Indaco (P) e Oro (S)

Una festa. Ci sarà una festa. Sul molo, lo skipper attende. Lui, che sembra uscito da una pubblicità, sorriso accattivante, quando sorride, capello spettinato ad arte, sta lavorando. Per lui è solo lavoro. Ma per chi sta arrivando invece, sarà una serata speciale, lo sarà.

E la barca, regale con le vele che aspettavano placide e il pontile lucido “pensava al mare, non come ad un rivale, un luogo o un nemico, lo pensava al femminile… la luna lo fa reagire come una donna”.

Eccola la festeggiata, bella come un Uccello del Paradiso, vestita di aria e piume cobalto, con la sua amica che ruggisce in bianco, macchina fotografica e criniera d’oro. Sono arrivati gli ospiti, gli amici, quelli con cui condividere questa serata, proprio quelli con cui scatta la battuta al momento giusto, quelli per cui niente sarà un problema.

Il sole sta avvisando che è pronto a salutare la giornata e ci si muove. Si veleggia. La dolcezza della partenza, il tramonto che chiama e una brezza meravigliosa. Il mare, come la montagna, decide. E ha deciso di essere un po’ incazzato. Ma come? È un compleanno, dai, fai il bravo. Niente da fare, le vele si gonfiano e la barca si piega, nella sua danza fatta solo per il mare, per il tramonto. La barca, aveva ragione.

I visi sono un po’ tirati, non tutti. L’Uccello del Paradiso, saldamente ancorato, si lascia cullare, baciare dagli spruzzi, mentre l’amica viene sorpresa e la sua criniera si spegne. Impallidisce, non riesce a deglutire, non vede più il mare, il sole, gli altri. È una statua, lucente e immobile, è altrove. Non è paura, è terrore, è “chi me l’ha fatto fare”.

Ogni onda è una strega minacciosa, sembra parlarle, ma lei non parla, lei è radiante, forse si confonde col cielo fino al rientro al porto.

L’Uccello del Paradiso, come una Polena, domina lo scafo, irradia la sua aura cobalto che diventa porpora.

Sul molo, tutti si fermano, osservano, seguono il veliero che sembra arrivare da Atlantide, placido e magnetico. Ed è musica, musica nelle risate, musica nelle foto, musica nelle cabine che si riempiono e si svuotano, musica nei paccheri al pesce, nella frittura rubata dai piatti.

Il mondo, è dalla banchina in là.

Sulla barca di Atlantide scorrono alcool e ricordi, baci e abbracci sinceri. Dieci figure lievi mischiano la loro energia, ballano per la luna una danza salata, spettinata, bagnata.

Gocce di mare, gocce d’amore.

Svanirà il veliero al mattino, quando il sole diventerà alto e l’Uccello del Paradiso e i suoi amici scivoleranno via, senza fare rumore, come sono arrivati.

Resterà lo sciabordio dell’acqua e l’incanto di un riflesso indaco e oro.

Foto di edrick-krozendijk- Unsplash.

Cos’hai? (interactive game)

  • Cos’hai?
  • – Non so, un po’ di malessere.
  • Ancora?
  • – Sai quei periodi che proprio non riesci ad affrontare.
  • Mmm
  • -Quando ti svegli e sei già depresso.
  • Mmm
  • – È uno schifo.
    • OK.
  • A chi non è successo di essere la stampella per l’altro? Uomini e donne affrontano in maniera diversa i momenti NO.
    • Siete propensi ad essere ANGELI o DEMONI?
      • Cliccate sulle immagini, have a look and… fatemi sapere.

Il Potere dello 0 (zero)

Lo Zero significa anche niente o nulla. Nei numeri arabi, il vuoto.

Poi, arriva quel giorno, il giorno del Compleanno. Il giorno che, nei tuoi ricordi di bambina aspettavi e che, per qualche sorta di magia, si tramutava in un desiderio, nell’attesa della festa, dei regali. Quelle candeline spente con più di un soffio.

Ora, anzi, da parecchio, le candeline vengono condensate in due candeloni, due petardi orrendi, svettanti sulla torta che vedi arrivare in lontananza, come una minaccia. E basta un soffio per spegnere quell’incendio. Basta solo un soffio per proiettarti nell’anno che è già cominciato.

E va tutto bene. Tutto bene fino a che realizzi che dopo il 9 c’é lo ZERO. E QUELLO ZERO NON È IL NULLA.

Quello zero parla di decadi passate, segna il confine. Dopo gli enta arrivano gli anta, passaggio che implicherebbe una sana analisi non tanto su quello che si è fatto, quanto su quello che si farà o meno.

Del tipo che, volente o nolente, ascoltando il tuo fisico, comincerai a cambiare l’alimentazione e, osservando il tuo fisico, riporrai nell’armadio minigonne, pantaloncini striminziti e top minuscoli. Non tutte, ovviamente. Diciamo che, essendo propensa al buon gusto, ho i miei limiti.

