Abissi

La pesa era là, sotto il mobiletto del bagno. Si era ripromessa di non utilizzarla ogni giorno.

Sei in sovrappeso.

Questa frase rimbalzava dalla sua mente allo specchio, agli occhi di chi incontrava. Camminava cercando il suo riflesso in ogni vetrina, sapendo già che non si sarebbe piaciuta. C’era qualcosa di sbagliato in lei, come un dente rotto, un nervo scoperto. Qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto amare.

Tutte le donne, tutte, erano più belle, perfette.

Tutte.

Camminando verso la palestra, il piumino indossato come un’armatura le conferiva un’andatura goffa, si sentiva gonfia ma protetta.

Oggi, solo un frullato di frutta.

Le barche nel porticciolo sulla destra se ne stavano placide, a mollo, qualche pescatore nel baretto del porto stava parlando ad alta voce. Risate forti, tra dialetti incomprensibili e odore di pesce. Là, dietro quelle vele chiuse, quei motori ancora caldi, c’erano storie da sentire, racconti esagerati in cui perdersi.

L’estate, sognava l’estate, quando si lasciava scivolare nell’acqua fino al collo, al sicuro. E poi, lasciava affondare la testa, rimanendo a galleggiare, con le orecchie come conchiglie in cui il mare bisbigliava. E si sentiva così piccola, tra le onde dolci e l’immensità di un cielo terso, leggera. Magra. Perfetta.

Oggi, l’aspettava la piscina.

Troppo presto per indossare tutine aderenti e affrontare lezioni tra valchirie agili e corpi tonici. E così, nel camerino, si spoglia e rimane in costume, intero, olimpionico e nero. Non ci sono specchi ma vede la sua pelle chiara, quei rotolini che deformano, gli stessi che, da neonata, sua madre le raccontava in continuazione, la facevano paragonare a una immacolata, tonda, mozzarella di bufala. E lei si immaginava mani che la tiravano, contorcevano, raccoglievano, fino a farla diventare una palla, candida, enorme.

Non vorrebbe uscire più.

Rimarrebbe dentro a quel camerino per sempre. Senza specchi, senza nessuno.

Ma fuori c’è silenzio, le lezioni sono cominciate. Indossa l’accappatoio, le ciabattine, e scivolando come un fantasma raggiunge la piscina. Appende l’accappatoio, quei due metri che la separano dall’acqua sembrano una strada in salita. Ed entra in acqua, a candela, sicura di aver prodotto un rumore frastornante, di aver dato fastidio.

Resta sul fondo, guardando le bollicine d’aria salire verso la superficie, dove stanno nuotando corpi snelli, sirene.

Resta sul fondo, a fissare quel mondo che non la vuole. Ci si innamora degli abissi, perché non sono precipizi ma luoghi in cui puoi scrutare dentro di te.

Resta sul fondo.


Foto di Stormseeker da Unsplash

Rave party

Hai aperto gli occhi, almeno uno. La guancia ti fa male e hai la bocca impastata. La tua testa, appoggiata sulla pancia della tua amica, per terra, su quello che resta di un prato ormai secco. La luce ti ferisce, l’odore che permea l’aria è un misto tra copertoni bruciati e sporco. Ti siedi a fatica e guardi intorno a te, spostando qualche bottiglia di birra vuota. Ti senti intontita, le orecchie ovattate, tiri su col naso e cerchi di respirare.

Che ore saranno?

Guardi la tua amica che intanto si è spostata su un fianco.

Acqua, vorresti dell’acqua.

C’è un po’ di gente intorno, qualcuno seduto, altri in piedi che parlano. Eppure ieri sera è stato bello. Ti sembra. Ti alzi a fatica e lentamente cammini verso il capannone, non te lo ricordavi così lontano. Dovrà pure esserci dell’acqua. Appoggiati qua e là, gruppetti di ragazzi, ancora biascicano e ridono. All’interno del capannone, solo disordine, vecchi divani ormai distrutti, ti sembra di vedere le molle che ballano, sbucando dal tessuto rosa, come se volessero andare via.

Il rave è finito, l’aria è ancora carica di odori, elettricità.

La luce filtra da qualche fessura delle lamiere e disegna coni polverosi fino a terra, illuminando tondi sul terreno, cosparso di detriti, carta, brillantini. Illuminano anche una felpa, abbandonata su una sedia, come fosse in attesa del proprietario, da un momento all’altro. Vernice mista a ruggine decora l’interno, ora la vedi bene, nella notte non era così. Nella notte, era solo un magma di energia, musica, urla, figure che saltavano, luci che rimbalzavano ovunque.

Nella notte, era, altrove.

Quando eravate nel mezzo, quando anche voi due saltavate e sentivate il cuore andare a ritmo, i bassi tuonarvi nelle vene, inutile cercare di parlare, non eravate là per quello. Le urla che uscivano e non sentivate, quella sensazione strana di non avere voce. Lasciarsi andare, diventare musica, energia.

Urti qualcosa e ti accorgi che è una persona, un ragazzo. Dorme? Lo scuoti un po’ e si lamenta, arriva una ragazza e ti spinge via.

Calma, stai calma! Voi due non state bene.

Intanto, di acqua, nemmeno l’idea. Forse là in fondo, sembra un lavandino. L’odore è davvero tremendo, vomito e feci umane un po’ ovunque, squallore vero, ma hai bisogno di bere. E ci arrivi al lavandino, che poi è più una vasca in metallo, sporca e piena di pezzi di specchio. Hanno rotto anche quello. Il tuo viso riflesso da quei frammenti si moltiplica, mentre cerchi di aprire quel maledetto rubinetto. E scende un rivolo d’acqua, denso come sangue, come una ferita aperta.

E vomiti.


Foto di A-I-YA631 da Unsplash

Richiam-ami.

Ti richiamo, mi avevi detto. A più tardi.

Aspetto. Aspetto la tua chiamata. Seduta al bar mentre la gente passa e io osservo.

Piccoli alberi sovrastano aiuole ormai secche, folate di vento sollevano granelli di sabbia ed io, chiudo gli occhi, un attimo.

