Juno è NEL mondo

Tensione, mani sudate, bocca asciutta. Forse ci siamo. Anzi, no, è ancora presto.

Erano arrivati da qualche ora, ma prima di loro, erano arrivati i loro cuori, i battiti veloci, l’entusiasmo e il terrore.

Ora che sono nella sala parto, lei accarezza la pancia, lui accarezza lei, mentre la luce sembra diversa, morbida, i neon non disturbano più, l’aria è immobile, le ombre invece si muovono veloci. Gesti sapienti che guidano, posizionano, preparano attrezzi chirurgici.

Ma lei si sta staccando da tutti, è connessa con se stessa e con quella parte di lei che presto la cercherà, la riconoscerà senza vederla.

Ed è dolore, profondo e infinito, mai provato. É emozione, paura, voglia che finisca, mentre lui fa le foto, le tiene la mano, ma quando il dolore diventa atroce lei vorrebbe morderla quella mano. Cerca di non urlare ma non comanda più lei, ora è il suo corpo che detta legge, che impone i tempi. La natura ha il sopravvento, la violenza che strappa, che non si ferma.

Come un tubo dell’acqua che esplode, un’onda fragorosa, ecco ripetersi il miracolo. Juno è fuori, al mondo.

Lui taglia il cordone ombelicale e Juno avvisa tutti a squarciagola, fino a che, nelle braccia di lei, avverte di essere al sicuro.

Per le ombre intorno è routine, per loro è Juno. Benvenuta NEL mondo.


Foto di charles deluvio da Unsplash

Cuore livido

Non è necessario essere perfetti per tutti. Basta essere speciali per qualcuno.

Si era alzata, accaldata, dopo una notte scandita da docce fredde e lotte col ventilatore posizionato verso la parete, alla ricerca di un refolo seppur meccanico. Proprio nel momento più bello, quando l’aria cominciava ad entrare attraverso la zanzariera, quasi fresca, l’aria delle quattro del mattino, si era svegliata. Non c’era stato verso di riaddormentarsi, mindfulness e meditazione non avevano sortito alcun effetto, la mente tornava a giocare, come un bambino iperattivo, senza sosta.

Smetti di pensare, smetti di pensare, smetti di pensare.

Smetti di pensare che le persone o qualcuno in particolare debba capirti. Solo tu lo sai quanto hai pianto, quanto hai dovuto faticare, quanto hai lottato pensando di non farcela. E ancora non è detto. Solo tu conosci i tuoi pensieri delle quattro di mattina. Vale così per tutti, perché dovresti essere diversa?

La schiena le faceva male, le cicale stavano dormendo, almeno loro. Il silenzio, l’aria ferma, il cielo che ancora non cambiava colore, tutta quella calma, calma apparente, come prima di una tempesta, la stava turbando. Camminava tra le stanze buie, calde, girava intorno al tavolo e ritornava in salone. Si era tolta le ciabatte per sentire il fresco del pavimento e dopo un po’ si sedette ad osservare la pianta dei piedi. Notò un po’ di polvere, poca ma fastidiosa, e andò in bagno. Doccia fresca, la terza o quarta della nottata, prima in piedi poi, lentamente, accovacciata a terra, lasciandosi colpire dalle gocce come in un temporale. Gocce d’acqua che si mischiavano alle lacrime calde.

Ma quando arriva il giorno?

Si asciugò tamponando un po’ la pelle, per prolungare la sensazione di fresco, poi, andò allo specchio.

Eccoti, oggi è il primo giorno. Hai deciso di fare il primo passo per cambiare e ti stai allontanando.

Cominciava ad arrivare la luce dall’esterno, un’alba lattiginosa che lentamente fece apparire il suo viso, le sue occhiaia, i punti di sutura sul sopracciglio e i lividi sulle braccia.

Basta essere speciali per qualcuno.

Ce n’era voluta di forza per capire di non essere speciale, per lui. Il cuore batteva forte, un misto di paura e terrore, insicurezza e solitudine. Fuori il mondo stava aprendo gli occhi, sicuramente anche lui si sarebbe svegliato tra poco.

Aprì l’armadietto, prese i vestiti e il borsone che aveva preparato il giorno prima. Era tardi, era già tardi? Si vestì in fretta e in silenzio, come un ladro, prese le scarpe e in punta di piedi raggiunse la porta di casa.

Nell’ascensore, guardandosi allo specchio, le sembrò di ricordarsi com’era stata, dietro quei segni, quelle vili botte sulla pancia e sulla schiena, quegli occhi pesti e spenti. Anche il suo cuore era livido.

Non sapeva dove sarebbe andata, se ne era andata.


Foto di Olivier Collet da Unsplah

Vado a comprare il pane

Ci sono i saldi al SUPER. I famigerati prendi 3 paghi 2. In realtà io amo i negozietti, quelli dal sapore antico, spesso con carissimi prodotti di nicchia che però assicurano gratificanti risultati culinari.

Ma come resistere al richiamo dell’AFFARE?

