Marcello Comitini e la sua prosa – recensito da Giornalista Indipendente

Ripubblico questa splendida recensione di GIORNALISTA INDIPENDENTE, sull’ultima raccolta di poesie di Marcello Comitini. Terra, carne del poeta- Eretica Edizioni

Chi conosce Marcello Comitini, sa quanto vibrino le sue corde, quanto ci sia nel non scritto, in una prosa che non usa astrusi concetti o stravaganti espressioni, col solo scopo di ammaliare, stupire a tutti i costi. Le sue poesie rifuggono il pleonasmo e le riverenze speciose, sono pezzi di arte.

Marcella Donagemma


Perfect pain

Picasso- Marie Thérèse inclinata- 1939

Il dolore perfetto è come un buco che non si rimargina, non sparirà mai. Ogni giorno distinto dall’altro, ma uguale all’altro. Il tempo scandito da gesti diventati routine, fare qualcosa di diverso solo perché é necessario, per prolungare la lista di cose da fare, riempire il vuoto, segnare qualcosa sul calendario. Razionalizzare.

Check.

Quando la lista sarà terminata? Vuoi che termini? Sai che poi verrai inghiottita, lo sai. Sai anche che nessuno ti abbraccerà più con l’anima, non avrai neanche quel poco tempo di pace. Non succederà. Gli abbracci sono veloci, i baci sfiorati, gli sguardi indagatori. Vogliono sapere, capire. Non c’é niente da capire, niente da spiegare.

É solo morto.

Lo cerchi nei sogni, dove nessun altro può trovarvi, dove le parole non servono, quando hai bisogno di pensarlo, di ricordarti il suo odore e quel portale infinito che erano i suoi occhi.

Nella folla, come un pesce pelagico, nuoti a fatica, senza una meta precisa. Sogni le sue piccole imperfezioni, le debolezze che solo tu conoscevi, perché era entrato nel tuo mondo, era perfetto per te come tu per lui. Due imperfetti, perfetti l’uno per l’altra. Insieme avevate scoperto la bellezza dove nessuno si aspettava di trovarla.

Ed ora?

Nuoti in quel buco, in cui ogni tanto si riflette un raggio di sole o di luna, e insegui la simmetria dei disegni delle stelle. Una tra quelle ha il suo nome.


LA DOULEUR PARFAITE

à mon Jean-René

La douleur parfaite est comme un gouffre qui ne guérit pas, elle ne disparaîtra jamais. Chaque jour est différent de l’autre, mais pareil à l’autre. Un temps marqué par des gestes devenus routiniers, faire quelque chose de différent juste parce que c’est nécessaire, allonger la liste des choses à faire, combler le vide, marquer quelque chose sur le calendrier. Rationaliser.

Vérifier.

Quand la liste sera-t-elle terminée ? Est-ce que tu veux que ça se termine ? Tu sais qu’alors tu seras englouti, tu le sais. Tu sais aussi que personne ne t’embrassera plus avec son âme, tu n’auras même pas ce petit moment de paix. Cela n’arrivera pas. Les câlins sont rapides, les baisers touchés, les regards inquisiteurs. Ils veulent savoir, comprendre. Il n’y a rien à comprendre, rien à expliquer.

Il est simplement mort.

Tu le cherches dans les rêves, où personne d’autre ne peut vous trouver, où les mots sont inutiles, quand tu as besoin de penser à lui, de te souvenir de son odeur et de ce portail infini qu’étaient ses yeux.

Dans la foule, tel un poisson pélagique, tu nages difficilement, sans destination précise. Tu rêves de ses petites imperfections, des faiblesses que toi seule savais, car il était entré dans ton monde, il était parfait pour toi comme tu l’étais pour lui. Deux imparfaits, parfaits l’un pour l’autre. Ensemble, vous aviez découvert la beauté là, où personne ne s’attendait à la trouver.

Et maintenant ?

Tu nage dans ce trou, dans lequel se reflète, de temps en temps, un rayon de soleil ou de lune, et tu observes la symétrie des motifs des étoiles. L’un d’eux porte son nom.


PERFECT PAIN

The perfect pain is like a hole that doesn’t heal, it will never disappear. Every day is different but the same at the end. Time marked by gestures that have become routine, doing something different just because it’s necessary, to extend the list of things to do, fill the void, write something on the calendar. Rationalize.

