Siddharta

Sei pronta? Quasi.

Fissando lo specchio, con quell’aria da “ti sei truccata troppo”, cerchi di modificare il… troppo. E cominci a togliere, prima con un batuffolo di cotone, poi con l’acqua micellare. Risultato? Un quadro astratto, misto tra Pollock e Gorky. No, non ci siamo, prima di passare alla paglietta di ferro, decidi di struccarti e basta.

Eccoti! Ma ciao! Ciao occhiaie e rughette, zigomi arrossati e labbra secche. Calma. Maschera lenitiva e un po’ di meditazione con respirazione, sul letto.

Ti rilassi, ma pensi. NON devi pensare! Lascia andare. Ma certo, adesso ci riesco.

Ma se cambio vestito? No, forse le scarpe, e anche la borsa. Gli accessori fanno la differenza.

NON pensare! Ok. Inspiro, espiro.

Cambio vestito, ho deciso. Quella tuta pantaloni svasata mi fa sembrare un elefante indiano, arancione. Gonna? Naaa, gambe troppo bianche, allora quel completo che avevo preso l’anno scorso. Se ci entro ancora.

STAI PENSANDO!

Va bene, stop alla meditazione, devo vestirmi. Ma prima, mi trucco un po’, poco, il giusto.

E sei davanti allo specchio, mentre ad occhi chiusi, asciughi quello che è rimasto della maschera. Ora va proprio bene.

Apri gli occhi e sulla pelle diafana, luminosa, noti un punto rosso, proprio tra gli occhi, in mezzo alla fronte. Pensi ad un riflesso dello specchio, ma no.

Eccolo in tutto il suo splendore, un brufolo, gigante.

Il tuo destino è compiuto.

La vita è imprevedibile e cerchi di non focalizzati sul problema, pensando alle Quattro Nobili Verità del Buddhismo:

dolore / accettazione / cessazione del dolore/ la via che porta alla cessazione del dolore.

Ecco, la via che ti farà ignorare quella piccola piramide rosso fuoco che ti sta sfidando: cerottino tondo, cosparso di brillantini. Il terzo occhio.

La tuta pantaloni arancione sarà perfetta.

foto di noah-buscher da unsplah

Le Pagine flaccide

Sarà la giornata dal clima incerto, sarà stato il cappuccino non proprio speciale che questa mattina mi hanno portato, tutti presi dalla “Gara tra Macchine d’Epoca” che sta catalizzando l’attenzione dell’intero paese, sta di fatto che il libro che sto leggendo ha preso una piega moscia, come la schiuma del cappuccino di cui sopra.

Mentre osservo l’andirivieni di tecnici, operatori e addetti stampa, comincio a sentire i primi rombi di motore, assordanti. E penso.

È quasi sempre così, quasi ogni libro che ho letto custodisce al suo interno, una parte un po’ spenta, qualche pagina appassita, moscia, come se l’autore si fosse trovato a corto di creatività, dialettica, idee. In riserva. E scatta il riempitivo. Succede anche a me? CERTO che mi succede.

Quando rileggo per l’ennesima volta le mie bozze, l’istinto di strappare e bruciare, al rogo come le streghe, quelle maledette pagine uscite da non si sa quale sinapsi addormentata, è molto forte. A volte è meglio, molto meglio che modificare il periodo, cambiare il ritmo della narrazione. Alla fine esce un soufflé sgonfio.

Scrivere un articolo, un post, addirittura un racconto, è più facile, non semplice, ma accessibile. Scrivere un romanzo invece è assai complesso, almeno scrivere un romanzo che ti cattura al punto di non voler smettere di leggere. È proprio come un progetto da elaborare, modificare, perfezionare dopo aver fatto ricerche, e prove. Come per questa corsa di macchine, tutte dal motore ruggente ma, alcune, hanno qualcosa in più. E una sola vincerà. E non è detto che sia la migliore.

Siamo diversi. Non si può piacere a tutti, esiste il pubblico di riferimento, cui puntano gli editori col marketing del romanzo in questione, proprio come se fosse un nuovo biscotto.

A me non piacciono tutti i biscotti.

Siamo diversi.

“La Diversità non è un valore, ma la mancanza di Diversità rende deboli e omologhi. L’Omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica. Abbiamo infatti Diversità non Differenze, le Differenze creano diseguaglianze, la Diversità unisce e arricchisce la collettività”. (tratto da I.O – I Observe you- di Marcella Donagemma)


Foto da Unsplash

Sei in ritardo

Tempo. Ho bisogno di tempo.

Stava bevendo la sua tisana davanti alla finestra, guardando attraverso la zanzariera. Se lo faceva senza occhiali riusciva ad avere un’immagine soft, come se stesse usando un filtro. Ma attraverso quei microscopici fori, tutto sembrava leggermente annebbiato, gli alberi, il prato, le persone che stavano portando in giro il cane in lontananza. Eppure si sentivano le voci, il suono arrivava sino a lì. Chiacchiere vuote o pettegolezzi, non importava, così come non importava chi fossero quelle persone.