Quell’ovale dopo i numeri che ti hanno accompagnato per nove anni, cambia tutto. Il tuo genetliaco ti fa capire quanto sia rapido l’inevitabile avvicinarsi del geriatrico.

Ergo, soffia, soffia via quei simboli e ricordati che in informatica é lo Zero il punto d’inizio, non l’uno.

Riparti da ZERO, più le decadi di cui sopra.

Buon 4…- 5… – 6… – 7… – 8… (0) antesimo Compleanno!

Che sia lieve, come una piuma.

Foto di daniele-levis-pelusi- Unsplash

#Agli uomini dagli occhi innamorati

Caro splendido uomo,

il tuo sorriso, le tue mani, quella camminata che riconoscerei anche nella maratona di New York, eccoti.

Eccoti arrivare, col passo veloce perché sei in ritardo, e ti ho visto ancora prima di averti vicino. Ti vedo mentre parli e poi ti scusi, ti vedo mentre mi prendi la mano e mi baci. Poi, mi baci ancora e mi guardi, con le pupille enormi, scure, quasi un’eclissi di sole che mi accarezza coi suoi lapilli.

Sono per me, lo so.

Ti vedo mentre mi chiedi com’è andata la giornata, poi ti fermi e mi dici: “Sei bellissima.”

Ed è solo amore.

Siamo in macchina, potremmo essere in una vallata del Tibet o in un gelido ruscello delle Dolomiti, nell’Oceano Indiano o su una spiaggia in Normandia. Siamo noi, qui e ovunque.

Vedi una signora un po’ corpulenta che aspetta alle strisce pedonali e ti fermi. Lei, con passo deciso, ti guarda con aria di sfida e attraversa.

“Prego signora, rotoli pure.”

E rido. Rido spesso con te, ridono i miei occhi.

Ma i tuoi occhi, i tuoi occhi che sono solo per me, hanno riempito l’abitacolo, la strada, il cielo. Sono nel mio cuore, tra un battito e l’altro.

Il tempo, non esiste. Il tempo, è per gli altri.

MUSUBI (gli incontri nella vita)

Leggo. Leggo molto. Mi piace. E mi piace anche curiosare sui Social, scrollare fino a che qualcosa non cattura la mia attenzione. Et voilà! Eccola, la signora che parla della missione che hanno le persone che incontriamo: insegnarci qualcosa. Bellissimo. Mi fermo.

E lei comincia. Incontriamo PERSONE SPECCHIO, PERSONE FINESTRE, PERSONE PORTE. Ed io già mi immagino una casa, mentre osservo quali porte, che specchi scegliere, se metterli o meno, e mi vedo osservare il mondo da grandi vetrate alla francese. Ma la signora sta partendo con la spiegazione e non me la perdo.

– LE PERSONE SPECCHIO, sono quelle che non sopportiamo, che tirano fuori il peggio di noi, ma si limitano, appunto, a rispecchiare le parti su cui dobbiamo lavorare, migliorare. Loro hanno la relazione, il lavoro che vorremo avere, fanno scelte che vorremmo fare. Una volta capito, quel tipo di persona sparirà dalla nostra vita. (E meno male. Siamo sicuri?)

– LE PERSONE FINESTRA, sono quelle che ci fanno vedere, appunto, le possibilità, fuori dalla comfort zone, MA non sono destinate a rimanere a lungo; (Ti pareva)

-LE PERSONE PORTA sono invece le migliori. (Non l’avrei mai detto). Sono quelle che rimangono nella vita perché rappresentano le porte che apriamo, quindi il coraggio, il meglio di noi.

Il racconto termina riassumendo che abbiamo più bisogno di PERSONE SPECCHIO, per migliorare e capire come superare i nostri limiti, lasciando così la strada aperta all’arrivo di PERSONE FINESTRE, che ci mostreranno come potrebbe essere la vita che vogliamo e, infine, appariranno le PERSONE PORTE, dal momento che avremo lavorato su noi stessi, cercando di superare i nostri limiti, volendoci bene, al punto da avere le chiavi per aprire quelle porte.

Mi piacciono questi paragoni che danno una lettura dei bisogni degli essere umani. Come nel MUSUBI, il nodo, in giapponese, storie che si incontrano, rapporti che si spezzano e si ricongiungono, il fluire della vita. Certo, siamo su TikTok, lontani da dissertazioni filosofiche come nel Fedro di Platone, non si affrontano tematiche che distinguono ciò che è bene da ciò che procura piacere, o domande metafisiche come “Perché l’essere, piuttosto che il nulla?”. Ma a parte la sottoscritta, l’età media dei visitatori è di 13/14 anni. Direi che va bene.

