Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

L’odio è faticoso

Anche oggi è arrivata alla porta dell’ ufficio. Varca la soglia della monotonia e piaggeria, saluta chi già sta sistemandosi alla sua scrivania. La sua è là in fondo, quasi attaccata al muro, con dietro pesanti armadi in ferro, ciclopi muti che sovrastano, minacciano, sanno tutto. Al loro interno c’era anche lei, la sua storia lavorativa, le sue scarse performance e i suoi punteggi. Quasi le sembra di sentirli rispondere, a voce bassa, ai quesiti degli altri file, alle loro battute, ammutolendola di fronte ai migliori. É stressante.

Eppure, la sua scrivania é come una cuccia, se non fosse per quella pila di articoli che doveva finire di correggere. Oggi, riunione del lunedì. Le colleghe sono in tiro, energiche, tutte carine, anche quelle passabili. Lei non era proprio male, ma c’era sempre qualcosa che non andava, o i capelli, o il colore dei pantaloni, o le occhiaie. Eleonora, quarta di reggiseno, gambe infinite, glielo faceva notare sempre.

La riunione si svolge, come sempre, nella sala col tavolo ovale in vetro, di quelli che una volta terminato il briefing, rimangono cosparsi di impronte e aloni lasciati dai bicchieri riempiti d’acqua. Oggi, oltre ai soliti, hanno parlato anche altri due colleghi. Si sono fatti forza, avevano preparato una presentazione che tutti hanno fatto finto di ascoltare, buttando distrattamente un occhio al Capo redattore, per vederne la reazione. Terminata. A lei, non toccherà altro che correggere bozze. Ancora.

Sulla sua scrivania, una rosa, rossa.

Sulla sua scrivania. I colleghi che fanno battutine, le colleghe che fanno finta di niente, tranne Eleonora, che arriva insieme alla chioma bionda e vaporosa, chiedendole chi gliela manda.

< Non so Eleonora, non c’è neanche un biglietto.>

< Allora forse si sono sbagliati. Magari non è per te.>

Crepa, Eleonora. Ti odierei, se non fossi tanto stanca.


foto da unsplash

La passeggiata

Ogni mattina, indossava le scarpe comode perché doveva affrontare una stradina di ciottoli antichi, di quelli tondeggianti, a volte puntuti. Gli occhi fissi a terra per non incorrere in storte e per schivare pericoli. Le mura medievali tutte intorno, fresche, l’accompagnavano fino al basso paese, un percorso che avrebbe potuto fare ad occhi chiusi, dopo tanti anni. Conosceva ogni anfratto, ogni vicolo, perfino quelle piantine selvatiche che fiorivano in primavera, azzurre, e che i ragazzi strappavano senza alcuna cura. In fondo alla strada non c’era nessuno, era presto. Meglio muoversi presto. Era arrivata sull’asfalto, la camminata ora era sciolta, tutt’altra sensazione. Ed ogni volta, pensava ai tempi in cui carrozze e cavalli, risalivano quei viottoli, doveva essere un inferno, tra fango e povera gente buttata a terra, brutto periodo il Medioevo. Una macchina le passò vicino sfrecciando.

Corri, corri, che dopo la curva rischi di bucare se non stai attento.

La piazzetta del paese era circondata da piante alte e cespugli appena tagliati, c’era profumo d’erba. La scuola era chiusa per le vacanze estive e i bar aspettavano, con le porte aperte e il profumo di caffè e brioches. C’era qualche persona seduta fuori, con il cane a terra, già ansimante per il caldo.

Sarà una giornata afosa.

Girò l’angolo per andare in drogheria, che era vicino al fruttivendolo, alla merceria, ad un altro bar e al giornalaio.

