Cuore livido

Non è necessario essere perfetti per tutti. Basta essere speciali per qualcuno.

Si era alzata, accaldata, dopo una notte scandita da docce fredde e lotte col ventilatore posizionato verso la parete, alla ricerca di un refolo seppur meccanico. Proprio nel momento più bello, quando l’aria cominciava ad entrare attraverso la zanzariera, quasi fresca, l’aria delle quattro del mattino, si era svegliata. Non c’era stato verso di riaddormentarsi, mindfulness e meditazione non avevano sortito alcun effetto, la mente tornava a giocare, come un bambino iperattivo, senza sosta.

Smetti di pensare, smetti di pensare, smetti di pensare.

Smetti di pensare che le persone o qualcuno in particolare debba capirti. Solo tu lo sai quanto hai pianto, quanto hai dovuto faticare, quanto hai lottato pensando di non farcela. E ancora non è detto. Solo tu conosci i tuoi pensieri delle quattro di mattina. Vale così per tutti, perché dovresti essere diversa?

La schiena le faceva male, le cicale stavano dormendo, almeno loro. Il silenzio, l’aria ferma, il cielo che ancora non cambiava colore, tutta quella calma, calma apparente, come prima di una tempesta, la stava turbando. Camminava tra le stanze buie, calde, girava intorno al tavolo e ritornava in salone. Si era tolta le ciabatte per sentire il fresco del pavimento e dopo un po’ si sedette ad osservare la pianta dei piedi. Notò un po’ di polvere, poca ma fastidiosa, e andò in bagno. Doccia fresca, la terza o quarta della nottata, prima in piedi poi, lentamente, accovacciata a terra, lasciandosi colpire dalle gocce come in un temporale. Gocce d’acqua che si mischiavano alle lacrime calde.

Ma quando arriva il giorno?

Si asciugò tamponando un po’ la pelle, per prolungare la sensazione di fresco, poi, andò allo specchio.

Eccoti, oggi è il primo giorno. Hai deciso di fare il primo passo per cambiare e ti stai allontanando.

Cominciava ad arrivare la luce dall’esterno, un’alba lattiginosa che lentamente fece apparire il suo viso, le sue occhiaia, i punti di sutura sul sopracciglio e i lividi sulle braccia.

Basta essere speciali per qualcuno.

Ce n’era voluta di forza per capire di non essere speciale, per lui. Il cuore batteva forte, un misto di paura e terrore, insicurezza e solitudine. Fuori il mondo stava aprendo gli occhi, sicuramente anche lui si sarebbe svegliato tra poco.

Aprì l’armadietto, prese i vestiti e il borsone che aveva preparato il giorno prima. Era tardi, era già tardi? Si vestì in fretta e in silenzio, come un ladro, prese le scarpe e in punta di piedi raggiunse la porta di casa.

Nell’ascensore, guardandosi allo specchio, le sembrò di ricordarsi com’era stata, dietro quei segni, quelle vili botte sulla pancia e sulla schiena, quegli occhi pesti e spenti. Anche il suo cuore era livido.

Non sapeva dove sarebbe andata, se ne era andata.


Foto di Olivier Collet da Unsplah

Sensorium Dei

Il tempo, è un’illusione? Come sabbia fine che scende in una clessidra, esiste come realtà in divenire strettamente connessa con lo spazio, flusso. Sarà questa giornata dal cielo coperto che minaccia temporali estivi, tuonando in lontananza, e che ha fatto riempire i caffè di persone uscite a rinfrescarsi un po’, sarà a causa di questa elettricità nell’aria che mi attraversa, ricordandomi che siamo qualcosa di più di semplici individui su una superstrada, a senso unico, impegnati a sorpassarci mentre ci dimentichiamo di fermarci di tanto in tanto, che si materializza nella mia mente la visione di una linea di mezzeria, continua, interrotta solo raramente, a ricordarci che ci possiamo fermare.

Possiamo fermarci e mangiare un panino, sul cofano della macchina, occhi negli occhi.

Passa un gruppo di ragazzi con degli strumenti musicali protetti dalle custodie. A quell’età il tempo ha un’altra unità di misura, è scandito da sogni, delusioni, tempeste ormonali, l’orologio non ha lancette.

Poi, di colpo, le lancette appaiono e, col tempo, ecco i minuti, le ore, i giorni, gli anni.

Quanto tempo sprecato?

L’unico spreco che vorrei recuperare, come il pane avanzato e buttato via, è legato alla leggerezza con cui ho vissuto la certezza che i cambiamenti dipendessero solo da me. Ma forse, forse, non c’era altro modo.

Errori, dolori, gioie, speranze, lasciano segni sui calendari appesi o nei diari, nelle foto, nella mente.

Attimi preziosi, cristallizzati nella nostalgia crudele o nel ricordo di risate di pancia, che pizzicano gli occhi ed esplodono nelle viscere dolenti.

I ragazzi si sono fermati sotto una pensilina, stanno aspettando l’autobus ed uno apre la custodia, prende un archetto. Dopo qualche prova di accordatura, inizia il suo concerto, giovane Konzertmeister. Arrivano le note di un Allegro di Bach, come se il vento le seguisse, trasportando le foglie nell’aria, scompigliando i capelli delle signore sedute, passando tra le sedie, sui tavolini, zampettando sulla schiuma dei cappuccini. I cuori, il mio cuore, segue i battiti dettati dalle note, ed è magia.

Fermati tempo, Fermati e ascolta.


foto di Adrien king da Unsplash

Alice

Sto andando ad una mostra di quadri, open air. Il sole non perdona e le cicale friniscono ma vedo il viale che mi aspetta, con un quadro appeso, in alto, tra due alberi, azzurro come un pezzo di cielo catturato e esposto lì per noi. M’incammino tra quadri appoggiati ai tronchi come frutti preziosi, tele stese a terra come tappeti volanti, opere che spuntano tra i fiori, sui ceppi, nascoste tra le balle di fieno.