Per un attimo le sembrò di guardare una serie tv, le palazzine ordinate, i giardini perfetti, le macchine lucide che uscivano dai garage. Chissà cosa fanno? Dove vanno? Tutta questa serenità esposta sarà verità? Avrebbe voluto chiedere a tutte quelle persone: <Siete davvero soddisfatte di quello che avete fatto della vostra vita?>

Non “nella”, ma “della”.

É vero che i momenti che ti lasciano senza respiro nella vita sono pochi, ma non era importante. Almeno questo pensava, mentre la tisana era colata sui fogli di fianco al computer.

Da tempo riusciva a sentire l’ arrivo dell’ombra nera, l’attacco di panico, e la aspettava come un’amica che ogni tanto ti fa un’improvvisata. Una colata di vischiosità, una paralisi totale che lasciava libero il cervello di continuare i suoi viaggi, rabbioso come un animale in gabbia. Ed era allora che sentiva i battiti del cuore sincronizzarsi col sangue che scorreva nelle vene, prima nella giugulare, poi nelle braccia, fare capriole nella pancia e scendere nelle gambe. Una sinfonia perfetta che aveva imparato ad ascoltare, perdendosi tra i globuli rossi e bianchi, lasciandosi sciogliere nel plasma.

Non passava subito, questa amica restava a farle compagnia e le sussurrava: < Sei in ritardo, il tempo, il tempo non torna>.

Foto hipster-mum- da UNSPLAH

Perdo tempo

Sono uscita. A volte mi sforzo, sbaglio sapendo di sbagliare.

Ed eccomi qui, in mezzo a tante voci, tante persone, visi, mani, bocche che si aprono e si chiudono. Ho tentato, davvero, ho cercato in tutti i modi di trovare qualcosa che mi includesse nel gioco, ma non ci riesco. Mi guardo un po’ intorno, mi fisso su un vaso verde, di quelli soffiati, bellissimo. Ne studio la morbidezza, i riflessi, quella tonalità che non saprei paragonare a niente altro che a qualche fiore tropicale. Arriva uno e gli piazza davanti il suo bicchiere, così, tanto c’è posto.

Mi sposto, osservo una coppia che sta fissando un quadro. Fissando è il verbo giusto, sembrano in catalessi. Vado a vedere, forse ti cattura, forse rimarrò rapita anch’io. No. Direi che non è proprio quello che mi aspettavo. Guardo meglio, mi concentro, anzi cerco di lasciare andare la mente, di osservare l’insieme senza giudicare. Li sento parlare.

< Noti la metafisica anche tu?>

Non ce la posso fare. Non sono ancora al livello metafisico, stavo cercando di non giudicare e mi sembra che sia già un grande sforzo.

All’improvviso sono assente, come un fantasma, ferma davanti al quadro, da sola perché nel frattempo la coppia si è spostata, e mi sono persa in un drappeggio azzurro del dipinto. Mi sembra di sentire lo sciabordio dell’acqua del mare, una brezza leggera. Chiudo gli occhi e penso alla sensazione dei piedi nella sabbia bagnata, quando arricci le dita a catturare i granelli, mentre l’acqua ti sfiora le caviglie.

< Prego!>

Un cameriere è apparso al mio fianco con un vassoio carico di bicchieri. Sembra barcollare e ne prendo uno per alleggerirgli il carico. Sarei già al terzo in verità ma, vista la compagnia, li considero un salvavita, mi tengono impegnata almeno una mano.

Mi sento fuori posto, come un bicchiere spaiato in un servizio. Dopo aver socializzato il più possibile, aver cercato di far breccia in gruppetti chiusi come le valve delle cozze, sorseggiando con nonchalance, guadagno l’uscita.

A volte è meglio così.

Se sei la sola a dare, se non ricevi niente, meglio cambiare panorama, deviare il percorso. Un tempo, sarei rimasta fino alla fine dell’evento, per non ferire nessuno, un tempo. Ma il tempo è prezioso, ed oggi, lo sono anch’io.

Foto di John Robert Marasigan  UNSPLAH

Jappo-fan

Amo il Giappone, e non per qualche sorta di snobismo da sushi dipendenza, la mia è più un’ attrazione fatata. Qualcuno accennerebbe a ricordi di vite precedenti, ma chi mi conosce parlerebbe dei miei viaggi a Tokyo e Osaka, molto semplicemente.

La Terra del Sol Levante mi ha sempre affascinato.

Noi gaijin (stranieri), siamo ancora visti come intrusi. E vorrei vedere. Chi in Occidente mette la mascherina su naso e bocca per non contagiare gli altri?

