzo è sconcertante, perché volevo che fosse così. Imprevedibile, come la vita.

Qual è la differenza tra ansia e paura?


Lo STALKING, é un argomento che ci riguarda soltanto perché ne sentiamo parlare, ma in realtà interessa sempre più persone, non solo donne.

Prima di scrivere, ne ho approfondito ogni aspetto, letto Valutazioni psichiatriche/forensi di esperti e professionisti, ho voluto capire di più sull’evoluzione di un fenomeno che, con l’avvento del cyber spazio, è aumentato esponenzialmente, offrendo occasioni e strumenti a chi intende disturbare, molestare o aggredire qualcuno, restando nell’anonimato. Addentrandomi nel problema, ho scoperto che le vittime non sono solo le destinatarie dirette ma che, ulteriori vittime, descritte come secondarie, sono anche la famiglia, i figli, partner, coinquilini, amici, colleghi e addirittura gli animali domestici della vittima.

Lo stalker, non si limita al disturbo ossessivo ma tenta di distruggere qualsiasi legame nella vita del proprio oggetto del desiderio, in un’ottica di controllo ed espressione di potere.

Difficile capire chi è questa persona e, per la vittima, è impossibile uscire dalla ragnatela sempre più fitta che il suo aguzzino le costruirà intorno.


RINGRAZIAMENTI

Un ringraziamento speciale va al poeta contemporaneo Marcello Comitini, che mi ha permesso di inserire nel romanzo, cinque delle sue poesie, tratte dal Quaderno di poesie “L’altrove della luna”. La sua lirica, anche in questa mia opera, sa cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, con una ricchezza sentimentale che sorprende col suo carico di significati.

Marcella Donagemma

Invisibile

Camminava, frantumando con le scarpe gli aghi di pino secchi e ammucchiati, come mikado sottili, fiancheggiando il muro corroso del cimitero. Arrivava sulla sua spalla sinistra l’umidità fredda, quasi che le anime volessero avvertire della loro presenza, dietro quel muro antico, come se lo stessero accompagnando. Ma la mente non smetteva di pensare, la mandibola era serrata, le mani sudate. Era nervoso, molto nervoso.

Mi vuoi lasciare? Lo so che vuoi lasciarmi.

Un pensiero e subito dopo un altro e un altro ancora. L’immagine della loro casa, lei che cucinava, lei che, come sempre, aveva sbagliato. Il sugo era uno schifo, acquoso e insipido, la pasta era uno schifo, lei era uno schifo. Ma era la sua lei. Aveva quello sguardo, dolce e remissivo.

Come si fa a perdere tutto questo? Non puoi neanche pensarlo. Sei uno schifo. Ti amo. Ti ho sempre amata.

Passa una macchina veloce e quasi lo tocca con lo specchietto. Si sente offeso. Invisibile. Cammina veloce, deve rientrare, le mani sono nervose.

Uno schiaffo, cosa sarà mai uno schiaffo? Sei tu che mi fai impazzire. Tu che mi guardi senza una ragione e lo vedo, lo vedo che mi giudichi.

Le mani pizzicano, sembra che il sangue si sia fermato nelle nocche. Le persone intorno sono nuvole, lo sono sempre state, a parte quando si esce in compagnia.

Ah, che belle serate! Bevendo, parlando. Si ride e tutti mi ascoltano. E tu finalmente, taci. A chi vuoi che interessi la tua vita? Pentole e pannolini. Ringrazia il cielo che ci sono io, che provvedo a tutto. Ma tu, la devi smettere. La devi smettere di rispondermi. CAPITO! No, non lo capisci, e insisti. E io, che posso fare? Mi fai perdere il controllo. Io che controllo sempre tutto, che sono rispettato. Mi temono sai? C’è che mi teme. C’è.

Il pesante portone si apre lentamente, troppo lentamente. L’ascensore è già al piano terra, nell’androne fresco di casa. Casa.

Sto arrivando.


foto unsplash

La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


Foto da unsplash

Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.

Vuoto

Mi piacerebbe che qualcuno mi insegnasse a stare da sola. Non dovrei rincorrere sempre la mediocrità, riempire i vuoti, accontentarmi di un surrogato dell’amore. Non è vero che il tempo mette ognuno al suo posto. Forse un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta e mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Ma non oggi. Oggi era là, seduta a fissare quei cinque piani di altezza sotto di lei, quel vuoto che terminava su delle aiuole circondate dal cemento.

Si accomodò meglio. Parlava da sola, come sempre.

Mi hanno detto che ho un grande dono, che la mia sensibilità ha una capacità di vibrare, un’agilità che risuona. E allora? Mi ricordo quando ero piccola e la maestra aveva detto a mia madre che la mia intelligenza disturbava, che riempiva e non lasciava spazio agli altri. Non vedevo gli altri bambini. Già allora, non riuscivo a vedere gli altri, ma sentivo la necessità di un rapporto vero. Vorrei capire.Vorrei capirmi.

DBP. Voleva dire tutto e niente. Ipersensibile. La avevano etichettata così.

Sono rabbiosa, anzi, furiosa, mi hanno tradito ancora e quello che pensavo di aver condiviso è svanito. Come polvere al vento. Vorrei distruggere tutto, tutto di me.

Fissò il cielo che stava imbrunendo, quella prima stella che bucava col suo sfolgorio. Finto. Le sembrò che anche quello spettacolo incomprensibile fosse finto.

Poi si guardò i piedi che ciondolavano nel vuoto. Non vedeva altro, non sentiva la necessità di un appoggio, non aveva paura. I colori là sotto erano mischiati, come in una tela astratta, pastosi e amalgamati.

Si sdraiò per guardare meglio l’infinito. L’infinito. Si poteva impazzire pensando all’infinito, il cervello non ne era capace, lei, non ne era capace.

“Ah, se potessi volare, partirei come un razzo. E magari, esploderei.”

E mise le mani a conchiglia intorno agli occhi per poter isolare i pensieri, per poter viaggiare in quei ritagli di cielo, lasciando tutto fuori. Aspettava di sentire se qualcuno la chiamava, se qualcuno si era accorto che non era in casa.

Il cielo si scurì, gli uccelli sparirono, le stelle apparvero una ad una, una ad una, una ad una.