Spostò le tende in plastica, sempre le stesse da quando era arrivata, troppi anni fa. Il suo buongiorno risuonò nel locale dove c’erano già due signore davanti al bancone, intente a chiacchierare mentre ordinavano. Si riempì le narici col profumo del pane ancora tiepido e della focaccia, gonfia e succulenta. Stava per chiederne un pezzetto quando entrò una folata di energia e risate. Una famiglia con due ragazzini, gli zaini e il profumo di pulito, invase lo spazio. Salutarono e cominciarono a guardarsi intorno, passando tra gli scaffali a muro, con una elettricità che pareva smuovere le confezioni di pasta e tintinnare i vetri delle conserve. La mamma aveva già adocchiato quello che avrebbero comprato. La droghiera si staccò un attimo dalle signore per servire questo ingombro. In fondo sapeva che avrebbero preso panini imbottiti e bibite, forse qualche fetta di torta. Infatti.

Entrati e usciti. Come quando lasci la finestra aperta e fa corrente.

Turisti. Non sono di qua.

E nel negozio, l’aria era tornata stantia, le signore parlavano, guardando con la coda dell’occhio chi entrava, abbassando il tono della voce se c’era qualche pettegolezzo piccante. Di fianco alla cassa c’era un raccoglitore di caramelle, di quelli in metallo, di una volta, con la pubblicità punzonata sul bordo, ma ora raccoglieva tavolette di cioccolato, 80% di cacao.

Volevo un pezzo di focaccia, con la mortadella.

Se ne uscì col suo pacchetto tiepido e profumato, diretta al piccolo viale alberato.

Mi fermerò su una panchina all’ombra.

Il sole stava alzandosi, le ombre dei pini e dei tigli si assottigliavano e, in alto, proprio dietro la macchia verde, si sentivano le risate della famigliola che stava salendo verso la Rocca. Come un piccolo stormo danzante, tra le urla dei bambini che avevano visto uno scoiattolo.

Era tanto tempo che non vedeva uno scoiattolo, e addentò la focaccia, a occhi chiusi.


Foto da Unsplash di dmitry-novikov

Un pomeriggio buttato

Camminava verso la macchina, fumando come se stesse respirando a pieni polmoni, inalava e sbuffava fumo. Il rumore dei tacchi sul marciapiedi bagnato, ritmato, interrotto solo quando schivava le piccole pozzanghere che si erano formate dopo il temporale. Aveva smesso di piovere, l’aria non si era rinfrescata, dava più la sensazione di afa tropicale e i raggi di un sole stanco, bucavano le pesanti nuvole scure, minacciose.

La aspettava un traffico delirante, di mezzi impazziti, accalcati, nervosi come uno sciame di api minacciato da qualche pericolo. Rimase seduta in macchina per un po’, proprio non ce la faceva a partire subito. Era scarica, spossata.

Un pomeriggio buttato.

Le erano rimaste in testa le risate di Laura, quel suo continuo parlare, agitarsi, le attenzioni mielose da padrona di casa, tutte quelle effusioni a fior di pelle e gli sguardi. Più che altro gli sguardi. Ti rimanevano addosso come i filamenti di una gomma da masticare su cui ti eri seduta incautamente.

Un pomeriggio buttato.

Laura aveva davvero una bella casa, un marito perfetto e due figli perfetti. Conosceva solo di vista le altre invitate. Di cosa si era parlato? Mah. Doveva essere un aperitivo di compleanno, ma il buffet, il personale di servizio, le mises delle ospiti, l’avevano frastornata. Conosceva Laura, sapeva che amava esagerare, ma oggi, era stato davvero troppo. Troppo”Ciao tesoro!”, troppo”Sei un incanto!”, troppo “Che piacere rivederti!”.

Il suo mazzo di fiori, peonie, gerbere, lillà e bocche di leone, buttato su un tavolo insieme ai regali, che presto ne avevano martoriato i petali, tutte quelle persone che non stavano ferme un attimo, con un bicchiere in una mano e un piattino nell’altra. Solo lei, aveva preso un fiore di zucca con un tovagliolino e lo aveva mangiato. Si era sentita fuori posto. La barca di suo marito era troppo piccola, sua figlia non era abbastanza bionda, suo nipote ancora non parlava e lei, non poteva sfoggiare un, seppur piccolo, successo patinato.