Nel giardino delle meraviglie aspetto, come Alice, il Cappellaio Matto, l’Artista, e con lui, due folletti, due pittrici che hanno portato i loro doni, le loro opere, a corollario di questa esposizione a cielo aperto.

Si chiacchiera, tra foto e calici, immersi in un percorso di luce e pennellate di colore. L’aria ha un profumo aspro di fieno e pittura ad olio, gli occhi sembrano riflettere le tinte vivide. Vorrei visitare lo studio del pittore ma ci sono tante porte, chiuse. Non posso violare la tana creativa, dovrei chiedere, ma l’artista è impegnato. Cosa avrebbe fatto Alice? Lei aveva la piccola chiave d’oro.

Io, rimango ad osservare una tela enorme, adagiata sul sentiero, che mi trasporta lontano, tra i suoi gorghi di colore che sembrano in movimento, pronti a fuggire.

Una piccola mano mi sta tirando la camicia, uno gnomo? Chi sei? Cosa vuoi?

È il nipote del Cappellaio Matto, e mi porge un foglio. Cosa c’è di più bello di un bambino che ha fatto un disegno per te?

Ci sediamo, io e lo gnomo, all’ombra, osservando la folla che sta camminando placidamente, le chiacchiere che rimangono sospese nell’aria calda, poi tutto si ferma, per un attimo, anche le cicale smettono il loro canto. E partono gli applausi, un’onda fragorosa che attraversa i colori, le tele, fa tintinnare i bicchieri.

Ci guardiamo, io e lo gnomo. Devo andare. NO!

“Perché uno scrittoio è come un corvo?” Chiedo allo gnomo.

“Perché hanno entrambi le penne!”

Risponde da dietro una voce, Il Cappellaio Matto.

“Volevi vedere lo studio?”

Ora Alice è contenta, prima di svegliarsi, finirà il suo viaggio.


FOTO – OPERA di STEFANO SICHEL – Fondatore nel 1995 del TRANSVISIONISMO

Vado a comprare il pane

Ci sono i saldi al SUPER. I famigerati prendi 3 paghi 2. In realtà io amo i negozietti, quelli dal sapore antico, spesso con carissimi prodotti di nicchia che però assicurano gratificanti risultati culinari.

Ma come resistere al richiamo dell’AFFARE?

Così anch’io mi ritrovo a passeggiare tra gli scaffali, si fa per dire. Provate a passeggiare, rallentando di tanto in tanto e qualcuno calpesterà senza pietà il vostro metatarso. Tentennate nella scelta delle olive e sentirete lo sguardo di rimprovero dell’inserviente intenta a sistemare tonnellate di pasta.
Effettivamente non capisce a cosa serva leggere i componenti della salsa, E’ IN OFFERTA!!!

Quindi, anche se la quantità di sodio ti causerà danni certi ai reni, non importa.

Guardo con circospezione la verdura, le ciliegie sono in offerta, arrivano dal Cile. Ecco spiegato il prezzo, hanno viaggiato in business.

Mi dirigo al reparto casa: carta igienica, carta cucina, carta forno. Tre per tre, nove confezioni, praticamente porto a casa un albero in nove  scatole. Poi gli spray pulenti, i detersivi, i disinfettanti… Ho tutto ciò che mi serve, posso anche andare in letargo.

Ma  il percorso non è finito, mi aspetta l’ultimo girone infernale, la cassa. Un numero spropositato di casse aperte e non so mai quale scegliere. Mi dirigo verso la numero sei, ma non mi piace il numero, allora vado verso la otto ma mi sembra che ci siano troppi carrelli in fila. Cedo all’idiozia e mi fermo alla sette.

La cassiera sta lanciando la merce sullo scivolo di metallo dove, alla fine, una ragazza bionda sta parando gli articoli con maestria, infilandoli al volo nelle buste. Sarò all’altezza? Esco da cotanta mattinata con contusioni multiple alle dita e un quantitativo di roba esagerato.

E, ovviamente, mi sono dimenticata il pane.


foto di Oleksii-S

“Mia piccola pussola…”

Ci siamo! Forse quelli un po’ più grandi si ricorderanno di questo cartone animato, Pepé la puzzola che parla con accento francese, Innamorato di una gattina, passata incautamente sotto un pennello di vernice bianca che le aveva lasciato la tipica striscia sulla schiena delle puzzole. E lei, non sa come sfuggire l’innamorato puzzolente.

Ora, proiettandoci sul presente, direi che il problema, viste le temperature, è più che mai attuale.
Sei all’aperto, già provata dai roventi raggi del sole, ma non importa, ti godi l’estate. Eppure, la minaccia che non perdona, il sudore, quella normale fisiologica risposta del nostro organismo, può tramutarsi in un arma letale.
E succede.
Mentre passeggi, cercando l’ombra e un’inesistente corrente d’aria, persa nei tuoi pensieri, arriva, inaspettata come un temporale estivo, la zaffata mefistofelica.
Nessuno davanti a te.

Da dove arriva? Sarò io? IMPOSSIBILE. Potrei essere pronta per eseguire un’operazione a cuore aperto, sono sempre sotto la doccia, il sapone è il mio secondo migliore amico. (Il primo è il mio amore).