Check.

When will the list be finished? Do you want it to end? You know that then you will be swallowed up, you know it. You also know that no one will hug you with their soul anymore, you won’t even have that little bit of time of peace. It won’t happen. The hugs are quick, the kisses are grazed, the glances are inquisitive. They want to know, to understand. There is nothing to understand, nothing to explain.

He’s just dead.

You are looking for him in dreams, where no one else can find you, where words are useless, when you need to think of him, to remember his smell and that infinite portal that were his eyes.

In the crowd, like a pelagic fish, you swim with difficulty, without a precise destination. You dream of his little imperfections, the weaknesses that only you knew, because he had entered your world, he was perfect for you as you were for him. Two imperfect people, perfect for each other. Together you had discovered beauty where no one expected to find it.

And now?

You swim in that hole in which, every now and then, a ray of sun or moon is reflected, and you chase the symmetry of the designs of the stars. One of those has its name.


Le maschere

Impulso di scrittura giornaliero
Quale tratto della personalità nelle persone fa alzare un muro con te?

Ah, qui tocchiamo i nervi scoperti… Perché quando hai aperto la tua “porta”, quando sei senza corazza e il tuo cuore è lì, indifeso e puro come quello di un bambino, ecco che arriva la staffilata, aguzza e mirata. Mi riferisco a tutte le volte che insisto nel fidarmi anche se i segnali di “pericolo” si palesano, magari un pò mascherati, ma ci sono. Colpa mia? Certo. Ma non si può andare contro la propria indole, non importa quante volte dietro ai sorrisi si celino brutte persone, non importa quante volte sono rimasta delusa, io insisto nel cercare il bello. Ed esiste, c’è, è raro come l’Orchidea di Rothschild, meraviglioso come la pioggerella estiva, magico come una lucciola che appare all’improvviso. E le persone false, tutto questo, neanche lo notano.

STALKING. Sapresti difenderti?

STALKING. Sapresti difenderti?

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMRARE

Echos edizioni – echosprime.it

Ti scrivo perché non so amare

Quella sera, il mio destino stava cambiando.
Carlotta mi mostrò un disegno, un uomo di spalle che stava fotografando una donna, me. Poi, mi diede una busta bianca, chiusa.
 < E questa? Cos’è?>
L’aveva trovata sul mio zerbino.
L’apro e all’interno c’è un foglio con un disegno a forma di goccia, sembra una lacrima, e poche righe che si leggono male.”

Questa è l’essenza dello STALKING che, lentamente, avvelena la vita della vittima.

Questo è il mio ultimo romanzo.

TI SCRIVO PERCHÉ NON SO AMARE – STALKING (Echos edizioni)

echosprime.it

Questo romanzo racconta la storia di una ragazza qualunque, una ragazza normale, la cui vita verrà stravolta lentamente, subdolamente, da uno stalker. La narrazione coinvolge come in un noir, quasi un giallo, viste le dinamiche, i colpi di scena e gli intrecci che, inevitabilmente, interessano non solo la protagonista, ma tutti i suoi contatti. L’epilogo del romanzo è sconcertante, perché volevo che fosse così. Imprevedibile, come la vita.

Qual è la differenza tra ansia e paura?


Lo STALKING, é un argomento che ci riguarda soltanto perché ne sentiamo parlare, ma in realtà interessa sempre più persone, non solo donne.

Prima di scrivere, ne ho approfondito ogni aspetto, letto Valutazioni psichiatriche/forensi di esperti e professionisti, ho voluto capire di più sull’evoluzione di un fenomeno che, con l’avvento del cyber spazio, è aumentato esponenzialmente, offrendo occasioni e strumenti a chi intende disturbare, molestare o aggredire qualcuno, restando nell’anonimato. Addentrandomi nel problema, ho scoperto che le vittime non sono solo le destinatarie dirette ma che, ulteriori vittime, descritte come secondarie, sono anche la famiglia, i figli, partner, coinquilini, amici, colleghi e addirittura gli animali domestici della vittima.

Lo stalker, non si limita al disturbo ossessivo ma tenta di distruggere qualsiasi legame nella vita del proprio oggetto del desiderio, in un’ottica di controllo ed espressione di potere.