Le tue mani, ho sempre amato le tue mani, con quelle vene scolpite come nel marmo, perfette. Mi sembra di vederle mentre dai briciole di croissant agli uccellini che venivano sempre. Ora non ci sono.

Portiere che si chiudono, macchine che partono.

Vuole un altro caffè? No, grazie. Aspetto.

Sono tutti dentro perché fa freddo, ma non lo sento. Vedo il mare in lontananza, si distingue appena dalla battigia, è plumbeo, quasi immobile.

Il tavolino di metallo riflette la mia ombra, la ingigantisce e non lascia spazio alla tua, che non c’è più.

Richiamami, ti prego. Richiamami.


foto kajetan-sumila- Unsplash.com

TACERE

Parliamo tanto, parliamo sempre. Abbiamo sempre la nostra opinione, su tutto, ed è normale, ma perché esternarla sempre e comunque?

La domanda del prompt, inevitabilmente, ci porta a pensare a qualcosa di utile, forse più a una ineluttabile verità filosofica. Ma, imparare a tacere e, di conseguenza, ad ascoltare, impone la consapevolezza del proprio valore, la non necessaria esibizione del nostro esistere. Anche se in questo nostro mondo sembra il contrario, non vince chi dice l’ultima parola, non ci sono premi per chi urla più forte, non sono i logorroici quelli che affascinano. Integrità, educazione, comprensione, intelligenza emotiva, saper parlare quando è utile o necessario. Il dono del silenzio!


Foto di Paulette Vautour da Unsplash

Pandemia di odio

Cos’è che ci preoccupa? Sta iniziando l’inverno e si ricomincia a parlare di Covid.

Via, tutti a comprare mascherine.

< Eh, ma io, se vogliono farci fare un’altra vaccinazione, non la faccio.>

<Tanto è solo un’influenza un po’ più forte.>

Il ricordo atroce della Pandemia del 2020 sta svanendo, quel corteo di camion militari, carichi di bare ammassate, è nel passato.

Ma la Pandemia che dura da anni, quella che sembra davvero incurabile, spesso ignorata perché lontana da noi, ora é più che mai attuale: la Pandemia di odio. Palestina, Israele, Ucraina, Yemen, Mali, Armenia… Ne avvertiamo i sintomi? Abbiamo paura delle conseguenze? Certo.

Pensiamo di essere al sicuro, che questa peste rimarrà altrove, ma già si prendono contromisure. Si cerca di difendersi. Che altro potremmo fare? Come si può fermare la Pandemia di odio? É come un virus, anzi, peggio, perché miete vittime consapevolmente, segue un disegno, una strategia. Il virus, no.

Si può cercare un antidoto? Tutti diremmo che sta al singolo testimoniare, col suo comportamento, l’unica strada percorribile, quella della pace. La maggioranza s’inalbera, dichiara a gran voce il suo No alla guerra. Ma questo gene, presente in tutti gli esseri umani, la cattiveria, è assai più subdolo e tenace, pur non essendosi evoluto in migliaia di anni. È sempre lo stesso. Siamo sempre gli stessi.

A Gerusalemme convivono tre simboli religiosi, di tre religioni monoteiste: la Moschea di Al-Aqsa, sacra per i Musulmani; il Muro del Pianto, sacro agli Ebrei; la Basilica del Santo Sepolcro, sacra per i Cristiani.

Convivono i simboli, noi non ci riusciamo.


Crediti

Articolo liberamente tratto da un monologo di Maurizio Crozza: la Guerra.

Foto di Jason Leung da Unsplash

La magia

<Mi è venuto un attacco di scrittura.>

Come una bronchite, di quelle lunghe, anche fastidiosa, che non ti lascia dormire.

Così si alzò per andare al computer, per sentire quel ticchettio dei tasti che la calmava come uno sciroppo contro la tosse. Le righe che si riempivano di parole, la mente che si riempiva di pensieri, il portacenere che si riempiva di sigarette lasciate lì, a consumarsi.

Che ore saranno? Importa? No.

Ci sono momenti nella vita in cui provi qualcosa di speciale, ti è concesso, e ti senti vivo. Ed eccola, la scossa che percorre le braccia, le mani, arrivando alle dita che sembravano avere vita propria. Le osservava mentre i pensieri fluivano fino ai tasti. Non guardava lo schermo, pensava, già sapeva che avrebbe dovuto correggere chissà quanti refusi, non aveva importanza.

Come da bambina, quando sull’altalena guardava il mondo a testa in giù, sentiva il suo mondo sottosopra.

Quella sensazione di correre per arrivare sempre nello stesso posto, impegnata a combattere qualcosa che non è visibile.

< Mi sa che ho la febbre. >

Continuava a scrivere e cancellare, riscrivere.

Capitava, a volte, ed era come nelle fiabe, la magia che fa tutto, e la faceva sentire come uno strumento, una prolunga dei tasti. La magia della mente che stava facendo un defrag: le scene, le persone, i dialoghi, apparivano e sparivano, lasciando tracce di amore, odio, desiderio, vita, si sovrapponevano e svanivano. Pensieri come piume messaggere, un Allegro di Bach che sfrigolava le sinapsi, seguendo il suo ritmo incessante. Guai a fermarsi per fare pipì, il concerto doveva finire, essere compiuto.

Capita, a volte, la magia.


Foto di Michael Dziedzic da Unsplash

Vernice nera

Il bus che mi portava vicino al liceo partiva ogni mattina alle 06.30. Non era mai pieno di persone e faceva poche fermate, tra le quali, quella che più mi incuriosiva era quella del ponte.

Aspettavo di vederla salire, col suo soprabito da cui spuntavano gli stivali in vernice, a volte rossa, a volte bianca, ma i più belli erano in vernice nera.

Aveva terminato di lavorare.

Lei era soprannominata, dalle signore a bordo del bus, la Pontina.

Avevo 15 anni, abbastanza per sapere che non faceva l’operaia.

“Eccola la Pontina. Sembra contenta, mi sa che stanotte le é andata bene.”

Saliva col suo abbonamento, salutava l’autista che ricambiava, poi si sedeva con discrezione, sempre allo stesso posto, davanti. Rimaneva sempre libero quel posto, come se fosse riservato a lei. Mi ricordo che il primo giorno, il mio compagno di classe, mi aveva fatto alzare, dicendomi che lì non potevo mettermi.

