Assolo e outro

Sei proprio bella. Non riesco a pensare ad altro. Il cameriere si avvicina con i primi piatti, sta parlando ma sono frastornato. Mia moglie sta sorridendo, ha appena detto che le piace il servizio, sembra felice. Io sorrido e affondo la forchetta nei tagliolini, li attorciglio, li attorciglio, li attorciglio. Poi mi fermo perché, in effetti, sto creando una palla compatta, come lo zucchero filato su un bastoncino. Colpetto di tosse e un goccio di vino. Cerco di scambiare qualche parola con mia moglie, le chiedo se vuole assaggiare quello che ho ordinato. Ma il mio sguardo, tutto di me, ti sta fissando. Sei proprio una visione. I tuoi capelli si muovono scivolando sulla schiena, li sposti con la mano delicata, dalle dita lunghe, dietro l’orecchio. Mi sembra di sentire il tuo profumo arrivare fino a me, come un sortilegio. Sono certo di averti già vista, sicuramente immaginata. Non sento la tua voce, vorrei sentirti parlare, ma siamo lontani. Il tuo compagno ( è tuo marito?), sta guardando il telefonino. Ma come si fa? Come può staccare gli occhi da te? Io non ci riesco. E bevo. Verso del vino a mia moglie che sta parlando di ferie, suoceri, nostro figlio che ancora non ha deciso cosa fare della sua vita. E se adesso venissi da te? Se ti prendessi per mano e ti portassi via? Mi hai guardato! I tuoi occhi sono rimasti nei miei per un attimo. Ci provo, io ci provo. Quella cosa delle telepatia mi ha sempre affascinato e ora, ci provo. Mi concentro. Cameriere e nuovi piatti. “Non li toccate perché sono caldissimi.” Sentisse le mie mani! Sono in fiamme, ho lo stomaco chiuso, no, chiuso no, infatti sto mangiando. Mastico, più che altro. Sarà un colpo di fulmine? Mai successo prima. Mia moglie sta chiedendo se sto bene, perché sono tutto rosso. “Andropausa?” “Ma cosa ti viene in mente. Sarà stato il vino.” Prendo la bottiglia e gliela mostro, 13 gradi e mezzo. “Visto?” Mi giro e non ci sei più. Al tuo tavolo, tuo marito sta aspettando, digitando sul telefono. Sei andata in bagno? “Scusami cara, vado un attimo in bagno.” Mi risponde, mia moglie mi risponde ma non sento, anzi, sento solo il mio cuore che sta martellando battiti. Cammino quasi al suo ritmo, veloce, cercando con lo sguardo i bagni. “Sono là dietro a destra”. Là dietro, a destra. Schivo i tavoli, attraverso una palude di parole che si accavallano in un mostruoso sottofondo, giro a destra e mi fermo. Dietro la paratia che nasconde la sala, davanti alle porte con le sagome di una signora e un signore, aspetto. Cosa farò quando uscirai? E la porta delle signore si apre. Sei tu. Sei tu? Una ragazza un pò in carne, non troppo alta, dai seni formosi che riflettono la luce dei faretti. Mi guardi ma non mi vedi. “Mi scusi.” E mi aggiri. Quel mi scusi mi ha gelato. Ma che razza di voce hai? Dura, grave, e in sintonia con i polpacci da terzino. Perfino le tue mani mi sembrano diverse, lunghe ma per niente delicate, con le unghie lunghe e affilate. Sono deluso, sì, sono amaramente deluso, mi sento fraudato. Dov’é il mio sogno? Dov’è? Spingo la porta del bagno dei signori e mi fermo davanti allo specchio. Ma guardati! Sei un sognatore, sei un romantico sognatore! Esce un uomo da una toilette e mi sembra il caso di affrettarmi ad uscire. Non si va in toilette se ci sono gli orinatoi a muro, a meno di avere qualche emergenza che non voglio nemmeno soffermarmi a pensare. Mi sorpassa, senza neanche lavarsi le mani ed esce. Ma che schifo, che schifo di mondo. Che schifo di serata.