Sono aspetti ormai noti ai più, ma amo ricordare le sensazioni che questo paese mi ha dato le prime volte che mi sono sentita come “fuori dal mondo”: ero sola a Tokyo, in piedi in una stazione della metro di Shinjuku, ed era il lontano 1987. ERO MOLTO GIOVANE, DACCORDO? (cit. Vanna Marchi)

Una sorta di “Lost in Traslation“, la testa in una bolla  ovattata, i neon conficcati nelle pupille, tra i suoni del Pachinko e i cicalecci delle stazioni.

Stavo come inebetita davanti ai pannelli della metropolitana, completamente in giapponese, come un pilone piantato in mezzo a migliaia di persone che camminavano e mi schivavano velocissime. Tentavo di stabilire un contatto ma era come parlare ad un ologramma.  

Col tempo ho capito che non era per assenza di empatia, bensì per eccesso, che era così difficile stabilire contatti con loro. Il non essere in grado di rispondere a un quesito poteva causare atroci sensi di colpa ed essere classificato maleducato e antisociale.

Bello il Giappone, con tradizioni antichissime e ancora rispettate, e una cultura di base che porta tutti, nessuno escluso, a svolgere al meglio il proprio lavoro con l’obiettivo di rendere un buon servizio agli altri.

Folle il Giappone, che non perdona gli sbagli, che isola sapendo di isolare. Dopo anni ho visto i primi homeless, ex salaryman, raggruppati ordinatamente dietro le siepi di un parco, con i cartoni a terra, senza ombra di sporco, senza disordine. Piccole case mono-persona, con tanto di fornellini a gas e pile per illuminare. Lucciole tra il verde, dietro la vita che intanto continuava, mentre la loro era stata interrotta da un errore, in genere sul lavoro, o dal troppo bere dei venerdì sera.

Scrivo questo mentre sto tornando da Nikko, dove ho lasciato un tanzaku (desideri scritti e appesi sui ramoscelli di bambù).

É un desiderio, quindi non lo svelerò, ma stasera andrò a mangiare la Lacrima dell’Angelo, Agel’s tear drop, una coccola dolce, in un locale, vicino ad Harajuku, che ti trasporta fuori dalla frenesia di Tokyo che continua, appena girato l’angolo.

Sarà meraviglioso?

Sangatsu Yōka 2017 – Tokyo (8 marzo 2017)

immagine da UNSPLASH

Filler

Venerdì sera, aperitivo non programmato. Bello. Bello poter incontrare qualcuno che ti interessa davvero, poter lasciare il bozzolo che ti ricopre, come se ti togliessi una giacca. Sei te stessa in quel momento, proprio quando vedi arrivare i tuoi amici. Assapori l’attimo come nei percorsi di crescita personale in cui ti dicono di vivere il presente. Sono presente.

Gli abbracci sono uno scambio d’amore, i sorrisi partono dagli occhi e gli sguardi sono puri. Gli sguardi.

Guardi meglio.

Tra i loro visi ce n’è uno che sembra cambiato. Guardi meglio, senza essere troppo insistente, ma proprio non ce la fai. Anche mentre parli, i tuoi occhi scivolano sugli zigomi della tua amica. E lei se ne accorge, lo sai che se ne accorge. La vuoi smettere? Forza, smettila.

Ci sediamo e parliamo, abbiamo tanto da raccontarci, non ci vediamo da mesi. Le parole si accavallano, sembra che ci manchi il tempo, ognuno vuole riallacciare il prima possibile la connessione fisica, quella chimica che manca tra i tasti dei messaggi. Quando l’amicizia è degna di questo nome, si ride delle stesse cose. Si può anche non essere d’accordo su più argomenti ma l’ascolto, il rispetto, a volte anche il vaffa, sono le solide fondamenta di un legame prezioso.

Poi, te ne esci con un: ” Bianca, ti trovo in gran forma!”. Appena terminata la frase vorresti fare rewind. Immediato.

Essere amici significa essere sempre, nonostante tutto, sinceri? No, se può far male.

Filler significa riempitivo .
É un termine utilizzato anche dai media, per indicare una parte inserita in un’opera , appunto, come riempitivo, un ripiego di emergenza che non altera la trama anche se non è coerente del tutto.

E Bianca, sorride, finisce di ingoiare le patatine e si avvicina. Ma tanto.

Si nota molto allora! Ho fatto un piccolo, si fa per dire, “filler.” E ride. Ma di gusto.

Gli altri lo sapevano già, ma come? Lo sapevate ? E perché io no? Certo che avresti dovuto dirmelo! Forse sarei venuta anch’io, per supporto, per curiosità, per farlo. No, per farlo, no.

Mai dire mai. Chi non ci ha pensato scagli la prima pietra.

Lo so, i connotati cambiano, ti si svuotano le guance e sembra che i muscoli siano richiamati da una forza sovrannaturale verso gli inferi. Ma ti affezioni alle tue occhiaie, all’ovale del viso che sta cambiando con te, almeno fino a che non diventa un trapezio.

Ma sì, in fondo hai ragione Bianca, ti fa sentire meglio? Bella sei bella, ma lo sei sempre stata. Ora di più.