Aveva sorriso e ascoltato, osservato e invidiato. La perfezione dell’arredo, l’equilibrio dei colori, le piante sulla terrazza, rigogliose e fiorite. Poi, il temporale. Tutte in casa! Le finestre accostate, i tuoni e la torta, portata su un carrello, dalla colf più triste del mondo, tra applausi e baci.

Un pomeriggio buttato.

Mise in moto la macchina, pensando alla torta che, in fondo, non era stata granché.


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RELAZIONI e TINDER: la tagliente analisi della dott.ssa Giuseppina Di Maio

Ecco uno scritto, ma potrei dire, l’inizio di un saggio, su un tema doloroso, a volte spaventoso e che può lasciare ferite nel profondo. La dott.ssa Di Maio, che ringrazio per aver citato il mio racconto, scandaglia. viviseziona, analizza, un fenomeno troppo spesso preso sotto gamba, con leggerezza.
La presa di coscienza di un problema e’ sempre il primo passo…

Pupille salate

Si accese una sigaretta. Era un comportamento assolutamente riprovevole, aveva giurato a se stessa di smettere. Per la terza volta. Ma le scuse erano traboccate, anestetizzando il senso di colpa. Rimaneva insoluta la questione della forza di carattere. Ne sentiva quasi la presenza fisica, come se un’educatrice severa, di quelle dal colletto inamidato e lo sguardo cattivo, stizzoso, la stesse fissando, proprio di fianco, muta e giudicante.

Le soffiò addosso una boccata di fumo. Non era il momento, tutto qui.

Si sdraiò sul divano e rimase a fissare il soffitto, mentre fuori il cielo cristallizzava nel perfetto indaco del crepuscolo. La televisione era accesa e senza volume, pulsava luci, visi, storie. Lanciò uno sguardo al telefono. Nessun messaggio, niente. E aprì Tinder, il suo “supermercato di contatti umani”. L’ultimo incontro era stato un disastro, ma sempre meglio del penultimo, un maschilista analfabeta. Perché non inserire dati reali? Descrizioni che tratteggino in maniera accurata la personalità e gli interessi? Hanno tempo da perdere. Non era facile, certo, non era facile. Il destino, le diceva sua madre, c’è un destino per tutto. Che sia tu? Sarai tu il mio destino? Stava aspettando un messaggio di riscontro, ma non arrivava.

Decise di prepararsi qualcosa di buono, aveva bisogno di qualcosa di buono. I tagliolini freschi, con un sugo ai funghi. Lavò e mondò i funghetti, prese due belle cipolle di Tropea e cominciò ad affettarle molto fini. Le avrebbe lasciate passire dolcemente nell’olio, per poi bagnarle con un goccio di vino bianco secco. Gli occhi le pizzicavano un pò, inumidendole le pupille. Musica, ci vuole un pò di musica! Ed eccolo il messaggio.

Ciao scusami ma oggi e domani non posso. Potrei vederti il prossimo venerdì. Ah, ti prego, non venire se hai più di 35 anni. Le ultime che ho incontrato sembravano mia madre!😜

L’olio si stava scaldando troppo, abbassò la fiamma e fece scivolare le cipolle affettate dal tagliere. Poi, prese un tovagliolo di carta e si asciugò le gocce salate che le rigavano il viso.

Più tardi sceglierò un film, più tardi.


Foto da unsplash

Voglia di vedersi

Il vecchio orologio a pendolo stava battendo gli ultimi rintocchi. Era nell’angolo a sinistra dell’entrata di casa, da sempre, e da sempre, aveva dato il ritmo alle sue giornate. Era appena rientrata dalla passeggiata come ogni giorno, si era tolta la giacca e l’aveva sistemata sull’appendiabiti in legno, ormai vecchiotto, ma che un tempo era stato sempre carico di cappotti, giacconi, borse. Le giornate passavano e il tempo era sempre troppo.

Per lei era troppo, così andava a dormire presto per poi alzarsi tardi, al mattino. Aveva trovato questa scappatoia, in questo modo le ore di vita, di presenza nel mondo, erano diventate accettabili.

