Riscrivere la realtà non è menzogna

Il rumore della porta che si chiude dietro di lei, ed è al buio, in casa, col cuore che sembra essersi fermato. Si guarda le mani che stanno tremando, la saliva sa di metallo, il respiro è corto. Accenna qualche passo ma crolla sulle ginocchia con la testa tra le mani, sta piangendo, ma si ferma, e pensa.

Cerca di rialzarsi sulle gambe tremule, si appoggia al muro con gli occhi chiusi e, quell’immagine, quel tonfo, lo sbandamento dell’auto, tutto continua a venirle in mente.

Non riesce a pensare ad altro. Non si era fermata. Corre ad aprire la finestra, ha caldo, fa troppo caldo, non respira. Fuori è silenzio, persiane chiuse, asfalto illuminato a chiazze dai lampioni, zone buie, zone di pericolo.

Perché? Perché a lei? Forse non era successo niente, forse lo aveva solo ferito. Non aveva visto nessuno, era buio, non c’era nessuno.

Che fare? E se è morto? E se ha visto la mia targa? Che fare? Chi chiamare a quest’ora ? Se mi fanno l’alcool test mi tolgono la patente, non posso rimanere senza macchina. E se è morto? Mi arresteranno, perderò il lavoro, sarò sula bocca di tutti. Chi chiamo?

La curva, la musica alta, la sigaretta e, nel buio, un’ombra.

Era un’ombra, non si vedeva niente, sembrava un cespuglio, un piccolo albero. Non l’ho fatto apposta, quella curva è pericolosa, ho dovuto stringere, è stato impossibile evitarlo.

C’è solo una piccola rientranza sul paraurti davanti a destra, come se avesse preso un palo durante un parcheggio.

Chi chiamo?

L’immagine nel retrovisore di una sagoma che rotolava dietro di lei sull’asfalto, fino a rimanere a faccia in su, immobile.

Qualcuno si sarà fermato, sarà già in ospedale. Tra poco sarà chiaro, chiamerò un avvocato, mi farò consigliare. L’ho solo urtato, l’ho solo urtato. Dirò la mia verità, non è menzogna, è il mio ricordo.

Non ricordo.


Foto da unsplash

L’importanza dei dettagli

La fila alla cassa era immobile da un po’ e la gente cominciava a spazientirsi. La percezione del tempo, in certi momenti della vita, sembra alterata al punto di essere convinti di sprecare minuti preziosissimi. E così, gli animi cominciarono ad inquietarsi per l’attesa, mentre gli sguardi analizzavano, con precisione certosina, nei carrelli davanti al loro, la quantità di roba e il tempo che ci sarebbe voluto per scaricarla, registrarla, impacchettarla.

Le persone in fila stavano per arrivare al limite della sopportazione. Era evidente. Ma la cassiera, tra l’annoiato e lo stizzito, stava aspettando che il vecchio signore davanti a lei, finisse di pagare. Mancavano ancora circa due euro e, frugando, nelle tasche, dappertutto, l’anziano stava raccogliendo monete e monetine, poggiandole sull’acciaio dello scivolo della cassa. Niente da fare.

“Mancano ancora sessanta centesimi, che facciamo?”

Gli occhi di lui, velati dalla cataratta, il corpo perso in un completo diventato troppo largo, quelle mani un po’ tremanti e l’imbarazzo per gli sguardi addosso. La signora che era proprio dietro, col suo carrello pieno e il tempo contato, si avvicinò e mise, violentemente, sessanta centesimi sul mucchietto di monete.

“Ecco qua. Così ci muoviamo.”

E come se si fosse aperta una diga, lasciando scorrere l’acqua sui campi assetati, la cassa suonò emettendo lo scontrino, la cassiera tirò un sospiro e tutti nella fila mugugnarono contenti. L’anziano prese il suo pacchetto, si voltò per ringraziare la signora, scusandosi, ma lei era già indaffarata a sistemare la sua spesa, ingombrando, riempiendo sacchetti.

Quando il vecchio sparì oltre l’uscita, iniziarono i commenti, prima sommessi, poi ad alta voce, un serpente di malignità che si muoveva lento, tra sguardi eloquenti e certezze granitiche. Dal “Le pensioni che danno sono ridicole” al “A quell’età dovrebbe stare in un ricovero”, fino al commento più atteso, quello della signora, “Piuttosto che ridursi così, meglio morire.” Meravigliosamente malvagia, il diavolo è nei dettagli.

Tra le luci e la confusione sommessa del supermercato, in quel micro-mondo dai tempi accelerati, non sono permesse esitazioni né parole di troppo. Una volta usciti dal serpente, si riprende la propria vita, il proprio ritmo, e ci si avvia veloci, quasi si stesse per uscire di prigione.

E lei, s’incamminò. Appena fuori, proprio davanti alle porte che si aprivano e si chiudevano senza sosta, l’anziano signore, con sessanta centesimi in mano e una rosa, la stava aspettando, per ringraziarla. Nell’altra parte del mondo.