Così anch’io mi ritrovo a passeggiare tra gli scaffali, si fa per dire. Provate a passeggiare, rallentando di tanto in tanto e qualcuno calpesterà senza pietà il vostro metatarso. Tentennate nella scelta delle olive e sentirete lo sguardo di rimprovero dell’inserviente intenta a sistemare tonnellate di pasta.
Effettivamente non capisce a cosa serva leggere i componenti della salsa, E’ IN OFFERTA!!!

Quindi, anche se la quantità di sodio ti causerà danni certi ai reni, non importa.

Guardo con circospezione la verdura, le ciliegie sono in offerta, arrivano dal Cile. Ecco spiegato il prezzo, hanno viaggiato in business.

Mi dirigo al reparto casa: carta igienica, carta cucina, carta forno. Tre per tre, nove confezioni, praticamente porto a casa un albero in nove  scatole. Poi gli spray pulenti, i detersivi, i disinfettanti… Ho tutto ciò che mi serve, posso anche andare in letargo.

Ma  il percorso non è finito, mi aspetta l’ultimo girone infernale, la cassa. Un numero spropositato di casse aperte e non so mai quale scegliere. Mi dirigo verso la numero sei, ma non mi piace il numero, allora vado verso la otto ma mi sembra che ci siano troppi carrelli in fila. Cedo all’idiozia e mi fermo alla sette.

La cassiera sta lanciando la merce sullo scivolo di metallo dove, alla fine, una ragazza bionda sta parando gli articoli con maestria, infilandoli al volo nelle buste. Sarò all’altezza? Esco da cotanta mattinata con contusioni multiple alle dita e un quantitativo di roba esagerato.

E, ovviamente, mi sono dimenticata il pane.


foto di Oleksii-S

Indaco (P) e Oro (S)

Una festa. Ci sarà una festa. Sul molo, lo skipper attende. Lui, che sembra uscito da una pubblicità, sorriso accattivante, quando sorride, capello spettinato ad arte, sta lavorando. Per lui è solo lavoro. Ma per chi sta arrivando invece, sarà una serata speciale, lo sarà.

E la barca, regale con le vele che aspettavano placide e il pontile lucido “pensava al mare, non come ad un rivale, un luogo o un nemico, lo pensava al femminile… la luna lo fa reagire come una donna”.

Eccola la festeggiata, bella come un Uccello del Paradiso, vestita di aria e piume cobalto, con la sua amica che ruggisce in bianco, macchina fotografica e criniera d’oro. Sono arrivati gli ospiti, gli amici, quelli con cui condividere questa serata, proprio quelli con cui scatta la battuta al momento giusto, quelli per cui niente sarà un problema.

Il sole sta avvisando che è pronto a salutare la giornata e ci si muove. Si veleggia. La dolcezza della partenza, il tramonto che chiama e una brezza meravigliosa. Il mare, come la montagna, decide. E ha deciso di essere un po’ incazzato. Ma come? È un compleanno, dai, fai il bravo. Niente da fare, le vele si gonfiano e la barca si piega, nella sua danza fatta solo per il mare, per il tramonto. La barca, aveva ragione.

I visi sono un po’ tirati, non tutti. L’Uccello del Paradiso, saldamente ancorato, si lascia cullare, baciare dagli spruzzi, mentre l’amica viene sorpresa e la sua criniera si spegne. Impallidisce, non riesce a deglutire, non vede più il mare, il sole, gli altri. È una statua, lucente e immobile, è altrove. Non è paura, è terrore, è “chi me l’ha fatto fare”.

Ogni onda è una strega minacciosa, sembra parlarle, ma lei non parla, lei è radiante, forse si confonde col cielo fino al rientro al porto.

L’Uccello del Paradiso, come una Polena, domina lo scafo, irradia la sua aura cobalto che diventa porpora.

Sul molo, tutti si fermano, osservano, seguono il veliero che sembra arrivare da Atlantide, placido e magnetico. Ed è musica, musica nelle risate, musica nelle foto, musica nelle cabine che si riempiono e si svuotano, musica nei paccheri al pesce, nella frittura rubata dai piatti.

Il mondo, è dalla banchina in là.

Sulla barca di Atlantide scorrono alcool e ricordi, baci e abbracci sinceri. Dieci figure lievi mischiano la loro energia, ballano per la luna una danza salata, spettinata, bagnata.

Gocce di mare, gocce d’amore.

Svanirà il veliero al mattino, quando il sole diventerà alto e l’Uccello del Paradiso e i suoi amici scivoleranno via, senza fare rumore, come sono arrivati.

Resterà lo sciabordio dell’acqua e l’incanto di un riflesso indaco e oro.

Foto di edrick-krozendijk- Unsplash.

Cos’hai? (interactive game)

  • Cos’hai?
  • – Non so, un po’ di malessere.
  • Ancora?
  • – Sai quei periodi che proprio non riesci ad affrontare.
  • Mmm
  • -Quando ti svegli e sei già depresso.
  • Mmm
  • – È uno schifo.
    • OK.
  • A chi non è successo di essere la stampella per l’altro? Uomini e donne affrontano in maniera diversa i momenti NO.
    • Siete propensi ad essere ANGELI o DEMONI?
      • Cliccate sulle immagini, have a look and… fatemi sapere.

