Se continuiamo a sognare

Impulso di scrittura giornaliero
Come capisci che è il momento di staccare? Cosa fai per realizzarlo?

Credo sia essenziale trovare un momento per disconnettersi dal mondo, quando le sinapsi cominciano a fondere, quando ti sale il nervoso per qualunque cosa, fosse anche la vicinanza degli altri. È in quel momento, quando ti stai trasformando nell’essere immondo che non riesce più ad accorgersi di un cielo screziato, del colore degli alberi, del sorriso di certe persone e, soprattutto, del tuo egoismo. Ecco, quando sembra che la vita ci abbia preso di mira, e ci sentiamo come un bersaglio tondo, attaccato ad un muro, colpito in continuazione da freccette dolorose, dobbiamo staccare. Cosa significa? Per me è sufficiente pensare a chi amo, uscire, ascoltare la musica che preferisco, camminare e sognare. Funziona. Se continuiamo a sognare, funziona.

«…quando vogliamo conoscere noi stessi potremo conoscerci guardando nell’amico»

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è la qualità che apprezzi di più in un amico?

Amicizia. Il sentimento più forte, una forma d’amore senza compromessi. L’amico c’è, sempre. Non importa se ci sono state incomprensioni, non importa se a volte non amiamo le stesse cose. È difficile? Molto. È un dono della vita ma richiede impegno. E quando l’amico/a è disposto a correre, lasciando la partita della squadra del cuore o la seduta dall’estetista prenotata da mesi, perché hai veramente bisogno di averlo/a vicino, allora saprai di non essere solo. Se è disposto a sacrificare parte del suo tempo per te, a fare gesti dettati dall’amore, saprai di avere incontrato la più grande fortuna. Sentimento raro e prezioso, va custodito, protetto e alimentato.

Voglia di vedersi

Il vecchio orologio a pendolo stava battendo gli ultimi rintocchi. Era nell’angolo a sinistra dell’entrata di casa, da sempre, e da sempre, aveva dato il ritmo alle sue giornate. Era appena rientrata dalla passeggiata come ogni giorno, si era tolta la giacca e l’aveva sistemata sull’appendiabiti in legno, ormai vecchiotto, ma che un tempo era stato sempre carico di cappotti, giacconi, borse. Le giornate passavano e il tempo era sempre troppo.

Per lei era troppo, così andava a dormire presto per poi alzarsi tardi, al mattino. Aveva trovato questa scappatoia, in questo modo le ore di vita, di presenza nel mondo, erano diventate accettabili.

Fuori era esplosa la primavera, solo fuori, dentro di lei invece, permaneva una sorta di cupo autunno immobile. I gesti, sempre gli stessi, erano al contempo rassicuranti e terribilmente noiosi, un ripetersi di movimenti, dallo spegnere la sveglia al mattino, all’allungare le gambe sulla sedia alla sera. In mezzo, c’erano solo ore da far passare.

Quando usciva, ogni tanto incontrava qualcuno, qualche amica, anziana anche lei, ma non vecchia, e le pareva che, al confronto, la sua vita fosse come un ortaggio dimenticato nel frigorifero, un pomodoro senza sapore, un cespo di lattuga da buttare. La vita ha bisogno di bellezza, anche nel dolore.

Eppure, anche le altre storie di vita avevano attraversato avversità, lutti, delusioni. Tutte, parlavano di figli e nipoti.

Proverò a chiamarlo ancora mio figlio, lo inviterò ancora e forse troverà il tempo di venire un attimo, con la famiglia.

Quel giorno che, alla finestra, li aveva visti camminare verso la gelateria, aveva sperato che poi passassero da lei, per farle una sorpresa, una visita non programmata, fatta solo di voglia di vedersi.

Il vecchio orologio suonò l’ora. Ora di andare a dormire.


Foto unsplah

OLODUMARE

Lei sembrava lontana, era solo andata sul balcone ma era altrove. La sottoveste sul corpo esile, il vento leggero che la muoveva appena, come poggiata su una scultura in radica, la spallina un pò scesa sulla spalla tornita, la luce dell’alba. Era giovane, quanto era giovane.

Lui, guardandosi allo specchio, si vide vecchio, per la prima volta.