Ricapitolando, siamo in un condominio affollato, ognuno barricato nel suo appartamento, a scrutarsi nello specchio, spesso velocemente, lanciando rapide occhiate alla finestra, per lo più per vedere che tempo fa, e usciamo da casa, controllando di avere le chiavi, questo sì, ma della propria porta. Sigh! Anche il mio bambino interiore ha più di 14 anni.

foto di erik-eastman-7 da unsplash

Siddharta

Sei pronta? Quasi.

Fissando lo specchio, con quell’aria da “ti sei truccata troppo”, cerchi di modificare il… troppo. E cominci a togliere, prima con un batuffolo di cotone, poi con l’acqua micellare. Risultato? Un quadro astratto, misto tra Pollock e Gorky. No, non ci siamo, prima di passare alla paglietta di ferro, decidi di struccarti e basta.

Eccoti! Ma ciao! Ciao occhiaie e rughette, zigomi arrossati e labbra secche. Calma. Maschera lenitiva e un po’ di meditazione con respirazione, sul letto.

Ti rilassi, ma pensi. NON devi pensare! Lascia andare. Ma certo, adesso ci riesco.

Ma se cambio vestito? No, forse le scarpe, e anche la borsa. Gli accessori fanno la differenza.

NON pensare! Ok. Inspiro, espiro.

Cambio vestito, ho deciso. Quella tuta pantaloni svasata mi fa sembrare un elefante indiano, arancione. Gonna? Naaa, gambe troppo bianche, allora quel completo che avevo preso l’anno scorso. Se ci entro ancora.

STAI PENSANDO!

Va bene, stop alla meditazione, devo vestirmi. Ma prima, mi trucco un po’, poco, il giusto.

E sei davanti allo specchio, mentre ad occhi chiusi, asciughi quello che è rimasto della maschera. Ora va proprio bene.

Apri gli occhi e sulla pelle diafana, luminosa, noti un punto rosso, proprio tra gli occhi, in mezzo alla fronte. Pensi ad un riflesso dello specchio, ma no.

Eccolo in tutto il suo splendore, un brufolo, gigante.

Il tuo destino è compiuto.

La vita è imprevedibile e cerchi di non focalizzati sul problema, pensando alle Quattro Nobili Verità del Buddhismo:

dolore / accettazione / cessazione del dolore/ la via che porta alla cessazione del dolore.

Ecco, la via che ti farà ignorare quella piccola piramide rosso fuoco che ti sta sfidando: cerottino tondo, cosparso di brillantini. Il terzo occhio.

La tuta pantaloni arancione sarà perfetta.

foto di noah-buscher da unsplah

Le Pagine flaccide

Sarà la giornata dal clima incerto, sarà stato il cappuccino non proprio speciale che questa mattina mi hanno portato, tutti presi dalla “Gara tra Macchine d’Epoca” che sta catalizzando l’attenzione dell’intero paese, sta di fatto che il libro che sto leggendo ha preso una piega moscia, come la schiuma del cappuccino di cui sopra.

Mentre osservo l’andirivieni di tecnici, operatori e addetti stampa, comincio a sentire i primi rombi di motore, assordanti. E penso.

È quasi sempre così, quasi ogni libro che ho letto custodisce al suo interno, una parte un po’ spenta, qualche pagina appassita, moscia, come se l’autore si fosse trovato a corto di creatività, dialettica, idee. In riserva. E scatta il riempitivo. Succede anche a me? CERTO che mi succede.

Quando rileggo per l’ennesima volta le mie bozze, l’istinto di strappare e bruciare, al rogo come le streghe, quelle maledette pagine uscite da non si sa quale sinapsi addormentata, è molto forte. A volte è meglio, molto meglio che modificare il periodo, cambiare il ritmo della narrazione. Alla fine esce un soufflé sgonfio.

Scrivere un articolo, un post, addirittura un racconto, è più facile, non semplice, ma accessibile. Scrivere un romanzo invece è assai complesso, almeno scrivere un romanzo che ti cattura al punto di non voler smettere di leggere. È proprio come un progetto da elaborare, modificare, perfezionare dopo aver fatto ricerche, e prove. Come per questa corsa di macchine, tutte dal motore ruggente ma, alcune, hanno qualcosa in più. E una sola vincerà. E non è detto che sia la migliore.

Siamo diversi. Non si può piacere a tutti, esiste il pubblico di riferimento, cui puntano gli editori col marketing del romanzo in questione, proprio come se fosse un nuovo biscotto.

A me non piacciono tutti i biscotti.

Siamo diversi.