Fuori era esplosa la primavera, solo fuori, dentro di lei invece, permaneva una sorta di cupo autunno immobile. I gesti, sempre gli stessi, erano al contempo rassicuranti e terribilmente noiosi, un ripetersi di movimenti, dallo spegnere la sveglia al mattino, all’allungare le gambe sulla sedia alla sera. In mezzo, c’erano solo ore da far passare.

Quando usciva, ogni tanto incontrava qualcuno, qualche amica, anziana anche lei, ma non vecchia, e le pareva che, al confronto, la sua vita fosse come un ortaggio dimenticato nel frigorifero, un pomodoro senza sapore, un cespo di lattuga da buttare. La vita ha bisogno di bellezza, anche nel dolore.

Eppure, anche le altre storie di vita avevano attraversato avversità, lutti, delusioni. Tutte, parlavano di figli e nipoti.

Proverò a chiamarlo ancora mio figlio, lo inviterò ancora e forse troverà il tempo di venire un attimo, con la famiglia.

Quel giorno che, alla finestra, li aveva visti camminare verso la gelateria, aveva sperato che poi passassero da lei, per farle una sorpresa, una visita non programmata, fatta solo di voglia di vedersi.

Il vecchio orologio suonò l’ora. Ora di andare a dormire.


Foto unsplah

Lo strano odore della notte

Le luci dei lampioni colpivano il cofano della macchina prima di ferire i suoi occhi. Aveva lasciato il finestrino un po’ abbassato, solo quel tanto che bastava a far entrare un soffio costante di aria fredda, che sfiorava la sua guancia e la sua spalla sinistra.

A quell’ora, non c’era molto traffico in autostrada, solo alcuni grossi camion che lo sorpassavano rumorosi, veloci, illuminando l’asfalto a giorno. L’ultimo che aveva visto, mostrava sul fianco un’immagine di un lupo dalle fauci aperte, e una serie di luci che trionfavano sul parabrezza.

Pensate che io non valga, mi rifiuto di essere piccolo perché voi pensate in piccolo.

Aveva acceso la radio e stava fumando. Le colline, massicce e scure, sembravano disegnate con la china, la luna era proprio dietro quei confini, nascosta. Vide una stazione di servizio.

La prossima, mi fermerò alla prossima.

Invece, di colpo, sterzò il volante ed entrò nel parcheggio immenso, desolato e deserto. Rimase seduto, col motore spento, in silenzio, poi, scese dalla macchina.

Non ridurrò la mia visone perché non riuscite a raggiungermi.

Camminò lentamente, respirando profondamente, ed entrò nel piccolo bar, dove un ragazzo stava lavando il pavimento.

Che strano odore ha la notte in questi posti, sa di metallo e sporco, pizzica il naso.

Prese un caffè, col sottofondo rumoroso del frigorifero, e vide il suo viso riflesso nello specchio dietro al bancone. Sembrava finto, grigio, una foto. Si girò verso il ragazzo che stava sistemando i pacchi di biscotti e gli sparò alla testa, appena sopra la nuca.

Un suono secco, come quello di un petardo, un tonfo, poi, più niente. Solo il rumore del frigorifero.


Foto di khamkeo-vilaysing da Unspalsh

Il cuscino a righe

Certe notti, quando apriva gli occhi di colpo, come se l’avessero svegliata, in quelle notti, sentiva il male di vivere. Le lacrime uscivano, i singhiozzi le toglievano il fiato, le veniva da urlare. Si può dare un nome a tutto questo? Uno solo? Avevano redatto un lungo elenco, in verità, per descrivere a fondo quella sensazione opprimente, quel senso di solitudine viscerale accompagnato da un dolore costante, profondo. La cosa grave era che se ne rendeva conto, sapeva di poter trovare la forza, continuando a sondare a fondo la sua vita. Una tortura, lenta e crudele, per ottenere la risposta, solo quella, quella che tutti si aspettavano.

Come inquisitori, con quello sguardo vuoto, assente, seduti mollemente ad osservare, scegliendo con cura lo strumento di supplizio più atroce: quello che ti lascia in vita, togliendotene la voglia.