E dietro quel sorriso, in quella risata, ci sei tu, Anche dietro quegli zigomi. Sei sempre la stessa Opera unica, nonostante il riempitivo, amica mia.

immagina da unsplash.com Jurika-Koletic

Anno 2018 -potrei non andar bene-

Bene, quest’anno va così, inutile pensare alle foto di spiagge puntellate da piedi accaldati o fissare immagini di acque più o meno cristalline, meta agognata dopo un inverno da lappone.  Siamo a luglio e siamo altrove. Un altrove dall’altra parte del globo dove, oltre a otto piacevoli ore di fuso, abbiamo anche il privilegio di continuare ad indossare i piumini. I love it.

Note climatiche a parte, stiamo testando una english full immersion molto specifica e mi sento la versione femminile di Doctor House. Alterno consulti medici con fantastiche passeggiate infinite e senza meta attraverso Sydney, riempio i pochi spazi liberi di queste giornate lasciando i miei pensieri liberi di passare dalla stupida analisi dei grassi contenuti in una apricot-danish al Tutto è bene quel che finisce bene di Shakespeare.

Great. Dovrei essere serena e invece mi agito al pensiero che “potrei non andare bene”, “… “you coudn’t be suitable for a kidney donation …”

Strana la vita, mai niente di facile, se escludiamo la mia naturale attitudine a fare una pasta e fagioli da urlo, quasi tutto il resto è stato frutto di impegno e dedizione, di vera fatica, un culo così.  Eppure di fenomeni che hanno raggiunto obiettivi lodevoli senza colpo ferire,  piccoli Re Mida dal tocco fatato, ne ho incontrati, di molti leggo i traguardi.

D’accordo avere le idee chiare, passi anche avere imbroccato la scorciatoia nel momento migliore o avere avuto il mentore che ti ha supportato, ma un po’ di sana giustizia in questo mondo?

Vado. Mi aspetta l’infermiera per l’esame scintigrafico con radioisotopo ai miei reni.

Vado sapendo che “potrei non andar bene“.

 

1, nessuno, 70.000

70.000. Ogni anno, in Italia, vengono pubblicati circa 70.000 romanzi.

Una miriade, una tempesta di parole, una folla di autori felici, spesso per la prima volta. Anch’io ho provato, anni fa, l’eccitazione nel vedere che un mio racconto era stato selezionato e pubblicato, salvo poi vedere che avevano sbagliato il cognome. Deve essere il Karma.

Era un concorso, nulla di importante, fuori dai percorsi che ti rendono parte di un mondo chiuso, dell’altra dimensione, quella degli scrittori. Ma insisti, e io, ho insistito. Poi arriva il momento in cui qualcuno ti chiede: “Perché lo stai facendo?” C’é sempre chi te lo chiede. Ma come? Sbaglio? Dimmi che sto sbagliando. Dimmi soprattutto perché.

Scrivo perché mi piace.

Da qualche anno spopolano Wattpad, Writober, e altri siti di pubblicazione che propongono, indicando fandom e prompt, sfide a colpi di tastiera e racconti brevi, ottime palestre di allenamento alla scrittura e da cui è emersa Erin Doom, pseudonimo della giovane autrice di un longseller da 700.000 copie, Fabbricante di lacrime.

Proprio nel momento in cui stavo valutando il crudele mondo del marketing editoriale “Sei in lingerie su TikTok? Hai più di diecimila followers su Facebook? É fatta. Devi ESISTERE- PRIMA di pubblicare. “, arriva lei.

Una supposta.

Ti fa sentire fuori tempo massimo, come l’Orient Express, nel tuo affascinante e lento viaggio, mentre sfrecciano i Falcon HTV 2. Nulla impedisce di accettare la sfida.

Nulla?

Leggere il foglietto illustrativo prima dell’uso.

Foto di Rodion-kutsaiev da UNSPLASH

AGI = Più intelligente dell’essere umano

Intelligenza artificiale. AGI, una IA ancora più intelligente.

Stephen Hawking , il celebre astrofisico, nel 2015 parlando delle opportunità legate agli studi sull’Intelligenza Artificiale, avvertiva anche dei pericoli: la prossima evoluzione avrebbe portato a risolvere i problemi tramite ragionamento autonomo, come per l’intelligenza umana, ma in meglio. Senza empatia, senza limiti o scrupoli.

Sempre nel 2015, arrivò a firmare un documento, insieme ad un migliaio di scienziati e imprenditori, sottolineando l’importanza del problema, sebbene la mission fosse :” Garantire che l’AGI sia a vantaggio dell’umanità.” (fonte )

Come vivete tutto questo? Curiosità, paura? É l’argomento di un mio romanzo, scritto durante la pandemia e pubblicato nel 2021.

La reingegnerizzazione dei processi è già in atto, anche per chi vuole scrivere. Basta pensare che molti utilizzavano ChatGTP, ed ora anche Contents.com, Deepl Write e… tanti altri che, in pochissimo tempo, ti sfornano articoli, racconti, favole e romanzi.