Il Potere dello 0 (zero)

Lo Zero significa anche niente o nulla. Nei numeri arabi, il vuoto.

Poi, arriva quel giorno, il giorno del Compleanno. Il giorno che, nei tuoi ricordi di bambina aspettavi e che, per qualche sorta di magia, si tramutava in un desiderio, nell’attesa della festa, dei regali. Quelle candeline spente con più di un soffio.

Ora, anzi, da parecchio, le candeline vengono condensate in due candeloni, due petardi orrendi, svettanti sulla torta che vedi arrivare in lontananza, come una minaccia. E basta un soffio per spegnere quell’incendio. Basta solo un soffio per proiettarti nell’anno che è già cominciato.

E va tutto bene. Tutto bene fino a che realizzi che dopo il 9 c’é lo ZERO. E QUELLO ZERO NON È IL NULLA.

Quello zero parla di decadi passate, segna il confine. Dopo gli enta arrivano gli anta, passaggio che implicherebbe una sana analisi non tanto su quello che si è fatto, quanto su quello che si farà o meno.

Del tipo che, volente o nolente, ascoltando il tuo fisico, comincerai a cambiare l’alimentazione e, osservando il tuo fisico, riporrai nell’armadio minigonne, pantaloncini striminziti e top minuscoli. Non tutte, ovviamente. Diciamo che, essendo propensa al buon gusto, ho i miei limiti.

Quell’ovale dopo i numeri che ti hanno accompagnato per nove anni, cambia tutto. Il tuo genetliaco ti fa capire quanto sia rapido l’inevitabile avvicinarsi del geriatrico.

Ergo, soffia, soffia via quei simboli e ricordati che in informatica é lo Zero il punto d’inizio, non l’uno.

Riparti da ZERO, più le decadi di cui sopra.

Buon 4…- 5… – 6… – 7… – 8… (0) antesimo Compleanno!

Che sia lieve, come una piuma.

Foto di daniele-levis-pelusi- Unsplash

#Agli uomini dagli occhi innamorati

Caro splendido uomo,

il tuo sorriso, le tue mani, quella camminata che riconoscerei anche nella maratona di New York, eccoti.

Eccoti arrivare, col passo veloce perché sei in ritardo, e ti ho visto ancora prima di averti vicino. Ti vedo mentre parli e poi ti scusi, ti vedo mentre mi prendi la mano e mi baci. Poi, mi baci ancora e mi guardi, con le pupille enormi, scure, quasi un’eclissi di sole che mi accarezza coi suoi lapilli.

Sono per me, lo so.

Ti vedo mentre mi chiedi com’è andata la giornata, poi ti fermi e mi dici: “Sei bellissima.”

Ed è solo amore.

Siamo in macchina, potremmo essere in una vallata del Tibet o in un gelido ruscello delle Dolomiti, nell’Oceano Indiano o su una spiaggia in Normandia. Siamo noi, qui e ovunque.

Vedi una signora un po’ corpulenta che aspetta alle strisce pedonali e ti fermi. Lei, con passo deciso, ti guarda con aria di sfida e attraversa.

“Prego signora, rotoli pure.”

E rido. Rido spesso con te, ridono i miei occhi.

Ma i tuoi occhi, i tuoi occhi che sono solo per me, hanno riempito l’abitacolo, la strada, il cielo. Sono nel mio cuore, tra un battito e l’altro.

Il tempo, non esiste. Il tempo, è per gli altri.

Siddharta

Sei pronta? Quasi.

Fissando lo specchio, con quell’aria da “ti sei truccata troppo”, cerchi di modificare il… troppo. E cominci a togliere, prima con un batuffolo di cotone, poi con l’acqua micellare. Risultato? Un quadro astratto, misto tra Pollock e Gorky. No, non ci siamo, prima di passare alla paglietta di ferro, decidi di struccarti e basta.

Eccoti! Ma ciao! Ciao occhiaie e rughette, zigomi arrossati e labbra secche. Calma. Maschera lenitiva e un po’ di meditazione con respirazione, sul letto.

Ti rilassi, ma pensi. NON devi pensare! Lascia andare. Ma certo, adesso ci riesco.

Ma se cambio vestito? No, forse le scarpe, e anche la borsa. Gli accessori fanno la differenza.

NON pensare! Ok. Inspiro, espiro.

Cambio vestito, ho deciso. Quella tuta pantaloni svasata mi fa sembrare un elefante indiano, arancione. Gonna? Naaa, gambe troppo bianche, allora quel completo che avevo preso l’anno scorso. Se ci entro ancora.

STAI PENSANDO!

Va bene, stop alla meditazione, devo vestirmi. Ma prima, mi trucco un po’, poco, il giusto.

E sei davanti allo specchio, mentre ad occhi chiusi, asciughi quello che è rimasto della maschera. Ora va proprio bene.

Apri gli occhi e sulla pelle diafana, luminosa, noti un punto rosso, proprio tra gli occhi, in mezzo alla fronte. Pensi ad un riflesso dello specchio, ma no.