Allora?
Allora mi giro e, proprio dietro di me, sta passeggiando una coppia, a braccetto, di mezza età. ( Questa cosa della mezza età mi lascia sempre un po’ di interrogativi).
La corrente d’aria inesistente di cui sopra, si è materializzata, come il fumo della Lampada di Aladino, giusto il tempo di far giungere fino al mio olfatto, gli effluvi di ascelle dimenticate e che hanno macerato a lungo nelle maniche della maglietta.
Accelero ma mi segue, mi avvolge, penetra nelle narici fino a pizzicare. Eh, no! Pietà. Attraverso. Fuggo.
E sono fuori dall’Ade, sull’altra sponda.
Mia piccola Pussola… MA non ti annusi? Questo non è normale sudorazione, un po’ forte, questo è afrore, da caccia ai leoni in Africa, da minatore emerso dopo lunghe ore di estenuante lavoro intrappolato sottoterra.

Acqua! Non sentì la necessità di lavarti? Ti butterei nella fontana, con l’amuchina.
Ma per te stesso, in primis, per la persona che ti accompagna e che ha un’evidente pericolosa assuefazione, e per tutti gli altri, che pur non coprendosi di profumi( meno male), emanano solo il proprio personale odore, pulito.
Il rispetto per gli altri passa attraverso il rispetto per se stessi.

E il sapone.

Abbi pietà. E lavati.


Forse sì, forse no.

Oggi sono pronta.
Era arrivata la data fatidica, quella decisa e segnata sul calendario. La sera prima aveva fumato come le ciminiere del Titanic. Ora, era pronta.

La sigaretta elettronica sul tavolo, ancora impacchettata, vicino alla tazzina che aspetta il caffè. Anche lei aspetta.
E ci siamo. Versa il caffè con calma, neanche fosse una cerimonia del the, apre il pacchetto e osserva l’oggetto misterioso, il sacro Graal che l’aiuterà nell’impresa: smettere di fumare.
Prima un respiro profondo, poi sorso di caffè, e via con la prima boccata dal tubicino marrone.
Sensazione strana, i polmoni aggrediti da qualcosa che non dà sollievo ma costringe a tossire.
E tra i colpi di tosse, piccole nuvole bianche, segnali di fumo.
Ok Pocahontas, riprova.
La seconda inalata è più morbida e profumata, ricorda un tiro di sigaretta, se non fosse che il tubicino scivola, pende dal labbro come un termometro.
Non demordere, rilassati, anzi no, concentrati.
Va bene, va tutto bene, NON voglio una sigaretta. E anche se la volessi, le ho buttare via ieri sera, tutte.
Forza di volontà. Coraggio e determinazione.

<per aspera ad astra>

Prende la confezione della sigaretta elettronica e legge: 400 tiri.
Quanto durerà? Ne devo prendere un’altra. Subito.
Il caffè è finito e alzandosi, con quel tubicino in mano, va verso la finestra aperta. Ogni tanto porta alla bocca il suo personale narghilè in miniatura che non sa ancora bene come afferrare. Fa le prove guardandosi riflessa nei vetri. Così sembra una cannuccia, così una trombetta, di lato non regge.
E aspira, come se si trovasse sott’acqua, in cerca d’ossigeno. Ma non è ossigeno, è nicotina.

Ora esco, così non penso.

Ed esce di casa, dopo aver controllato circa dieci volte di avere con sé quel cigarillo metallico, la coperta di linus. Inspira profondamente, osservando il verde degli alberi, tra cinguettii e sprazzi di sole. Attraversa il ponte di legno e si ferma ad ascoltare la dolcezza dello scorrere dell’acqua, tra i sassi. Mattinata davvero splendida, neanche tanto calda, se non fosse per quella sensazione di nervosismo latente, quell’ansia sottile che appare e scompare, un malumore diffuso.

Ma sono già in astinenza?

Il bar è al di là della strada, il tabaccaio pure.

Inquietudine, tensione. Dov’è, dov’è quel maledetto inalatore? Una, due, tre tirate di seguito, come una tossica. E torna la calma. Apparente. Attraversa la strada aspirando e sbuffando come una locomotiva incazzata che sta per frenare. E frena. Proprio davanti al dispenser delle sigarette.

Mi deludi, sai? Cedi già? Un po’ di amor proprio. Ce la puoi fare, lo sai che ce la puoi fare.

Ma non è il momento giusto, non sono abbastanza forte, forse devo provare la terapia al lobo dell’orecchio o i cerotti che rilasciano nicotina. Questo attrezzo è un palliativo, non mi dà sostegno, non è sufficiente.

Il click dell’accendino, la punta rosso arancio della sigaretta e quell’inalata amara che le procura un po’ di stordimento, segnano la fine di una battaglia appena cominciata.

<per aspera ad astra>


foto di pascal-meier da unsplash

Indaco (P) e Oro (S)

Una festa. Ci sarà una festa. Sul molo, lo skipper attende. Lui, che sembra uscito da una pubblicità, sorriso accattivante, quando sorride, capello spettinato ad arte, sta lavorando. Per lui è solo lavoro. Ma per chi sta arrivando invece, sarà una serata speciale, lo sarà.

E la barca, regale con le vele che aspettavano placide e il pontile lucido “pensava al mare, non come ad un rivale, un luogo o un nemico, lo pensava al femminile… la luna lo fa reagire come una donna”.

Eccola la festeggiata, bella come un Uccello del Paradiso, vestita di aria e piume cobalto, con la sua amica che ruggisce in bianco, macchina fotografica e criniera d’oro. Sono arrivati gli ospiti, gli amici, quelli con cui condividere questa serata, proprio quelli con cui scatta la battuta al momento giusto, quelli per cui niente sarà un problema.

Il sole sta avvisando che è pronto a salutare la giornata e ci si muove. Si veleggia. La dolcezza della partenza, il tramonto che chiama e una brezza meravigliosa. Il mare, come la montagna, decide. E ha deciso di essere un po’ incazzato. Ma come? È un compleanno, dai, fai il bravo. Niente da fare, le vele si gonfiano e la barca si piega, nella sua danza fatta solo per il mare, per il tramonto. La barca, aveva ragione.