Chiuse gli occhi cercando di ricordare i colori, gli odori, i suoni, tutte le sensazioni lasciate là, lontano, non appena l’isola era scomparsa dalla vista dell’oblò dell’aereo. Ed era con lei, seduta vicino, col suo vestitino leggero, un sorriso immenso e le lunghe dita della mano che si attorcigliavano alle sue.

Continuò ad osservare l’immagine del profilo di lei, così perfetto, quelle labbra dolci e quegli occhi che avevano perso la profondità. Illusione. Un malessere si stava insinuando come una mala erba, che cresce giorno dopo giorno, infesta e soffoca. Aveva cercato nel nero dei suoi occhi, ora vischioso e impenetrabile, lo scintillio in cui si era riflesso quando si erano incontrati, in quel locale che mai avrebbe trovato da solo.

I suoi due amici lo avevano condotto in un luogo che forse non esisteva, un salto nel passato, come se fosse entrato nel set di un film anni ’50. Pareti rosa antico scolorate e un pò scrostate, fili di luci appese qua e là, tavolini tondi, sovrastati dal fumo di sigari e sigarette forti che lasciavano intravedere le camicie a righe, con le maniche arrotolate, scarpe eleganti consunte, gambe affusolate e lucenti che si muovevano piano, dondolando al ritmo della musica. Due figure erano appoggiate al davanzale di una finestra, tra tende leggere e troppo lunghe, altri, erano seduti sugli scalini antichi di quella che doveva essere l’entrata di un salone, diventato ora palcoscenico. E la musica, un pianoforte sotto le dita impazzite di un musicista sudato e assorto, dai denti bianchi come i tasti, la voce di lei che era ovunque, catturava, stregava.

Il suo cuore aveva cominciato a battere come i tamburi dei santeros, il sangue palpitava fino alle tempie, arrivò a pensare che gli avessero messo un pò di peiote nel drink. Perché non era da lui perdere così il controllo, rimanere folgorato alla vista di una ragazza, balbettare ed essere imbarazzato. Eppure era successo, nessun appiglio alla ragione, nessun consiglio o avvertimento lo avevano distolto da quel periodo vissuto con lei, fatto di momenti, visceralmente desiderato, carnalmente avido eppure limpido. Le stesse mani che strappavano chele di aragosta sulla spiaggia, ancora bollenti, lasciando colare umori, e che bagnate dall’acqua di mare, scivolavano come meduse cercando di accarezzarla tutta, di afferrarla senza poterlo fare. Una magia, un sortilegio, Olodumare lo aveva imprigionato, incatenato, lui, schiavo senza colpa.

Lei si girò, il sole stava sorgendo proprio dietro e, camminando piano, cominciò a cantare, lieve come un fantasma, poggiando i piedi scalzi sulle maioliche.

Sai volare?

Bisogna ridere per volare!” Aveva portato un paio di scarpine verdi, in pannolenci, uguali a quelle di Peter Pan. Avevano visto insieme il film e ad Andrea, era piaciuto tantissimo. In verità, era piaciuto a tutti i bambini. Ora che Andrea aveva ai piedi quelle scarpette e rideva, la stanza era più luminosa, i disegni alle pareti sembravano cartoni animati, le ombre sulla parete diventarono vive.

Da poco erano passati i Patch Adams nel reparto oncologico per bambini. Li aspettavano ogni giorno, aspettavano che i loro nasi rossi sbucassero dalla porta, perché sapevano che avrebbero portato anche dei giocattoli e sarebbe stato un momento normale. Tutti quei tubicini e quei rumori sinistri, i macchinari freddi e le nausee, quella stanza tanto diversa dalla loro cameretta, tutto veniva inghiottito dal gioco. Quando c’erano i medici, lei si metteva in disparte, lasciava che i bambini venissero inondati da scherzi e storielle, rimaneva a guardare quelle piccole teste glabre, dagli occhi enormi, muoversi prima con timidezza, poi saltellare sui letti, non tutti.

Andrea non poteva saltellare, non più, era allo stadio terminale. Ma rideva, forte, anche se gli faceva male la testa, e guardava la sua mamma e il suo papà, quasi volesse possederli. Ora aveva un super-potere! Delle magiche scarpette verdi, e con le manine sui fianchi, tentava di mettersi a sedere. I suoi correvano ad aiutarlo, ma lui, li fermava, dicendo che ci riusciva da solo, e sorrideva, sorrideva, sorrideva.

“Quando sarò andato nell’isola che non c’è, puoi dare le mie scarpette a Eleonora? Vuole venirci anche lei. E tu? Ci sei mai stata?”