Foto da unsplash

Voglia di vedersi

Il vecchio orologio a pendolo stava battendo gli ultimi rintocchi. Era nell’angolo a sinistra dell’entrata di casa, da sempre, e da sempre, aveva dato il ritmo alle sue giornate. Era appena rientrata dalla passeggiata come ogni giorno, si era tolta la giacca e l’aveva sistemata sull’appendiabiti in legno, ormai vecchiotto, ma che un tempo era stato sempre carico di cappotti, giacconi, borse. Le giornate passavano e il tempo era sempre troppo.

Per lei era troppo, così andava a dormire presto per poi alzarsi tardi, al mattino. Aveva trovato questa scappatoia, in questo modo le ore di vita, di presenza nel mondo, erano diventate accettabili.

Fuori era esplosa la primavera, solo fuori, dentro di lei invece, permaneva una sorta di cupo autunno immobile. I gesti, sempre gli stessi, erano al contempo rassicuranti e terribilmente noiosi, un ripetersi di movimenti, dallo spegnere la sveglia al mattino, all’allungare le gambe sulla sedia alla sera. In mezzo, c’erano solo ore da far passare.

Quando usciva, ogni tanto incontrava qualcuno, qualche amica, anziana anche lei, ma non vecchia, e le pareva che, al confronto, la sua vita fosse come un ortaggio dimenticato nel frigorifero, un pomodoro senza sapore, un cespo di lattuga da buttare. La vita ha bisogno di bellezza, anche nel dolore.

Eppure, anche le altre storie di vita avevano attraversato avversità, lutti, delusioni. Tutte, parlavano di figli e nipoti.

Proverò a chiamarlo ancora mio figlio, lo inviterò ancora e forse troverà il tempo di venire un attimo, con la famiglia.

Quel giorno che, alla finestra, li aveva visti camminare verso la gelateria, aveva sperato che poi passassero da lei, per farle una sorpresa, una visita non programmata, fatta solo di voglia di vedersi.

Il vecchio orologio suonò l’ora. Ora di andare a dormire.


Foto unsplah

OLODUMARE

Lei sembrava lontana, era solo andata sul balcone ma era altrove. La sottoveste sul corpo esile, il vento leggero che la muoveva appena, come poggiata su una scultura in radica, la spallina un pò scesa sulla spalla tornita, la luce dell’alba. Era giovane, quanto era giovane.

Lui, guardandosi allo specchio, si vide vecchio, per la prima volta.

Chiuse gli occhi cercando di ricordare i colori, gli odori, i suoni, tutte le sensazioni lasciate là, lontano, non appena l’isola era scomparsa dalla vista dell’oblò dell’aereo. Ed era con lei, seduta vicino, col suo vestitino leggero, un sorriso immenso e le lunghe dita della mano che si attorcigliavano alle sue.

Continuò ad osservare l’immagine del profilo di lei, così perfetto, quelle labbra dolci e quegli occhi che avevano perso la profondità. Illusione. Un malessere si stava insinuando come una mala erba, che cresce giorno dopo giorno, infesta e soffoca. Aveva cercato nel nero dei suoi occhi, ora vischioso e impenetrabile, lo scintillio in cui si era riflesso quando si erano incontrati, in quel locale che mai avrebbe trovato da solo.

I suoi due amici lo avevano condotto in un luogo che forse non esisteva, un salto nel passato, come se fosse entrato nel set di un film anni ’50. Pareti rosa antico scolorate e un pò scrostate, fili di luci appese qua e là, tavolini tondi, sovrastati dal fumo di sigari e sigarette forti che lasciavano intravedere le camicie a righe, con le maniche arrotolate, scarpe eleganti consunte, gambe affusolate e lucenti che si muovevano piano, dondolando al ritmo della musica. Due figure erano appoggiate al davanzale di una finestra, tra tende leggere e troppo lunghe, altri, erano seduti sugli scalini antichi di quella che doveva essere l’entrata di un salone, diventato ora palcoscenico. E la musica, un pianoforte sotto le dita impazzite di un musicista sudato e assorto, dai denti bianchi come i tasti, la voce di lei che era ovunque, catturava, stregava.

Il suo cuore aveva cominciato a battere come i tamburi dei santeros, il sangue palpitava fino alle tempie, arrivò a pensare che gli avessero messo un pò di peiote nel drink. Perché non era da lui perdere così il controllo, rimanere folgorato alla vista di una ragazza, balbettare ed essere imbarazzato. Eppure era successo, nessun appiglio alla ragione, nessun consiglio o avvertimento lo avevano distolto da quel periodo vissuto con lei, fatto di momenti, visceralmente desiderato, carnalmente avido eppure limpido. Le stesse mani che strappavano chele di aragosta sulla spiaggia, ancora bollenti, lasciando colare umori, e che bagnate dall’acqua di mare, scivolavano come meduse cercando di accarezzarla tutta, di afferrarla senza poterlo fare. Una magia, un sortilegio, Olodumare lo aveva imprigionato, incatenato, lui, schiavo senza colpa.