Difficile capire chi è questa persona e, per la vittima, è impossibile uscire dalla ragnatela sempre più fitta che il suo aguzzino le costruirà intorno.


RINGRAZIAMENTI

Un ringraziamento speciale va al poeta contemporaneo Marcello Comitini, che mi ha permesso di inserire nel romanzo, cinque delle sue poesie, tratte dal Quaderno di poesie “L’altrove della luna”. La sua lirica, anche in questa mia opera, sa cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, con una ricchezza sentimentale che sorprende col suo carico di significati.

Marcella Donagemma

Invisibile

Camminava, frantumando con le scarpe gli aghi di pino secchi e ammucchiati, come mikado sottili, fiancheggiando il muro corroso del cimitero. Arrivava sulla sua spalla sinistra l’umidità fredda, quasi che le anime volessero avvertire della loro presenza, dietro quel muro antico, come se lo stessero accompagnando. Ma la mente non smetteva di pensare, la mandibola era serrata, le mani sudate. Era nervoso, molto nervoso.

Mi vuoi lasciare? Lo so che vuoi lasciarmi.

Un pensiero e subito dopo un altro e un altro ancora. L’immagine della loro casa, lei che cucinava, lei che, come sempre, aveva sbagliato. Il sugo era uno schifo, acquoso e insipido, la pasta era uno schifo, lei era uno schifo. Ma era la sua lei. Aveva quello sguardo, dolce e remissivo.

Come si fa a perdere tutto questo? Non puoi neanche pensarlo. Sei uno schifo. Ti amo. Ti ho sempre amata.

Passa una macchina veloce e quasi lo tocca con lo specchietto. Si sente offeso. Invisibile. Cammina veloce, deve rientrare, le mani sono nervose.

Uno schiaffo, cosa sarà mai uno schiaffo? Sei tu che mi fai impazzire. Tu che mi guardi senza una ragione e lo vedo, lo vedo che mi giudichi.

Le mani pizzicano, sembra che il sangue si sia fermato nelle nocche. Le persone intorno sono nuvole, lo sono sempre state, a parte quando si esce in compagnia.

Ah, che belle serate! Bevendo, parlando. Si ride e tutti mi ascoltano. E tu finalmente, taci. A chi vuoi che interessi la tua vita? Pentole e pannolini. Ringrazia il cielo che ci sono io, che provvedo a tutto. Ma tu, la devi smettere. La devi smettere di rispondermi. CAPITO! No, non lo capisci, e insisti. E io, che posso fare? Mi fai perdere il controllo. Io che controllo sempre tutto, che sono rispettato. Mi temono sai? C’è che mi teme. C’è.

Il pesante portone si apre lentamente, troppo lentamente. L’ascensore è già al piano terra, nell’androne fresco di casa. Casa.

Sto arrivando.


foto unsplash

Ombre cinesi

Se ne stava sul divano, ferma, in silenzio. Aveva appena finito di confessare alla sua famiglia che, quella laurea tanto attesa, non sarebbe arrivata.

Osservava i visi dei suoi genitori, suo padre con gli occhi fuori dalla testa e la bocca aperta, sembrava un animale feroce in attesa di ruggire, sua madre invece, aveva abbassato lo sguardo per rialzarlo subito.

Si sentiva sprofondare lentamente tra i cuscini, avrebbe voluto dissolversi nell’aria o volare via. Alla fine, aveva dovuto confessare, la discussione della tesi di laurea, segnata sul calendario, sarebbe stata tra due giorni.

Perché? Continuavano a chiederle. Perché?

Come poteva spiegare che erano già tre anni che non sosteneva più esami e che aveva finto tutto il tempo? Esistono parole migliori per giustificarsi? Esistono parole? La mente vagava e le sembrava di non sentire le continue domande, le sembrava di non vedere i suoi, agitarsi, alzarsi dalle sedie, girare nervosamente per la sala. Notava spostamento d’aria.

Poi, invece, l’aria le mancò, il malessere diventò terrore, un conato di vomito sorprese tutti, come uno zampillo improvviso tra le rocce. Non era svenuta, era vuota. Con gli occhi che fissavano il soffitto, i crampi alla pancia, come quando aveva affrontato i primi esami all’università. Fino al quarto, che aveva dovuto ripetere troppe volte, troppe. E allora, aveva cominciato a non mangiare, a riempirsi di integratori, a ripetere come un automa, a memoria, tutto il testo. Se lo ricordava ancora, scolpito nella mente, sempre, salvo quando si bloccava davanti alla commissione d’esame. Era cominciato così.