Nei corridoi, si sentivano passi veloci, porte che si aprivano e si chiudevano, poi, silenzio. Gocce di sangue, gocce di sale, lamenti e urla.

Chiudi gli occhi, presto!

Fingeva di dormire, quando sentiva aprirsi la sua porta, e rimaneva immobile come una statua di cera.

No, ancora una pillola no! Ma l’acqua già scivolava nella gola, fredda, arrivava nello stomaco, pungente. E un buio pesante calava sui suoi occhi, obbligandola a chiuderli, la mente ancora attiva che s’infuriava, pensava di muoversi, lo pensava soltanto.

La luce filtrava dalle sbarre della finestra sul cuscino del letto di fianco, un cuscino a righe.


Foto da unsplash

Tra la Polvere e le Nuvole. Commento del poeta Marcello Comitini

Ho presentato il mio terzo romanzo, TRA LA POLVERE E LE NUVOLE, edito da Echos Edizioni.

Con molto piacere, mi sento onorata nel condividere alcune considerazioni scritte dal poeta Marcello Comitini sul mio romanzo.

“Questo romanzo, come dice il risvolto di copertina, racconta l’esperienza di Giovanna, dopo il fallimento del suo studio di architettura. È la storia vera di chi ha vissuto l’insuccesso e la solitudine e vede davanti a sé spalancarsi le porte dell’inferno. Riflettere sul fallimento e sulle sue conseguenze significa scrivere un romanzo duro, un romanzo amaro? Non direi. Però Giovanna sembra proprio di parere opposto al mio quando afferma che “Tutti cercano i sogni, hanno bisogno di ottimismo per andare avanti. Di certo vedere le miserie umane, il degrado, il fallimento, non scatena nessuna voglia, semmai il rifiuto. E si va oltre.” Questo andare oltre ha tuttavia un duplice significato. Dipende da come lo s’interpreta, dipende dal come si guarda alla vicenda dolorosa di colei che ha perso tutto e rischia di perdere anche se stessa. Dipende se si racconta con l’obiettivo di narrare semplicemente una storia più o meno commovente o viceversa con lo scopo di accompagnare con la comprensione e la partecipazione le contraddizioni e le lotte emotive di una donna dal fisico e dall’animo provato dalle avversità. È proprio quest’ultimo modo di narrare che l’autrice ha scelto con attenzione e passione, immedesimandosi nel personaggio, analizzando con forte capacità introspettiva gli scoramenti di fronte agli insuccessi, la voglia di resistere nonostante. E la scelta dell’autrice è la chiave di lettura del romanzo da cui ci giunge il suo sguardo particolarmente acceso di una profonda umanità sui motivi del fallimento e delle sue tristi conseguenze. È un romanzo popolato da diversi personaggi, ma di essi una soltanto, Giovanna, è la protagonista, gli altri, uomini e donne compaiono, come comparse in un dramma teatrale, e scompaiono inghiottiti dal flusso delle loro storie. Ma Giovanna è l’unica dai mille volti intimi , dalle mille sfaccettature dell’animo, che rende vivo e palpitante il romanzo. Palpitante perché è questa la partecipazione del lettore che segue l’incalzare dei pensieri di Giovanna e in lei vede una guerriera, ferita, umiliata, a volte preda dei demoni della povertà e della solitudine, senza che tuttavia getti la spada e si arrenda.”

Tra la Polvere e le Nuvole, la vera storia comincia qui. Giovanna è entrata in una nuova dimensione, un mondo che non conosceva, non le apparteneva: i senza fissa dimora. Passerà dal rifiuto alla comprensione, incontrando persone come lei, diverse da lei, scontrandosi con la solitudine, quella vera, paralizzante, quella in cui parli da sola, ad alta voce. Un’avventura. Questo romanzo, attraverso un monologo, racconta la sfida di chi non era predestinato, una persona qualunque, dalla vita scandita da routine rassicuranti e problemi comuni. Puntellare il crollo emozionale e fisico ogni giorno, scoprirsi irriverenti e provocatori, dover accettare di essere imperfetti.

