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Tutto cominciò con le linee. A un certo punto terminavano.

Lei si chiamava Maria Cecilia. Avrebbe avuto una sorella gemella se non fosse morta durante il parto. Già nel suo nome c’era qualcosa che stonava, non le piaceva pur essendo abbastanza fluido. Era come se i genitori non si fossero decisi e alla fine avessero optato per un doppio, un accomodamento. Senza soluzione di continuità. Non poteva essere Maria e Cecilia allo stesso tempo, non ci riusciva. Fu proprio nel momento in cui si rese conto del problema che apparvero le linee.

Erano ovunque a ricordarle che esiste continuità, fino a che, per un motivo o per l’altro terminavano. Da allora incominciò a sentirsi strana, come se le mancasse l’equilibrio. Ovunque, per terra, vedeva linee che componevano forme, fino a che s’interrompevano. Col tempo le insegnarono a camminare, seguendo quello che facevano gli altri: un passo dietro l’altro. Niente di complicato Maria Cecilia. Ma lo era, per lei.

Fu come gettarsi da un burrone, chiudendo gli occhi e aspettando che il pavimento bloccasse la sua inevitabile caduta. Non fu per niente semplice, ma imparò. Imparò a convivere con Maria e Cecilia. Si limitava ad immaginare che le righe continuassero, e lo facevano, nella sua mente. Le visualizzava proprio come un salvatico corridoio, suo, solo suo.

Tutti pensarono che fosse solo un po’ strana e che il peggio fosse passato, ora camminava. Ma le persone non dicono mai quello che vogliono dire. I suoi genitori non ci riuscivano. Così imparò a unire le linee anche nelle parole. Non erano mai linee rette, erano più figure geometriche. C’erano rombi, quadrati, triangoli e parallelepipedi. Un alfabeto, un vero idioma. Anche se erano differenti, per Maria e Cecilia era come un gioco. I cervelli sono diversi e si sforzano di trovare un comune denominatore di comunicazione. Per lei erano le linee.

Solo il cielo non la spaventava. Quell’immenso che non conteneva, sciolto nei tramonti in fiamme o congelato nelle albe di zucchero, sempre bizzarro. Nessuna linea interrotta. Neanche l’orizzonte.

Seduta sul prato, tuffando lo sguardo nel cielo, pensava che l’unica linea possibile sarebbe stata una fune, un’ infinita cima a cui aggrapparsi, come nella favola del Fagiolo magico, ma senza arrivare mai a nessun Castello fatato. Semplicemente, perpetua.

Vide passare un aquilone, un rombo a spicchi colorati, che volava morbido trascinando la sua cordicella nera e corta. Si era liberato. La sottile fune era spezzata e dondolava rincorrendo quel quadrilatero danzante. Si alzò dall’erba e lo seguì.

Una signora, da una panchina, mentre stava dando del pane secco ai piccioni, la vide allontanarsi col naso in sù e camminare verso il lago. Un passo dietro l’altro, senza interruzioni, un piede nell’acqua e poi l’altro. Senza interruzioni.

Gridò la signora, gridò più forte che poteva, ma la sua voce arrivò fino ad un certo punto.

Poi, iniziava il lago.

4 pensieri su “· · · — — — · · ·

  1. Che bel racconto che chiama in gioco l’onirico, un sogno ininterrotto perché anche il lago “””non la spaventava. Quell’immenso che non conteneva, sciolto nei tramonti in fiamme o congelato nelle albe di zucchero, sempre bizzarro. Nessuna linea interrotta. Neanche l’orizzonte.”””. È vero che nel lago esistono le sponde che possono apparire dei limiti o confini. Ma lei guarda la distesa dell’acqua come fosse il cielo. E in effeti è verso il cielo che si avvia. E noi che la seguiamo, che ci sentiamo attratti dal suo vedere linee, dal tuo meraviglioso raccontare e descrivere, cara Marcella 🌹, scendiamo assieme a lei nell’acqua come fosse il cielo.

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