La Pontina era una prostituta, per scelta. Non come oggi che, purtroppo, siamo soliti vedere ragazze evidentemente in carcere senza catene, minacciate da clan di mostri. Esistono anche quelle che lo fanno per scelta ma sono molto lontane dall’immagine della Pontina, e si fanno chiamare Escort.

La Pontina aveva lunghi capelli neri, non era più giovanissima e risaliva, quasi ogni mattina, la strada da sotto il ponte, arrancando, con la sua borsa. Quando abbassava un po’ il finestrino, perché allora si poteva, arrivava un profumo dolce, e si vedeva la sua chioma nera, muoversi nell’aria. Nessuno le rivolgeva la parola, lei si limitava a guardare fuori dal finestrino. Sapeva che tutti la stavano guardando.

Anch’io.

A quell’età, non ti fai domande complicate, sei forse anche un po’ sciocco e ti sorprendi a ridere per qualche battuta o commento su qualcosa che ancora non conosci.

Arrivava la sua fermata e lei scendeva, salutando. Il bus ripartiva e tutto tornava normale. Quel giorno però, di fianco al suo posto aveva dimenticato qualcosa, una foto. L’avevo vista, non sapevo che fare, poi, prima di scendere, avevo deciso di prenderla e darla all’autista. Il passaggio veloce dalle mie mani alle sue e vedo lei, la Pontina, abbracciata a due ragazzi, uno le somigliava molto, sicuramente i suoi figli. Era una foto bella, normale, una famiglia normale. Anche gli stivali in vernice nera sembravano normali.

L’ho incontrata per molto tempo la Pontina, sono passati alcuni anni, finché un giorno non l’abbiamo più vista. Le illazioni sul perché si sono moltiplicate, la curiosità spingeva le signore addirittura a chiedere notizie all’autista, che non sapeva niente. Io mi immaginavo che Fellini l’avesse vista per inserirla nel cast qualche suo film, la vedevo scuotere la chioma e, col rossetto rosso fuoco, un po’ sbavato, scoppiare in fragorose risate. Poi, pensavo invece che forse ora stava con i suoi figli, che aveva smesso ed era andata in pensione, senza colleghi da salutare, senza festa d’addio, ed era lontano, lontano da tutto questo.

Spero sia stato così.


Foto di Carol Oliver da Unsplash

Artemide per un giorno

Cosa c’è di più bello dell’atmosfera che si crea attorno ad un evento che ti ricorda l’infanzia? Come un’aura, un turbine di energia che sovrasta e avvolge. Non importa se hai sbagliato abbigliamento, non importa se c’è tanta gente, non importa neanche se hai parcheggiato su Saturno, perché non c’è un angolino libero.

Oggi c’è la Festa delle Castagne. Ed è una splendida giornata.

Il sole è tiepido ma brillante, il profumo di caldarroste arriva portato da un vento leggero. Poi, arrivano anche le foglie, tante. Ma non importa. Alzi lo sguardo sulle fronde degli alberi pronti a spogliarsi dei loro colori e sai, lo sai bene, che presto ti toccherà raccoglierli quei colori. Ma non importa. Vuoi solo metterti in coda, insieme ai bambini, alle famiglie, e arrivare al cartoccio di caldarroste.

La fila si ingrossa, i bambini cominciano a piangere, le mamme litigano con i papà. Vorresti che arrivasse un colpo di vento, forte, di quelli che ti costringono a smettere quello che stai facendo per proteggerti, per tenere la giacca che hai in mano o spostare i capelli che ti stanno coprendo il viso. E arriva. Ma tu sei soave.

Sposti l’attenzione altrove, guardando il piazzale di fianco. C’è una mostra di trattori antichi, belli. Li stanno fotografando da tutti i lati, con i bambini seduti in braccio, appoggiati alle ruote enormi, appoggiati ai manubri enormi, davanti, dietro. Poi, la folla si sposta piano, indietreggia.

Che succede? Partono?

E si accendono i motori, sbuffando nuvole nere, roboanti, lenti e rumorosi, i trattori si muovono.

C’era proprio bisogno? Era necessario farlo adesso?

Lo smog si diffonde presto e il profumo del verde, delle castagne, vengono inghiottiti, tutti si mettono fazzoletti sul naso e la bocca. Ma stai arrivando al traguardo, il tuo cartoccio è lì e lo prendi, incurante del calore sprigionato da quei frutti roventi. Ti allontani veloce, vuoi tornare a respirare e cerchi un posto dove sederti.

Scusate, permesso, mi scusi, vorrei andare là.

Dieci metri in dieci minuti, ma almeno le castagne si sono raffreddate un po’, i rumori sembrano attutiti dal vento. L’unico posto libero é nel bar, e meno male, hai appena mangiato una castagna che ti ha allappato la bocca e ci vuole proprio una bella bottiglietta d’acqua. Entri e ti metti di nuovo in coda. Oggi va così.

Poi, ti vedi.

Nello specchio dietro la cassa del bar, sopra la tua testa, il vento e la fuliggine ti hanno regalato una pettinatura simile ad un nido d’aquila, con tanto di foglie e un rametto.

<Prego?>

<Una bottiglietta d’acqua, per favore.>

Non fai una piega. La cassiera ti fissa ma non dice niente. Ti muovi come se niente fosse, come una dea greca, portando con eleganza la tua acconciatura campestre e ti siedi, di fronte alla vetrata.

Fuori, il caos, niente a che vedere con i ricordi delle sagre d’infanzia, ma tra loro e te, il vetro riflette la tua figura, le foglie gialle e arancioni tra capelli, le bucce delle castagne sul tavolino. Intorno tutto si muove veloce, hanno fretta, fretta di bere, fretta di andare a vedere, fretta di mangiare. I colori stanno cambiando, i raggi di sole sono più morbidi, le ombre si allungano e un uccellino si ferma proprio di fianco alla vetrata, forse vuole qualche briciola. Ti fissa un attimo e si gira. Ora siete in due ad osservare lo spettacolo.

Ti guardi… tu, Artemide, e pensi: Mi manca solo un arco e una ninfa. E sorridi.


foto di Jackson David da Unsplash

Ti hanno detto

E così hai aperto gli occhi. Anche oggi.