Eccolo in tutto il suo splendore, un brufolo, gigante.

Il tuo destino è compiuto.

La vita è imprevedibile e cerchi di non focalizzati sul problema, pensando alle Quattro Nobili Verità del Buddhismo:

dolore / accettazione / cessazione del dolore/ la via che porta alla cessazione del dolore.

Ecco, la via che ti farà ignorare quella piccola piramide rosso fuoco che ti sta sfidando: cerottino tondo, cosparso di brillantini. Il terzo occhio.

La tuta pantaloni arancione sarà perfetta.

foto di noah-buscher da unsplah

Sei in ritardo

Tempo. Ho bisogno di tempo.

Stava bevendo la sua tisana davanti alla finestra, guardando attraverso la zanzariera. Se lo faceva senza occhiali riusciva ad avere un’immagine soft, come se stesse usando un filtro. Ma attraverso quei microscopici fori, tutto sembrava leggermente annebbiato, gli alberi, il prato, le persone che stavano portando in giro il cane in lontananza. Eppure si sentivano le voci, il suono arrivava sino a lì. Chiacchiere vuote o pettegolezzi, non importava, così come non importava chi fossero quelle persone.

Per un attimo le sembrò di guardare una serie tv, le palazzine ordinate, i giardini perfetti, le macchine lucide che uscivano dai garage. Chissà cosa fanno? Dove vanno? Tutta questa serenità esposta sarà verità? Avrebbe voluto chiedere a tutte quelle persone: <Siete davvero soddisfatte di quello che avete fatto della vostra vita?>

Non “nella”, ma “della”.

É vero che i momenti che ti lasciano senza respiro nella vita sono pochi, ma non era importante. Almeno questo pensava, mentre la tisana era colata sui fogli di fianco al computer.

Da tempo riusciva a sentire l’ arrivo dell’ombra nera, l’attacco di panico, e la aspettava come un’amica che ogni tanto ti fa un’improvvisata. Una colata di vischiosità, una paralisi totale che lasciava libero il cervello di continuare i suoi viaggi, rabbioso come un animale in gabbia. Ed era allora che sentiva i battiti del cuore sincronizzarsi col sangue che scorreva nelle vene, prima nella giugulare, poi nelle braccia, fare capriole nella pancia e scendere nelle gambe. Una sinfonia perfetta che aveva imparato ad ascoltare, perdendosi tra i globuli rossi e bianchi, lasciandosi sciogliere nel plasma.

Non passava subito, questa amica restava a farle compagnia e le sussurrava: < Sei in ritardo, il tempo, il tempo non torna>.

Foto hipster-mum- da UNSPLAH

Filler

Venerdì sera, aperitivo non programmato. Bello. Bello poter incontrare qualcuno che ti interessa davvero, poter lasciare il bozzolo che ti ricopre, come se ti togliessi una giacca. Sei te stessa in quel momento, proprio quando vedi arrivare i tuoi amici. Assapori l’attimo come nei percorsi di crescita personale in cui ti dicono di vivere il presente. Sono presente.

Gli abbracci sono uno scambio d’amore, i sorrisi partono dagli occhi e gli sguardi sono puri. Gli sguardi.

Guardi meglio.

Tra i loro visi ce n’è uno che sembra cambiato. Guardi meglio, senza essere troppo insistente, ma proprio non ce la fai. Anche mentre parli, i tuoi occhi scivolano sugli zigomi della tua amica. E lei se ne accorge, lo sai che se ne accorge. La vuoi smettere? Forza, smettila.

Ci sediamo e parliamo, abbiamo tanto da raccontarci, non ci vediamo da mesi. Le parole si accavallano, sembra che ci manchi il tempo, ognuno vuole riallacciare il prima possibile la connessione fisica, quella chimica che manca tra i tasti dei messaggi. Quando l’amicizia è degna di questo nome, si ride delle stesse cose. Si può anche non essere d’accordo su più argomenti ma l’ascolto, il rispetto, a volte anche il vaffa, sono le solide fondamenta di un legame prezioso.

Poi, te ne esci con un: ” Bianca, ti trovo in gran forma!”. Appena terminata la frase vorresti fare rewind. Immediato.

Essere amici significa essere sempre, nonostante tutto, sinceri? No, se può far male.

Filler significa riempitivo .
É un termine utilizzato anche dai media, per indicare una parte inserita in un’opera , appunto, come riempitivo, un ripiego di emergenza che non altera la trama anche se non è coerente del tutto.

E Bianca, sorride, finisce di ingoiare le patatine e si avvicina. Ma tanto.

Si nota molto allora! Ho fatto un piccolo, si fa per dire, “filler.” E ride. Ma di gusto.

Gli altri lo sapevano già, ma come? Lo sapevate ? E perché io no? Certo che avresti dovuto dirmelo! Forse sarei venuta anch’io, per supporto, per curiosità, per farlo. No, per farlo, no.

Mai dire mai. Chi non ci ha pensato scagli la prima pietra.