“Certo! É talmente bello che non smetterai di ridere un secondo!”

“Ma tu non sai volare! Se vuoi, te le presto…”

Rimase un momento senza fiato, ma Andrea stava sorridendo, e sorrise anche lei.


Dedicato ai Patch Adams…

ADESSO

E così, non c’era più. Mentre scendeva in ascensore, passando dal secondo piano, lanciò uno sguardo al portone dell’appartamento di Erika. Nulla di diverso rispetto al giorno prima, a parte il fatto che lei non sarebbe più tornata. Al piano terra, la portinaia stava parlando con due comari del palazzo di fianco. Si voltarono, smettendo di parlare, mentre stava chiudendo le porte dell’ascensore. Come ogni giorno, si fermò a controllare la cassetta della posta e sentì i loro sguardi addosso, malevoli, torbidi.

La portinaia, Cetta, dalla testa piccola, coperta da un elmetto di capelli neri, un mazzo enorme di chiavi sempre appeso alla cintura, sembrava una kapò dall’italiano stentato. Le altre due signore che invece comparivano sempre quando accadeva qualcosa, avevano la stessa pettinatura, capelli radi, cotonati, quasi due maschere del teatro popolare romano: Ada, dal seno enorme e la voce mielosa, Rina, magrissima e con gli occhi piccoli e pungenti.

S’incamminò per uscire ma venne bloccata da saluti che implicavano la condivisione di informazioni. Venne sommersa dalle loro versioni della storia su Erika, da occhiate eloquenti, mentre divagavano sulla leggerezza, gli incontri promiscui, un destino che, per loro, era quasi la conferma di un presagio.

Ma Erika aveva avuto un incidente in macchina, nulla di più, e lei non voleva parlarne, non voleva sentire sordidi racconti, pettegolezzi amari, curiosità morbose. Era catalizzata dall’enorme petto di Ada, la cui scollatura metteva in risalto la pelle stanca, bianca, come una burrata tagliata a metà da una lunga fessura.

Le parole rimbalzavano tra il tintinnio delle chiavi della portinaia. Chissà perché aveva tutte quelle chiavi? La Rina, con fare stizzito, fece per andarsene e lei ne approfittò per seguirla.

Camminando sul marciapiedi, il pensiero andò a tutte le volte in cui aveva incrociato Erika che stava rientrando a casa. Lei viveva nel suo universo, fatto di musica, artisti, nottate e albe. E sorrisi. Si ricordava quei sorrisi esplosivi, sotto il piercing, tra i tatuaggi e i lunghi capelli. Le era sempre piaciuta Erika, molto, ma le loro esistenze non erano mai state sincronizzate, s’inseguivano, come il giorno e la notte, s’incontravano per un attimo, per poi proseguire la loro storia. Così, quando in ascensore era scattato un bacio, dolce e improvviso, era stato come dare un’occhiatina al baratro, alla cascata impetuosa. Mi butto o no?

Il tempo che scorre, mentre ti fai mille domande e intanto, la notte era diventata giorno.

Il rimpianto aveva un sapore aspro e il potere di cancellare tutto, anche il sapore di quel bacio.

Erika non c’era più.

OTOHIME

Uno scroscio d’acqua, finto e continuo. Sono la Principessa del suono ,*OTOHIME. Sono una Otohime rosa, alla parete di un minuscolo bagno a Beppu, in Giappone.

Bella la storia della Principessa del suono: “Un pescatore salva una tartaruga e, come ricompensa, viene ospitato nel Palazzo del drago, tre giorni meravigliosi, tra divertimento e leggerezza, in un regno subacqueo, amato dalla Principessa Otohime. Ma, la nostalgia per la sua famiglia, lo porterà a chiedere alla Principessa di tornare nel suo mondo. Torna dunque nel mondo reale, che troverà nel frattempo invecchiato, e nessuno sa più chi sia. La Principessa gli aveva donato una scatola preziosa dicendogli di non aprirla mai. Il pescatore, solo e deluso, tornando sulla riva del fiume dove aveva salvato la tartaruga, aprirà alla fine la scatola e verrà avvolto da una nuvola bianca che lo farà improvvisamente invecchiare. La scatola custodiva la sua età reale.

I pochi giorni passati nel palazzo erano stati centinaia di anni nel mondo reale.