Non è cupo, inquieta. “L’inferno è la verità vista troppo tardi.”

Non c’è niente che galvanizzi più della luce, la luce che illumina i tuoi successi. Potessi restare immobile, come in un quadro, per sempre.

TRA LA POLVERE E LE NUVOLE

Un ringraziamento al poeta Marcello Comitini per il suo graditissimo commento.


Foto Copertina Romanzo da Echos Edizioni

Lo Scialle Rosso

Francesca ha appena finito di apparecchiare. Per tre. Lei, suo padre e sua madre.

Non ha messo il solito servizio di piatti, perché oggi è un giorno speciale. Apre la bottiglia di vino, un Cabernet che piace a suo padre e lo versa nel suo bicchiere. In cucina, sul fuoco, sta finendo di cuocere uno spezzatino e, nella padella di fianco, le patate sembrano perfette.

Non parla ad alta voce, sussurra. Sta parlando con loro, i suoi genitori.

Francesca ha 65 anni e non è sposata, è un’artista, fa teatro. Ogni tanto ripete mentalmente alcune frasi, dell’ultima parte che aveva interpretato, qualche anno prima.

Poi, con un moto di stizza, cerca di allontanare quei pensieri. Oggi l’hanno chiamata per una piccola parte in una commedia e deve concentrarsi, deve ripetere i nuovi testi.

Lo aveva fatto per tutto il pomeriggio davanti allo specchio, con lo scialle rosso, scaramantico, di sua madre, sulle spalle. Anche lei era stata attrice di teatro. Era stata famosa e, suo padre, glielo ricordava sempre.

Ora, drammatica, ora, calma, ora, arrabbiata ma non troppo. No, non andava, non andava affatto bene.

Ma stasera, cenava con i suoi, come sempre, e avrebbe parlato con loro. Aveva comprato anche un mazzo di peonie, le preferite di sua mamma, e le aveva messe al centro tavola. Era emozionata, voleva che tutto fosse perfetto, e lo sarebbe stato, certamente.

Certamente.

Guarda fuori dalla finestra, la luna sembra enorme, alone vicino bel tempo lontano, alone lontano bel tempo vicino. Alone lontano.

Porta in tavola le pietanze fumanti, poi corre in cucina perché si era dimenticata il pane. Che sciocca.

Squilla il telefono. Ma proprio adesso?

< Ciao, come stai?>

< Ciao, benissimo, grazie. Dimmi pure, ma in fretta, ho già pronto a tavola>

< Ceni ancora con i tuoi Francesca?>

<…..>

Ma che domande fai?

<Certo. Saranno affamati, come sempre, e non ho molto tempo, dimmi come posso aiutarti?>

< Domani ti aspetto a studio Francesca>

< Domani mattina? Cercherò. D’accordo. Ora però devo proprio lasciarti. A domani.>

E chiude la conversazione. Chiude.

La cena non può aspettare. Non oggi. I morti hanno sempre fame, chissà perché sono così affamati.


Foto di klara kulikova da Unsplash

Ti hanno detto

E così hai aperto gli occhi. Anche oggi.

La sveglia ha suonato la prima volta e l’hai silenziata, sapendo di avere ancora 15 minuti prima del secondo e definitivo squillo. Ti sei crogiolato tra le lenzuola, mezzo scoperto perché fa ancora caldo, e hai passato quei 15 minuti in dormiveglia, forse hai sognato, ti sei stiracchiato, hai affondato la testa nel cuscino, cercando l’oblio.

Ma al secondo allarme, rumoroso e fastidioso come un colpo di clacson al semaforo, sei scattato a sedere, come una molla. Hai ancora gli occhi chiusi e non vorresti, proprio non vorresti alzarti.

Allunghi una mano sul comodino, prendi le tue pillole bianche e rosa e bevi, a collo, dalla bottiglia.

Alzati, forza.

Quanto è difficile, quanto peso hai addosso. Eppure ti hanno detto che sei forte.

Che ne sanno?

Ti guardi allo specchio, la barba, devi rasarti, e dovresti anche andare dal barbiere. Oggi, no.

