Se Poseidone potesse parlare

Le persone camminano e chiacchierano. Che chi si atteggia, chi sta curvo, chi sembra di fretta. Alcuni guardano avanti, un punto fisso e lontano, altri, in coppia, sembrano annoiati Le persone rimangono le stesse. Sono solo meno vestite.

Il sole mi acceca, il suo riflesso sull’acqua è fastidioso, quindi, lasciandomelo alle spalle, nuoto placidamente come un caimano in caccia, osservando la moltitudine di piedi, pance e glutei più o meno sodi, percorrere il bagnasciuga, avanti e indietro.

Una mamma sta accompagnando il suo cucciolo, reggendolo per le braccia, fino all’acqua, alle prime placide e lunghe onde. Ho le orecchie sott’acqua e il rumore è ovattato, non silenziato ma distorto, mixato dallo sciabordio nel condotto uditivo.

Da quanto galleggio? Già. Da quanto tempo?

Tre bracciate e i miei piedi toccano la sabbia, vischiosa e fresca. Uscire dal mare è complicato. Le correnti, le buche, il gruppo di ragazzi che arriva di corsa, contromano, correndo e saltando tra schizzi e urla. Incuranti e leggeri. Un po’ stronzi. Non importa. Sono già sulla sabbia rovente e ho schivato conchiglie taglienti e piccoli rifiuti, rigettati dal mare. Poseidone ha agitato le acque, deve essere davvero arrabbiato se il suo tridente non è riuscito ad impedire che il suo regno venga violato in continuazione dalla stupidità umana.

Ora, che ho raggiunto l’ombra e affondato le piante dei piedi scottate nella sabbia fresca, cerco un refolo d’aria. La pelle è già asciutta e gli occhi bruciano un po’. Massaggio? No, grazie. E passa l’operatrice cinese con le sue borse di plastica e il suo profumo di canfora e mentolo, alzando giusto quel poco di sabbia che, come nel Sahara, arriva con chissà quale vento a ricoprirmi le gambe.

Impanata. Questa è la sensazione. Come una triste fettina di vitello o una succosa melanzana, pronte per essere grigliate.

Non mi muovo. Non mi siedo (per carità). Aspetto. Io, Medusa, almeno nei capelli completamente aggrovigliati, che si stanno cementando col sale in un inestricabile groviglio.

Non mi muovo. Osservo.

Le persone camminano e chiacchierano, in lontananza. Quelle intorno a me, o leggono o scrollano lo schermo del cellulare. Un cagnolino mi sta fissando. La sua padrona si sta facendo fare un massaggio e lui mi fissa. Occhietti nero pece sotto il pelo fitto e bianco.

Hai caldo?

Credo che ce lo stiamo chiedendo a vicenda.

Ora abbaia, ha fatto i suoi bisognini. Scattano i commenti dei vicini di ombrellone e le risposte della padrona. Sembra una scena già vista, al supermercato o in qualche parcheggio. Non ricordo. Ora mi siedo. Poi, mi rialzo, sposto il lettino, non sopporto più il sole sulla pelle. Un tempo non era così, neanche lo sentivo. Ma ora. sì.

Finalmente sdraiata, esausta, mi abbandono e cerco di visualizzare qualche bel ricordo.

Nel dormiveglia mi appare, dall’alto, una spiaggia deserta, bianca come la farina, e l’acqua del mare che passa dal viola acceso, al turchese, al rosa, al verde pallido.

E nient’altro.

A parte noi due. E Poseidone.