I visi sono un po’ tirati, non tutti. L’Uccello del Paradiso, saldamente ancorato, si lascia cullare, baciare dagli spruzzi, mentre l’amica viene sorpresa e la sua criniera si spegne. Impallidisce, non riesce a deglutire, non vede più il mare, il sole, gli altri. È una statua, lucente e immobile, è altrove. Non è paura, è terrore, è “chi me l’ha fatto fare”.

Ogni onda è una strega minacciosa, sembra parlarle, ma lei non parla, lei è radiante, forse si confonde col cielo fino al rientro al porto.

L’Uccello del Paradiso, come una Polena, domina lo scafo, irradia la sua aura cobalto che diventa porpora.

Sul molo, tutti si fermano, osservano, seguono il veliero che sembra arrivare da Atlantide, placido e magnetico. Ed è musica, musica nelle risate, musica nelle foto, musica nelle cabine che si riempiono e si svuotano, musica nei paccheri al pesce, nella frittura rubata dai piatti.

Il mondo, è dalla banchina in là.

Sulla barca di Atlantide scorrono alcool e ricordi, baci e abbracci sinceri. Dieci figure lievi mischiano la loro energia, ballano per la luna una danza salata, spettinata, bagnata.

Gocce di mare, gocce d’amore.

Svanirà il veliero al mattino, quando il sole diventerà alto e l’Uccello del Paradiso e i suoi amici scivoleranno via, senza fare rumore, come sono arrivati.

Resterà lo sciabordio dell’acqua e l’incanto di un riflesso indaco e oro.

Foto di edrick-krozendijk- Unsplash.

Cos’hai? (interactive game)

  • Cos’hai?
  • – Non so, un po’ di malessere.
  • Ancora?
  • – Sai quei periodi che proprio non riesci ad affrontare.
  • Mmm
  • -Quando ti svegli e sei già depresso.
  • Mmm
  • – È uno schifo.
    • OK.
  • A chi non è successo di essere la stampella per l’altro? Uomini e donne affrontano in maniera diversa i momenti NO.
    • Siete propensi ad essere ANGELI o DEMONI?
      • Cliccate sulle immagini, have a look and… fatemi sapere.

Il Potere dello 0 (zero)

Lo Zero significa anche niente o nulla. Nei numeri arabi, il vuoto.

Poi, arriva quel giorno, il giorno del Compleanno. Il giorno che, nei tuoi ricordi di bambina aspettavi e che, per qualche sorta di magia, si tramutava in un desiderio, nell’attesa della festa, dei regali. Quelle candeline spente con più di un soffio.

Ora, anzi, da parecchio, le candeline vengono condensate in due candeloni, due petardi orrendi, svettanti sulla torta che vedi arrivare in lontananza, come una minaccia. E basta un soffio per spegnere quell’incendio. Basta solo un soffio per proiettarti nell’anno che è già cominciato.

E va tutto bene. Tutto bene fino a che realizzi che dopo il 9 c’é lo ZERO. E QUELLO ZERO NON È IL NULLA.

Quello zero parla di decadi passate, segna il confine. Dopo gli enta arrivano gli anta, passaggio che implicherebbe una sana analisi non tanto su quello che si è fatto, quanto su quello che si farà o meno.

Del tipo che, volente o nolente, ascoltando il tuo fisico, comincerai a cambiare l’alimentazione e, osservando il tuo fisico, riporrai nell’armadio minigonne, pantaloncini striminziti e top minuscoli. Non tutte, ovviamente. Diciamo che, essendo propensa al buon gusto, ho i miei limiti.

Quell’ovale dopo i numeri che ti hanno accompagnato per nove anni, cambia tutto. Il tuo genetliaco ti fa capire quanto sia rapido l’inevitabile avvicinarsi del geriatrico.

Ergo, soffia, soffia via quei simboli e ricordati che in informatica é lo Zero il punto d’inizio, non l’uno.

Riparti da ZERO, più le decadi di cui sopra.

Buon 4…- 5… – 6… – 7… – 8… (0) antesimo Compleanno!

Che sia lieve, come una piuma.

Foto di daniele-levis-pelusi- Unsplash

#Agli uomini dagli occhi innamorati

Caro splendido uomo,

il tuo sorriso, le tue mani, quella camminata che riconoscerei anche nella maratona di New York, eccoti.

Eccoti arrivare, col passo veloce perché sei in ritardo, e ti ho visto ancora prima di averti vicino. Ti vedo mentre parli e poi ti scusi, ti vedo mentre mi prendi la mano e mi baci. Poi, mi baci ancora e mi guardi, con le pupille enormi, scure, quasi un’eclissi di sole che mi accarezza coi suoi lapilli.

Sono per me, lo so.

Ti vedo mentre mi chiedi com’è andata la giornata, poi ti fermi e mi dici: “Sei bellissima.”

Ed è solo amore.

Siamo in macchina, potremmo essere in una vallata del Tibet o in un gelido ruscello delle Dolomiti, nell’Oceano Indiano o su una spiaggia in Normandia. Siamo noi, qui e ovunque.

Vedi una signora un po’ corpulenta che aspetta alle strisce pedonali e ti fermi. Lei, con passo deciso, ti guarda con aria di sfida e attraversa.

“Prego signora, rotoli pure.”

E rido. Rido spesso con te, ridono i miei occhi.

Ma i tuoi occhi, i tuoi occhi che sono solo per me, hanno riempito l’abitacolo, la strada, il cielo. Sono nel mio cuore, tra un battito e l’altro.

Il tempo, non esiste. Il tempo, è per gli altri.

MUSUBI (gli incontri nella vita)

Leggo. Leggo molto. Mi piace. E mi piace anche curiosare sui Social, scrollare fino a che qualcosa non cattura la mia attenzione. Et voilà! Eccola, la signora che parla della missione che hanno le persone che incontriamo: insegnarci qualcosa. Bellissimo. Mi fermo.