Lo so, i connotati cambiano, ti si svuotano le guance e sembra che i muscoli siano richiamati da una forza sovrannaturale verso gli inferi. Ma ti affezioni alle tue occhiaie, all’ovale del viso che sta cambiando con te, almeno fino a che non diventa un trapezio.

Ma sì, in fondo hai ragione Bianca, ti fa sentire meglio? Bella sei bella, ma lo sei sempre stata. Ora di più.

E dietro quel sorriso, in quella risata, ci sei tu, Anche dietro quegli zigomi. Sei sempre la stessa Opera unica, nonostante il riempitivo, amica mia.

immagina da unsplash.com Jurika-Koletic

aevĭtas

Questa faccenda del diventare vecchi non mi piace per niente. ” I vecchi, sarebbe meglio ammazzarli da piccoli” diceva la mia nonna che, a 101 anni, ancora dava consigli ai nipoti.  Quindi, corazzata da cotanta saggezza, ho affrontato i passaggi da un decennio all’altro con la leggerezza che amo intravedere anche nelle persone un po’ “lost in translation”. Accuso spesso un eccesso di curiosità e non mi importa se avverto una stanchezza anomala che mi prende dopo pranzo, come un alligatore che ha divorato un bue, anche se mi sono concessa una veloce insalata. Non sarà per caso che la devo smettere di voler avere performance sportive da trentenne?  Se poi la vogliamo dire tutta, i momenti topici si raggiungono quando si entra in qualche negozio in cui la commessa piena di iniziativa, ti propone capi adatti a quella signora anziana che incontri ogni giorno sul pianerottolo e che aiuti con le buste della spesa. Al limite della querela per diffamazione. Sono giunta alla conclusione che parlare di età sia nefasto, avventurarsi nelle pericolosissime pieghe (non ho detto rughe) della mente che “cresce”, sia sconsigliato ai deboli di vita. Cara nonna, se ancora fossi qui, andremmo insieme a mangiarci un gelato, parlando di tua sorella che faceva teatro negli anni ’20 alla scandalosa età di quarant’anni, con il rossetto e i tacchi, nostrana Coco, affascinante eccentrica signora. Ecco da chi vorrei (spero di) aver preso…

Il primo passo verso una sana maturità postuma è la consapevolezza. E cambiare negozio.

Splash

L’acqua è fresca, ancora molto pulita perché è il primo giorno di apertura delle piscine. Mentre galleggio e guardo il cielo  penso alla sveglia presto per arrivare presto. Ma ora siamo qui, in mezzo al verde delle campagne emiliane, circondati da dolci colline, a mollo  come ragazzini di dieci anni, con gli occhiali che riflettono i raggi del sole e le foglie degli alberi. Allora perché mi pare di avvertire una minaccia? Sarà che ancora non mi sono rilassata del tutto, anche se  ho preso le mie precauzioni: abbiamo prenotato in un zona appartata, dove è vietato l’accesso ai minori di 12 anni. Là in fondo, dietro quel piccolo boschetto intravedo la piscina per i bimbi, con giochi d’acqua e tanto spazio.

Qui invece, la quiete regna sovrana. Gli adulti passeggiano  a piedi nudi sul bordo di legno della piscina, giacciono pigri sui lettini all’ombra di bianche tende e grandi ombrelloni. Quasi tutti leggono, qualcuno dorme, pochi chiacchierano. Noi nuotiamo lentamente, accarezzati dai raggi del sole ascoltando il rumore dell’acqua. Pausa. Che ne dici di un caffè? Why not. Ci avventuriamo verso uno dei bar, quello vicino ad un’altra area, con specchio d’acqua a imitazione caraibi sia per forma sia per colori. Impressionante. Mancano le palme. Siamo in emilia-romagna, meglio i ciliegi. Caffettino niente male ma in bicchierino di plastica, quindi da bere velocissimi per non ingoiare anche un po’ di polietilene. Facciamo una perlustrazione dell’area abbandonando la zona simil-tropico e la moltitudine di gente che si accalca per essere pied dans l’eau. Incontriamo nell’ordine, palestrati unti come spiedini pronti per la griglia, famigliole in pieno sole, con pranzo al sacco in enormi frigo da campo posizionati all’ombra, tutta la serie di emuli di Raul Casadei  e le post Vanna Marchi. Tanti, ma tanti, ma veramente tanti ragazzi e ragazze.

Torniamo alla “base” e, mentre in cuor mio esulto per la scelta fatta, mi pare di sentire dei fischi. E’ il bagnino. Appena superato il ponticello, proprio di fronte ai nostri lettini, quella che era una “zona protetta” aveva nel frattempo subito un attacco alieno. L’acqua bolliva, agitata come in balia di un Hurricane: tuffi a bomba senza pietà. Troppa gente, la migrazione in cerca di frescura aveva riempito anche quest’ultimo angolo.

“La felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando ripartirà.Il tuo compito è andare in stazione.” P. Crepet

E’ stato bello.

Adieu.

 

Snob

Snob.