Lei si girò, il sole stava sorgendo proprio dietro e, camminando piano, cominciò a cantare, lieve come un fantasma, poggiando i piedi scalzi sulle maioliche.

Non essendoci più

Tratto da “La memoria dell’acqua”.

<Un’onda, invisibile, sinusoidale. Non accumulo, mi allontano con un ritmo costante, perfetto. Mi dilato nella solitudine pur seguendo qualcosa di simile ad una frequenza, pulsante.

Sono musica.

Sì, sono un collettore di note che ad ogni pulsazione produce suoni. La Turandot si stempera abbandonandosi ad un Notturno di Chopin, affonda una lama di dolore che arriva lucente, tonda come la luna piena, come la Sonata al chiaro di Luna di Beethoven.

Ed ora?

Un’altra onda mi sommerge, dolce come un Assolo di Bach. Sono nei tasti, sono bianca e nera, sono nelle corde, tese e vibranti, nel nulla. Sono nulla.

Cosa resta dunque? Sensazioni? Ricordi?

Meraviglia.

Lo stupore innocente, senza filtri, il vibrare per l’emozione, per il dolore o la paura, per l’amore.

Sto provando qualcosa, sto reagendo a tutto questo, pur non essendoci più, pur non esistendo più. Forse ora avverto il suono cristallino, penetrante, della vita.

Folle. I’m In Here.

Sta piovendo. Sto piovendo, sono gocce in caduta dall’alto, pioggia.

Ogni volta che tocco qualcosa divento una nota, sono miliardi di note. Melodia e caos, fragore e armonia. Scivolo dalle grondaie piene di guano, dai muri delle case, fino al selciato, tra i ciottoli, nei buchi dell’asfalto, sui marciapiedi lucidi. Scivolo dalla schiena del mio amore, fino all’orlo del giaccone per poi cadere. No! Aspetta! Ma il tempo non aspetta. Sono io che aspetto, io che non ho tempo, né spazio.

Un nuovo palcoscenico in cui sono protagonista. Sono protagonista? Ho avuto un passato, sto percependo un presente? Avrò un futuro?

Fai tacere questa mente.

Sono musica, voglio essere musica.>

Essere, qualcuno.

“Sei sicura di voler ballare con lui?” E lei, alza gli occhioni da terra, fissa la telecamera e annuisce. Parte la musica. Deve essere davvero alta, non si sente niente, ma è un momento dedicato proprio a quella coppia, devono dirsi tante cose, più cose possibili, con la bocca attaccata alle orecchie dell’altro, i nasi che si scontrano perché non hanno finito la frase. Ma la musica svanisce, e tutti, tornano al proprio posto.

Si agitano le labbra ingombranti di una dei conduttori della trasmissione, non c’è tempo da perdere, deve dire la sua. Ed è davvero complicato cercare di interpretare la sequela di frasi, interrotte da sguardi eloquenti, risate sardoniche, minacce di abbandonare lo studio. La regia sta facendo un lavoro sull’orlo di una crisi di nervi, passa da una inquadratura ad un altra. Un uomo di mezza età si sta osservando le scarpe, massaggiandosi una caviglia e l’immagine successiva è già litigio.

Due ragazze non troppo giovani o donne non troppo anziane, che stanno ad un pelo dal prendersi letteralmente per i capelli ma, il pensiero del lavoro certosino di trucco e parrucco, sicuramente le blocca. Ma non blocca le voci, come aquile inferocite che stanno difendendo il nido, anche se qui, di così prezioso, non si vede nulla, non si percepisce nulla.

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Giusto il tempo di ritoccare il trucco, immagino, o dare uno sguardo alla scaletta, e si è di nuovo online. Scende dalle scale una ragazza mora, dai capelli lucidi e una minigonna che sembra più una cintura, portata molto bassa. Cammina con finta sicurezza, sa di essere considerata un’altra minaccia. Le occhiate al vetriolo si sprecano. Baci di benvenuto e si accomoda. La gente del pubblico applaude. Ma chi è? Ma chi sono?

Riparte la diatriba sul perché non vuoi uscire con me.

Abbiamo appena ballato insieme.

Mi hai detto che ti piaccio molto.

Non sei vero.

Non sei mai stato vero.

Io sono vera.

Io sono sempre stata me stessa.

La Fiera delle Vanità, verrebbe da dire, se non sentissi che stona il paragone. Eppure pare funzionare, se non ci si sofferma ad osservare gli sguardi vuoti o impauriti o desiderosi di essere inquadrati, dei tanti partecipanti. Fanno quasi tenerezza. E inquadratela un attimo! In fondo si è messa alla gogna, è lì, inguainata in un vestito di due taglie più piccolo, con dei tacchi che hanno sicuramente necessitato ore di prove. In fondo, cosa vi costa? Perché lei no?