Lo Spirito del bosco

Il telefono all’orecchio e una mano in tasca. Cammina piano, in salita, su grandi gradini sconnessi e scivolosi. Il sole filtra tra gli alberi, tra le foglie del sottobosco, immobili per il freddo che le ha congelate e il profumo di terra addormentata.

“Ma come? Sono sempre io che chiamo.”

C’è qualcosa che non va, lo so, quello che non so è come fermare tutto questo. D’altra parte, è una sorta di abitudine, anzi, una schiavitù, no, una stupida abitudine. Mi ricordo che è iniziata quando ero piccola, nella nuova città in cui non conoscevo nessuno. Era ovvio che dovessi fare il primo passo, che dovessi essere io a cercare di conoscere, di fare amicizia.

Due turisti la sorpassano veloci. Fanno i gradini a due a due.

“Chissà perché, che fretta hanno di arrivare in cima senza godersi la passeggiata?

Quante volte si punta a qualcosa, si corre con la voglia di arrivare e ci si dimentica del resto?

Ecco, vi state perdendo quello scoiattolo che è scivolato dal tronco, a scatti, ed è sparito velocissimo. E le macchie di muschio, lì ai bordi del sentiero, che crescono in segreti angoli nascosti, quasi fossero un piccolo presepe naturale. E quest’aria, quest’aria gelida che fa lacrimare gli occhi, quieta. Che meraviglioso silenzio, quasi surreale.

Lei si ferma e guarda intorno. Non è sola. In lontananza, le auto sembrano minuscole, come giocattoli, che corrono su un nastro grigio. Anche loro corrono, ma verso dove? Vorrebbe rimanere ma non può, la stanno aspettando.

“Dev’essere la strada che sale dalla collina,” pensa. “Non posso fare tardi, sono stata io a chiamarle. Come sempre, sono io a chiamare.”

Un passo incerto, un piede che scivola sulle foglie bagnate, la gamba che si piega sull’ultimo gradino. Un movimento goffo, un tentativo di bilanciarsi che finisce con le mani a terra. Gli occhiali volano via, la borsa scivola giù, rimbalzando, come una palla impazzita, finché non si ferma, proprio al limite degli arbusti che bordano il sentiero. Giusto un attimo prima di sparire nel fitto del boschetto, le sembra di vedere che qualcuno la raccoglie. Lei recupera gli occhiali e li inforca, guarda meglio e vede un anziano che sta salendo. Man mano che si avvicina, nota i capelli bianchi, arruffati, e gli occhi. Due spilli luminosi, incastrati tra le rughe di un viso che sembra uscito da un libro di favole.

“Ecco” le dice, porgendole la borsa. “Sta bene?”

Non sa come rispondere, ma sorride timidamente e prende la borsa, che ora è macchiata di terra. “Grazie,” mormora. Lui la guarda intensamente, come se stesse cercando qualcosa.

Forse ho qualcosa in viso.” pensa.

Con dolcezza, le toglie una foglia dai capelli e le sussurra: “Un passo alla volta, senza rincorrere nessuno, e si arriva dove si vuole.”

Un inaspettato gruppo di ragazzini, arriva proprio in quel momento, saltando e ridendo, travolgendoli senza toccarli. É un attimo, una folata di ormoni selvatici, folletti dispettosi e divertiti. Lei si scosta il più possibile, aspetta e teme per l’anziano. Ma quando torna la calma, l’anziano non c’é più.

Ha lasciato dietro di sé solo il suo consiglio.

Ma guarda che storia. La devo raccontare. Anzi, no. Fammi camminare con calma, e pensare. Arriverò.

Non ci sono i gabbiani

Osservo dall’alto di una collina. Siamo dovuti scappare, non respiravamo più. Siamo stati svegliati da un rumore forte, sembravano colpi di frusta impazziti. Quando ho spostato le tende e ho visto i fili elettrici che si dimenavano nell’aria, colpendo l’asfalto e spruzzando lapilli, sono rimasto fermo, pensando a come fosse successo. Il tempo di raggiungere la porta d’ingresso e già l’aria nel corridoio era grigia, irrespirabile, cattiva. Non so come siamo arrivati fin quassù. Mi ricordo le urla dei vicini, io, in pigiama che, sulla soglia di casa, resto pietrificato a guardare l’orizzonte, in fuoco.