E lei comincia. Incontriamo PERSONE SPECCHIO, PERSONE FINESTRE, PERSONE PORTE. Ed io già mi immagino una casa, mentre osservo quali porte, che specchi scegliere, se metterli o meno, e mi vedo osservare il mondo da grandi vetrate alla francese. Ma la signora sta partendo con la spiegazione e non me la perdo.

– LE PERSONE SPECCHIO, sono quelle che non sopportiamo, che tirano fuori il peggio di noi, ma si limitano, appunto, a rispecchiare le parti su cui dobbiamo lavorare, migliorare. Loro hanno la relazione, il lavoro che vorremo avere, fanno scelte che vorremmo fare. Una volta capito, quel tipo di persona sparirà dalla nostra vita. (E meno male. Siamo sicuri?)

– LE PERSONE FINESTRA, sono quelle che ci fanno vedere, appunto, le possibilità, fuori dalla comfort zone, MA non sono destinate a rimanere a lungo; (Ti pareva)

-LE PERSONE PORTA sono invece le migliori. (Non l’avrei mai detto). Sono quelle che rimangono nella vita perché rappresentano le porte che apriamo, quindi il coraggio, il meglio di noi.

Il racconto termina riassumendo che abbiamo più bisogno di PERSONE SPECCHIO, per migliorare e capire come superare i nostri limiti, lasciando così la strada aperta all’arrivo di PERSONE FINESTRE, che ci mostreranno come potrebbe essere la vita che vogliamo e, infine, appariranno le PERSONE PORTE, dal momento che avremo lavorato su noi stessi, cercando di superare i nostri limiti, volendoci bene, al punto da avere le chiavi per aprire quelle porte.

Mi piacciono questi paragoni che danno una lettura dei bisogni degli essere umani. Come nel MUSUBI, il nodo, in giapponese, storie che si incontrano, rapporti che si spezzano e si ricongiungono, il fluire della vita. Certo, siamo su TikTok, lontani da dissertazioni filosofiche come nel Fedro di Platone, non si affrontano tematiche che distinguono ciò che è bene da ciò che procura piacere, o domande metafisiche come “Perché l’essere, piuttosto che il nulla?”. Ma a parte la sottoscritta, l’età media dei visitatori è di 13/14 anni. Direi che va bene.

Ricapitolando, siamo in un condominio affollato, ognuno barricato nel suo appartamento, a scrutarsi nello specchio, spesso velocemente, lanciando rapide occhiate alla finestra, per lo più per vedere che tempo fa, e usciamo da casa, controllando di avere le chiavi, questo sì, ma della propria porta. Sigh! Anche il mio bambino interiore ha più di 14 anni.

foto di erik-eastman-7 da unsplash

Siddharta

Sei pronta? Quasi.

Fissando lo specchio, con quell’aria da “ti sei truccata troppo”, cerchi di modificare il… troppo. E cominci a togliere, prima con un batuffolo di cotone, poi con l’acqua micellare. Risultato? Un quadro astratto, misto tra Pollock e Gorky. No, non ci siamo, prima di passare alla paglietta di ferro, decidi di struccarti e basta.

Eccoti! Ma ciao! Ciao occhiaie e rughette, zigomi arrossati e labbra secche. Calma. Maschera lenitiva e un po’ di meditazione con respirazione, sul letto.

Ti rilassi, ma pensi. NON devi pensare! Lascia andare. Ma certo, adesso ci riesco.

Ma se cambio vestito? No, forse le scarpe, e anche la borsa. Gli accessori fanno la differenza.

NON pensare! Ok. Inspiro, espiro.

Cambio vestito, ho deciso. Quella tuta pantaloni svasata mi fa sembrare un elefante indiano, arancione. Gonna? Naaa, gambe troppo bianche, allora quel completo che avevo preso l’anno scorso. Se ci entro ancora.

STAI PENSANDO!

Va bene, stop alla meditazione, devo vestirmi. Ma prima, mi trucco un po’, poco, il giusto.

E sei davanti allo specchio, mentre ad occhi chiusi, asciughi quello che è rimasto della maschera. Ora va proprio bene.

Apri gli occhi e sulla pelle diafana, luminosa, noti un punto rosso, proprio tra gli occhi, in mezzo alla fronte. Pensi ad un riflesso dello specchio, ma no.

Eccolo in tutto il suo splendore, un brufolo, gigante.

Il tuo destino è compiuto.

La vita è imprevedibile e cerchi di non focalizzati sul problema, pensando alle Quattro Nobili Verità del Buddhismo:

dolore / accettazione / cessazione del dolore/ la via che porta alla cessazione del dolore.

Ecco, la via che ti farà ignorare quella piccola piramide rosso fuoco che ti sta sfidando: cerottino tondo, cosparso di brillantini. Il terzo occhio.

La tuta pantaloni arancione sarà perfetta.

foto di noah-buscher da unsplah

Le Pagine flaccide

Sarà la giornata dal clima incerto, sarà stato il cappuccino non proprio speciale che questa mattina mi hanno portato, tutti presi dalla “Gara tra Macchine d’Epoca” che sta catalizzando l’attenzione dell’intero paese, sta di fatto che il libro che sto leggendo ha preso una piega moscia, come la schiuma del cappuccino di cui sopra.

Mentre osservo l’andirivieni di tecnici, operatori e addetti stampa, comincio a sentire i primi rombi di motore, assordanti. E penso.

È quasi sempre così, quasi ogni libro che ho letto custodisce al suo interno, una parte un po’ spenta, qualche pagina appassita, moscia, come se l’autore si fosse trovato a corto di creatività, dialettica, idee. In riserva. E scatta il riempitivo. Succede anche a me? CERTO che mi succede.