I primi passi verso la lobotomizzazione di massa, o per lo meno, della capacità di creare da soli.

Pare che il loro scopo iniziale fosse quello di aiutare nella riorganizzazione , di fornire tracce, come un professore virtuale, aiutando a risparmiare tempo, MA, proponendo soluzioni facili, testi pronti in un attimo, una sorta di scriba take away, dai risultati impressionanti, il rischio di leggere in futuro romanzi creati da un algoritmo è molto reale.

Forse, forse, lo stanno già facendo e uscirà… tra poco.

immagine di Pramod Tiwari

Habit loop

L'abitudine. L'habit loop, ovvero il rituale col quale si svolge un'abitudine, sta ad indicare la sequenza di bisogni che ne spiegano il funzionamento.

Sarà per questo che c'è chi si alza dal letto appoggiando sempre lo stesso piede, e chi segue, a volte maniacalmente, una sorta di check list mentale che trova rassicurante.

Scrivo questo mentre penso invece ai gesti meccanici che ogni giorno mi sollevano e mi lasciano libera di pensare ad altro. Non è alienante, è solo “svuotare il cestino”, fare spazio. A volte la monotonia è rassicurante, a volte.

Pablo Neruda ha scritto: " ...lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine... chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.... chi non trova grazia in sé stesso."

E qui, siamo decisamente in una dimensione parallela che non si può relegare alla semplice abitudine. Siamo già nel rifiuto della routine che a volte non hai scelto ma che ti permette di sopravvivere. Siamo in coda sui raccordi anulari o nei supermercati. Siamo agli aperitivi del venerdì sera o al caffè del mercoledì con le amiche.

È così sottile la differenza tra desiderio e abitudine, così crudele il dover riconoscere a sé stessi che proprio non ti va, che prenderesti la prima uscita dal raccordo per andare al mare o che molleresti il carrello per andare a vedere quel ciliegio fiorito vicino al fiume.

Lo avete mai fatto? Non un colpo di testa ma qualcosa di fuori controllo, fuori schema, forte come uno schiaffone in viso, un brivido di adrenalina.

Sfidare il certo per l’incerto.

Appartengo alla generazione che aveva ancora delle certezze lavorative, e non è poco, ma ho cambiato, ho rischiato, ho abbandonato le rotaie rassicuranti per guardare altrove. Ho sofferto, gioito, vissuto.
Ecco, posso dire che ho vissuto.

Kintsugi per l’anima

Come nel Kintsugi, l’arte giapponese del riempire le crepe con l’oro, trasformando un oggetto rotto in qualcosa di prezioso, così, dopo tre anni, ricoperta da un’armatura di dolore, ho ripreso a scrivere, per colmare quei vuoti.

La pandemia mi ha strappato la parte più preziosa, l’amore.

So di non essere l’unica ovviamente, ma questo tipo di dolore si vive in solitudine, in silenzio, nella “depressione sorridente”. Ed è tristemente, atrocemente vero, la vita va avanti. La vita che vediamo in una pianta che sta fiorendo, in un pallone dimenticato sotto una panchina da qualche bambino, nel traffico che ci circonda, incurante delle nostre personali, intime e profonde sofferenze.

Eppure, tra le crepe dell’armatura che mi porto addosso, non ho smesso di guardare e ascoltare… gli altri.

Vi leggo, vi leggo spesso, forse non ho lasciato commenti ma ho preso forza anche da molti vostri articoli. Vi chiedo scusa se sono stata egoista ma ci vuole molta forza per ricominciare a camminare, un passo dietro l’altro. Un passo dietro l’altro.


L’Amore al tempo del C-19

E’ passato tanto tempo… e tanta vita.

Non otteniamo sempre quello che vogliamo o per cui ci impegniamo al massimo, anzi, a volte il destino sembra sfidarci in maniera crudele.

Il mio ultimo post risale ad anni fa e, come per tutti noi, nel frattempo sono stata anche messa alla prova dal C-19, qualcosa che non vediamo, che è sempre presente, che spaventa per la velocità con cui ti può stravolgere la vita.

Così anche a me è capitato di dover attraversare l’inferno della perdita della persona più cara al cuore, di dover cercare la forza per alzarmi al mattino, di cercare spiegazioni o risposte che non ci è dato avere adesso, non in questa dimensione.

Ho scritto, tanto, cose più o meno buone, poi mi sono letteralmente immersa nel disegno per esorcizzare questa lama fredda che ti toglie anche il colore dal viso.

Questo è il risultato, – “L’Amore al tempo del C-19”, di Marcella Donagemma – un libro che ho pubblicato su amazon.it

Un libro di 56 vignette ironiche accompagnate da aforismi sull’amore e sulla vita, per ricordarmi di quanto sia importante non dimenticarsi mai dei momenti splendidi che la vita ci regala.