Ti siedi al tavolino di questo famoso bar di Roma e guardandoti intorno lentamente ti accomodi. Sei così bella, lo sai e sai che ti stanno guardando. Accanto a te, signore e signori più o meno famosi, di mezza età, stanno parlando tra loro e qualcuno lancia una fugace occhiata. I camerieri ti conoscono, non passi inosservata, anzi, direi che sei fin troppo visibile, quasi esagerata. Capelli vaporosi e tacchi alti, una maglietta così attillata da sembrare un tatuaggio. Ma non sei volgare, sicuramente appariscente, eccentrica, ma non ordinaria, indossi solo capi di qualità, abbinati con gusto. Un canuto ex politico si volta e ti fissa senza vergogna mentre tu ordini una coppa di gelato, precisando bene i gusti: cioccolato amaro, crema e marron glacé. Ignori quello sguardo insistente, stai aspettando qualcuno. Ora sì che sono curiosa, ho finito il mio caffè shakerato, sono all’ombra e tira una brezza deliziosa. Ti accendi una sigaretta, più per scena che per vizio, e aspetti. Arriva qualcuno, ma tira dritto. Poi, in un attimo, siamo circondati da un gruppo vociante di ragazzini, insegnanti e camerieri che mi tolgono la visuale. Accidenti, spostatevi, vi volete togliere di torno? Cos’è questo caos improvviso? Non è tollerabile, non in questa piazzetta, non oggi. Passano lenti i minuti, un bulldog inglese si accomoda sotto al mio tavolino per il caldo e comincia a sbavare. Odio questi cani quando sbavano. Una signora di fianco a me cinguetta ” Che dolce!”. Ecco, allora lo tenga sotto il suo di tavolino. Alzo lo sguardo e…lei non c’è più! COME? Non è possibile, la mia curiosità è destinata a restare insoddisfatta, a metà, come il mozzicone di sigaretta che ha lasciato nel portacenere, come il gelato sciolto nella coppa d’acciaio che ora brilla al sole.

E il bulldog continua a sbavare.

Il tubetto di dentifricio

E siamo qui. Ancora una volta. Io, te e il tappo del tubetto di dentifricio. Tutta questa punteggiatura serve come un mantra che mi aiuta a minimizzare quel piccolo moto di stizza che mi prende ogni volta che vedo la pasta biancastra del dentifricio formare arabeschi disegni sul lavabo. L’acqua scorre e anche oggi aspetto. Attendo paziente che tu termini, abbracciandoti alla vita da dietro. Poi tu mi sorridi, mi dai un bacio dolce sulla fronte e te ne vai. E io rimango a  guardarmi allo specchio, prima di spostare il mio sguardo verso il basso, là dove già so che, con insolenza, troverò a fissarmi IL Tappo. Proprio lui, con quella coroncina da sovrano, altezzoso e fermo sull’orlo, ben distante dal SUO tubetto di dentifricio.

Il Tappo è consapevole del suo potere racchiuso in pochi centimetri di plastica, sembra sfidarmi, e io, cavaliere senza corazza  in questa lotta impari, ignorandolo ancora una volta, con fare deciso lo prendo e lo avvito al suo destino. Quante coppie sono state travolte dalla sua infida presenza? Quanti hanno perfino litigato, per colpa sua?

Lo specchio mi rimanda la mia immagine sorridente, con lo spazzolino in mano. Il tubetto di dentifricio ora è al suo posto, innocuo e un po’ emaciato si mostra per quello che è. Buona giornata.

Guanti di velluto

E’ domenica. Una domenica piovosa di maggio, i colori degli alberi, delle case sembrano sfuocati e mi sono vestita come a novembre. Caldo a parte, sono felice di essere seduta in un caffè semi-deserto, con una mia amica, di quelle con la A maiuscola. Momenti preziosi e felici come una cucchiaiata di cioccolata calda con panna.

 

La mia amica è una donna-alfa, suo malgrado. La donna-alfa, come l’uomo-alfa,  possiede un carisma naturale, ma in più è dotata di svariate attitudini. Mi riferisco a capacità artistiche, manualità sorprendente, sensibilità a doppio senso, indole da leader con guanto di velluto, anzi guanti, due (lo stile innanzitutto.)

Niente a che vedere col “talento naturale allo stiro e alle faccende domestiche”, riconosciuto a tutte. Come un master.

Che altro? Se tralasciamo l’invidia verde acido che ogni donna-alfa suscita indistintamente in uomini e donne standard, direi che rimane l’aura brillante che la avvolge.

Ecco, la guardo e sorrido. Chi ha carattere fa rumore. Anche in silenzio.

Occhio, il mondo pullula di fake. 

Avere naso (anche se chiuso)

Cos’è che ci avvisa dell’arrivo della primavera? Lo starnuto. Una fisiologica e naturale conseguenza respiratoria che fa da colonna sonora al vento tiepido di questa meravigliosa stagione. Raffreddori tardivi a parte, le riniti causate dai pollini sono una vera tragedia per chi ne soffre e una tortura per chi frequenta questi ultimi, io nella fattispecie.