Il tempo, sempre il tempo, non è eternità, è prezioso e non va sprecato. Ma io non l’ho sprecato. Giuro. Forse qualche volta.

Il rumore dell’acqua che scroscia continua. La signora che sta in bagno non ha finito.

Del Giappone ho ricordi più belli, comunque.

Ma sì, il rosa del Otohime sta cambiando, sfuma e fiorisce, io fiorisco, petalo rosa, miliardi di petali rosa che, immobili, pendono dal glicine nel Ashikaga Flower Park, come l’Albero delle anime, l’essere vivente più sacro in assoluto nel Regno di Pandora.

Sto fluttuando come una scarica elettrica da braccio a braccio, in cerchio come se fossi nel film. Un’ellisse di luce che fluisce da vita a vita, che entra nelle radici, sale dalla corteccia ed esplode nei petali, fluorescenti. Sono luce e sono un piccolo fiore su un vassoio con tre *tamago sando e due *sakazuki.

Sei con me, nella vasca di acqua termale del piccolo Onsen. Preferivi gli alberghi più confortevoli, ma non importava, eravamo insieme. L’acqua è calda. Il mio cuore è caldo. Acqua che ti accarezza, acqua che ti abbraccia, acqua che evapora.

Il vento, il vento mi sta portando lontano da te. La musica, perché non sento più la musica? Perché non sento, non sento più niente?

Scroscia l’acqua. Io Principessa del suono, tu, pescatore che te ne sei andato.

Il tempo. Il tempo, non esiste. Io, non esisto.


* Otohime : dispositivo che riproduce il rumore dell’acqua

* tamago sando: sandwich

* sakazuki: coppette sake

Foto da Unsplash

MARMO

Marmo. Le venature del marmo, come un reticolo di capillari. Non c’è vita nelle statue, neanche in quelle più sorprendenti, non c’è vita. Il miracolo lo possiamo fare noi uomini. Creiamo in continuazione, incubatrici, a volte nostro malgrado, di un miracolo. Lo fanno anche gli animali, ogni essere vivente, e questo non mi fa sentire molto speciale.

Io non avevo portato a termine il mio miracolo. Ci avevo provato ed avevo fallito. Dove sarai? Ti incontrerò? Io che stavo plasmando il mio capolavoro, la mia opera, rimasta incompiuta.

Scivolando sulle mie cosce, nella doccia, sangue misto all’acqua. Mi stavo mischiando al tuo sangue e so, ora so, che saresti stato un maschietto. Siamo colati insieme, sui miei piedi, tra le mie dita, mentre le mie mani cercavano di fermare ciò che era già compiuto. Facevano da ingenuo tappo, barriera inutile, mentre urlavo aiuto.

Il rosso diventava più intenso, come certi tramonti roventi, si raggrumava e defluiva nello scarico, io lo seguivo, non potevo fare altro, non volevo fare altro. Tu, io, colati via, correvamo lontano. Corri da me! Sono qui!

Ma dove sono? Cosa sono? Un movimento forte come un colpo di frusta che mi lancia, mi espando, gonfia, esplodo. E sono vuota. Senza te.

Vuota. Come posso spiegarmi questa sensazione, ora che non sono più involucro? Il vuoto ha senso se si contrappone a un corpo solido. Ma io non sono niente, provo emozioni? Forse, elaboro ricordi.

Ci sarebbe da impazzire se non fosse che non cambierebbe nulla. Essere in esplorazione presuppone una volontà che non ho, non mi appartiene più. Nessuna materia e nessuno spazio, un viaggio di allucinazioni infinite in itinere.

Come questa percezione di amore eterno per te, tra quei rivoli di sangue che si sono mischiati per sempre.

Non ho più il mio testimone

Quando si perde il proprio compagno/a, si vive a metà. Parlo dei fortunati, come me, che hanno vissuto l’amore.

Quello.

Non esiste altro tipo, tutte le altre esperienze di coppia, rimangono appunto, esperienze, con diversi gradi di profondità, intimità, condivisione. Forse non tutti cerchiamo lo stesso tipo di rapporto.

Oggi, ascoltando il prof. Galimberti che parlava di sua moglie, da poco deceduta, mi ha colpito la sua definizione di perdita. Non ha parlato di vuoto d’amore ma di assenza di testimone, dell’unica persona a cui raccontare di sé, dei propri pensieri, senza filtri, né vergogna, né remore, sicuro di non essere giudicato.