Tutti coloro che acquisteranno questo libro mi aiuteranno ad aiutare ad affrontare una sfida grande, non personale, ma di una famiglia meravigliosa che è stata travolta dalla “valanga” Covid.

Non si possono aiutare tutti ma qualcuno…

A presto.

Marcella

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L’uomo è salito in cima all’Everest e sceso in fondo all’oceano, ha lanciato razzi nello spazio, spaccato l’atomo, compiuto miracoli in ogni campo dell’attività umana (cit.007) MA, non è ancora riuscito ad evitare i REFUSI.

Perché ci tocca leggere refusi un po’ ovunque? Passi se li si trova nella lista della spesa della vicina  ottuagenaria ma non li trovo davvero giustificabili in magazine mensili, il cui stuolo di redattori, segretarie e correttori bozze, si presume servano a filtrare in più step di controllo quello che può sfuggire ad uno solo. Così, ad esempio, succede che quello che doveva essere il premio per i primi tre vincitori di un concorso letterario, cioè la pubblicazione del racconto, diventa una beffa se vengono pubblicati, nella suddetta rivista, i cognomi sbagliando una lettera e storpiandoli del tutto. Sapendo già che sarà forse possibile inserire un errata corrige “diciamo tra due mesi”, allora non resta che rimpiangere gli acronimi.

Una questione a parte è poi quella dei refusi non per distrazione ma per errore di battitura da triste ignoranza, colpa anche delle odiosissime correzioni automatiche che a volte ci fanno apparire come trogloditi, incapaci di scrivere frasi di senso compiuto, e delle famigerate sigle che impoveriscono sempre più il lessico: CVED(ci vediamo dopo), 10Q(Thank you), BBL (Be Back Later), C6?( Ci sei?), MDR (Morto dal ridere), TAT (Ti Amo Tanto), XK (Perché)…

Per scrivere, bisogna averne voglia e lasciarsi ipnotizzare dalla musicalità delle parole. Nulla contro il progresso e le novità, adooooro la potenza digitale, che però sviluppa sicuramente i muscoli lombricali della mano ma, se abusata, atrofizza l’intelletto e la vista.

EVIDIENTEMIENTE, LOL.

aevĭtas

Questa faccenda del diventare vecchi non mi piace per niente. ” I vecchi, sarebbe meglio ammazzarli da piccoli” diceva la mia nonna che, a 101 anni, ancora dava consigli ai nipoti.  Quindi, corazzata da cotanta saggezza, ho affrontato i passaggi da un decennio all’altro con la leggerezza che amo intravedere anche nelle persone un po’ “lost in translation”. Accuso spesso un eccesso di curiosità e non mi importa se avverto una stanchezza anomala che mi prende dopo pranzo, come un alligatore che ha divorato un bue, anche se mi sono concessa una veloce insalata. Non sarà per caso che la devo smettere di voler avere performance sportive da trentenne?  Se poi la vogliamo dire tutta, i momenti topici si raggiungono quando si entra in qualche negozio in cui la commessa piena di iniziativa, ti propone capi adatti a quella signora anziana che incontri ogni giorno sul pianerottolo e che aiuti con le buste della spesa. Al limite della querela per diffamazione. Sono giunta alla conclusione che parlare di età sia nefasto, avventurarsi nelle pericolosissime pieghe (non ho detto rughe) della mente che “cresce”, sia sconsigliato ai deboli di vita. Cara nonna, se ancora fossi qui, andremmo insieme a mangiarci un gelato, parlando di tua sorella che faceva teatro negli anni ’20 alla scandalosa età di quarant’anni, con il rossetto e i tacchi, nostrana Coco, affascinante eccentrica signora. Ecco da chi vorrei (spero di) aver preso…

Il primo passo verso una sana maturità postuma è la consapevolezza. E cambiare negozio.

#140 volte AnnA


Era da un po’ che girovagava tra i siti in cerca di idee. Era nato come passatempo, qualcosa per non restare fuori gioco, ormai avere un blog era come avere la patente. Si guardò allo specchio, forse il trucco era da ritoccare, la pettinatura non le piaceva e neanche come si era vestita. Com’era difficile creare qualcosa di diverso. Si alzò dalla scrivania e si accese una sigaretta andando verso la finestra. Rimase un po’ a guardare le gocce di pioggia cadere sul vetro e la sua immagine che si confondeva col riflesso delle luci del ristorante cinese, dall’altra parte della strada.

Non dormiva bene da un po’ di tempo e chattare era meno costoso delle benzodiazepine di sua madre. I followers erano in aumento, se ne erano aggiunti alcuni dal nome preoccupante:micatemordo, piùfigadite, mortochecammina,,, giunse alla conclusione che chiamarsi AnnA in fondo risultava originale. Le bastava pubblicare una foto dei suoi piedi con lo smalto appena fatto per venire retwettata centinaia di volte. I like si moltiplicavano se si era tagliata un dito.  Quella faccenda del Blue Whale l’aveva stomacata, cinquanta step autolesionisti da seguire come un malvagio estremo gioco dell’oca in cui nessuno vince. Guardò i retweet del suo ultimo post, poi guardò il tabacco fumante della sigaretta, accese il video e fissò lo schermo con la sigaretta in una mano, pronta a spegnarla sul dorso dell’altra.