La sveglia ha suonato la prima volta e l’hai silenziata, sapendo di avere ancora 15 minuti prima del secondo e definitivo squillo. Ti sei crogiolato tra le lenzuola, mezzo scoperto perché fa ancora caldo, e hai passato quei 15 minuti in dormiveglia, forse hai sognato, ti sei stiracchiato, hai affondato la testa nel cuscino, cercando l’oblio.

Ma al secondo allarme, rumoroso e fastidioso come un colpo di clacson al semaforo, sei scattato a sedere, come una molla. Hai ancora gli occhi chiusi e non vorresti, proprio non vorresti alzarti.

Allunghi una mano sul comodino, prendi le tue pillole bianche e rosa e bevi, a collo, dalla bottiglia.

Alzati, forza.

Quanto è difficile, quanto peso hai addosso. Eppure ti hanno detto che sei forte.

Che ne sanno?

Ti guardi allo specchio, la barba, devi rasarti, e dovresti anche andare dal barbiere. Oggi, no.

Un passo davanti all’altro, fino alla cucina, ti siedi mentre aspetti il caffè. I pensili, la tavola, il forno, la macchinetta del caffè. Borbottio e vapore profumato, spegni il fuoco. Rimani così, in piedi, davanti alla moka, la tazzina di fianco che aspetta.

Rimani così.

Hai chiuso ancora gli occhi, vorresti solo dormire. Ma ti hanno detto che sei forte. Versi il caffè e lo bevi lentamente, caffè nero, lungo, senza zucchero, come la tua vita, amara e buia.

Un piede davanti all’altro fino al bagno. Ti hanno detto che sei forte. La schiuma da barba bianca, una nuvola sul viso e il rasoio che traccia solchi, sciacqui e ricominci. Ti hanno detto che sei forte. Le braccia pesano, una lacrima scende lungo un solco appena rasato, tra la schiuma.

Che ne sanno?


Foto di Serhat Beyazkaya da Unsplash

Succede

Piove. Succede.

Esci di casa comunque, impavida, vestita a strati perché la stagione non perdona. Sfidi la giornata con maglietta e pantaloni leggeri, ma ti corazzi con un trench impermeabile. con cappuccio. Ombrello, sneakers bianche. Perché bianche? Ti va di avere un tocco di luce, almeno sui piedi.

E via, fuori, a respirare.

Nonostante il cielo nero, cumuli nembi in lontananza che si muovono lenti, i raggi del sole, a volte, riescono a bucare le nuvole, squarciare, se pur per un attimo, il grigiore, e appaiono i colori. Le foglie d’acero rosso fuoco, il verde brillante delle siepi che aspettano la potatura, addirittura l’asfalto brilla. Ombrello chiuso, la pioggia ha smesso, solo qualche goccia che arriva portata dal vento. Le panchine sono bagnate, schivi le pozzanghere mentre il panorama cambia, dal grigio metallico invernale al luminoso riflesso di un settembre che non cede ancora all’arrivo dell’autunno.

Ora fa caldo, sarà perché l’umidità non dà tregua. Togliamoci lo spolverino.

La vita è fatta di attimi, alcuni sembrano proprio coincidenze ineluttabili.

Scroscio d’acqua sporca, laterale, direttamente dalla pozzanghera a lato del marciapiede. La macchina che è appena sfrecciata in quella pozza, si allontana lasciandoti così. Gocce grigie e marroni maculano i tuoi pantaloni e le scarpe, scendono lente dal braccio fino a terra.

Un attimo. É stato un attimo, ineluttabile.

Succede.

Non emetti suoni, osservi solo. Che alternativa avresti? Il colpevole è sparito, dileguato. le persone ti passano di fianco, schivandoti.

Di nuovo, il sole spacca le nubi, raggi come tante frecce luminose che arrivano a terra.

Ci vuole un caffè. Macchiato.


Jams

Il jet lag comanda, almeno il primo giorno. Dopo aver aspettato che il sole schiarisse, almeno un po’, la parte alta delle facciate dei grattacieli, eccoti a passeggiare, o meglio, schivare una miriade di persone che camminano veloce, quasi correndo verso il posto di lavoro. Escono dalle fermate delle metropolitane come fiumi ordinati, non si toccano, non si parlano, sembrano sempre in ritardo.

Ma tu non hai fretta, se non fosse per il tuo stomaco che reclama, prenderesti anche tu un caffè al volo e ti confonderesti tra la folla.

I negozi stanno per aprire, le luci sono accese e all’interno, c’è un gran via vai di commessi, vetrinisti. Ti fermi davanti ad una vetrina di Bloomingdale’s, semicoperta da un telo. Sbirci col naso quasi appoggiato al vetro, i soliti manichini che sembrano seccati, si lasciano sistemare con lo sguardo perso in un certo snobismo. Uno ti sta fissando. Guardi meglio, non è un manichino, è un ragazzo, vestito di nero, dai capelli spettinati ad arte, gli occhi a mandorla e delle belle mani dalle dita lunghissime, con lo smalto nero. Una catena al posto della cintura manda bagliori ogni volta che si muove. Se rimanesse immobile, tra i manichini, nessuno se ne accorgerebbe. Ma a New York niente rimane immobile.

Quindi, neanche tu.

La Grand Central Station è lontana, un po’ troppo per andarci a piedi, a stomaco vuoto. Metro o taxi? Taxi. Ti volti e vedi che tre persone stanno già col braccio alzato, in attesa, conviene spostarsi un po’. Schivi un tombino fumante, passi davanti ad una Nail Spa, già piena di signore che parlano al telefono, sembrano avere i minuti contati.

Troppo stress appena sveglia.

La corsa in taxi è un rally, un po’ in inglese, un po’ in indi. L’autista ha perso la proverbiale calma dei suoi connazionali, si è integrato con la modalità efficienza, tic, tac, tic, tac. E ti lascia all’incrocio. Meglio. Chiudere lo sportello e vederlo sfrecciare verso il nuovo cliente, è un attimo.

Anche qui tanta gente e, controcorrente, raggiungi l’entrata della Grand Central, ed è come entrare nella caverna di Ali Babà.