Quando rileggo per l’ennesima volta le mie bozze, l’istinto di strappare e bruciare, al rogo come le streghe, quelle maledette pagine uscite da non si sa quale sinapsi addormentata, è molto forte. A volte è meglio, molto meglio che modificare il periodo, cambiare il ritmo della narrazione. Alla fine esce un soufflé sgonfio.

Scrivere un articolo, un post, addirittura un racconto, è più facile, non semplice, ma accessibile. Scrivere un romanzo invece è assai complesso, almeno scrivere un romanzo che ti cattura al punto di non voler smettere di leggere. È proprio come un progetto da elaborare, modificare, perfezionare dopo aver fatto ricerche, e prove. Come per questa corsa di macchine, tutte dal motore ruggente ma, alcune, hanno qualcosa in più. E una sola vincerà. E non è detto che sia la migliore.

Siamo diversi. Non si può piacere a tutti, esiste il pubblico di riferimento, cui puntano gli editori col marketing del romanzo in questione, proprio come se fosse un nuovo biscotto.

A me non piacciono tutti i biscotti.

Siamo diversi.

“La Diversità non è un valore, ma la mancanza di Diversità rende deboli e omologhi. L’Omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica. Abbiamo infatti Diversità non Differenze, le Differenze creano diseguaglianze, la Diversità unisce e arricchisce la collettività”. (tratto da I.O – I Observe you- di Marcella Donagemma)


Foto da Unsplash

Sei in ritardo

Tempo. Ho bisogno di tempo.

Stava bevendo la sua tisana davanti alla finestra, guardando attraverso la zanzariera. Se lo faceva senza occhiali riusciva ad avere un’immagine soft, come se stesse usando un filtro. Ma attraverso quei microscopici fori, tutto sembrava leggermente annebbiato, gli alberi, il prato, le persone che stavano portando in giro il cane in lontananza. Eppure si sentivano le voci, il suono arrivava sino a lì. Chiacchiere vuote o pettegolezzi, non importava, così come non importava chi fossero quelle persone.

Per un attimo le sembrò di guardare una serie tv, le palazzine ordinate, i giardini perfetti, le macchine lucide che uscivano dai garage. Chissà cosa fanno? Dove vanno? Tutta questa serenità esposta sarà verità? Avrebbe voluto chiedere a tutte quelle persone: <Siete davvero soddisfatte di quello che avete fatto della vostra vita?>

Non “nella”, ma “della”.

É vero che i momenti che ti lasciano senza respiro nella vita sono pochi, ma non era importante. Almeno questo pensava, mentre la tisana era colata sui fogli di fianco al computer.

Da tempo riusciva a sentire l’ arrivo dell’ombra nera, l’attacco di panico, e la aspettava come un’amica che ogni tanto ti fa un’improvvisata. Una colata di vischiosità, una paralisi totale che lasciava libero il cervello di continuare i suoi viaggi, rabbioso come un animale in gabbia. Ed era allora che sentiva i battiti del cuore sincronizzarsi col sangue che scorreva nelle vene, prima nella giugulare, poi nelle braccia, fare capriole nella pancia e scendere nelle gambe. Una sinfonia perfetta che aveva imparato ad ascoltare, perdendosi tra i globuli rossi e bianchi, lasciandosi sciogliere nel plasma.

Non passava subito, questa amica restava a farle compagnia e le sussurrava: < Sei in ritardo, il tempo, il tempo non torna>.

Foto hipster-mum- da UNSPLAH

Perdo tempo

Sono uscita. A volte mi sforzo, sbaglio sapendo di sbagliare.

Ed eccomi qui, in mezzo a tante voci, tante persone, visi, mani, bocche che si aprono e si chiudono. Ho tentato, davvero, ho cercato in tutti i modi di trovare qualcosa che mi includesse nel gioco, ma non ci riesco. Mi guardo un po’ intorno, mi fisso su un vaso verde, di quelli soffiati, bellissimo. Ne studio la morbidezza, i riflessi, quella tonalità che non saprei paragonare a niente altro che a qualche fiore tropicale. Arriva uno e gli piazza davanti il suo bicchiere, così, tanto c’è posto.

Mi sposto, osservo una coppia che sta fissando un quadro. Fissando è il verbo giusto, sembrano in catalessi. Vado a vedere, forse ti cattura, forse rimarrò rapita anch’io. No. Direi che non è proprio quello che mi aspettavo. Guardo meglio, mi concentro, anzi cerco di lasciare andare la mente, di osservare l’insieme senza giudicare. Li sento parlare.

< Noti la metafisica anche tu?>

Non ce la posso fare. Non sono ancora al livello metafisico, stavo cercando di non giudicare e mi sembra che sia già un grande sforzo.

All’improvviso sono assente, come un fantasma, ferma davanti al quadro, da sola perché nel frattempo la coppia si è spostata, e mi sono persa in un drappeggio azzurro del dipinto. Mi sembra di sentire lo sciabordio dell’acqua del mare, una brezza leggera. Chiudo gli occhi e penso alla sensazione dei piedi nella sabbia bagnata, quando arricci le dita a catturare i granelli, mentre l’acqua ti sfiora le caviglie.

< Prego!>

Un cameriere è apparso al mio fianco con un vassoio carico di bicchieri. Sembra barcollare e ne prendo uno per alleggerirgli il carico. Sarei già al terzo in verità ma, vista la compagnia, li considero un salvavita, mi tengono impegnata almeno una mano.

Mi sento fuori posto, come un bicchiere spaiato in un servizio. Dopo aver socializzato il più possibile, aver cercato di far breccia in gruppetti chiusi come le valve delle cozze, sorseggiando con nonchalance, guadagno l’uscita.

A volte è meglio così.