Twittò: – Non trovavo il portacenere –  e postò il video.

Splash

L’acqua è fresca, ancora molto pulita perché è il primo giorno di apertura delle piscine. Mentre galleggio e guardo il cielo  penso alla sveglia presto per arrivare presto. Ma ora siamo qui, in mezzo al verde delle campagne emiliane, circondati da dolci colline, a mollo  come ragazzini di dieci anni, con gli occhiali che riflettono i raggi del sole e le foglie degli alberi. Allora perché mi pare di avvertire una minaccia? Sarà che ancora non mi sono rilassata del tutto, anche se  ho preso le mie precauzioni: abbiamo prenotato in un zona appartata, dove è vietato l’accesso ai minori di 12 anni. Là in fondo, dietro quel piccolo boschetto intravedo la piscina per i bimbi, con giochi d’acqua e tanto spazio.

Qui invece, la quiete regna sovrana. Gli adulti passeggiano  a piedi nudi sul bordo di legno della piscina, giacciono pigri sui lettini all’ombra di bianche tende e grandi ombrelloni. Quasi tutti leggono, qualcuno dorme, pochi chiacchierano. Noi nuotiamo lentamente, accarezzati dai raggi del sole ascoltando il rumore dell’acqua. Pausa. Che ne dici di un caffè? Why not. Ci avventuriamo verso uno dei bar, quello vicino ad un’altra area, con specchio d’acqua a imitazione caraibi sia per forma sia per colori. Impressionante. Mancano le palme. Siamo in emilia-romagna, meglio i ciliegi. Caffettino niente male ma in bicchierino di plastica, quindi da bere velocissimi per non ingoiare anche un po’ di polietilene. Facciamo una perlustrazione dell’area abbandonando la zona simil-tropico e la moltitudine di gente che si accalca per essere pied dans l’eau. Incontriamo nell’ordine, palestrati unti come spiedini pronti per la griglia, famigliole in pieno sole, con pranzo al sacco in enormi frigo da campo posizionati all’ombra, tutta la serie di emuli di Raul Casadei  e le post Vanna Marchi. Tanti, ma tanti, ma veramente tanti ragazzi e ragazze.

Torniamo alla “base” e, mentre in cuor mio esulto per la scelta fatta, mi pare di sentire dei fischi. E’ il bagnino. Appena superato il ponticello, proprio di fronte ai nostri lettini, quella che era una “zona protetta” aveva nel frattempo subito un attacco alieno. L’acqua bolliva, agitata come in balia di un Hurricane: tuffi a bomba senza pietà. Troppa gente, la migrazione in cerca di frescura aveva riempito anche quest’ultimo angolo.

“La felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando ripartirà.Il tuo compito è andare in stazione.” P. Crepet

E’ stato bello.

Adieu.

 

Snob

Snob.

Ti siedi al tavolino di questo famoso bar di Roma e guardandoti intorno lentamente ti accomodi. Sei così bella, lo sai e sai che ti stanno guardando. Accanto a te, signore e signori più o meno famosi, di mezza età, stanno parlando tra loro e qualcuno lancia una fugace occhiata. I camerieri ti conoscono, non passi inosservata, anzi, direi che sei fin troppo visibile, quasi esagerata. Capelli vaporosi e tacchi alti, una maglietta così attillata da sembrare un tatuaggio. Ma non sei volgare, sicuramente appariscente, eccentrica, ma non ordinaria, indossi solo capi di qualità, abbinati con gusto. Un canuto ex politico si volta e ti fissa senza vergogna mentre tu ordini una coppa di gelato, precisando bene i gusti: cioccolato amaro, crema e marron glacé. Ignori quello sguardo insistente, stai aspettando qualcuno. Ora sì che sono curiosa, ho finito il mio caffè shakerato, sono all’ombra e tira una brezza deliziosa. Ti accendi una sigaretta, più per scena che per vizio, e aspetti. Arriva qualcuno, ma tira dritto. Poi, in un attimo, siamo circondati da un gruppo vociante di ragazzini, insegnanti e camerieri che mi tolgono la visuale. Accidenti, spostatevi, vi volete togliere di torno? Cos’è questo caos improvviso? Non è tollerabile, non in questa piazzetta, non oggi. Passano lenti i minuti, un bulldog inglese si accomoda sotto al mio tavolino per il caldo e comincia a sbavare. Odio questi cani quando sbavano. Una signora di fianco a me cinguetta ” Che dolce!”. Ecco, allora lo tenga sotto il suo di tavolino. Alzo lo sguardo e…lei non c’è più! COME? Non è possibile, la mia curiosità è destinata a restare insoddisfatta, a metà, come il mozzicone di sigaretta che ha lasciato nel portacenere, come il gelato sciolto nella coppa d’acciaio che ora brilla al sole.