La bambina prodigio, quella che aveva sempre reso tanto orgogliosi i suoi genitori, quella che era destinata a grandi cose. Era cominciato così. La menzogna era un rifugio sicuro, che non chiedeva spiegazioni o giustificazioni, rimandava il problema. Era un’amica fidata che proteggeva. Ora che l’aveva tradita, svanendo nella verità, era su una montagna russa che la trasportava a folle velocità, senza una destinazione.

I suoi genitori avevano lasciato la stanza, stavano discutendo in cucina e lei, rimase a fissare le ombre delle tende sul soffitto, sembravano disegni, ombre cinesi. Come nella *leggenda, sembravano spiriti venuti a consolarla, la menzogna non l’avrebbe abbandonata. Non c’era bisogno di parlare, bastava osservare.

Si alzò lentamente, prese la borsa e il telefonino, uscì di casa, aggrappata al suo libro.


*Una leggenda vuole che l’Imperatore cinese Wudi (140-85 a.C.) fosse divenuto molto triste in seguito alla morte della sua concubina Li Furen. Per consolare il sovrano, i suoi eunuchi fecero scolpire una figura in legno simile alla donna e ne proiettarono l’ombra su una tenda. L’Imperatore, credendo che fosse lo spirito della sua amata che tornava a fargli visita, si sentì consolato. 

Foot da unsplash

MARCELLO COMITINI- Recensione di GIORNALISTA INDIPENDENTE

Ripubblico questo splendido articolo di GIORNALISTA INDIPENDENTE, sull’ultima raccolta di poesie di MARCELLO COMITINI.

Quella di Marcello Comitini non è la poesia dei folli e dei reietti, ma è semplicemente la poesia di un essere umano, dolente sì, ma anche sognante, malinconica, ma al contempo pervasa dall’infinita bellezza del creato, che il poeta tenta e spera di salvare dalle azioni distruttive di certi esseri avidi di potere.”






Mi mancherà?

Mi mancherà tutto questo?

Fissava il campo di pannocchie, un mare verde dai riflessi ocra, mosso dalla brezza nell’alba. Un sole giallo e rosso, come una caramella, dai contorni netti, piantato nel cielo, immobile, pronto ad esplodere aprendo il suo occhio al mondo.

Mi mancherà?

Le panchine della stazione erano piene di persone, valigie, zaini e cagnolini ansimanti, ma non faceva ancora caldo. L’altoparlante gracchiava di transiti veloci, era un continuo spostarsi da una parte all’altra, prima di risolvere rifugiandosi nelle scale del sottopassaggio. Troppa polvere e rumore, stava rovinando tutto.

Il bagaglio era piccolo e pesante, l’appendice della sua vita. C’era stato tutto. Avrebbe voluto partire leggera, ma mancava sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che le sarebbe potuto servire, qualcosa che si era dimenticata. C’era stato tutto.

Basta essere pragmatici, ogni cosa al suo posto, ma guai a spostarla, il gioco non sarebbe riuscito. Come un castello di carte, se sbagli, crolla tutto.

C’era lo spazio per i rimpianti, quello dei ricordi, le buste trasparenti dei dolori, tanti sacchetti di gioia che però non riusciva a riconoscere. Aveva messo qualcosa negli scomparti a cerniera laterali, cos’era? Ah, le delusioni e le amarezze, da una parte, e le illusioni dall’altra. I sogni? Si era dimenticata i sogni? Non poteva riaprire e controllare.

Pensa, pensa. Li avevi messi tutti in fila sul letto. Non è possibile. Certo che li ho presi. Li avrò messi nel mezzo, sono così fragili. Che altro?

Ormai il cielo era chiaro e lattiginoso, aveva ingoiato la luce del sole, appiattendo tutto. Le balle di fieno sembravano grigie, i campi sembravano grigi, tagliati da una striscia verde brillante, come una ferita aperta.

Musica in sottofondo, vociare, un altro giorno pronto a scivolare via, come un rigagnolo tra sassi e sterpaglie.