L’unica persona a cui lasciare tutto se stesso.

Ecco. Questa è stata la mia perdita.


Jean René est à Versailles

Quegli occhi

un tempo abissi

scintillavano, sì, direi così

profondi e inafferrabili

pulsavano vita

come nuvole cariche di ghiaccio

elettricità

ricordi?

Persa

in fondo no

aspetto

proprio qui

un lampo dorato

ancora una volta.

Ancora.

Tes yeux
étaient des abîmes
ils brillaient, oui, vraiment
profonds et insaisissables
ils palpitaient de vie
comme des nuages, pleins de glace
électricité
tu te souviens?
je suis perdu
au final non
J'attends
ici
un éclair doré
encore une fois.
Encore.

L’amore umiliato

….

Sono colei che t’invoca
di farmi tornare indietro
quando il sangue ancora caldo
scorreva nelle mie vene
ora fredde di una vita inattesa.

…..

Non perdurare nel sentimento atroce
di chi non sa cosa sia amare.

“L’ amore non ricambiato. Inutile, dice il mito di Apollo e Dafne, amare qualcuno che non ricambia: qualunque sia la scelta che l’altra persona farà di fronte ai nostri sentimenti, deve essere rispettata senza ammettere violenza.”

Foglie bagnate

Le foglie sono bagnate, fradice, i colori si mischiano alla terra. Eppure sono state verdi, piene di vita, di linfa. É la vita.

Ora, sul sentiero che profuma di muschio, mano nella mano, camminavano piano, attenti a non scivolare. Era così bello, così magico stare di nuovo insieme. Lui la guardava ogni tanto, cercava i suoi occhi, ma lei guardava per terra sorridendo.

Questo bastava.

Da quando era andato a riprenderla, da quando aveva deciso che in qualche modo ce l’avrebbe fatta, si sentiva di nuovo forte, protettivo, la sua roccia. Ora che erano di nuovo insieme, i pensieri correvano a quelle stanze così asettiche, quei corridoi così lunghi, tutti quegli anziani persi nella solitudine. Il vuoto, si ricordava la sensazione di vuoto.

L’immagine di lei su una sedia di fronte a una vetrata che dava su un cortile, da sola. Quel sorriso esploso nel vederlo, forse lei non sapeva chi era, ma sapeva che era venuto per lei, che l’avrebbe abbracciata e portata con sé.

Come gli era venuto in mente? Come aveva potuto pensare di vivere senza lei? Ma, purtroppo, si ricordava bene i pomeriggi a discutere con i figli e gli si increspava l’anima, nel rimorso di essersi fatto convincere.

Papà, è la soluzione migliore, non sei più in grado di starle dietro. Mamma non c’è più.

Mamma è ancora qui, è qui con me, mamma non è mai andata via. É di fianco a me, nel suo mondo fatto di pensieri che non conosco, di immagini che non vedo, ma so leggere il suo cuore e, soprattutto, ne ha bisogno il mio.

Le foglie si sono attaccate sotto gli stivali, si ferma, cerca una roccia dove farla sedere e l’accompagna con dolcezza. Poi, sollevandole un piede alla volta, toglie il fango e le foglie con le dita.

Dobbiamo comprare degli stivali con la suola liscia, con questi si fa più fatica. Domani, domani li compriamo.

Mentre cerca di pulirsi le mani, lei lo accarezza sulla testa, così, come un tempo. Mamma è qui, lo sarà per sempre.

Ma quanto sono belli i colori delle foglie bagnate?


Foto di Oleksandra Bardash da Unsplash

Farfalla

Smettila di accontentarti di chiunque pur di non restare sola.

Scacciò i pensieri brutti, stasera si vestirà come una farfalla, vorrebbe essere una farfalla, di quelle che vivono solo poche ore.

In fondo non conta quanto, se non ne vale la pena.

Ha appuntamento con lui, non glielo aveva confermato ma non importava, l’aveva fatto altre volte. Eccola davanti al ristorante, è in orario e aspetta. Aspetta.

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.

Prima vede i suoi piedi, poi vede lui. É seduto a un tavolo, con un’altra. Lui parla e lei annuisce e sorride.

Ma non le aveva scritto. Non le aveva detto di avere un altro impegno. 

Le sue ali si sono afflosciate, lui non l’aveva vista e si sentiva come se la avessero messa in una teca con gli spilli conficcati.