La rush hour è passata, il gigantesco orologio segna le 09.25, la luce è morbida, cerchi il piccolo buco vicino alla costellazione dei pesci dipinta sul soffitto, sopra a viaggiatori che si muovono senza ansia e a un monaco seduto in meditazione, immobile come una statua sul pavimento in marmo.

Ecco la tua meta, il tuo coffee shop, piccolo, pulito, elegante, come sempre affollato di business men/women, che parlano sottovoce. Arriva il caffè, lungo e profumato e il solito breakfast, col bacon più croccante di Manhattan, il pane di segale tostato, il bagel e la selezione di jams, marmalade e honey.

Bene. La giornata può cominciare.


Foto di Rodolfo Cuadros da Unsplash

Venere carnivora

Federica si sta vestendo. La sua amica Chiara l’aveva pregata di accompagnarla al suo primo colloquio di lavoro. Si guarda allo specchio e decide di cambiarsi. Doveva essere al top, lasciare senza fiato.

Era fatta così.

Saluta i suoi velocemente e corre in macchina all’appuntamento al solito incrocio, parcheggia e aspetta. Qualche colpetto sul vetro e Chiara entra in macchina, comincia a parlare, le chiede consigli, le spiega di cosa si tratta.

Chiara è una ragazza carina, dolce, sta ancora studiando all’Università e questa occasione di lavoro part time l’aveva inseguita da tempo.

Le mani di Federica avvinghiate al volante, lo smalto rosso fuoco e le unghie a punta. Chiara le nota ma non dice niente, si aspettava un complimento rassicurante ma Federica è impegnata a cercare un parcheggio.

Entrano nel palazzo accompagnate dal rumore dei tacchi di Federica e dall’ansia di Chiara. L’ascensore sembra non arrivare mai, circondate da impiegati, borse, zaini e braccia cariche di file.

Sala d’attesa. Non c’è nessuno, solo loro due, le fredde luci del neon e una pianta. Sarà vera? Sembra, ma è troppo verde, però è bella.

E arriva la segretaria,

Chiara è pronta. La segue ed entra nell’ufficio dove l’aspetta un funzionario, è un colloquio importante e il suo curriculum era stato d’impatto. A 22 anni già parlava quattro lingue, aveva fatto stage all’estero ed era all’ultimo anno di università.

Si chiude la porta ma Chiara non è sola, Federica è dietro di lei. Perché? Non importa, va bene, andrà bene.

Invece no.

Il tempo di accomodarsi e Chiara capisce che le unghie a punta della sua amica, i tacchi, la gonna un po’ troppo corta e i sorrisi, tra i capelli vaporosi, dondolandosi sulla sedia, non sarebbero stati affatto d’aiuto. Federica interrompe in continuazione, cattura l’attenzione, divaga. Anche il funzionario divaga.

E Chiara inizia a sprofondare come nelle sabbie mobili, la sua mente si agita, raccoglie un po’ di coraggio e sciorina la motivazione, le aspettative, la disponibilità. Parole che le sembrano fluttuare in un’ atmosfera seduttiva, imbarazzante, fastidiosa.

Finito. Saluti e, <le faremo sapere.>

E sono fuori. Chiara è fuori.

Solo in macchina chiede spiegazioni, cerca di capire perché si è comportata come un’avversaria, non come un’amica.

< Era il mio colloquio, ti avevo chiesto appoggio, come hai potuto? Tu hai già un lavoro.>

< La vita è fatta di sfide, ci vuole sempre un pizzico di arroganza. Lezione numero uno. >

L’eco di quella frase le fece compagnia per giorni, sicura di aver perso un’opportunità per leggerezza o troppa fiducia, sicuramente aveva perso un’amica o quella che pensava fosse un’amica.

Sbaglio? Esagero? Tutta questa faccenda mi fa sentire perdente.

E il telefono suona, la risposta è già arrivata. Risponde, ascolta, ringrazia.

Chiamerò Federica.

< Mi dispiace tanto Chiara, non so come dirtelo, ma mi hanno offerto il posto che volevi. Davvero non me lo aspettavo… >

Chiara ascolta e non parla, lascia che le parole riempiano il silenzio, che le scuse si accavallino in un tentativo sciocco di dare la colpa al destino. In fondo non c’era colpa.

< La legge della giungla… Chiara, ci sei?>

< Stavo ascoltando, sono contenta per te, sarai la tuttofare dell’ufficio, non è male. Io invece ho avuto una proposta molto interessante dall’Ufficio Marketing. Sarò nel team che si occupa di relazioni con l’estero, proprio due piani sopra il tuo, vorrà dire che ci prenderemo un caffè qualche volta, se ci ritroveremo… in quella giungla.>

Basta, volare alto.


Foto di Pedro Miguel Aires da Unsplash

R: rosa, rosso, rapace

Oggi c’è un po’ di sole, il cielo è velato da nubi che sembrano zucchero filato, un po’ rosa, un po’ azzurro. Vestita per andare a scuola, soppesa lo zaino nuovo, è un bel carico ma non importa, oggi è il primo giorno di scuola. Esce di casa, si sente bella, sarà la curiosità di rivedere i compagni dopo l’estate, sarà che è l’ultimo anno di liceo, oggi, è bella. È partita presto e cammina calma, guardandosi riflessa nelle vetrine. Si ferma e si fa un selfie, il suo sorriso, il suo vestitino nuovo, un po’ di trucco e i capelli che profumano.

C’è tempo. Passerò per il parco.

Che meraviglia, in tutto quel verde, ascoltando Cosmic Love dalle cuffiette del telefono, ferma, sul sentiero, con gli occhi chiusi.

… A falling star fell from your heart

and landed in my eyes…

Due braccia, una mano sulla bocca, qualcosa di forte e terribile la solleva e la trascina via. La lancia oltre la siepe e la blocca a terra, afferra la sua testa e la sbatte più volte sul prato. Un pugno violento in pieno viso le blocca la voce, l’urlo che rimane in gola. Ed è schiacciata al suolo, senza respiro, i capelli coperti di foglie e sangue. Uno strappo e poi, solo dolore, atroce, sconosciuto, profondo e senza fine. Umori fetidi, vomito che vorrebbe esplodere, si agita come un pupazzo, come un piccolo ragno schiacciato da una pietra.