Un passo davanti all’altro, fino alla cucina, ti siedi mentre aspetti il caffè. I pensili, la tavola, il forno, la macchinetta del caffè. Borbottio e vapore profumato, spegni il fuoco. Rimani così, in piedi, davanti alla moka, la tazzina di fianco che aspetta.

Rimani così.

Hai chiuso ancora gli occhi, vorresti solo dormire. Ma ti hanno detto che sei forte. Versi il caffè e lo bevi lentamente, caffè nero, lungo, senza zucchero, come la tua vita, amara e buia.

Un piede davanti all’altro fino al bagno. Ti hanno detto che sei forte. La schiuma da barba bianca, una nuvola sul viso e il rasoio che traccia solchi, sciacqui e ricominci. Ti hanno detto che sei forte. Le braccia pesano, una lacrima scende lungo un solco appena rasato, tra la schiuma.

Che ne sanno?


Foto di Serhat Beyazkaya da Unsplash

Amabile nulla

Amabile. Lei era così, glielo dicevano spesso.

Era quel tipo di persona che passa inosservata, mai sopra le righe, forse un po’ solitaria. La sua casa era in ordine, sempre. Non un granello di polvere, non un cuscino fuori posto, anche le tende, immacolate, erano immobili, a piombo, perfette. Una vita in discesa la sua, famiglia normale, nessuna eccellenza negli studi, laurea conseguita nei tempi e il lavoro era arrivato facile, grazie al papà, in uno studio di architettura. Niente di più, niente di meno.

Si era svegliata come ogni giorno, da quattro anni, alle 06.15, ed era scesa dal letto col piede destro, sempre lo stesso piede. Una routine di gesti ed abitudini, dall’accendere il bollitore dell’acqua, al fumare la prima sigaretta davanti alla finestra, ancora in pigiama. Il cielo era azzurro, i palazzi di fronte sembravano deserti, un silenzio reboante. Quella notte aveva dormito male, per l’ennesima volta le avevano chiesto di passare un progetto ad un altro collega. Per l’ennesima volta lo aveva aiutato.

“Sei davvero amabile.”

Era amabile quando le amiche le davano buca, quando tutti potevano contare su di lei, quando non disturbava, quando non esisteva.

Era lunedì.

Lunedì: pantaloni e camicia, scarpe e borsa abbinate. Tazza lavata e asciugata, tapparelle abbassate, chiavi di casa e il rumore del portone che si chiude. Rimbomba un attimo nella tromba delle scale, solo un attimo.

Uscendo dal palazzo il vento le gonfia i capelli e la camicia, mentre le sembra di camminare a fatica, come se affondasse nella ghiaia, fino al cancello. Era già arrivata alla metro, non le era chiaro quale tragitto avesse fatto, sicuramente sempre lo stesso, ma non si era fermata al bar. Forse sì.

Non le importava, stava aspettando, nell’aria stantia, tra tante persone che parlavano, ma non sentiva. Stava aspettando sulla linea gialla. Una donna, né giovane, né vecchia le si piazza davanti.

Sei amabile.

Arriva l’aria che precede il rumore e quell’odore acre di metallo e cemento, poi, le luci della metro. É quasi lì.

Le sue mani si alzano lentamente e spinge, forte, la schiena che ha davanti a se. Urla, braccia che la braccano, schizzi di sangue ovunque, l’orrore negli occhi delle persone, lo sgomento.

Silenzio, fate silenzio, fatemi spazio, non vi vedo. Non vi sento.


Foto di Alexander Grey da Unsplash

alone and beyond

Un piccolo passo, poi un altro. Con la maglietta rossa e un bel cappello di paglia, appoggiato ad un girello, procedeva fragile, sul marciapiedi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere un po’ di forza. Alzava lo sguardo dal grigio dell’asfalto, da quell’attrezzo, sua armatura e destriero, verso il cielo. Il tragitto da casa al bar era un percorso lungo e faticoso che faceva ogni mattina da solo, dopo essersi preparato con cura, pettinato e vestito come ogni giorno, guardandosi allo specchio, senza occhiali.