Perché sono lì? Il loro cuore è davvero sobbalzato vedendo quella persona inquadrata, mentre parlava del nulla, al punto di voler partecipare a casting estenuanti ed esporsi alla berlina mediatica?

La fama. Essere qualcuno, esistere e, soprattutto, resistere.

Ma il talento? Il valore che, probabilmente c’è, se non in tutti, almeno in alcuni? Come falene, attratte dalle luci dello studio, svolazzano, urtandosi, offendendosi, odiandosi, vaneggiando.

É un reality, cito: “spettacolo che mira a trasformare la realtà, o presunta tale, in una forma di intrattenimento leggero, senza uno scopo prettamente educativo”.

Intrattenimento leggero. Non per loro.


Foto da unsplash

Sai volare?

Bisogna ridere per volare!” Aveva portato un paio di scarpine verdi, in pannolenci, uguali a quelle di Peter Pan. Avevano visto insieme il film e ad Andrea, era piaciuto tantissimo. In verità, era piaciuto a tutti i bambini. Ora che Andrea aveva ai piedi quelle scarpette e rideva, la stanza era più luminosa, i disegni alle pareti sembravano cartoni animati, le ombre sulla parete diventarono vive.

Da poco erano passati i Patch Adams nel reparto oncologico per bambini. Li aspettavano ogni giorno, aspettavano che i loro nasi rossi sbucassero dalla porta, perché sapevano che avrebbero portato anche dei giocattoli e sarebbe stato un momento normale. Tutti quei tubicini e quei rumori sinistri, i macchinari freddi e le nausee, quella stanza tanto diversa dalla loro cameretta, tutto veniva inghiottito dal gioco. Quando c’erano i medici, lei si metteva in disparte, lasciava che i bambini venissero inondati da scherzi e storielle, rimaneva a guardare quelle piccole teste glabre, dagli occhi enormi, muoversi prima con timidezza, poi saltellare sui letti, non tutti.

Andrea non poteva saltellare, non più, era allo stadio terminale. Ma rideva, forte, anche se gli faceva male la testa, e guardava la sua mamma e il suo papà, quasi volesse possederli. Ora aveva un super-potere! Delle magiche scarpette verdi, e con le manine sui fianchi, tentava di mettersi a sedere. I suoi correvano ad aiutarlo, ma lui, li fermava, dicendo che ci riusciva da solo, e sorrideva, sorrideva, sorrideva.

“Quando sarò andato nell’isola che non c’è, puoi dare le mie scarpette a Eleonora? Vuole venirci anche lei. E tu? Ci sei mai stata?”

“Certo! É talmente bello che non smetterai di ridere un secondo!”

“Ma tu non sai volare! Se vuoi, te le presto…”

Rimase un momento senza fiato, ma Andrea stava sorridendo, e sorrise anche lei.


Dedicato ai Patch Adams…

Un quarto d’ora

Seduta su un muretto scomodo, sul lungomare, si era fermata dopo aver fatto una camminata. Ogni giorno la stessa, lo stesso percorso, col passo veloce e la testa piena di riflessioni. Il vento era ancora gelido, e portava con sé l’aspro odore della salsedine.

Grigio il marciapiede, grigia la spiaggia e il mare, grigio il cielo. Spiccavano solo le sue scarpe da ginnastica, verde acido, come due manghi ancora acerbi. Si era seduta non perché fosse stanca, si era voluta fermare, per fermare la mente. Quanto era difficile la relazione tra le persone e il suo modo di pensarle. Ne aveva incontrate tante, come sempre, e le salutava tutte, come sempre, ma alcune non rispondevano, mai.

Chiuse gli occhi, lentamente, cercando un quarto d’ora di niente.

I mattoni erano freddi, umidi, e in lontananza, si sentiva il gorgogliare e deglutire del mare. Tirò su la leggera sciarpa fino a coprire le orecchie e infilò le mani nelle tasche della giacca. Respirava, immaginandosi le onde che s’infrangevano lontano, il sole che bucava le nuvole e i suoi piedi nella sabbia del bagnasciuga, con le dita che afferravano le telline che emergevano e si posavano sulla pelle come un prezioso decoro. La dolcezza dei granelli di sabbia che scivolavano tra le dita per non tornare più, lasciando spazio ad un ‘altra dolce onda. Riaprì gli occhi sul grigio della sabbia, interrotto solo dalle orme di qualche uccello che aveva zampettato quasi in cerchio.

Ora la risacca era lunga, potente, abbandonava sulla riva i detriti, le alghe, pezzi di conchiglie e di legno.

Neanche il mare si ferma mai, con il suo linguaggio di frasi interrotte, mai completate.

Poi, vide passare un punto rosso lontano, la giacca di un bagnino che stava raccogliendo i rifiuti del mare, con un attrezzo simile ad un rastrello. Sembrava un palloncino che si gonfiava e si sgonfiava, spostandosi lentamente in quel grigio. Il palloncino si fermò e si voltò verso di lei, sollevò un braccio per salutare.