E il bulldog continua a sbavare.

Il tubetto di dentifricio

E siamo qui. Ancora una volta. Io, te e il tappo del tubetto di dentifricio. Tutta questa punteggiatura serve come un mantra che mi aiuta a minimizzare quel piccolo moto di stizza che mi prende ogni volta che vedo la pasta biancastra del dentifricio formare arabeschi disegni sul lavabo. L’acqua scorre e anche oggi aspetto. Attendo paziente che tu termini, abbracciandoti alla vita da dietro. Poi tu mi sorridi, mi dai un bacio dolce sulla fronte e te ne vai. E io rimango a  guardarmi allo specchio, prima di spostare il mio sguardo verso il basso, là dove già so che, con insolenza, troverò a fissarmi IL Tappo. Proprio lui, con quella coroncina da sovrano, altezzoso e fermo sull’orlo, ben distante dal SUO tubetto di dentifricio.

Il Tappo è consapevole del suo potere racchiuso in pochi centimetri di plastica, sembra sfidarmi, e io, cavaliere senza corazza  in questa lotta impari, ignorandolo ancora una volta, con fare deciso lo prendo e lo avvito al suo destino. Quante coppie sono state travolte dalla sua infida presenza? Quanti hanno perfino litigato, per colpa sua?

Lo specchio mi rimanda la mia immagine sorridente, con lo spazzolino in mano. Il tubetto di dentifricio ora è al suo posto, innocuo e un po’ emaciato si mostra per quello che è. Buona giornata.

Al posto giusto

Sono al posto giusto, come un cucchiaio nella Nutella.  Deve essere per questo che oggi nessuno regge il mio sguardo o forse sono semplicemente “un tantino fuori”. Sarà che ho pianto molto e ora mi guardo con benevolenza, saggiamente consapevole che non è ancora finita, che altre prove mi attendono proprio là, dietro quell’angolo, camuffate da opportunità e non da scelte obbligate.

Che nessuno oggi mi ripeta slogan faciloni sulla positività, sui colori della vita e la beatitudine del nirvana. Oggi mi sento al posto giusto, la mia mente è in vacanza e rifugge eventi straordinari. Fisso la vetrina di una gelateria e il mio sguardo trapassa la mia immagine riflessa, fino ad arrivare alla ragazza che sta componendo un complicatissimo cono con topping colorati. La mia attenzione è attirata non tanto dalla torre di babele di gelato quanto dalla divisa della ragazza: reggiseno a punta stile Madonna anni ’80.

Puro marketing al gusto variegato amarena.

Già.

Un gelato, è quello che ci vuole per rompere il circolo dei pensieri ruminanti. Forse, se lo mangio in fretta, il freddo congelerà un attimo la mia mente che parla, parla, e non smette. Sono intasata dai pensieri ma non importa, in fondo ai miei pensieri c’è l’entrata alla caverna di Alì Baba, ma non sono sicura che basti dire “apriti sesamo”, non in questo periodo.

” Ok, vorrei  Vipera e Curry”. L’ho detto già che oggi sono al posto giusto?

Dejà vu.

…………

Anche oggi parcheggio al solito posto. Un po’ per scaramanzia, un po’ per che culo! [lat. cūlus], la giornata mi appare subito migliore. Raggiungo la mia squadra e intavoliamo la solita kermesse pre-impegni quotidiani con la bonaria irrisione delle scarpe dei passanti.

Oggi siamo invitati a partecipare al Life Coaching  Un viaggio di esplorazione e di buchiscoperta, lavorando sul cambiamento.  Siamo HiPo (High Potential). Eccola, la vedo in lontananza, arriva Lei, la Coach Professionista.

Maria Laura: “Ma quanti anni ha?” – Paolo:” Carinaaaaa…” – Manuel:” Dovrebbero organizzarli più spesso questi incontri” – IO: non pervenuta.

Siamo seduti da 30 minuti. La mia attenzione sta scemando, forse perché è un dejà vu, forse perché “la professionista che facilita i processi di cambiamento dell’individuo“, sta parlando, parlando, parlando, senza arrivare da nessuna parte. Un po’ come remare in canotto controcorrente. Mi fa quasi tenerezza se non fosse che AVREI DA FARE.

Sfida. Ora parla di Sfida: “…il coach propone metodi, strategie e strumenti, assegna compiti, azioni e cambiamenti per raggiungere lo scopo prefissato…”

Eccoci. Forse ci siamo. A chi tocca fare questo? A chi tocca fare quello? E quell’altro?

“I “vorrei” si trasformeranno in “voglio”! Abbattete le Resistenze personali!”           …………………………………………………………………………………………………….

La mia autostima vuole un caffè. CAFFE’! Il mio Regno per un Caffè, LUNGO! Che ne dici? Non voglio una risposta immediata, ti invito a riflettere.

F.to  HiPo Bibidi Bobidi Bu