“La Diversità non è un valore, ma la mancanza di Diversità rende deboli e omologhi. L’Omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica. Abbiamo infatti Diversità non Differenze, le Differenze creano diseguaglianze, la Diversità unisce e arricchisce la collettività”. (tratto da I.O – I Observe you- di Marcella Donagemma)


Foto da Unsplash

Sei in ritardo

Tempo. Ho bisogno di tempo.

Stava bevendo la sua tisana davanti alla finestra, guardando attraverso la zanzariera. Se lo faceva senza occhiali riusciva ad avere un’immagine soft, come se stesse usando un filtro. Ma attraverso quei microscopici fori, tutto sembrava leggermente annebbiato, gli alberi, il prato, le persone che stavano portando in giro il cane in lontananza. Eppure si sentivano le voci, il suono arrivava sino a lì. Chiacchiere vuote o pettegolezzi, non importava, così come non importava chi fossero quelle persone.

Per un attimo le sembrò di guardare una serie tv, le palazzine ordinate, i giardini perfetti, le macchine lucide che uscivano dai garage. Chissà cosa fanno? Dove vanno? Tutta questa serenità esposta sarà verità? Avrebbe voluto chiedere a tutte quelle persone: <Siete davvero soddisfatte di quello che avete fatto della vostra vita?>

Non “nella”, ma “della”.

É vero che i momenti che ti lasciano senza respiro nella vita sono pochi, ma non era importante. Almeno questo pensava, mentre la tisana era colata sui fogli di fianco al computer.

Da tempo riusciva a sentire l’ arrivo dell’ombra nera, l’attacco di panico, e la aspettava come un’amica che ogni tanto ti fa un’improvvisata. Una colata di vischiosità, una paralisi totale che lasciava libero il cervello di continuare i suoi viaggi, rabbioso come un animale in gabbia. Ed era allora che sentiva i battiti del cuore sincronizzarsi col sangue che scorreva nelle vene, prima nella giugulare, poi nelle braccia, fare capriole nella pancia e scendere nelle gambe. Una sinfonia perfetta che aveva imparato ad ascoltare, perdendosi tra i globuli rossi e bianchi, lasciandosi sciogliere nel plasma.

Non passava subito, questa amica restava a farle compagnia e le sussurrava: < Sei in ritardo, il tempo, il tempo non torna>.

Foto hipster-mum- da UNSPLAH

Perdo tempo

Sono uscita. A volte mi sforzo, sbaglio sapendo di sbagliare.

Ed eccomi qui, in mezzo a tante voci, tante persone, visi, mani, bocche che si aprono e si chiudono. Ho tentato, davvero, ho cercato in tutti i modi di trovare qualcosa che mi includesse nel gioco, ma non ci riesco. Mi guardo un po’ intorno, mi fisso su un vaso verde, di quelli soffiati, bellissimo. Ne studio la morbidezza, i riflessi, quella tonalità che non saprei paragonare a niente altro che a qualche fiore tropicale. Arriva uno e gli piazza davanti il suo bicchiere, così, tanto c’è posto.

Mi sposto, osservo una coppia che sta fissando un quadro. Fissando è il verbo giusto, sembrano in catalessi. Vado a vedere, forse ti cattura, forse rimarrò rapita anch’io. No. Direi che non è proprio quello che mi aspettavo. Guardo meglio, mi concentro, anzi cerco di lasciare andare la mente, di osservare l’insieme senza giudicare. Li sento parlare.

< Noti la metafisica anche tu?>

Non ce la posso fare. Non sono ancora al livello metafisico, stavo cercando di non giudicare e mi sembra che sia già un grande sforzo.

All’improvviso sono assente, come un fantasma, ferma davanti al quadro, da sola perché nel frattempo la coppia si è spostata, e mi sono persa in un drappeggio azzurro del dipinto. Mi sembra di sentire lo sciabordio dell’acqua del mare, una brezza leggera. Chiudo gli occhi e penso alla sensazione dei piedi nella sabbia bagnata, quando arricci le dita a catturare i granelli, mentre l’acqua ti sfiora le caviglie.

< Prego!>

Un cameriere è apparso al mio fianco con un vassoio carico di bicchieri. Sembra barcollare e ne prendo uno per alleggerirgli il carico. Sarei già al terzo in verità ma, vista la compagnia, li considero un salvavita, mi tengono impegnata almeno una mano.

Mi sento fuori posto, come un bicchiere spaiato in un servizio. Dopo aver socializzato il più possibile, aver cercato di far breccia in gruppetti chiusi come le valve delle cozze, sorseggiando con nonchalance, guadagno l’uscita.

A volte è meglio così.

Se sei la sola a dare, se non ricevi niente, meglio cambiare panorama, deviare il percorso. Un tempo, sarei rimasta fino alla fine dell’evento, per non ferire nessuno, un tempo. Ma il tempo è prezioso, ed oggi, lo sono anch’io.

Foto di John Robert Marasigan  UNSPLAH