E lei rispose. Peccato non essersi guardati negli occhi, gli sguardi sono”frasi perfette”.

Il vento alzò un pò di sabbia.


Un racconto breve, sulla mindfulness, dal termine antico in lingua pali “sati”, che significa consapevolezza, intesa come attenzione. Quanti riescono a prestare attenzione momento dopo momento, a ciò che fanno?

ADESSO

E così, non c’era più. Mentre scendeva in ascensore, passando dal secondo piano, lanciò uno sguardo al portone dell’appartamento di Erika. Nulla di diverso rispetto al giorno prima, a parte il fatto che lei non sarebbe più tornata. Al piano terra, la portinaia stava parlando con due comari del palazzo di fianco. Si voltarono, smettendo di parlare, mentre stava chiudendo le porte dell’ascensore. Come ogni giorno, si fermò a controllare la cassetta della posta e sentì i loro sguardi addosso, malevoli, torbidi.

La portinaia, Cetta, dalla testa piccola, coperta da un elmetto di capelli neri, un mazzo enorme di chiavi sempre appeso alla cintura, sembrava una kapò dall’italiano stentato. Le altre due signore che invece comparivano sempre quando accadeva qualcosa, avevano la stessa pettinatura, capelli radi, cotonati, quasi due maschere del teatro popolare romano: Ada, dal seno enorme e la voce mielosa, Rina, magrissima e con gli occhi piccoli e pungenti.

S’incamminò per uscire ma venne bloccata da saluti che implicavano la condivisione di informazioni. Venne sommersa dalle loro versioni della storia su Erika, da occhiate eloquenti, mentre divagavano sulla leggerezza, gli incontri promiscui, un destino che, per loro, era quasi la conferma di un presagio.

Ma Erika aveva avuto un incidente in macchina, nulla di più, e lei non voleva parlarne, non voleva sentire sordidi racconti, pettegolezzi amari, curiosità morbose. Era catalizzata dall’enorme petto di Ada, la cui scollatura metteva in risalto la pelle stanca, bianca, come una burrata tagliata a metà da una lunga fessura.

Le parole rimbalzavano tra il tintinnio delle chiavi della portinaia. Chissà perché aveva tutte quelle chiavi? La Rina, con fare stizzito, fece per andarsene e lei ne approfittò per seguirla.

Camminando sul marciapiedi, il pensiero andò a tutte le volte in cui aveva incrociato Erika che stava rientrando a casa. Lei viveva nel suo universo, fatto di musica, artisti, nottate e albe. E sorrisi. Si ricordava quei sorrisi esplosivi, sotto il piercing, tra i tatuaggi e i lunghi capelli. Le era sempre piaciuta Erika, molto, ma le loro esistenze non erano mai state sincronizzate, s’inseguivano, come il giorno e la notte, s’incontravano per un attimo, per poi proseguire la loro storia. Così, quando in ascensore era scattato un bacio, dolce e improvviso, era stato come dare un’occhiatina al baratro, alla cascata impetuosa. Mi butto o no?

Il tempo che scorre, mentre ti fai mille domande e intanto, la notte era diventata giorno.

Il rimpianto aveva un sapore aspro e il potere di cancellare tutto, anche il sapore di quel bacio.

Erika non c’era più.

MARMO

Marmo. Le venature del marmo, come un reticolo di capillari. Non c’è vita nelle statue, neanche in quelle più sorprendenti, non c’è vita. Il miracolo lo possiamo fare noi uomini. Creiamo in continuazione, incubatrici, a volte nostro malgrado, di un miracolo. Lo fanno anche gli animali, ogni essere vivente, e questo non mi fa sentire molto speciale.

Io non avevo portato a termine il mio miracolo. Ci avevo provato ed avevo fallito. Dove sarai? Ti incontrerò? Io che stavo plasmando il mio capolavoro, la mia opera, rimasta incompiuta.

Scivolando sulle mie cosce, nella doccia, sangue misto all’acqua. Mi stavo mischiando al tuo sangue e so, ora so, che saresti stato un maschietto. Siamo colati insieme, sui miei piedi, tra le mie dita, mentre le mie mani cercavano di fermare ciò che era già compiuto. Facevano da ingenuo tappo, barriera inutile, mentre urlavo aiuto.

Il rosso diventava più intenso, come certi tramonti roventi, si raggrumava e defluiva nello scarico, io lo seguivo, non potevo fare altro, non volevo fare altro. Tu, io, colati via, correvamo lontano. Corri da me! Sono qui!

Ma dove sono? Cosa sono? Un movimento forte come un colpo di frusta che mi lancia, mi espando, gonfia, esplodo. E sono vuota. Senza te.