Se sei la sola a dare, se non ricevi niente, meglio cambiare panorama, deviare il percorso. Un tempo, sarei rimasta fino alla fine dell’evento, per non ferire nessuno, un tempo. Ma il tempo è prezioso, ed oggi, lo sono anch’io.

Foto di John Robert Marasigan  UNSPLAH

Jappo-fan

Amo il Giappone, e non per qualche sorta di snobismo da sushi dipendenza, la mia è più un’ attrazione fatata. Qualcuno accennerebbe a ricordi di vite precedenti, ma chi mi conosce parlerebbe dei miei viaggi a Tokyo e Osaka, molto semplicemente.

La Terra del Sol Levante mi ha sempre affascinato.

Noi gaijin (stranieri), siamo ancora visti come intrusi. E vorrei vedere. Chi in Occidente mette la mascherina su naso e bocca per non contagiare gli altri?

Sono aspetti ormai noti ai più, ma amo ricordare le sensazioni che questo paese mi ha dato le prime volte che mi sono sentita come “fuori dal mondo”: ero sola a Tokyo, in piedi in una stazione della metro di Shinjuku, ed era il lontano 1987. ERO MOLTO GIOVANE, DACCORDO? (cit. Vanna Marchi)

Una sorta di “Lost in Traslation“, la testa in una bolla  ovattata, i neon conficcati nelle pupille, tra i suoni del Pachinko e i cicalecci delle stazioni.

Stavo come inebetita davanti ai pannelli della metropolitana, completamente in giapponese, come un pilone piantato in mezzo a migliaia di persone che camminavano e mi schivavano velocissime. Tentavo di stabilire un contatto ma era come parlare ad un ologramma.  

Col tempo ho capito che non era per assenza di empatia, bensì per eccesso, che era così difficile stabilire contatti con loro. Il non essere in grado di rispondere a un quesito poteva causare atroci sensi di colpa ed essere classificato maleducato e antisociale.

Bello il Giappone, con tradizioni antichissime e ancora rispettate, e una cultura di base che porta tutti, nessuno escluso, a svolgere al meglio il proprio lavoro con l’obiettivo di rendere un buon servizio agli altri.

Folle il Giappone, che non perdona gli sbagli, che isola sapendo di isolare. Dopo anni ho visto i primi homeless, ex salaryman, raggruppati ordinatamente dietro le siepi di un parco, con i cartoni a terra, senza ombra di sporco, senza disordine. Piccole case mono-persona, con tanto di fornellini a gas e pile per illuminare. Lucciole tra il verde, dietro la vita che intanto continuava, mentre la loro era stata interrotta da un errore, in genere sul lavoro, o dal troppo bere dei venerdì sera.

Scrivo questo mentre sto tornando da Nikko, dove ho lasciato un tanzaku (desideri scritti e appesi sui ramoscelli di bambù).

É un desiderio, quindi non lo svelerò, ma stasera andrò a mangiare la Lacrima dell’Angelo, Agel’s tear drop, una coccola dolce, in un locale, vicino ad Harajuku, che ti trasporta fuori dalla frenesia di Tokyo che continua, appena girato l’angolo.

Sarà meraviglioso?

Sangatsu Yōka 2017 – Tokyo (8 marzo 2017)

immagine da UNSPLASH

Filler

Venerdì sera, aperitivo non programmato. Bello. Bello poter incontrare qualcuno che ti interessa davvero, poter lasciare il bozzolo che ti ricopre, come se ti togliessi una giacca. Sei te stessa in quel momento, proprio quando vedi arrivare i tuoi amici. Assapori l’attimo come nei percorsi di crescita personale in cui ti dicono di vivere il presente. Sono presente.

Gli abbracci sono uno scambio d’amore, i sorrisi partono dagli occhi e gli sguardi sono puri. Gli sguardi.

Guardi meglio.

Tra i loro visi ce n’è uno che sembra cambiato. Guardi meglio, senza essere troppo insistente, ma proprio non ce la fai. Anche mentre parli, i tuoi occhi scivolano sugli zigomi della tua amica. E lei se ne accorge, lo sai che se ne accorge. La vuoi smettere? Forza, smettila.

Ci sediamo e parliamo, abbiamo tanto da raccontarci, non ci vediamo da mesi. Le parole si accavallano, sembra che ci manchi il tempo, ognuno vuole riallacciare il prima possibile la connessione fisica, quella chimica che manca tra i tasti dei messaggi. Quando l’amicizia è degna di questo nome, si ride delle stesse cose. Si può anche non essere d’accordo su più argomenti ma l’ascolto, il rispetto, a volte anche il vaffa, sono le solide fondamenta di un legame prezioso.

Poi, te ne esci con un: ” Bianca, ti trovo in gran forma!”. Appena terminata la frase vorresti fare rewind. Immediato.

Essere amici significa essere sempre, nonostante tutto, sinceri? No, se può far male.

Filler significa riempitivo .
É un termine utilizzato anche dai media, per indicare una parte inserita in un’opera , appunto, come riempitivo, un ripiego di emergenza che non altera la trama anche se non è coerente del tutto.

E Bianca, sorride, finisce di ingoiare le patatine e si avvicina. Ma tanto.

Si nota molto allora! Ho fatto un piccolo, si fa per dire, “filler.” E ride. Ma di gusto.

Gli altri lo sapevano già, ma come? Lo sapevate ? E perché io no? Certo che avresti dovuto dirmelo! Forse sarei venuta anch’io, per supporto, per curiosità, per farlo. No, per farlo, no.

Mai dire mai. Chi non ci ha pensato scagli la prima pietra.

Lo so, i connotati cambiano, ti si svuotano le guance e sembra che i muscoli siano richiamati da una forza sovrannaturale verso gli inferi. Ma ti affezioni alle tue occhiaie, all’ovale del viso che sta cambiando con te, almeno fino a che non diventa un trapezio.