Che fare? Andare? Salutarlo?

 Aspetta.

Mai agire d’impulso.

In fondo non si sentiva mortificata perché lui stava uscendo con un’altra, si sentiva miserabile per quel suo continuo sbagliare,

Accontentarsi di chiunque pur di non restare soli

Avevano finito. Se ne stavano andando.

Non fai niente?

No.


Foto di mario-kravcak da Unsplash

Candele rosse

Sono andati via.

Avevano tanti giri da fare ancora.

Sono rimasti gli incarti luccicanti a terra, sul tappeto, fili d’argento e rossi che pendono anche dalla stella di Natale. Qualche nastro scende dal lampadario, l’aveva lanciati il piccolo, mentre giocava.

Quanto sono carini i miei nipoti.

La televisione ha il volume ancora basso, e scorrono balletti sullo sfondo di alberi natalizi e luci colorate. Saranno rimasti contenti delle buste con i soldi? Non posso dargli di più, ma è meglio che comprare un regalino che poi non gli piace. E poi, cammino così male che qui intorno non avrei trovato niente di adatto. 

La bimba mi ha dato un bacetto e quel “Grazie nonna”, ancora mi batte nel cuore.

Mi hanno regalato una coperta di pile, come l’anno scorso. Ma è utile.

Peccato che si siano fermati così poco, hanno mangiato solo una fettina di pandoro e qualche cioccolatino. neanche il torrone. Quando c’era papà, mangiavamo sempre un pezzo di torrone insieme, era la tradizione.

Da un po’ di tempo non riesco più a fare la pasta fatta in casa, ma il brodo sì, lo avevo preparato, speravo che si fermassero almeno stasera, visto che domani saranno dall’altra nonna. Lei è più giovane, è ancora attiva, e poi, ci sono tutte quelle zie che li riempiranno di regali.

“Vai a dormire presto, mi raccomando mamma!”

I ricordi riappaiono vividi mentre li saluta, e il “Buon Natale” rimbomba nella tromba delle scale. L’ascensore si è chiuso.

É la Vigilia e per lei è già finita. Babbo Natale, qui, passa molto presto, e non si ferma.

Si prepara un piatto di anolini in brodo, uno solo, ma lascia apparecchiato per cinque. Aveva messo la tovaglia rossa e la decorazione al centro, con i candelabri e le candele rosse accese. Mette il suo piatto sul vassoio del girello e va lentamente dalla cucina alla sala.

Che silenzio.

Alza un po’ il volume della televisione, si mette a tavola e vorrebbe un bicchiere di spumante ma non ha la forza per aprirlo. Non lo avevano voluto, dovevano guidare.

La canzone Merry Christmas rimbalza sui muri, sulle fiammelle delle candele che cominciano a colare. Il brodo è caldo, lo beve lentamente, alza il viso verso la sala vuota e una lacrima scende piano, fino al piatto.


foto di Vasilina Sirotina da Unsplash

L’ultima notte

Oggi hai paura. Chissà perché capita, ogni tanto. Dicono che è una risposta ad una percezione, e allora ti prepari ad attaccare, stai sulla difensiva. É che stai sempre a pensare, non fa bene, non fa bene. Finisci con l’avere paura della paura, e lo avverti, il battito cardiaco aumenta, hai le mani fredde.

Come quando eri bambina, ecco, quei momenti in cui, nascosta sotto il lenzuolo, nel buio, ti sembrava di sentire una presenza. Era tuo padre.

Via, scaccia il mostro.

Il mostro è nel passato e il passato non ti cerca, non può riconoscerti. Smettila di dargli la caccia.

Mentre fissi i macchinari dell’ospedale, le luci azzurrognole e fredde dei neon, quel vecchio davanti a te, pieno di tubicini, ramificazioni di fili che lo collegano a complessi apparati medici, senti i suoni metallici e lontani, i soli che ne confermano la vita.

Lo guardi, quello è tuo padre.

É tuo padre?

Sotto quelle luci ora lo vedi, in tutti i suoi lati oscuri, immobile, come se lo avessero bloccato, catturato. Ora non può più venire a trovarti nella notte, non potrà mai più.

Allora perché sento freddo? Perché ho paura? Forse ti ho voluto bene, o qualcosa di simile.

Volere bene.

Ora che lo vedi impotente, fragile, come un burattino a cui puoi tagliare i fili, ora che non parla più, quasi non ti interessa.

