La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


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IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

L’ultima raccolta di poesie di Marcello Comitini è finalmente disponibile!

Ho avuto l’onore di scrivere la prefazione a questa opera e ve la propongo per raccontarvi un po’ di questo viaggio tra le parole, in cui mi sono volutamente persa, senza giudizi, solo aprendo l’anima, tra i versi incastonati in questa cornice di carta stampata”.

IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

Prefazione

Una raccolta assetata, pura e crudele, in cui lo spirito invoca un respiro, conscio della vastità dello smarrimento. (“Fiumi femmina”). Come la linfa che scorre dalle radici alle foglie, le parole suscitano emozioni palpitanti, tra ragione e sentimento. A volte, indifferenza e gelo, a volte, passione, “colma di dolce polpa maturata nella nicchia del cuore” (“Parole”).

Anche l’amore stordisce, rincorso, negato, sognato o rimpianto, quando “dalle bocche assetate, ti amo e addio, è il grido che alzano.” (“Lo stormo”). È una poesia che “scava un buco oscuro nella coscienza, non vuol riconoscere il passato, non crede nel futuro, non cade negli inganni del presente.” (“La poesia”)

Il tempo non è scandito, ma scivola come un fiume grigio, incapace di riflettere lo spazio celeste, mentre “sentiamo che in noi perdura la sostanza delle stelle” e “siamo come il vento, aria nell’aria.” I colori delle parole, il bianco che abbaglia dal “tulle delle nuvole”, la terra nutrita dalle ultime rosse gocce di sangue, il verde delle valli imputridite dai frutti caduti e marcescenti, le mani lucide e nere, come le piume di un cigno che orgoglioso scivola su acque tranquille. La Terra appare gioiosa, blu, verde, celeste, nonostante i singhiozzi per tanta bellezza. Questa è immortalità? La natura divina del vuoto. (“Lascio fare”)

“Gli artigli degli umani” incapaci di proteggere tanta bellezza, ignorando il destino comune, tramutano le parole in pietre, inesprimibili grida, tra presunzione e ignoranza.

Manca sempre qualcosa alla felicità umana, dai sogni infranti, alle lacrime che grondano dalle nuvole, mentre è impegnata a correre, dimenticandosi delle proprie radici, della storia e dei gesti antichi di chi non c’è più, piangendo, bestemmiando, negando l’esistenza. (“Simulacro divino”)

“È breve e freddo il filo che ci lega” (“Effimera”)

“La luna apparirà col suo calice di ghiaccio, per celebrare la cecità del loro essere” (“Colline”)

Sono liriche che sanno cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, sempre connessa al substrato della coscienza, spaziando tra malinconia e nostalgia. La ricchezza sentimentale si evince nella poetica che sorprende col suo carico di significati. Una vena poetica che a volte si ritrae sobriamente, a volte stupisce con immagini evocative, scruta e non giudica, suscita un’incredibile curiosità. Ci si perde in versi dallo spessore rilevante, ricordi che sono attimi indefinibili, intensi e a volte strazianti.

In “Scrivere lentamente”, si prende gioco della caducità umana, invitando ad una lettura istintiva e scevra da preconcetti. La ricerca di una impossibile “lealtà della vita”, nella umana convinzione di essere eterni Dei. “L’amore che spinge a credere di essere vivi è andato perduto.”

Anche quando, in alcune poesie, come nella “Voce della terra” e “Primavera eterna”, si affrontano temi sociali, anche quando lo scrivere di guerre, di ingiustizie ed omicidi, di menzogne politiche, di povertà della terra, tutto “fa da specchio opaco all’incoscienza umana svuotata, superficiale, le cui grida di orrore, davanti alla TV, “galleggiano intrappolate da uno schermo”.

Nella ricerca della ragione dell’esistenza, le risa diventano tragiche in “Chat GPT”, i coltelli sono privi di lame. La passione non ha ragione d’esistere se cervelli digitali, come infinite maschere, offrono risposte a tutti i perché.

Come sopravvivere? Non alla morte, che accompagna, muta amica sconosciuta, ma ai sogni, ai ricordi che bruciano? Odio, integrità, speranza, illusioni, amore, lacrime, solitudine, un urlo si leva dai versi che anelano l’impossibile: l’ascolto, unica via alla libertà.

Alla fine, nello scrutare doloroso sulle debolezze umane, c’è la continua ricerca dell’amore, quello universale “unico e misterioso”, illuminato dallo “sguardo della luna, sui volti lavati dalle mani bagnate di pianto”.

Marcella Donagemma

Il poeta Marcello Comitini

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Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.

Vuoto

Mi piacerebbe che qualcuno mi insegnasse a stare da sola. Non dovrei rincorrere sempre la mediocrità, riempire i vuoti, accontentarmi di un surrogato dell’amore. Non è vero che il tempo mette ognuno al suo posto. Forse un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta e mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Ma non oggi. Oggi era là, seduta a fissare quei cinque piani di altezza sotto di lei, quel vuoto che terminava su delle aiuole circondate dal cemento.

Si accomodò meglio. Parlava da sola, come sempre.