Ma sì, in fondo hai ragione Bianca, ti fa sentire meglio? Bella sei bella, ma lo sei sempre stata. Ora di più.

E dietro quel sorriso, in quella risata, ci sei tu, Anche dietro quegli zigomi. Sei sempre la stessa Opera unica, nonostante il riempitivo, amica mia.

immagina da unsplash.com Jurika-Koletic

Anno 2018 -potrei non andar bene-

Bene, quest’anno va così, inutile pensare alle foto di spiagge puntellate da piedi accaldati o fissare immagini di acque più o meno cristalline, meta agognata dopo un inverno da lappone.  Siamo a luglio e siamo altrove. Un altrove dall’altra parte del globo dove, oltre a otto piacevoli ore di fuso, abbiamo anche il privilegio di continuare ad indossare i piumini. I love it.

Note climatiche a parte, stiamo testando una english full immersion molto specifica e mi sento la versione femminile di Doctor House. Alterno consulti medici con fantastiche passeggiate infinite e senza meta attraverso Sydney, riempio i pochi spazi liberi di queste giornate lasciando i miei pensieri liberi di passare dalla stupida analisi dei grassi contenuti in una apricot-danish al Tutto è bene quel che finisce bene di Shakespeare.

Great. Dovrei essere serena e invece mi agito al pensiero che “potrei non andare bene”, “… “you coudn’t be suitable for a kidney donation …”

Strana la vita, mai niente di facile, se escludiamo la mia naturale attitudine a fare una pasta e fagioli da urlo, quasi tutto il resto è stato frutto di impegno e dedizione, di vera fatica, un culo così.  Eppure di fenomeni che hanno raggiunto obiettivi lodevoli senza colpo ferire,  piccoli Re Mida dal tocco fatato, ne ho incontrati, di molti leggo i traguardi.

D’accordo avere le idee chiare, passi anche avere imbroccato la scorciatoia nel momento migliore o avere avuto il mentore che ti ha supportato, ma un po’ di sana giustizia in questo mondo?

Vado. Mi aspetta l’infermiera per l’esame scintigrafico con radioisotopo ai miei reni.

Vado sapendo che “potrei non andar bene“.

 

1, nessuno, 70.000

70.000. Ogni anno, in Italia, vengono pubblicati circa 70.000 romanzi.

Una miriade, una tempesta di parole, una folla di autori felici, spesso per la prima volta. Anch’io ho provato, anni fa, l’eccitazione nel vedere che un mio racconto era stato selezionato e pubblicato, salvo poi vedere che avevano sbagliato il cognome. Deve essere il Karma.

Era un concorso, nulla di importante, fuori dai percorsi che ti rendono parte di un mondo chiuso, dell’altra dimensione, quella degli scrittori. Ma insisti, e io, ho insistito. Poi arriva il momento in cui qualcuno ti chiede: “Perché lo stai facendo?” C’é sempre chi te lo chiede. Ma come? Sbaglio? Dimmi che sto sbagliando. Dimmi soprattutto perché.

Scrivo perché mi piace.

Da qualche anno spopolano Wattpad, Writober, e altri siti di pubblicazione che propongono, indicando fandom e prompt, sfide a colpi di tastiera e racconti brevi, ottime palestre di allenamento alla scrittura e da cui è emersa Erin Doom, pseudonimo della giovane autrice di un longseller da 700.000 copie, Fabbricante di lacrime.

Proprio nel momento in cui stavo valutando il crudele mondo del marketing editoriale “Sei in lingerie su TikTok? Hai più di diecimila followers su Facebook? É fatta. Devi ESISTERE- PRIMA di pubblicare. “, arriva lei.

Una supposta.

Ti fa sentire fuori tempo massimo, come l’Orient Express, nel tuo affascinante e lento viaggio, mentre sfrecciano i Falcon HTV 2. Nulla impedisce di accettare la sfida.

Nulla?

Leggere il foglietto illustrativo prima dell’uso.

Foto di Rodion-kutsaiev da UNSPLASH

AGI = Più intelligente dell’essere umano

Intelligenza artificiale. AGI, una IA ancora più intelligente.

Stephen Hawking , il celebre astrofisico, nel 2015 parlando delle opportunità legate agli studi sull’Intelligenza Artificiale, avvertiva anche dei pericoli: la prossima evoluzione avrebbe portato a risolvere i problemi tramite ragionamento autonomo, come per l’intelligenza umana, ma in meglio. Senza empatia, senza limiti o scrupoli.

Sempre nel 2015, arrivò a firmare un documento, insieme ad un migliaio di scienziati e imprenditori, sottolineando l’importanza del problema, sebbene la mission fosse :” Garantire che l’AGI sia a vantaggio dell’umanità.” (fonte )

Come vivete tutto questo? Curiosità, paura? É l’argomento di un mio romanzo, scritto durante la pandemia e pubblicato nel 2021.

La reingegnerizzazione dei processi è già in atto, anche per chi vuole scrivere. Basta pensare che molti utilizzavano ChatGTP, ed ora anche Contents.com, Deepl Write e… tanti altri che, in pochissimo tempo, ti sfornano articoli, racconti, favole e romanzi.

I primi passi verso la lobotomizzazione di massa, o per lo meno, della capacità di creare da soli.

Pare che il loro scopo iniziale fosse quello di aiutare nella riorganizzazione , di fornire tracce, come un professore virtuale, aiutando a risparmiare tempo, MA, proponendo soluzioni facili, testi pronti in un attimo, una sorta di scriba take away, dai risultati impressionanti, il rischio di leggere in futuro romanzi creati da un algoritmo è molto reale.

Forse, forse, lo stanno già facendo e uscirà… tra poco.

immagine di Pramod Tiwari