Aveva quasi 90 anni ma ancora ci vedeva bene, era il resto del corpo che non rispondeva più come un tempo. Ma quando si svegliava, dopo essersi fatto il caffè, mentre raggiungeva il bagno lentamente, gli capitava di avere dei flash, di ricordarsi com’era sentirsi agili e forti, di quanto era tutto più semplice. Si era invece scordato quando era cominciato il decadimento, forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, era accaduto e basta, come succede per lo scorrere delle stagioni.

Non amava rimuginare, non sarebbe servito niente e quindi, ogni giorno, se il tempo lo consentiva, prendeva le sue gambe di metallo e usciva, sempre in ordine, col suo cappello. Fino a poco tempo prima era riuscito anche a fare la spesa ma aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di percorrere il lungo tragitto da casa sua al bar, dove lo aspettava il suo tavolino in un angolo comodo.

Qualche parola scambiata con le signore che passavano ogni giorno e che salutava come un cavaliere d’altri tempi, le solite risposte al cameriere gentile che gli portava il suo caffè macchiato caldo. Nei giorni dispari arrivavano alcune sue vecchie conoscenze e lo invitavano a giocare a carte, non oggi.

I ricordi riapparirono vedendo gonfiarsi il tendone del bar, come una vela spiegata e, chiudendo gli occhi, rivide le onde fragorose e minacciose che conosceva bene. Avrebbe voluto raccontare di quando aveva fatto il mozzo su una nave per sette anni, per poi rimanere fino a diventare Comandante. Avrebbe voluto raccontare dei posti che aveva visitato e delle persone che aveva conosciuto, del suo equipaggio, le lunghe ore passate a chiacchierare, andando poi a recuperare chi si era perso nei bar dell’Havana, troppo ubriaco per ritrovare la strada. Gli sarebbe piaciuto narrare la sua vita a chi passava, camminando veloce, sempre di fretta, e portarlo per un attimo con sé, nei suoi ricordi del profumo della pelle di amori travolgenti, di giuramenti mai rispettati o dei rimpianti che spaccavano il cuore davanti alle albe in pieno oceano. Quanto avrebbe voluto descrivere le fughe dai pirati che apparivano dal nulla, nei mari delle coste africane, i colori sgargianti delle stoffe barattate con il pesce, le nottate senza fine, di guardia, aspettando che il destino decidesse con quanta forza li avrebbe messi alla prova.

Gli anni erano volati, scanditi dalle stagioni e dalle rotte. Avrebbe potuto disegnare la sua vita su un mappamondo, con un pennarello che avrebbe alla fine ricoperto tutti gli oceani e toccato tutti i continenti.

Non c’era nessuno a cui raccontare tutto ciò, nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Per il mondo era solo un vecchio che aveva lavorato su una nave.

Ma oggi, la nostalgia aveva lasciato il posto ad un sorriso, il vento era così forte da avergli strappato il cappello e scompigliato i capelli, sopra quello sguardo azzurro, profondo e lontano. Le nuvole correvano veloci e il sole appariva e spariva.

“Ecco, Comandante!”

Il giovane cameriere gli aveva riportato il cappello ma lui, al comando, le mani salde sul timone, a occhi chiusi sapeva bene cosa fare, vedeva la rotta, vedeva i gabbiani che seguivano la barca, e il mare.

Il Comandante, era salpato, e stava navigando.


foto di Daniil Silantev da unsplash

Cos’hai? (interactive game)

  • Cos’hai?
  • – Non so, un po’ di malessere.
  • Ancora?
  • – Sai quei periodi che proprio non riesci ad affrontare.
  • Mmm
  • -Quando ti svegli e sei già depresso.
  • Mmm
  • – È uno schifo.
    • OK.
  • A chi non è successo di essere la stampella per l’altro? Uomini e donne affrontano in maniera diversa i momenti NO.
    • Siete propensi ad essere ANGELI o DEMONI?
      • Cliccate sulle immagini, have a look and… fatemi sapere.