Ti alzi dalla sedia e sposti lo sguardo sui vetri, fuori fa freddo ma qui dentro si muore dal caldo. C’é un parcheggio, qualche albero, due persone che camminano veloci con una busta di carta. Che ci sarà dentro? Dei fiori, sicuramente. Tu non ne avevi portati. Sospiri e aspetti. Senti le voci nel corridoio, i passi attutiti, qualche risata.

È tanto che non rido.

Entrano due infermieri, salutano e vanno da lui. Lo sistemano, controllano.

Ha le labbra secche, sembra un frutto lasciato al sole, raggrinzito, contorto, con un ciuffo bianco sparso sul cuscino in cui sparisce la sua testa. La stessa che vedevi immensa, nel buio, a occhi chiusi. I suoi occhi non li ricordi, erano piccoli punti luminosi, non li ricordi.

“Signora, viene domani? Forse è l’ultima notte.”

L’ultima notte.

Per chi?


Foto di Angel Luciano da Unsplash

Richiam-ami.

Ti richiamo, mi avevi detto. A più tardi.

Aspetto. Aspetto la tua chiamata. Seduta al bar mentre la gente passa e io osservo.

Piccoli alberi sovrastano aiuole ormai secche, folate di vento sollevano granelli di sabbia ed io, chiudo gli occhi, un attimo.

Le tue mani, ho sempre amato le tue mani, con quelle vene scolpite come nel marmo, perfette. Mi sembra di vederle mentre dai briciole di croissant agli uccellini che venivano sempre. Ora non ci sono.

Portiere che si chiudono, macchine che partono.

Vuole un altro caffè? No, grazie. Aspetto.

Sono tutti dentro perché fa freddo, ma non lo sento. Vedo il mare in lontananza, si distingue appena dalla battigia, è plumbeo, quasi immobile.

Il tavolino di metallo riflette la mia ombra, la ingigantisce e non lascia spazio alla tua, che non c’è più.

Richiamami, ti prego. Richiamami.


foto kajetan-sumila- Unsplash.com

Forse eri un elfo

Cara zia, ci siamo conosciute poco, o forse abbastanza. Abbastanza per riconoscere in te qualcosa di unico.

Sarà stata la tua vita, molto spesso all’estero, sarà stata la tua età, così indecifrabile, ma ascoltarti era fonte di curiosità e domande cadute nel vuoto.

Eppure, lasciavi sempre un segno, quasi una carica elettrostatica. Davvero, io l’avvertivo, quel tuo non so che, quel tuo essere con noi e altrove. E quando i nostri sguardi si incrociavano, non servivano parole, bastava il bagliore delle tue pupille che già io viaggiavo con la fantasia.

Ecco, avevi il dono che hanno alcune persone, quelle persone che si incontrano raramente, di essere immensa e strana, colta e curiosa, mezza donna e mezzo elfo. E io, ho sempre amato gli Elfi.


Ti ho visto

Ti ho visto. Sì, ti ho visto quella mattina, di spalle, la tua piccola ombra che faceva fatica a seguirti.

Eri là, sulla banchina, guardavi per terra, in mezzo a tante persone. Chi fumava, chi parlava, chi restava immobile mentre tu passavi.

Troppo lieve, troppo, per essere di questo mondo. Lo sai? Sicuramente lo sai. Ma gli altri?

Mi sembrava di sentire i battiti del tuo cuore, il tuo respiro portato da una musica antica, di cornamuse e note di pianoforte. Un’onda silenziosa si muoveva insieme a te, sfiorando corpi, facendo fremere i capelli.

E gli occhi?

Gli occhi della gente che lambivi, riflettevano una scintilla minuscola e violenta, spilli luminosi.

Li avevi accesi tu?

Esisti dunque. Esistete, perché immagino tu non sia il solo.

Mi hai sentito? Sapevi che mi ero accorta di te? Forse non eri lì per me. Forse.

Arrivavano spruzzi salmastri, il profumo del mare, delle alghe che marcivano tra gli scogli corrosi. Ti eri fermato e ti osservavo, seduta su una bitta in ghisa. Era arrivato il traghetto, riempiendo l’aria di mugolii tra lo sciabordio spumoso. La folla si stava muovendo come una nuvola di storni, spostandosi in una danza passiva e massiccia.