Non si può nemmeno pensare di godersi una passeggiata in un ombroso boschetto, non è concesso spalancare le finestre, frequentare parchi, uscire in caso di forte vento e mi sto trasformando in Barbie-contadina a forza di tagliare l’erba, raccogliere foglie, eliminare erbacce.

PARE che, in questo periodo dell’anno, si debba evitare anche di asciugare i panni all’esterno. Un’ode all’asciugatrice.

Lamenti a parte, solo chi convive con tali problemi sa che ha da passà questo periodo e non si scandalizza di fronte a nasi rosso porpora, gocciolanti e perennemente tappati. A questo proposito, dedicherei un particolare encomio agli inventori dei fazzoletti di carta, specie se riciclata, sinonimo di progresso evolutivo. I meravigliosi fazzoletti in stoffa, i mouchoirs adorabili, morbidi e profumati, non reggerebbero questi attacchi.

Volendo (anche no) affrontare il penoso argomento dell’educazione dei soffiatori compulsivi nei luoghi pubblici, la mia lunga esperienza in materia potrebbe tradursi in un utile pamphlet da autodifesa:

  1. non avere paura, sei solo nel posto sbagliato al momento sbagliato
  2. il soffiatore non lo fa apposta
  3. cerca un giapponese raffreddato e fatti prestare una mascherina (lui non capirà ma non importa)
  4.  prima che starnutisca, a scelta, puoi effettuare una torsione del busto di 90 gradi o frapporre il vicino tra te e il soffiatore

Insomma, sopravvivere al periodo delle Gimnosperme e Angiosperme, cioè al trasferimento di polline dalle antere di un fiore allo stigma dello stesso fiore o di un altro fiore (cit.Treccani)… SI PUO’ FARE!

Gli occhi felici

E la metro frena, con la consueta delicatezza, facendomi scivolare di un metro sui sedili. Le ragazze, unghie laccate come opere di Warhol, le borse piene di libri e gli occhi felici stanno parlando:

Secondo te la mente è importante?”

Mah, esiste una giusta via di mezzo…

“Secondo te, cosa guardano gli uomini in mezzo alla strada? Se sei colta? Ma dai!”

Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che l’ambiente sia un mio prodotto.

“E questo cosa c’entra?”

Niente, l’ho letto la’…

Chiacchiere sciolte come l’aria di primavera, con quella leggerezza che si è destinati a perdere con l’età, quando i doveri allargheranno a dismisura i loro tentacoli. Anch’io sono stata così giovane?

Poi scoppiano a ridere, risate piene, di pancia, con gli occhi umidi che brillano e le parole intrappolate nei singhiozzi.

Le guardo scendere pattinando su quelle sneakers che è vietato indossare dopo i trent’anni e penso che “domani me le compro.” In fondo se sembra normale vedere pubblicità in cui si parla con una gallina confrontando la qualità dei biscotti, posso anche scegliere di vestirmi come mi pare. La metro riparte, come la vita, ma con meno strattoni.

E io sto sorridendo.

Bada ben, bada ben…

Paesino di provincia, uno dei tanti sparsi nel Nord Italia. Villette, campi e badanti. Tante badanti.

Qualche tempo fa, le riconoscevi alle fermate degli autobus o in fila con le borse di plastica al mercato, perché camminavano rapidamente, occhi a terra, in jeans e Hogan usate, ereditate da qualche signora durante il cambio stagione nell’armadio. Erano tutte straniere.
Qualcuna era laureata, parlavano minimo tre lingue.
Una vita dura, lontano da casa, risparmiando per la famiglia, per i figli che vedevano solo due o tre volte all’anno dopo 24 ore di tragitto in pulman stracarichi.
Ma ora, se cerchi una badante, ti rispondono ragazze italiane, che stanno studiando o sono semplicemente stanche di aspettare lavori che non si trovano. Tante ragazze che snobbano call  center e contratti a chiamata, che preferiscono essere pagate per quello che, in tempi felici, facevano come volontariato.
La paga è buona, in regola, con contributi e tfr, si lavora 6/8 ore al giorno e spesso comprende vitto e alloggio.
Certo, bisogna avere la pazienza di un monaco tibetano, la forza di un nerboruto e non bisogna essere schizzinose perché cambi di pannolini e lavaggi di anziani richiedono delicatezza e tatto, a volte stomaco di ferro.
Sicuramente non si tratta del lavoro dei sogni, non risponde ai sacrifici fatti in anni di studi e sono sicura che continueranno a cercare di trovare il proprio sbocco, la propria opportunità, ma nell’attesa cercano di mantenersi, di aiutare magri emolumenti familiari o di risparmiare per un progetto.
Ai miei tempi si usava andare au pair all’estero per studiare le lingue e il sacrificio era notevole, pochi soldi per interminabili pomeriggi con nani pestiferi e umiliazioni continue da matrigne stizzose, ma mi è servito. Per undici mesi la prima volta e 1 anno e mezzo la seconda. E due lingue perfezionate.
Quindi, brave ragazze, sono certa che ce la farete. Donne forti, che si sono messe in gioco, che non si vergognano di andare a lavare i piatti in un ristorante, che si spaccano la schiena d’estate a raccogliere pomodori (credo sia una delle attività più pesanti al mondo, seconda solo al taglialegna) e che continuano a scrutare l’orizzonte, a studiare, informarsi e proporsi.
Siate ribelli.😜

In-videre.