Ed è finito.

Tutto.

È per terra, la sua figura esile, tremante e immobile, le gambe aperte e graffiate, le braccia lungo il corpo, senza forze.

Non ha più un corpo.

Le cola il sangue su un occhio mentre fissa il cielo, non ha più un corpo. Le nuvole di zucchero filato si muovono là in alto. sopra di lei, lontano.

… I screamed aloud

the stars, the moon

they have all been blown out

(you left me in the dark)…


Foto di Erol Ahmed da Unsplash

Non abbastanza

Due figure piccole e lontane, lui davanti e lei dietro che lo segue.

Sono sul ponte di legno, il camminamento sopra l’Arda, circondati da alberi e vegetazione. Da qui si vedono solo i loro busti in movimento, due sagome a metà come nei vecchi Luna Park, ti viene voglia di provare a lanciare una palla e farli cadere. Ma arrivano fino alla fine del ponte, attraversano, sempre uno dietro l’altro, e man mano che si avvicinano, si sente una voce.

È lei che parla con lui, ma lui cammina, a volte aumenta il passo, forse vorrebbe correre. Ma lei, parla.

Arrivano frasi spezzate, interrogativi senza risposta, appesi nel vuoto, portati dal vento altrove, ma non a lui. Non stanno discutendo, non c’è tensione nel tono della voce, neanche nelle posture. C’è… scollamento.

Due vite probabilmente che condividono molto, ma non abbastanza.

Eppure ci sarà stato un momento di perfetta intesa, di magia. Osservo lei, impegnata nell’inseguimento, che lancia i suoi segnali, e lui, in fuga, che lancia i suoi.

Fermatevi.

Fermatevi, vi prego. Guardatevi negli occhi ancora una volta, anche senza dire niente. Cercatevi in un gesto, nelle mani che un tempo erano elettriche, un nodo inscindibile, un canale energetico carico di possibilità.

E si fermano, ma solo perché incontrano qualcuno.

Caffè? Cambia la scena, ora anche lui parla. Parlano, non comunicano. Lui parla all’altro lui, lei parla all’altra lei.

Non si guardano più, non si bastano più.

Non abbastanza.


Foto di Geoffroy Hauwen da Unsplash

Passione

Vola il vestito, le balze come onde che accarezzano l’aria. Sul palco le luci passano tra i ballerini e il faro punta Lei, esile come fenicottero rosa acceso, pronto a volare.

Un flamenco che parte lento e sinuoso, i passi avanzano, le braccia disegnano i pensieri. All’improvviso le mani danno il tempo, in un ritmo crescente che cattura i battiti dei cuori.

Stop.

Buio.

Il faro di luce si riaccende su Lui, di schiena, teso come un toro che annusa l’aria e che, lentamente, si gira puntando un piede. Cambiano i colori, la tensione, il ritmo dei battiti delle mani che piano piano aumenta.

Lui e Lei.

Non sono loro ad essere protagonisti, è la sensualità che ne prende possesso. Una danza lenta, di sguardi e posture, giravolte che si sfiorano, petti gonfi. Il toro batte un piede. Lei, sinuosa, è persa nel suo vortice, sparisce e riappare tra i volant, come una fiamma in movimento.

Sono animali che si studiano, sono amanti che giocano. Il ritmo incalza, battono i piedi entrambi, cola il sudore e i visi si scaldano. Sono ovunque e da nessuna parte, si avvicinano e si allontanano, quasi sfidandosi, i loro capelli si toccano appena ma ormai sembrano una cosa sola.

Rosa acceso e nero, sangue e pietra, graffi di passione scanditi dall’incessante pestare dei tacchi sul palcoscenico, in un crescendo che cattura, arriva fino alle sedie, alle schiene di chi li sta osservando. E siamo là, in quel momento, proprio quando esplode e, di colpo, si ferma tutto.

Giusto il tempo di capire, di tornare a terra, e parte l’applauso, guardando il palco e le due figure sfinite, spettinate, palpitanti.

C’è stato un vincitore in quell’arena? Qualcuno voleva vincere?

Un gioco, era un gioco, come dovrebbe essere la vita. E le luci si spengono.


Foto di Dolo Iglesias da Unsplash

V: verde, vene, vita, veleno.

Una foglia cade sul tavolo in pietra lavica, nel giardino appena falciato.

È una foglia del fico che sta vicino alla siepe. Come ci è arrivata fino a qui?

La guardo, è carnosa, enorme, con le venature in rilievo. Verde, compatta, elastica e profuma. Rilascia l’aroma dolce dei frutti ancora appesi, appoggiata come un piccolo vassoio, viene voglia di riempirla di dolcetti, di gelatine di frutta. Sembrerebbe quasi una mano.

Vado a raccogliere u po’ di fichi, alcuni sono già maturi al punto giusto, morbidi e succosi, altri rilasciano un liquido lattiginoso, appiccicoso, quasi ad avvisarmi che no, non è il momento, non devo interferire con i loro tempi, non è giusto strapparli al loro divenire.

Sembrano lacrime.

Scusami fico, scusami se forzo la natura, la tua natura, se pecco di fretta per uno sciocco desiderio di completare la mia idea ed ammirare un kadō di foglie e frutti. Là, sul tavolo, vicino alla tazza del caffè, ora c’è uno splendido pezzo di natura che appassirà, avvizzirà e, se non mi sbrigo a mangiarne un po’, si riempirà d api.

Un vento delicato e caldo smuove le fronde. Due corvi si sono avventati sui rami, si dimenano, beccano, spaccano, fanno a pezzi i frutti più grossi, lasciando cadere brandelli, come stessero sbranando un animale.

La vita e la sua crudeltà. È un intreccio di forza e debolezza, lotta e attimi di meraviglia, zucchero e veleno.

Intanto, sono arrivate le api.


Foto di Clay Banks da Unsplash

Amabile nulla

Amabile. Lei era così, glielo dicevano spesso.