Ma tu non c’eri più, i miei occhi passavano impazziti su quella macchia uniforme, pensavo ti avessero inghiottito. Era rimasta solo la tua piccola ombra in una pozzanghera azzurra.

E ci ho messo dentro i piedi.


Foto Clem Onojeghuo da Unsplash

La magia

<Mi è venuto un attacco di scrittura.>

Come una bronchite, di quelle lunghe, anche fastidiosa, che non ti lascia dormire.

Così si alzò per andare al computer, per sentire quel ticchettio dei tasti che la calmava come uno sciroppo contro la tosse. Le righe che si riempivano di parole, la mente che si riempiva di pensieri, il portacenere che si riempiva di sigarette lasciate lì, a consumarsi.

Che ore saranno? Importa? No.

Ci sono momenti nella vita in cui provi qualcosa di speciale, ti è concesso, e ti senti vivo. Ed eccola, la scossa che percorre le braccia, le mani, arrivando alle dita che sembravano avere vita propria. Le osservava mentre i pensieri fluivano fino ai tasti. Non guardava lo schermo, pensava, già sapeva che avrebbe dovuto correggere chissà quanti refusi, non aveva importanza.

Come da bambina, quando sull’altalena guardava il mondo a testa in giù, sentiva il suo mondo sottosopra.

Quella sensazione di correre per arrivare sempre nello stesso posto, impegnata a combattere qualcosa che non è visibile.

< Mi sa che ho la febbre. >

Continuava a scrivere e cancellare, riscrivere.

Capitava, a volte, ed era come nelle fiabe, la magia che fa tutto, e la faceva sentire come uno strumento, una prolunga dei tasti. La magia della mente che stava facendo un defrag: le scene, le persone, i dialoghi, apparivano e sparivano, lasciando tracce di amore, odio, desiderio, vita, si sovrapponevano e svanivano. Pensieri come piume messaggere, un Allegro di Bach che sfrigolava le sinapsi, seguendo il suo ritmo incessante. Guai a fermarsi per fare pipì, il concerto doveva finire, essere compiuto.

Capita, a volte, la magia.


Foto di Michael Dziedzic da Unsplash

Non abbastanza

Due figure piccole e lontane, lui davanti e lei dietro che lo segue.

Sono sul ponte di legno, il camminamento sopra l’Arda, circondati da alberi e vegetazione. Da qui si vedono solo i loro busti in movimento, due sagome a metà come nei vecchi Luna Park, ti viene voglia di provare a lanciare una palla e farli cadere. Ma arrivano fino alla fine del ponte, attraversano, sempre uno dietro l’altro, e man mano che si avvicinano, si sente una voce.

È lei che parla con lui, ma lui cammina, a volte aumenta il passo, forse vorrebbe correre. Ma lei, parla.

Arrivano frasi spezzate, interrogativi senza risposta, appesi nel vuoto, portati dal vento altrove, ma non a lui. Non stanno discutendo, non c’è tensione nel tono della voce, neanche nelle posture. C’è… scollamento.

Due vite probabilmente che condividono molto, ma non abbastanza.

Eppure ci sarà stato un momento di perfetta intesa, di magia. Osservo lei, impegnata nell’inseguimento, che lancia i suoi segnali, e lui, in fuga, che lancia i suoi.

Fermatevi.

Fermatevi, vi prego. Guardatevi negli occhi ancora una volta, anche senza dire niente. Cercatevi in un gesto, nelle mani che un tempo erano elettriche, un nodo inscindibile, un canale energetico carico di possibilità.

E si fermano, ma solo perché incontrano qualcuno.

Caffè? Cambia la scena, ora anche lui parla. Parlano, non comunicano. Lui parla all’altro lui, lei parla all’altra lei.

Non si guardano più, non si bastano più.

Non abbastanza.


Foto di Geoffroy Hauwen da Unsplash

Cos’hai? (interactive game)

  • Cos’hai?
  • – Non so, un po’ di malessere.
  • Ancora?
  • – Sai quei periodi che proprio non riesci ad affrontare.
  • Mmm
  • -Quando ti svegli e sei già depresso.
  • Mmm
  • – È uno schifo.
    • OK.
  • A chi non è successo di essere la stampella per l’altro? Uomini e donne affrontano in maniera diversa i momenti NO.
    • Siete propensi ad essere ANGELI o DEMONI?
      • Cliccate sulle immagini, have a look and… fatemi sapere.