Il posto dove parcheggiare i sogni

Il ritmo dei passi era fastidioso, come il ticchettio di un orologio che non si ferma mai. Camminava mentre intorno a lei la città scorreva sempre nello stesso modo. Volti abbassati, occhi incollati agli schermi, corpi che si sfioravano. Nessuno guardava il cielo che quella sera si era tinto di un azzurro morbido, quasi gentile. Nessuno guardava nessuno.

Anche lei era così ormai. Sempre di corsa, sempre in ritardo, sempre con qualcosa da fare dopo. Esisteva, senza saperlo.

“Lo farò domani,” si diceva spesso. Oppure, “Più tardi.” E quel “Più tardi” diventava un luogo sicuro dove parcheggiare tutto ciò che contava. I sogni, soprattutto.  Perché “domani” sembrava sempre più spazioso, più disponibile, più adatto a contenere la vita.

Passò davanti a un piccolo negozio cinese, uno di quelli stretti, pieni di oggetti ammassati e luci al neon tremolanti. Appesa al muro, accanto alla porta, c’era un’immagine incorniciata. Raffigurava una donna, la stessa donna, due volte: giovane da un lato, anziana dall’altro. Lo stesso sguardo trasformato dal tempo. Accanto, una scritta in caratteri antichi. E sotto, lesse la traduzione:
“Al mattino capelli neri, alla sera neve.”

Già. Il tempo non aspetta il momento giusto. Scorre e basta. Non dovrebbe mai esistere il “Troppo presto”.

Si avvicinò un poco di più e incrociò il proprio riflesso nella vetrina. Rimase immobile. Gli occhi erano stanchi, non solo di fatica. Lo scintillio era svanito, come la giovinezza, come l’entusiasmo.

Quante volte aveva detto “Un altro giorno”? E se quel giorno fosse già passato?

Il suo autobus era arrivato. Le porte si aprirono come fauci pronte ad ingoiare persone accalcate. Restò ferma un istante in più del solito, poi salì. Barcollava, appesa al corrimano, lo sguardo perso nel vetro opaco. Il riflesso la restituiva identica a pochi minuti prima. Ordinata. Contenuta. Al sicuro. E capì che non sarebbe cambiato nulla.

Il rischio, il vuoto, l’assenza di garanzie. I sogni non erano promesse, erano possibilità fragili, instabili, pericolose. Lei non poteva permettersi di cadere. Meglio il binario. Dritto, prevedibile. Già tracciato.

Fuori, la città continuava a scorrere, fotogramma dopo fotogramma, mentre il cielo si scuriva lentamente.

A casa la aspettavano. E lei arrivò puntuale, come sempre.

Domani.

Piovigginava, ma non importava. Anche oggi sapeva che l’avrebbe vista.

E infatti, sotto la pensilina gremita, quasi nell’angolo, la vide. Lei, emanava bellezza.

Era amore. Era amore? Di sicuro lui era rimasto incantato la prima volta, come un ragazzino rapito, inebetito. Aveva incrociato i suoi occhi ed era rimasto impietrito. Saranno stati i suoi capelli che, mossi da un vento fastidioso, si muovevano in una danza che non poteva essere di questo mondo?

Una Medusa caduta da qualche cielo, una visione che pensava sarebbe sparita da un momento all’altro. Anche oggi proprio non riusciva a distogliere lo sguardo da quella grazia che si cibava di luce, non emanava, assorbiva.

Parlarle? Quanto avrebbe voluto, ma temeva che le parole avrebbero rovinato tutto. Le parole rovinano sempre tante cose e appaiono anche le menzogne. Niente da fare. Gli bastava guardare quella figura che, se non fosse stato per quella luce di cui era impregnata, sarebbe stata inghiottita dalle persone intorno.

Non era sesso, era estasi. La delicatezza del collo che scivolava tra le scapole e i suoi movimenti, una grazia fluente. Esisteva? Per lui?

L’autobus era arrivato riempendo l’aria di rumori e vociare. Lei salì come ogni giorno, divorata da quel grosso, sporco e immenso ammasso di ferro e carne, che ripartì con un ruggito stonato, faticando.

Lo vide allontanarsi tra il traffico, ricolmo e stanco, come un coccodrillo che ha appena ingurgitato le prede. Ma lei domani sarà ancora qui, lei non la puoi inghiottire. Lei è pura luce, forse amore, e diventerà una storia. La mia storia.

A domani.


foto da unsplash