Mi hanno detto che ho un grande dono, che la mia sensibilità ha una capacità di vibrare, un’agilità che risuona. E allora? Mi ricordo quando ero piccola e la maestra aveva detto a mia madre che la mia intelligenza disturbava, che riempiva e non lasciava spazio agli altri. Non vedevo gli altri bambini. Già allora, non riuscivo a vedere gli altri, ma sentivo la necessità di un rapporto vero. Vorrei capire.Vorrei capirmi.

DBP. Voleva dire tutto e niente. Ipersensibile. La avevano etichettata così.

Sono rabbiosa, anzi, furiosa, mi hanno tradito ancora e quello che pensavo di aver condiviso è svanito. Come polvere al vento. Vorrei distruggere tutto, tutto di me.

Fissò il cielo che stava imbrunendo, quella prima stella che bucava col suo sfolgorio. Finto. Le sembrò che anche quello spettacolo incomprensibile fosse finto.

Poi si guardò i piedi che ciondolavano nel vuoto. Non vedeva altro, non sentiva la necessità di un appoggio, non aveva paura. I colori là sotto erano mischiati, come in una tela astratta, pastosi e amalgamati.

Si sdraiò per guardare meglio l’infinito. L’infinito. Si poteva impazzire pensando all’infinito, il cervello non ne era capace, lei, non ne era capace.

“Ah, se potessi volare, partirei come un razzo. E magari, esploderei.”

E mise le mani a conchiglia intorno agli occhi per poter isolare i pensieri, per poter viaggiare in quei ritagli di cielo, lasciando tutto fuori. Aspettava di sentire se qualcuno la chiamava, se qualcuno si era accorto che non era in casa.

Il cielo si scurì, gli uccelli sparirono, le stelle apparvero una ad una, una ad una, una ad una.

Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Inizia il conto alla rovescia

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa pensi che migliori con l’età?

Ti accorgi di crescere (invecchiare non ci piace) quando cominci a fare il conto alla rovescia. Certo che si guarda a tutto quello che si è fatto ma anche a tutto quello che ancora si vorrebbe fare, o peggio, rifare, con l’esperienza acquisita. Ma non sarebbe più la stessa cosa. Forse questa consapevolezza del lasciar andare, il guardarsi volendosi bene, perdonandosi gli errori, forse quando si libera per sempre il bambino interiore, lasciandolo. Allora non si pensa più a quanto tempo rimane ma a cosa farne. E s’impara a sorridere più spesso, anche di se stessi.

Così vicini, così lontani.

Dopo il mio post F,G o C, che affronta in maniera leggera il tema della medianità, vi propongo la testimonianza di chi (La Custode della Luna) invece ne è la protagonista, avendo questo dono fin dall’infanzia.

Un mistero affascinante, che incute timore e suscita grande curiosità.

Hipster mum

Aveva indossato gli stessi pantaloni e la stessa camicia per una settimana. Non se n’era neanche accorta. Andava in automatico, prima LUI, poi, tutto il resto. Compreso mangiare.

Sua madre passava come un fantasma, da una stanza all’altra, sempre con la sigaretta in bocca, e questa cosa non le piaceva affatto.

LUI, era piccolo in tutto quel fumo, lo vedeva annebbiato, a volte in silenzio, come assorto. Chissà a cosa pensava? Quando lo prendeva in braccio faceva una smorfia strana, quasi a dirle <No. Non mi devi prendere così! Proprio non sei capace…> Poi, scoppiava in un pianto disperato che la stordiva. Lo rimetteva nella culla, dopo vari tentativi con paroline dolci e balletti ondivaghi che le lasciavano un certo malessere. E come per magia, si calmava, almeno per un po’. Rimaneva a guardarlo, cercando qualcosa che le assomigliasse, tipo gli occhi, la bocca, almeno le orecchie. Niente.

Le sembrava che fosse arrivato da lontano. Non aveva provato niente quando glielo avevano messo in braccio dopo il parto. Forse perché aveva sofferto davvero tanto. Dolori insopportabili da toglierle il respiro. Liberarsi da quel dolore, smettere di urlare, era la sola cosa che voleva, liberarsi.

Poi, era tornata a casa con quel fagotto, silenzioso, tutto morbido e profumato, che spariva dentro il porte enfant. Avrebbe voluto dormire, riposare tranquilla e invece, era cominciato il delirio. Urla di notte, di giorno, mentre faceva la doccia, per non parlare di quando cercava di rispondere ai messaggi delle sue amiche. Sembrava che quel nanerottolo dal sorriso sdentato fosse stato programmato per farle i dispetti. Poi, aveva scoperto il rumore bianco! Googlando in cerca di soluzioni per far addormentare i neonati, aveva provato con il rumore del phon. E funzionava!

Stava proprio diventando brava. Non come sua madre, lei sarebbe stata migliore.

LUI reclamava il latte, ancora. O forse aveva le coliche. Via, nel lettone insieme, con il biberon e il phon.

E si guarda intorno, nel silenzio, appoggiata ai cuscini. LUI la sta fissando mentre succhia senza fretta.