“Complimenti cara!!!” Occhio, malocchio… gli occhi non mentono. Quando il suono dei complimenti non è in sincrono con la luce degli occhi possiamo difenderci optando, a scelta, tra un gesto scaramantico dei più tradizionali o un rito woodo.

A volte si tratta di fronteggiare la semplice falsità, qualche volta siamo alla gogna dell’invidia. Perché?Perché siamo umani, deboli, a volte orribili, e ci piace il colore verde, noto colore dell’invidia, meglio se tendente all’acido.

Quindi anche se tutto, ogni cosa, vuole essere amata, capita che non ci riusciamo e visto che non possiamo invidiare un criceto, invidiamo gli altri esseri della nostra specie.
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia  
Direi che è la reazione opposta a quanto avviene con le affinità elettive, “dove affini sono quelle nature che incontrandosi subito si compenetrano e si determinano reciprocamente”.
(cit. J. W. G.)
Con l’invidioso invece nessun amalgama o immedesimazione, come se si tentasse di mescolare l’olio e l’acqua. Piuttosto si fanno paragoni, si “guarda storto” (in-videre, lat.), macerandosi nella certezza che l’altro sia MEGLIO.
Vade retro. E’ sempre colpa degli altri, siamo sempre vittime? E se fossimo le cause?
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia 
Mi piace pensare che sia possibile e ci provo.
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia 
Allora, ” Tu, maledetta che sculetti su quei tacchi come se ci fossi nata e te ne vai senza neanche salutare mentre tutti ti guardano sognanti, sappi che NON ti invidio per niente.
NON invidio la tua bellissima età, NON invidio i tuoi successi professionali arrivati così in fretta,
NON invidio…”
invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia  
NON ce la posso fare.
NON è vero.
 invidia, invidia, invidia,invidia,invidia,invidia, invidia, invidia, invidia,invidia, invidia, invidia 
Perdoniamoci.
E chiediamo scusa a noi stessi per aver creduto di non essere abbastanza.

Quante volte figliolo?

Vai a prostitute? Mi sono imbattuta in un sito che cercava risposte alla  domanda “PERCHE’ gli uomini vanno a prostitute?”

In questa inchiesta ho letto molte motivazioni che portano a scegliere il sesso a pagamento, tutte derivate da esperienze diverse e con un comune denominatore: un uomo ha il sesso in testa tutto il giorno, tutti i giorni, le donne no. (!?!)

Sembra infatti che in Internet si facciano più ricerche sulle Escort  che sui film in programma al cinema tant’è vero che l’autore del blog afferma che  “le Prostitute sono così tante e così popolari da rendere impossibile qualsiasi tentativo di ignorarne la funzione o rifiutarne l’esistenza. Il mestiere più antico del mondo è qui per restare e penso che sia legittimo e doveroso accettarlo come parte integrante della nostra comunità.

La prostituzione come Risposta sociale a tutte le pulsioni che non trovano spazio altrove.

Detto ciò, evviva la libertà, ma, proprio per questo, mi ha addolorato leggere solo UNA risposta che, pur cercando scuse nell’esporre le motivazioni personali, ha  lambito il terribile tema delle schiave del sesso.

Da quello che ho letto nel blog, tutti, ma proprio tutti quei frequentatori di sesso a pagamento erano certi di andare con donne consenzienti.

D’accordo, ma le SCHIAVE? Vogliamo parlare di quel tedioso problema che sfiora le nostre coscienze intente a guidare verso casa, la sera, sfrecciando di fianco a signorine barcollanti su tacchi improbabili con le chiappe al vento? O peggio ancora di tutte quelle che non vedremo mai, le cui storie riempiono una serata in televisione, argomento scomodo e crudele, con testimonianze vere, storie di attuali sadismi  e atrocità?

Coloro che vanno a prostitute diranno che non è affar loro, perché   loro rispettano le donne (mogli e fidanzate a parte), non le picchiano e non le costringono. E aggiungeranno che le signorine in questione lo fanno volontariamente e guadagnano anche molto bene.

Per poi ripiombare nel dualismo mantenuta/prostituta, ed appioppare la Colpa alla donna, che non capisce, che non vuole, che pretende, che castra, perché la prostituzione è inversamente proporzionale all’amore.

Ho viaggiato e vissuto molto all’estero, direi tutta la vita, e non sono una bacchettona borghese, forse borghese, ma bacchettona no. Detesto solo chi nasconde le proprie debolezze, insicurezze e fallimenti, nel “cicchetto fatto di nascosto”, quasi l’andare in cerca di sesso a pagamento fosse una marachella segreta tra te e me, eterni bambini che non fronteggiano l’adulto che sono diventati nel frattempo, perché tutti si cresce ma alcuni invecchiano solamente.

Horror vacui.