Vuota. Come posso spiegarmi questa sensazione, ora che non sono più involucro? Il vuoto ha senso se si contrappone a un corpo solido. Ma io non sono niente, provo emozioni? Forse, elaboro ricordi.

Ci sarebbe da impazzire se non fosse che non cambierebbe nulla. Essere in esplorazione presuppone una volontà che non ho, non mi appartiene più. Nessuna materia e nessuno spazio, un viaggio di allucinazioni infinite in itinere.

Come questa percezione di amore eterno per te, tra quei rivoli di sangue che si sono mischiati per sempre.

Animo-sa-Mente

Se ne stava seduto, col suo turbante viola, le gambe incrociate e le braccia appoggiate sullo schienale della panchina. Si notava appena. La barba bianca e lunga, lo sguardo fisso ad un campetto di bocce coperto dalla plastica grigia. Era là, immobile, rilassato, mentre le persone gli passavano davanti, camminando senza vederlo.

Sotto quel turbante violaceo, la mente viaggiava sopra gli occhi stanchi che, lentamente, si spostavano, aprendosi e chiudendosi, quasi volessero mettere a fuoco un sogno lucido, dai colori vividi, la vita lasciata lontano da lì.

Piccole case tinte di rosso, con le tende colorate come porte, le stradine polverose battute dai piedi dei bambini che correvano ridendo, le chiacchiere delle donne sedute sulle stuoie, sgranando semi: finocchio,  anice, cumino, sesamo, cardamomo verde, dhania dal. Quanto era buono il Mukhwas! Era come se lo stesse gustando.

Di tutte le stuoie che aveva fatto in vita sua, la più bella era stata quella per sua figlia, arancio e blu. E le ciotole, impilate vicino al muro della loro cucina che profumava sempre di coriandolo.

Qualcuno si era avvicinato all’albero di fianco alla panchina, lasciando che il suo cane facesse i suoi bisogni. Il padrone parlava, parlava col cane. In quel paese parlavano molto con gli animali, strano. Anche nel suo succedeva, ma era per scusarsi se, incautamente, li uccidevano. C’erano molti cani, ma molte più mucche, magre e sacre. Non come qui, che dispensavano latte fino alla morte.

Lavorava in una stalla, molto organizzata, accarezzando le mucche ogni mattina, chiedendo scusa e ringraziando. Quando collegava le mammelle alle bocchette per mungere, gli sembrava di fare una cosa immonda. Kamdhenu‘ non avrebbe soddisfatto tutti i suoi desideri. Ma, in realtà, aveva anche mangiato la carne delle mucche, come tanti altri indù. Considerò che era sempre meglio che abbandonarle randagie e denutrite. Sentì il sangue scorrere nelle vene, arrivare alle mani callose, pulsare nei polpastrelli e le alzò al cielo, puntando in alto, come se volesse raggiungerlo. Kamdhenu‘, perdonami.

Il turbante viola si spostò, solo un poco.


Foto da unsplash

COSA VUOLE UNA DONNA?- Dal blog della dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio

Oggi, 8 marzo, Festa della Donna, condivido con voi il post della dott.ssa Di Maio, seguito da alcune considerazioni di Cecilia Strada, dal blog dueminutidilucidità..

“La grande questione cui non è mai stata data risposta ed a cui non sono stato capace di rispondere nonostante i miei 30 anni di ricerca sull’animo femminile è: cosa vuole una donna?  Sigmund Freud


Un pensiero a quei quotidiani che oggi suggeriscono menù per l’otto marzo – per una cena fra amiche”, per scambiarsi “frivolezze in rosa” – e cose così.

Il fatto è che non è una festa, è la Giornata internazionale in cui reclamiamo diritti ancora negati. Dalla differenza salariale alla possibilità di restare vive, passando per il lavoro, l’aborto e mille altre cose, questa non è la giornata per una cenetta “in rosa”.

Non vogliamo l’antipasto al profumo di mimosa, vogliamo il menù completo dei diritti. Tutto il menù.”

alessandriatoday

La Girafe

Tra arbusti bassi e terra rossa, sento strani versi di animali, nel crepuscolo, che vengono da fuori.

Sono in una tenda, sdraiata a terra, dopo un’altra giornata di safari fotografico, nella polvere, nel caldo secco che asciugava le gocce di sudore mentre scendevano. Avverto un gran movimento all’esterno. Alzo la testa e vedo piedi che corrono, fucili, e ancora polvere che si alza. Nell’accampamento ordinato, le jeep tutte intorno in circolo, il fuoco al centro illumina con sottili lingue gialle. Là, da quella parte, dove stanno andando tutti, là si è formato un gruppo di corpi, a terra, mimetizzati.

Esco e mi avvicino, mi sdraio anch’io.

E la vedo, la giraffa.

Sta correndo inseguita da una leonessa. È così alta che sembra correre da sola, ma sa che dietro di lei c’è il pericolo. Annuso l’aria, odore di selvatico, è la paura che preannuncia l’odore del sangue. Tensione, avverto la tensione, una nuvola di terra che aumenta, che corre per poi fermarsi e gonfiarsi, una danza macabra che parla di vita e morte.