< Oggi mi cambierò, dopo averti fatto il bagnetto, farò anch’io “il bagnetto” e così saremo tutti e due belli e profumati. E faremo dei selfie.>

Stanno arrivando messaggi ma lei affonda il naso in quel minuscolo miracolo. Non c’è droga che tenga.

Profumi di magia, profumi… di me.

La poesia rende eterni

TERRA, CARNE DEL POETA

Poche opere d’arte hanno la longevità della poesia.

La prossima raccolta di poesie Terra, carne del poeta, di MARCELLO COMITINI sarà presto disponibile. Ecco un breve video di presentazione, tratto da una delle poesie della raccolta: Fiumi femmina.

Video e prefazione al libro di Marcella Donagemma. (moi)

F, G o C.

Se ne stava seduta su una seggiolina, guardandosi intorno. Era arrivata da quasi dieci minuti, e la tensione stava salendo. C’era silenzio in quella parte del palazzo, una casa isolata, non antica ma vecchia, in mezzo ad un grande parco comune. L’inconfondibile odore di muffa e terra bagnata saliva dalla tromba delle scale fino al suo piano, l’ultimo. Sembrava che fosse l’unico appartamento abitato. D’altra parte, il “mestiere ” dell’inquilina, poteva mettere un pò a disagio. Si era fatta convincere da un’amica che la frequentava da tempo, ed era entusiasta delle potenzialità della signora.

Stava fissando una mattonella sul pavimento quando sentì aprirsi il chiavistello della porta. Voci, una signora elegante che ringrazia ed esce veloce, saluta appena e scende di corsa le scale. Dietro la porta, nella penombra, una figura scura la invita ad entrare, parlando veloce. Neanche il tempo di alzarsi ed entrare in un ingresso poco illuminato, che da una stanza poco più in là, qualcuno le chiede, o meglio, le dice, di chiudere la porta.

Pochi passi e si trova in una stanza piena di immagini sacre, profumata con, al centro, un tavolo e delle sedie. Una signora dai lunghi capelli neri raccolti in una lunga treccia, le chiede il nome, la invita ad accomodarsi.

“Stia tranquilla. Se non vogliono parlare con lei, non verrà nessuno.”

E l’ansia cresce.

Potrebbero non volermi parlare? Certo. In fondo forse li disturbo.

“Guardi che non li disturba.” La signora stava spargendo alcol nell’aria.

“Per gli spiritelli. Sono davvero snervanti.”

Meglio non chiedere. Da dove comincio?

“Allora, ce n’è uno di fianco a lei.” Intanto la signora stava scrivendo, assorta, e non si fermava.

“Comincia con la lettera F. Lo spirito è una donna, e le vuole bene. Perché le vuole parlare?”

Continuava a scrivere, sembrava una furia, riempiva pagine con una calligrafia che sembrava un disegno.

“Potrebbe essere mia mamma…”

“Non parli con me, parli con sua madre.”

Non ce la faccio, non ce la faccio. Ma che sto facendo? Mamma, se sei tu, voglio solo dirti che mi dispiace, mi dispiace.

La voce non le usciva. La medium si fermò, alzo lo sguardo, due occhi scuri e vuoti. Le prese le mani e le sembrò che le luci della sala brillassero, mentre avvertiva una sensazione di assoluta calma. La signora riprese a scrivere.

“Non so se sia sua madre, di certo le vuole bene e sta bene. Sta parlando di una scatola o un contenitore, qualcosa che sembra importante… Ora se ne è andata. Ci sono anche altri due, sono voluti venire, uno è davvero piccolo, è una bambina, molto intelligente, mi sembrava un adulto, l’altro invece sta parlando di una pipa.”

” Papà! Sei tu? E la bambina? Dice qualcosa?”

“La sta osservando, non la conosce molto, è curiosa… intelligente. G o C, no, G.”

La mente che sta impazzendo, G. Chi conosco che comincia con G? Anzi, chi conoscevo. Ma il mio papà? Non dice più niente?

“Mia cara, sono attimi. Perdono molta energia quando si manifestano. Solo nei film si fanno quattro chiacchiere… il fatto che siano venuti senza chiamarli è davvero un bel segno. La pensano quando lei li pensa, ma sono altrove, hanno altro da fare.”

La seduta si conclude e le sembra che sia durata pochissimo, invece è passata quasi un’ora. La signora è spossata, muove il collo e parla veloce.

Lei paga un’offerta, si alza seguendo la treccia nera che oscilla sulla schiena della signora, saluta nella penombra dell’ingresso ed è fuori.

Non sa se è delusa o sconvolta o dubbiosa. Certo, aveva azzeccato le iniziali di mamma, e la pipa la fumano in molti, ma la lettera G? Quella bambina.

GIADA! La prima figlia di mio zio! Saranno passati più di 40 anni…

Cosa le rimaneva di questa esperienza? Una sorta di tremore, le mani sudate, l’insicurezza e una voglia incredibile di piangere.

A casa, a casa cercherò la scatola dove mamma metteva tutte le foto e i suoi scritti. A casa.

E s’incamminò sul selciato tra gli alberi, respirando, guardando il cielo.


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