Era quel tipo di persona che passa inosservata, mai sopra le righe, forse un po’ solitaria. La sua casa era in ordine, sempre. Non un granello di polvere, non un cuscino fuori posto, anche le tende, immacolate, erano immobili, a piombo, perfette. Una vita in discesa la sua, famiglia normale, nessuna eccellenza negli studi, laurea conseguita nei tempi e il lavoro era arrivato facile, grazie al papà, in uno studio di architettura. Niente di più, niente di meno.

Si era svegliata come ogni giorno, da quattro anni, alle 06.15, ed era scesa dal letto col piede destro, sempre lo stesso piede. Una routine di gesti ed abitudini, dall’accendere il bollitore dell’acqua, al fumare la prima sigaretta davanti alla finestra, ancora in pigiama. Il cielo era azzurro, i palazzi di fronte sembravano deserti, un silenzio reboante. Quella notte aveva dormito male, per l’ennesima volta le avevano chiesto di passare un progetto ad un altro collega. Per l’ennesima volta lo aveva aiutato.

“Sei davvero amabile.”

Era amabile quando le amiche le davano buca, quando tutti potevano contare su di lei, quando non disturbava, quando non esisteva.

Era lunedì.

Lunedì: pantaloni e camicia, scarpe e borsa abbinate. Tazza lavata e asciugata, tapparelle abbassate, chiavi di casa e il rumore del portone che si chiude. Rimbomba un attimo nella tromba delle scale, solo un attimo.

Uscendo dal palazzo il vento le gonfia i capelli e la camicia, mentre le sembra di camminare a fatica, come se affondasse nella ghiaia, fino al cancello. Era già arrivata alla metro, non le era chiaro quale tragitto avesse fatto, sicuramente sempre lo stesso, ma non si era fermata al bar. Forse sì.

Non le importava, stava aspettando, nell’aria stantia, tra tante persone che parlavano, ma non sentiva. Stava aspettando sulla linea gialla. Una donna, né giovane, né vecchia le si piazza davanti.

Sei amabile.

Arriva l’aria che precede il rumore e quell’odore acre di metallo e cemento, poi, le luci della metro. É quasi lì.

Le sue mani si alzano lentamente e spinge, forte, la schiena che ha davanti a se. Urla, braccia che la braccano, schizzi di sangue ovunque, l’orrore negli occhi delle persone, lo sgomento.

Silenzio, fate silenzio, fatemi spazio, non vi vedo. Non vi sento.


Foto di Alexander Grey da Unsplash

alone and beyond

Un piccolo passo, poi un altro. Con la maglietta rossa e un bel cappello di paglia, appoggiato ad un girello, procedeva fragile, sul marciapiedi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere un po’ di forza. Alzava lo sguardo dal grigio dell’asfalto, da quell’attrezzo, sua armatura e destriero, verso il cielo. Il tragitto da casa al bar era un percorso lungo e faticoso che faceva ogni mattina da solo, dopo essersi preparato con cura, pettinato e vestito come ogni giorno, guardandosi allo specchio, senza occhiali.

Aveva quasi 90 anni ma ancora ci vedeva bene, era il resto del corpo che non rispondeva più come un tempo. Ma quando si svegliava, dopo essersi fatto il caffè, mentre raggiungeva il bagno lentamente, gli capitava di avere dei flash, di ricordarsi com’era sentirsi agili e forti, di quanto era tutto più semplice. Si era invece scordato quando era cominciato il decadimento, forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, era accaduto e basta, come succede per lo scorrere delle stagioni.

Non amava rimuginare, non sarebbe servito niente e quindi, ogni giorno, se il tempo lo consentiva, prendeva le sue gambe di metallo e usciva, sempre in ordine, col suo cappello. Fino a poco tempo prima era riuscito anche a fare la spesa ma aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di percorrere il lungo tragitto da casa sua al bar, dove lo aspettava il suo tavolino in un angolo comodo.

Qualche parola scambiata con le signore che passavano ogni giorno e che salutava come un cavaliere d’altri tempi, le solite risposte al cameriere gentile che gli portava il suo caffè macchiato caldo. Nei giorni dispari arrivavano alcune sue vecchie conoscenze e lo invitavano a giocare a carte, non oggi.

I ricordi riapparirono vedendo gonfiarsi il tendone del bar, come una vela spiegata e, chiudendo gli occhi, rivide le onde fragorose e minacciose che conosceva bene. Avrebbe voluto raccontare di quando aveva fatto il mozzo su una nave per sette anni, per poi rimanere fino a diventare Comandante. Avrebbe voluto raccontare dei posti che aveva visitato e delle persone che aveva conosciuto, del suo equipaggio, le lunghe ore passate a chiacchierare, andando poi a recuperare chi si era perso nei bar dell’Havana, troppo ubriaco per ritrovare la strada. Gli sarebbe piaciuto narrare la sua vita a chi passava, camminando veloce, sempre di fretta, e portarlo per un attimo con sé, nei suoi ricordi del profumo della pelle di amori travolgenti, di giuramenti mai rispettati o dei rimpianti che spaccavano il cuore davanti alle albe in pieno oceano. Quanto avrebbe voluto descrivere le fughe dai pirati che apparivano dal nulla, nei mari delle coste africane, i colori sgargianti delle stoffe barattate con il pesce, le nottate senza fine, di guardia, aspettando che il destino decidesse con quanta forza li avrebbe messi alla prova.

Gli anni erano volati, scanditi dalle stagioni e dalle rotte. Avrebbe potuto disegnare la sua vita su un mappamondo, con un pennarello che avrebbe alla fine ricoperto tutti gli oceani e toccato tutti i continenti.

Non c’era nessuno a cui raccontare tutto ciò, nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Per il mondo era solo un vecchio che aveva lavorato su una nave.

Ma oggi, la nostalgia aveva lasciato il posto ad un sorriso, il vento era così forte da avergli strappato il cappello e scompigliato i capelli, sopra quello sguardo azzurro, profondo e lontano. Le nuvole correvano veloci e il sole appariva e spariva.

“Ecco, Comandante!”

Il giovane cameriere gli aveva riportato il cappello ma lui, al comando, le mani salde sul timone, a occhi chiusi sapeva bene cosa fare, vedeva la rotta, vedeva i gabbiani che seguivano la barca, e il mare.