Qualcuno sta fotografando e vorrebbe alzarsi. Una mano potente lo trascina a terra: “Stay down!” Ed io, che sono spalmata a terra, allungo più che posso il collo, vedo le corna, il manto pezzato, vedo le lunghe gambe sferrare calci contro il proprio destino.

Ed è silenzio, la massa di terra nell’aria, quasi densa, che sfuma lentamente, si estende  come a voler fondersi col tramonto. Arancio con l’arancio, rosso col rosso, nero col nero.

Ed è nero. Un nero quieto, placido, distaccato. La vita e la morte.

Gli strani versi, ricominciano.


Foto da unsplash

TACERE

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è l’ultima cosa che hai imparato?

Ho imparato, sto imparando, perché ci vuole tempo, a tacere. Non per timidezza, non per mancanza di argomentazioni, ma per scelta. Non è sempre necessario dire la propria, esprimere sempre un parere. In un mondo di opinionisti, mass-mediologi, chiacchieroni, ascoltare diventa un privilegio, meditare prima di esternare la risposta emotiva, che non sempre riesce ad essere completa, onesta, reale. Ho imparato che le parole sono preziose e vanno pesate, amate, utilizzate al meglio. Solo ascoltando s’impara a sentire il non detto e ad uscire dagli stereotipi.

MUSUBI – Romanzo di Marcella Donagemma

I toni di affascinante levità di questo secondo romanzo della bravissima Marcella Donagemma, introducono il lettore in un mondo elegante, in cui i …

MUSUBI – Romanzo di Marcella Donagemma

Grazie al poeta Marcello COMITINI per questa splendida recensione sul mio secondo romanzo MUSUBI.❤️

POETI- MARCELLO COMITINI- Il Poeta del disinganno_intervista di Marcella Donagemma

Vi propongo una chiacchierata con il Poeta italiano Marcello Comitini che ha gentilmente risposto alle mie domande. Il risultato è un quadro astratto, in evoluzione, in cui le parole sono le pennellate che disegnano la trama dell’esistenza.

Il disinganno prima dell’illusione.

  • CHI É IL POETA COMITINI?

Un Nessuno, nato nel 1945, nella terra dei Ciclopi. Ho viaggiato per anni senza poter più tornare alla mia Isola.

  • DUNQUE, UN MODERNO ULISSE, SIMBOLO DI AMORE PER LA CONOSCENZA. DA QUANTI ANNI SI DEDICA ALLA POESIA E PERCHÉ?

Sì un Ulisse… 

Nel 1973 ho pubblicato la mia prima raccolta, “Un ubriaco è morto”. Al perché, non c’è solo una risposta. Forse, la più importante è che senza scrivere, la vista si annebbia e il mio respiro si affanna.

  • A COSA SI INSPIRA NEL CREARE, HA UNA MUSA?

Ho una Musa che vive nella foresta blu di Hallerbos. Adesso tace perché, dalla morte di suo padre, mortale come me, si è chiusa nel silenzio. Ma sarebbero solo poesie d’amore. Io scrivo ispirandomi agli amori, alle ingiustizie, alle aspirazioni che concorrono a comporre l’Umanità nella sua contraddittoria complessità.

  • LA DEFINISCONO MAESTRO, PER LA SUA GRANDE ESPERIENZA DI PROSA. COSA DIREBBE A CHI LA SEGUE DA ANNI, A CHI CERCA DI EMULARLA?

A chi mi chiama Maestro, volgo i miei occhi con piacere ma, soprattutto, con imbarazzo. A chi mi segue da anni, faccio i miei più sentiti complimenti, per la sua capacità di scoprire nel mio poetare nuove emozioni, anche d’amore. A chi mi emula, invio i miei più sentiti incoraggiamenti, perché la sua anima è tormentata quanto la mia.

  • SI EVINCE IL SUO ANIMO SENSIBILE, PURO AL LIMITE DEL PUDORE, NON ARTEFATTO, QUINDI, UNA DOMANDA SCOMODA MA IMPORTANTE, COME LE SEMBRA IL PANORAMA DELLA POESIA NELL’EDITORIA ITALIANA?

Non esiste un’editoria della poesia. Esiste un’editoria dei poeti morti e noti o che fanno incassare denaro agli editori.

  • UN’EDITORIA DEI POETI MORTI… AMARA IRONIA, MA LA VERITÀ, SPESSO, SI NASCONDE PROPRIO NELL’IRONIA. ESISTE UNA POESIA PREDILETTA? QUELLA CHE NON DIMENTICHERÀ MAI?

Non ho una poesia ma parole che ricorrono: sasso, silenzio, indifferenza. S’intrecciano tra loro a tessere la trama dell’intera esistenza. Cos’è un sasso? È l’essere che vive nel silenzio e nell’indifferenza degli altri, se non quando v’inciampano e lo gettano lontano con odio, stizza o disprezzo.  Un sasso nel silenzio dell’indifferenza, è la metà debole dell’Umanità.