Il suo treno era arrivato, non se ne era quasi accorta. Salì per ultima, aspettò che le porte si chiudessero e, mentre si stava muovendo, rimase a fissare il suo bagaglio, rimasto sulla banchina.

Non sarebbe tornata più.

Ci si guarda, ma spesso, non ci si vede

Impulso di scrittura giornaliero
Come ti descriveresti a qualcuno che non è in grado di vederti?

Dal titolo del prompt mi è subito venuto in mente Tinder o altre app. di incontri. Sarà perché immagino che nel compilare la scheda personale ognuno dia il massimo, cercando di apparire al meglio. Ovviamente non è possibile fare altrimenti, si cerca di emergere in qualche modo, nessuno sarebbe interessato a: “Ragazza di mezza età, gradevole, ambiziosa e in cerca di una relazione seria. No perditempo.” O a: “Giovane uomo, leggermente sovrappeso, maturo ma non autonomo, in cerca di leggerezza. Assentarsi sopra i 35 anni.” Ma la verità viene sempre a galla, a volte basta una telefonata, se poi ci aggiungiamo l’importanza della chimica, allora il pacchetto è completo. Un mio amico, non vedente, riesce a cogliere talmente tante sfumature, nella voce, nel non detto, da essere quasi un super eroe. Quindi, potrei descrivermi solo nel caso dovessi incontrare qualcuno per la prima volta e gli direi:” Sarò quella che sorride, con un baschetto in testa.” Il resto, tutto il resto, si scoprirà solo conoscendosi.

La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


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IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

L’ultima raccolta di poesie di Marcello Comitini è finalmente disponibile!

Ho avuto l’onore di scrivere la prefazione a questa opera e ve la propongo per raccontarvi un po’ di questo viaggio tra le parole, in cui mi sono volutamente persa, senza giudizi, solo aprendo l’anima, tra i versi incastonati in questa cornice di carta stampata”.

IL CIELO È UNA BOCCA INNAMORATA DELLA TERRA

Prefazione

Una raccolta assetata, pura e crudele, in cui lo spirito invoca un respiro, conscio della vastità dello smarrimento. (“Fiumi femmina”). Come la linfa che scorre dalle radici alle foglie, le parole suscitano emozioni palpitanti, tra ragione e sentimento. A volte, indifferenza e gelo, a volte, passione, “colma di dolce polpa maturata nella nicchia del cuore” (“Parole”).

Anche l’amore stordisce, rincorso, negato, sognato o rimpianto, quando “dalle bocche assetate, ti amo e addio, è il grido che alzano.” (“Lo stormo”). È una poesia che “scava un buco oscuro nella coscienza, non vuol riconoscere il passato, non crede nel futuro, non cade negli inganni del presente.” (“La poesia”)

Il tempo non è scandito, ma scivola come un fiume grigio, incapace di riflettere lo spazio celeste, mentre “sentiamo che in noi perdura la sostanza delle stelle” e “siamo come il vento, aria nell’aria.” I colori delle parole, il bianco che abbaglia dal “tulle delle nuvole”, la terra nutrita dalle ultime rosse gocce di sangue, il verde delle valli imputridite dai frutti caduti e marcescenti, le mani lucide e nere, come le piume di un cigno che orgoglioso scivola su acque tranquille. La Terra appare gioiosa, blu, verde, celeste, nonostante i singhiozzi per tanta bellezza. Questa è immortalità? La natura divina del vuoto. (“Lascio fare”)

“Gli artigli degli umani” incapaci di proteggere tanta bellezza, ignorando il destino comune, tramutano le parole in pietre, inesprimibili grida, tra presunzione e ignoranza.

Manca sempre qualcosa alla felicità umana, dai sogni infranti, alle lacrime che grondano dalle nuvole, mentre è impegnata a correre, dimenticandosi delle proprie radici, della storia e dei gesti antichi di chi non c’è più, piangendo, bestemmiando, negando l’esistenza. (“Simulacro divino”)

“È breve e freddo il filo che ci lega” (“Effimera”)

“La luna apparirà col suo calice di ghiaccio, per celebrare la cecità del loro essere” (“Colline”)

Sono liriche che sanno cogliere nel profondo verità difficili da negare, percezioni che parlano d’istinto, sempre connessa al substrato della coscienza, spaziando tra malinconia e nostalgia. La ricchezza sentimentale si evince nella poetica che sorprende col suo carico di significati. Una vena poetica che a volte si ritrae sobriamente, a volte stupisce con immagini evocative, scruta e non giudica, suscita un’incredibile curiosità. Ci si perde in versi dallo spessore rilevante, ricordi che sono attimi indefinibili, intensi e a volte strazianti.

