Jōhatsu in un soffio

Le fronde degli alberi, fuori dalla finestra, erano vigorose e piene di minuscoli germogli verdi e fragili che preannunciavano il Cherry Blossom. Aveva terminato di lavorare e se ne stava immobile davanti al computer spento. I colleghi erano già in movimento, si salutavano e correvano agli ascensori. Lei era una delle più anziane ma non aveva fatto carriera, non come gli altri. Troppi pensieri sempre in testa, tra un compito da svolgere e l’altro, troppa famiglia, troppo.

Si sentiva debole, non vecchia ma, matura, come un bel cedro del Libano dalla scorza spessa. Emanava profumo solo se ci si avvicinava alla buccia e lei, non aveva mai permesso a nessuno di esserle così vicino. Il marito, quello sì, suo malgrado, le si avvicinava spesso, con brutalità, mentre la suocera aveva invaso da subito e per quasi trent’anni, tutto. La casa, quel nido in cui aveva cresciuto due figli, ormai lontani, non aveva mai avuto il suo odore. Ovunque aleggiava la presenza di quell’altra donna che dominava, unica e despota.

Non se ne era accorta subito, non aveva fatto caso alla lenta erosione che l’aveva consumata negli anni, facendo disperdere la sua forza come l’acqua tra i ciottoli. Si era rifugiata nella sua anima, la sola parte che non poteva essere toccata, lasciando che gli altri si cibassero del resto, sbranandola a piccoli pezzi. Quando avvertiva che il dolore del suo spirito era più insopportabile delle botte, si chiudeva nel silenzio, attendendo che terminasse, affaccendandosi nei gesti quotidiani, sempre gli stessi, svolti in fretta, come una presenza invisibile. Per non dare fastidio.

Col tempo, osservando ciò che era rimasto di lei, corrosa, consumata, aveva preso una decisione, senza fretta.

Uscì dal palazzo e s’incamminò tra la folla verso la metropolitana. Salutò con un cenno del capo una collega in fila alla fermata dei taxi, e prosegui scendendo le scale, seguendo le migliaia di persone che correvano in tutte le direzioni, come un formicaio ordinato. Fece il solito tragitto fino alla sua fermata e si mise in fila aspettando, dietro la linea gialla. A sinistra, il buco nero della galleria, davanti a lei, i binari che l’avvisavano, con un sordo rumore lontano, dell’arrivo del suo treno. Si avvinghiò alla borsa mentre sul tabellone iniziava il conto alla rovescia: 3 minuti, due, uno. Si sentiva come un birillo tra i tanti, in attesa, immobile e silenziosa.

La metropolitana arrivò col suo fruscio morbido e lei non si mosse. Fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora. Gli altri stavano salendo sul mezzo e un annuncio delicato avvisava della partenza disperdendosi nel chime che segnalava la chiusura porte. La stazione stava svanendo, perdendo i contorni in una luce nuova. Nessuno la vide, nessuno si accorse della calma del suo sorriso mentre, passo dopo passo, svaniva dietro ad una colonna.

Da quel momento sarebbe stata una *jōhatsu, una persona “evaporata”, una persona che aveva in qualche modo ceduto. Era fuggita.

La sua mano, affondata nella tasca, stringeva un foglietto stropicciato, come un talismano, un lasciapassare, con una frase di Flaubert: “Viaggiare rende modesti, fa capire quanto il posto che occupiamo nel mondo sia piccolo.

Era solo un soffio, pronta a viaggiare senza biglietto verso un altrove che non avrebbe avuto più obblighi né vincoli.

* Johatsu” (蒸発), che significa “evaporazione” in giapponese, si riferisce alle persone che scompaiono volontariamente per abbandonare la propria vita precedente e iniziare una nuova esistenza in anonimato. Questo fenomeno è spesso legato a fattori come la vergogna sociale, le pressioni lavorative, i problemi familiari o il desiderio di sfuggire alla società. Non è esclusivo del Giappone, ma è osservato anche in altri paesi come Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Regno Unito e Germania. 

14 pensieri su “Jōhatsu in un soffio

  1. Ahhh…ma manco io ho mai giudicato le scelte altrui.Credo che ognuno debba avere la facoltà di scegliere per sé e non per accontentare gli altri e poi mi faccio sempre i marroni miei…Delle persone giudicanti : odio il te l’ avevo detto, mi sta sulle balle e divento anche sboccata.👍🏻🙋🏻🌹👍🏻

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  2. Certo che per aver preso quella decisione così ragionata ,dopo aver fatto una breve sintesi della propria vita, è quasi una decisione da approvare.Sai la figura della suocera così invasiva quasi da lasciare in casa il suo odore che sovrasta l’ odore di lei, padrona di casa, figura molto sbiadita. Tutti in un certo modo hanno sottomesso la sua figura che ha assorbito anche la violenza del marito.
    Ha preso la decisione giusta e… Chissà avrebbe potuto trovare una persona giusta e rifarsi una vita.Sopprimersi non è una vittoria, ma evaporare con questo senso è più equilibrato. La nebbia avrebbe coperto tutto.Le tue descrizioni sono la parte più suggestiva della storia e sei stata veramente brava ,poi c’è tutto il resto che dà alla storia un senso esistenziale imponente perché la vita si dovrebbe conoscere prima di criticare certe scelte. I sopravvissuti sono persone che hanno cercato la loro dimensione.Sereno pomeriggio Carissima Marcella , un abbraccio 🤗🌹🫶🏻

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    • Ciao Desire, non giudico mai le scelte altrui se non fanno del male agli altri. Questo fenomeno, sempre più attuale ( ci sono agenzie che si occupano di tutto), è una spia accesa sul male di vivere quando l’essere soli va al di là della solitudine. Tutti abbiamo un punto di “rottura”, c’è chi reagisce sparendo. Ti abbraccio e grazie per i tuoi commenti sempre gentili.🪭❤️

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  3. Evaporata, scomparsa. Così definiamo coloro che hanno ceduto anche quando rimangono tra noi. Basterebbe quel biglietto a dircelo. Ma non lo stringiamo, lo stropicciamo e lo lasciamo cadere dalle nostre mani.
    Ma quanti di noi sono già evaporati? Lottare vuol dire emergere o lottare in continuazione e incontrare ancora sconfitte e pochissime vittorie? Penso ai figli cresciuti, anche se lontani.
    Il tuo racconto, cara Marcella, parla a tutti noi. Ma chi se ne accorge? Evaporati, scomparsi sono gli altri, gli sconfitti. Noi siamo i giudici che leggono (impietosi) la sentenza.

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    • Caro Marcello, scappare in quel modo è un “suicidio” della propria precedente vita con l’illusione di averne un’altra a disposizione. Ma restano i ricordi che credo si portino dietro come un fardello pesante. Certo che per il mondo sono degli sconfitti, ma la “voglia di sparire” é veramente sintomo di abbandono e solitudine profonda. E, in questo, hai ragione a parlare di aspettative disattese, perché fanno parte delle pressioni che ti annullano. Ti ringrazio come sempre del tuo sensibile e profondo commento🩵

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  4. Hai raccontato con molta delicatezza e discrezione questo Johatsu” (蒸発) di una donna sconfitta fisicamente ma non nello spirito. Il foglietto con la massima di Flaubert dice che lei è un piccolo granello in mezzo a milioni di altri granelli.

    Complimenti Marcella per come hai parlato di questo fenomeno dove le persone evaporano come l’acqua al sole.

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