Marcella Donagemma

Un ringraziamento al Maestro Marcello Comitini per la sua disponibilità.

alessandriatoday.com

An extra day

Quest’anno abbiamo un giorno in più… usiamolo. L’illusione del tempo in più, 24 ore che appaiono sul calendario, che qualcuno vive come una strana sensazione, mi porta a pensare alla difficile e ambigua relazione che abbiamo tra la vita, e la nostra idea di vita. Raffaello Palandri è un’iniezione di positività, che incoraggia ad inseguire la vita, non nella sua concretezza incrostata di volgarità, ma come ideale che ognuno di noi cerca di localizzare in un punto/tempo nello spazio.

Un grande progetto forse inizia col desiderio di viverne uno. E che cominci oggi. 🦋

Vanagloria

P: “Vanagloria. Cosa significa?” Chiese il professore.

P: ” Cercate di non darmi definizioni scontate, cercate di usare le vostre esperienze, l’immaginazione.”

Vanità, autocompiacimento, presunzione, fatuo orgoglio, superbia, megalomania, esibizionismo…

Fioccarono le risposte, prima piano, poi come una valanga improvvisa e incontrollabile. Li lasciò sfogarsi, nella ricerca della definizione più appropriata o originale, tra i ricordi di quanto letto, studiato o ascoltato in qualche video.

P: “L’ambizione, può essere vanagloria? Chi è diventato famoso, rientra in questa categoria?”

Occhi fissi, telefonini sotto i libri, bocche che, semiaperte, hanno tanto da dire ma proprio non riescono ad articolare una risposta semplice.

P: “Pensate ai vostri idoli, ai personaggi che ammirate… Peccano di vanagloria?”

S: ” Beh… no. Sono arrivati perché hanno avuto l’intelligenza, il fiuto, la prontezza e anche la furbizia di fare la cosa giusta al momento giusto…”

P: “E la preparazione? L’impegno? La cultura?”

S: “Certo, servono, ma non sempre.”

P: ” Non sempre. Perché?”

S: “Perché oggi devi esistere, devono già conoscerti, poi, il resto arriva.”

Finita la lezione, si cambia classe.

P: “O Capitano, mio Capitano!”.

Il professore pensò a Whitman e al film, l’Attimo fuggente, che spronava i ragazzi a vivere per sé stessi, ad inseguire i propri sogni, e che, alla fine, esistere, significava essere.

Prima di uscire, osservò i ragazzi, teste basse sugli schermi, scrollavano le immagini velocemente. Tutto e subito, non importa se è vanagloria.


Foto di erik-eastman- da Unsplash

Non ho più il mio testimone

Quando si perde il proprio compagno/a, si vive a metà. Parlo dei fortunati, come me, che hanno vissuto l’amore.

Quello.

Non esiste altro tipo, tutte le altre esperienze di coppia, rimangono appunto, esperienze, con diversi gradi di profondità, intimità, condivisione. Forse non tutti cerchiamo lo stesso tipo di rapporto.

Oggi, ascoltando il prof. Galimberti che parlava di sua moglie, da poco deceduta, mi ha colpito la sua definizione di perdita. Non ha parlato di vuoto d’amore ma di assenza di testimone, dell’unica persona a cui raccontare di sé, dei propri pensieri, senza filtri, né vergogna, né remore, sicuro di non essere giudicato.

L’unica persona a cui lasciare tutto se stesso.

Ecco. Questa è stata la mia perdita.


Jean René est à Versailles

Quegli occhi

un tempo abissi

scintillavano, sì, direi così

profondi e inafferrabili

pulsavano vita

come nuvole cariche di ghiaccio

elettricità

ricordi?

Persa

in fondo no

aspetto

proprio qui

un lampo dorato

ancora una volta.

Ancora.

Tes yeux
étaient des abîmes
ils brillaient, oui, vraiment
profonds et insaisissables
ils palpitaient de vie
comme des nuages, pleins de glace
électricité
tu te souviens?
je suis perdu
au final non
J'attends
ici
un éclair doré
encore une fois.
Encore.

Giro di vite

Impulso di scrittura giornaliero
Se ci fosse una biografia su di te, quale sarebbe il titolo?

Parto subito scrivendo che le migliori biografie sono quelle fatte dopo la dipartita del soggetto. Quindi, gesti scaramantici a parte, è molto difficile avventurarsi in una “auto-descrizione” da vivente, perché si spera, tra l’altro, di avere ancora tanto da fare… Così anche il titolo potrebbe cambiare, più volte. Oggi, forse, guardandomi negli anni vissuti e nelle scelte fatte o subite, volendomi un po’ bene, direi che “Giro di vite” , Il titolo del romanzo di Henry James (horror a parte),  mi appartiene.