In “Scrivere lentamente”, si prende gioco della caducità umana, invitando ad una lettura istintiva e scevra da preconcetti. La ricerca di una impossibile “lealtà della vita”, nella umana convinzione di essere eterni Dei. “L’amore che spinge a credere di essere vivi è andato perduto.”

Anche quando, in alcune poesie, come nella “Voce della terra” e “Primavera eterna”, si affrontano temi sociali, anche quando lo scrivere di guerre, di ingiustizie ed omicidi, di menzogne politiche, di povertà della terra, tutto “fa da specchio opaco all’incoscienza umana svuotata, superficiale, le cui grida di orrore, davanti alla TV, “galleggiano intrappolate da uno schermo”.

Nella ricerca della ragione dell’esistenza, le risa diventano tragiche in “Chat GPT”, i coltelli sono privi di lame. La passione non ha ragione d’esistere se cervelli digitali, come infinite maschere, offrono risposte a tutti i perché.

Come sopravvivere? Non alla morte, che accompagna, muta amica sconosciuta, ma ai sogni, ai ricordi che bruciano? Odio, integrità, speranza, illusioni, amore, lacrime, solitudine, un urlo si leva dai versi che anelano l’impossibile: l’ascolto, unica via alla libertà.

Alla fine, nello scrutare doloroso sulle debolezze umane, c’è la continua ricerca dell’amore, quello universale “unico e misterioso”, illuminato dallo “sguardo della luna, sui volti lavati dalle mani bagnate di pianto”.

Marcella Donagemma

Il poeta Marcello Comitini

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Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.

Vuoto

Mi piacerebbe che qualcuno mi insegnasse a stare da sola. Non dovrei rincorrere sempre la mediocrità, riempire i vuoti, accontentarmi di un surrogato dell’amore. Non è vero che il tempo mette ognuno al suo posto. Forse un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta e mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Ma non oggi. Oggi era là, seduta a fissare quei cinque piani di altezza sotto di lei, quel vuoto che terminava su delle aiuole circondate dal cemento.

Si accomodò meglio. Parlava da sola, come sempre.

Mi hanno detto che ho un grande dono, che la mia sensibilità ha una capacità di vibrare, un’agilità che risuona. E allora? Mi ricordo quando ero piccola e la maestra aveva detto a mia madre che la mia intelligenza disturbava, che riempiva e non lasciava spazio agli altri. Non vedevo gli altri bambini. Già allora, non riuscivo a vedere gli altri, ma sentivo la necessità di un rapporto vero. Vorrei capire.Vorrei capirmi.

DBP. Voleva dire tutto e niente. Ipersensibile. La avevano etichettata così.

Sono rabbiosa, anzi, furiosa, mi hanno tradito ancora e quello che pensavo di aver condiviso è svanito. Come polvere al vento. Vorrei distruggere tutto, tutto di me.

Fissò il cielo che stava imbrunendo, quella prima stella che bucava col suo sfolgorio. Finto. Le sembrò che anche quello spettacolo incomprensibile fosse finto.

Poi si guardò i piedi che ciondolavano nel vuoto. Non vedeva altro, non sentiva la necessità di un appoggio, non aveva paura. I colori là sotto erano mischiati, come in una tela astratta, pastosi e amalgamati.

Si sdraiò per guardare meglio l’infinito. L’infinito. Si poteva impazzire pensando all’infinito, il cervello non ne era capace, lei, non ne era capace.

“Ah, se potessi volare, partirei come un razzo. E magari, esploderei.”

E mise le mani a conchiglia intorno agli occhi per poter isolare i pensieri, per poter viaggiare in quei ritagli di cielo, lasciando tutto fuori. Aspettava di sentire se qualcuno la chiamava, se qualcuno si era accorto che non era in casa.

Il cielo si scurì, gli uccelli sparirono, le stelle apparvero una ad una, una ad una, una ad una.

Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Inizia il conto alla rovescia

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa pensi che migliori con l’età?

Ti accorgi di crescere (invecchiare non ci piace) quando cominci a fare il conto alla rovescia. Certo che si guarda a tutto quello che si è fatto ma anche a tutto quello che ancora si vorrebbe fare, o peggio, rifare, con l’esperienza acquisita. Ma non sarebbe più la stessa cosa. Forse questa consapevolezza del lasciar andare, il guardarsi volendosi bene, perdonandosi gli errori, forse quando si libera per sempre il bambino interiore, lasciandolo. Allora non si pensa più a quanto tempo rimane ma a cosa farne. E s’impara a sorridere più spesso, anche di se stessi.

Così vicini, così lontani.

Dopo il mio post F,G o C, che affronta in maniera leggera il tema della medianità, vi propongo la testimonianza di chi (La Custode della Luna) invece ne è la protagonista, avendo questo dono fin dall’infanzia.

Un mistero affascinante, che incute timore e suscita grande curiosità.

Hipster mum

Aveva indossato gli stessi pantaloni e la stessa camicia per una settimana. Non se n’era neanche accorta. Andava in automatico, prima LUI, poi, tutto il resto. Compreso mangiare.

Sua madre passava come un fantasma, da una stanza all’altra, sempre con la sigaretta in bocca, e questa cosa non le piaceva affatto.

LUI, era piccolo in tutto quel fumo, lo vedeva annebbiato, a volte in silenzio, come assorto. Chissà a cosa pensava? Quando lo prendeva in braccio faceva una smorfia strana, quasi a dirle <No. Non mi devi prendere così! Proprio non sei capace…> Poi, scoppiava in un pianto disperato che la stordiva. Lo rimetteva nella culla, dopo vari tentativi con paroline dolci e balletti ondivaghi che le lasciavano un certo malessere. E come per magia, si calmava, almeno per un po’. Rimaneva a guardarlo, cercando qualcosa che le assomigliasse, tipo gli occhi, la bocca, almeno le orecchie. Niente.

Le sembrava che fosse arrivato da lontano. Non aveva provato niente quando glielo avevano messo in braccio dopo il parto. Forse perché aveva sofferto davvero tanto. Dolori insopportabili da toglierle il respiro. Liberarsi da quel dolore, smettere di urlare, era la sola cosa che voleva, liberarsi.

Poi, era tornata a casa con quel fagotto, silenzioso, tutto morbido e profumato, che spariva dentro il porte enfant. Avrebbe voluto dormire, riposare tranquilla e invece, era cominciato il delirio. Urla di notte, di giorno, mentre faceva la doccia, per non parlare di quando cercava di rispondere ai messaggi delle sue amiche. Sembrava che quel nanerottolo dal sorriso sdentato fosse stato programmato per farle i dispetti. Poi, aveva scoperto il rumore bianco! Googlando in cerca di soluzioni per far addormentare i neonati, aveva provato con il rumore del phon. E funzionava!

Stava proprio diventando brava. Non come sua madre, lei sarebbe stata migliore.

LUI reclamava il latte, ancora. O forse aveva le coliche. Via, nel lettone insieme, con il biberon e il phon.

E si guarda intorno, nel silenzio, appoggiata ai cuscini. LUI la sta fissando mentre succhia senza fretta.

< Oggi mi cambierò, dopo averti fatto il bagnetto, farò anch’io “il bagnetto” e così saremo tutti e due belli e profumati. E faremo dei selfie.>

Stanno arrivando messaggi ma lei affonda il naso in quel minuscolo miracolo. Non c’è droga che tenga.

Profumi di magia, profumi… di me.

La poesia rende eterni

TERRA, CARNE DEL POETA

Poche opere d’arte hanno la longevità della poesia.

La prossima raccolta di poesie Terra, carne del poeta, di MARCELLO COMITINI sarà presto disponibile. Ecco un breve video di presentazione, tratto da una delle poesie della raccolta: Fiumi femmina.

Video e prefazione al libro di Marcella Donagemma. (moi)

F, G o C.