Il Comandante, era salpato, e stava navigando.


foto di Daniil Silantev da unsplash

Dove la polvere profuma d’incenso (parte 2)

Salirono verso la Fortezza circondati da turisti a dorso di elefante, accaldati e dondolanti.

Appena scesa dal taxi le sembrò che la temperatura fosse più accettabile, forse per la frescura del lago in fondo alla valle. Camminò parecchio, salì e scese scale, si perse tra appartamenti con i soffitti a specchio, statue, decorazioni in avorio e profumo di sandalo. Poi, sbucò proprio davanti a un piccolo tempio in marmo bianco, circondato da pepli arancione come coni rovesciati, sulla cui sommità spuntavano teste rasate. Sembravano in preghiera e si diresse verso un muretto per sedersi e non disturbare, tra altri visitatori intenti a fare foto.

Un monaco le si avvicinò e le chiese se era lì per il Siddhānta Veda. Non sapeva di cosa si trattasse, non chiese, rispose solo sì. Venne così accompagnata in un angolo alle spalle del tempio, e invitata ad accomodarsi sotto ad una tenda rossa dove, seduto su delle stuoie, tra incensi, Aksamālā e Japamālā, era seduto un vecchio assorto.

La tenda si chiuse, il vecchio alzò lo sguardo, brillante, intenso, sereno. Non parlava inglese ma le fece capire che le avrebbe letto l’iride. Si avvicinò fissandola negli occhi stanchi, e cominciò a scrivere su un taccuino. Segnava date, disegnava righe e, di fianco ad alcuni periodi, scriveva qualcosa.

Non riusciva a vedere, era spossata, assetata, ma rimaneva immobile in quella condizione surreale, col sottofondo dei monaci in preghiera, l’aroma forte dell’incenso e quel vecchio che ogni tanto alzava il viso fissandola, scrutando nel profondo del suo sguardo. Talvolta sorrideva, gli sorridevano anche gli occhi, e spesso si fermava ad osservarla a lungo, spostando il viso leggermente da un lato all’altro. Parlava in indi, con calma, come se lei fosse stata in grado di capire. Poi, strappò il foglietto, lo piegò e glielo consegnò a mani giunte.

Lei raccolse quel pezzo di carta dalle sue mani, lo guardò, sperando di poter chiedere qualcosa, ma la tenda si aprì, lasciando entrare la luce ancora forte del pomeriggio. Guardò il vecchio, quegli occhi neri incastonati tra rughe profonde, e solo allora si rese conto della magrezza impressionante, delle braccia scheletriche, dei piedi lunghi e affusolati, attorcigliati intorno alle cosce. Non sapendo cosa fare gli sorrise, salutò con le mani alla fronte e, a fatica, uscì dalla tenda.

C’era un contenitore con dell’acqua all’entrata del tempio, e ci affondò le mani, passando un po’ d’acqua sul viso, poi, si tolse le scarpe ed entrò. Nuovamente seduta, in un angolo, mentre i devoti stavano portando offerte, aprì il foglietto e scrutò le date scritte, partendo da quelle appartenenti al passato. Erano date precise, anni che ricordava molto bene e in cui erano accaduti eventi che avevano cambiato in qualche modo il corso della sua esistenza. C’erano dei simboli, delle stelle, delle linee, alcune date erano collegate ad altre nel futuro, a ciò che doveva ancora accadere.

Affascinante e criptico allo stesso tempo. Una mano le sfiorò la spalla, era il giovane monaco che l’aveva accompagnata. Pensò di dover lasciare un’offerta, che stupida, non ci aveva pensato. Invece no, il monaco le consegnò un Japamālā, dono del vecchio, per protezione e preghiera. Corse fuori per ringraziare ma era sparito, non c’era più neanche la tenda.

Le restavano solo quel foglietto ingiallito, quel rosario e il canto dei mantra, più di quanto avesse sperato.

Parte 1


foto di Priyash Vasava da unsplash

Dove la polvere profuma d’incenso (parte 1)

Il viaggio era stato lungo e ora le sembrava di essere arrivata da molto tempo.

Dopo anni aveva deciso di tornare nel Rajasthan e si era fermata a Jaipur. Faceva caldo, quel caldo umido misto allo smog di un traffico incessante e lento, intervallato dal suono continuo dei clacson. Stava ammirando il Palazzo dei Venti, un macramè rosa di finestre che avevano nei secoli protetto le donne anziane della corte, intente ad osservare dall’alto la vita al di fuori.

Decise di salire sulla cima  del Chandra Mahal in cerca di u po’ di aria e, perdendosi tra i tappeti e i tessuti preziosi, si affacciò per ammirare la città al di sotto, il brulicare di vita, l’osservatorio astronomico, il Jantar Mantar. Si ricordava che ne esistevano ben cinque in India, il cui scopo principale era quello di predire il futuro. Astronomia e Astrologia erano saldamente connesse. L’Astrologia era considerata al pari di una scienza e insegnata all’Università.

Scendere di nuovo tra la folla e perdersi nel Bazar le procurò una sorta di stordimento, dovuto al jet lag e, soprattutto, al suo bisogno di silenzio, ma non era certo il luogo adatto. Le sete, cercava le sete, camminando senza fretta tra banchi stipati e mani che la invitavano a vedere la mercanzia. Ala fine, rapita dai colori di due stole impalpabili, si fermò da una signora dolcissima e, senza perdere troppo tempo in contrattazioni, le acquistò. Le era piaciuta quella signora dalla lunga treccia nera e lucida, i modi delicati. Decise di chiederle dove poter avere un consulto astrologico. La richiesta le uscì di getto, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se le avesse chiesto l’indirizzo di un ristorante vegetariano.

E la signora le rispose.

Ed eccola su un taxi, col finestrino quasi chiuso, assalita ad ogni stop da bambini che chiedevano soldi, caramelle, qualsiasi cosa, pur di avere qualcosa. Venti minuti per raggiungere Amber e il suo Palazzo Fortezza, che custodiva all’interno due piccoli templi dedicati a Kali e Sila Devi. In quest’ultimo, secondo le indicazioni della signora, avrebbe potuto trovare qualche monaco esperto in grado di soddisfare la sua curiosità.

…segue ( parte 2)


foto di Souvik Laha da unsplah