Se ne stava seduta su una seggiolina, guardandosi intorno. Era arrivata da quasi dieci minuti, e la tensione stava salendo. C’era silenzio in quella parte del palazzo, una casa isolata, non antica ma vecchia, in mezzo ad un grande parco comune. L’inconfondibile odore di muffa e terra bagnata saliva dalla tromba delle scale fino al suo piano, l’ultimo. Sembrava che fosse l’unico appartamento abitato. D’altra parte, il “mestiere ” dell’inquilina, poteva mettere un pò a disagio. Si era fatta convincere da un’amica che la frequentava da tempo, ed era entusiasta delle potenzialità della signora.

Stava fissando una mattonella sul pavimento quando sentì aprirsi il chiavistello della porta. Voci, una signora elegante che ringrazia ed esce veloce, saluta appena e scende di corsa le scale. Dietro la porta, nella penombra, una figura scura la invita ad entrare, parlando veloce. Neanche il tempo di alzarsi ed entrare in un ingresso poco illuminato, che da una stanza poco più in là, qualcuno le chiede, o meglio, le dice, di chiudere la porta.

Pochi passi e si trova in una stanza piena di immagini sacre, profumata con, al centro, un tavolo e delle sedie. Una signora dai lunghi capelli neri raccolti in una lunga treccia, le chiede il nome, la invita ad accomodarsi.

“Stia tranquilla. Se non vogliono parlare con lei, non verrà nessuno.”

E l’ansia cresce.

Potrebbero non volermi parlare? Certo. In fondo forse li disturbo.

“Guardi che non li disturba.” La signora stava spargendo alcol nell’aria.

“Per gli spiritelli. Sono davvero snervanti.”

Meglio non chiedere. Da dove comincio?

“Allora, ce n’è uno di fianco a lei.” Intanto la signora stava scrivendo, assorta, e non si fermava.

“Comincia con la lettera F. Lo spirito è una donna, e le vuole bene. Perché le vuole parlare?”

Continuava a scrivere, sembrava una furia, riempiva pagine con una calligrafia che sembrava un disegno.

“Potrebbe essere mia mamma…”

“Non parli con me, parli con sua madre.”

Non ce la faccio, non ce la faccio. Ma che sto facendo? Mamma, se sei tu, voglio solo dirti che mi dispiace, mi dispiace.

La voce non le usciva. La medium si fermò, alzo lo sguardo, due occhi scuri e vuoti. Le prese le mani e le sembrò che le luci della sala brillassero, mentre avvertiva una sensazione di assoluta calma. La signora riprese a scrivere.

“Non so se sia sua madre, di certo le vuole bene e sta bene. Sta parlando di una scatola o un contenitore, qualcosa che sembra importante… Ora se ne è andata. Ci sono anche altri due, sono voluti venire, uno è davvero piccolo, è una bambina, molto intelligente, mi sembrava un adulto, l’altro invece sta parlando di una pipa.”

” Papà! Sei tu? E la bambina? Dice qualcosa?”

“La sta osservando, non la conosce molto, è curiosa… intelligente. G o C, no, G.”

La mente che sta impazzendo, G. Chi conosco che comincia con G? Anzi, chi conoscevo. Ma il mio papà? Non dice più niente?

“Mia cara, sono attimi. Perdono molta energia quando si manifestano. Solo nei film si fanno quattro chiacchiere… il fatto che siano venuti senza chiamarli è davvero un bel segno. La pensano quando lei li pensa, ma sono altrove, hanno altro da fare.”

La seduta si conclude e le sembra che sia durata pochissimo, invece è passata quasi un’ora. La signora è spossata, muove il collo e parla veloce.

Lei paga un’offerta, si alza seguendo la treccia nera che oscilla sulla schiena della signora, saluta nella penombra dell’ingresso ed è fuori.

Non sa se è delusa o sconvolta o dubbiosa. Certo, aveva azzeccato le iniziali di mamma, e la pipa la fumano in molti, ma la lettera G? Quella bambina.

GIADA! La prima figlia di mio zio! Saranno passati più di 40 anni…

Cosa le rimaneva di questa esperienza? Una sorta di tremore, le mani sudate, l’insicurezza e una voglia incredibile di piangere.

A casa, a casa cercherò la scatola dove mamma metteva tutte le foto e i suoi scritti. A casa.

E s’incamminò sul selciato tra gli alberi, respirando, guardando il cielo.


foto da unsplash