Un cielo così non l’avevo mai visto, da fine del mondo. Devo averlo anche pensato. Poi, le corse da una stanza all’altra, mia moglie che prende i bambini, i soldi, i pochi gioielli e, mentre si veste, mi urla di prendere un borsone e metterci i vestiti per tutti. L’ho fatto. Ora sono in pigiama, qui, sulla collina, con addosso una coperta.

Là in fondo c’era la nostra casa, non si vede, è stata ingoiata da un’onda gialla e rossa di altissime lingue di fuoco dalla punta blu. Un’orda mefistofelica che sta divorando con gioia, che avanza senza fretta e lascia un’ombra nera, una immensa nuvola statica sui resti del banchetto. Sento i lamenti intorno a me, di chi sta osservando i morsi del fuoco che sbranano le mura, i giardini. Si sentono in lontananza i versi degli animali che stanno fuggendo, forse non riescono a vedere, hanno paura, non respirano. Come si fa a non avere paura? Ora che siamo qui, sani e salvi, come tizzoni spenti che esalano umori acri, ci guardiamo intorno. Continuano ad arrivare macchine, tra poco saremo bloccati. Il panico non ti fa ragionare. Quel mostro là sotto non si fermerà, si sta ingozzando con sempre più ingordigia, sono i nostri ricordi a fare da carburante, le nostre foto, i mobili, le palizzate dipinte, le altalene. Siamo attorniati da tanti cani che abbaiano, i gatti invece sono in braccio, col muso nascosto dentro le maglie, in cerca di un filtro per respirare meglio. Anche noi abbiamo dei fazzoletti sulla bocca e sul naso, gli occhi pizzicano. Dobbiamo allontanarci, dobbiamo muoverci. La nuvola nera si è alzata e arriverà, come un mantello pesante, una coltre di morte.

Via! Andiamo via! Urlo. Ma pochi se ne vanno, la maggior parte rimane a fissare quello che ha costruito in una vita, bruciare come un mucchio di paglia, sparire dietro le loro lacrime. C’è chi sta filmando. Seriously? Forse vuole documentare, forse è in diretta su qualche Social. Io vorrei essere altrove. Saliamo in macchina e, lentamente, ci allontaniamo seguendo un tragico corteo, non profughi né esiliati, ma sfollati. Si starà già parlando di calamità e, per un po’, non saremo soli.

Là in fondo, dalla parte opposta alle fiamme, il mare si muove lento come una lastra d’acciaio, la luce della luna filtra nell’aria densa di fuliggine. Non ci sono i gabbiani e i leoni marini saranno già al largo. Seguo le altre macchine, una scia di fari, come lunghe vene iridescenti che si muovono pulsando.

“Tenete chiusi i finestrini! State tranquilli, stiamo andando via.”

Dietro di noi, mi sembra di sentire un verso disumano, è il brutale boato del fuoco che avanza.

Leader

La rabbia è un dolore travestito da forza. Quella rabbia che le stava facendo male, che le triturava le viscere e che non sapeva come sfogare. Pensava a come era arrivata a quel punto, dove aveva sbagliato, non c’era spazio per altro nella mente.

Questo è il mio momento, ci sono io qui. A questo ho puntato lavorando tanto, esponendomi, uscendo dall’ufficio per ultima. Come ho potuto lavorare con il nemico senza accorgermene? E adesso, che dovrò parlare davanti a tutti, di un progetto che non è il mio, raccontare una storia che non mi appartiene, rischio di fare una figura pessima.

La sala era gremita, la convention annuale era un punto di arrivo, i dirigenti erano là, impegnati in pubbliche relazioni e sorrisi, scambi di business card. Lei era tesa, vibrava come un violino con le corde di un calibro sbagliato e, quelle corde, sapeva benissimo chi gliele aveva cambiate. Proprio quell’esserino apparentemente innocuo che se ne stava seduto in prima fila, che sfuggiva il suo sguardo ma che sembrava aspettare. Pensava di essere l’unica via di salvezza, lui che aveva cambiato le carte in tavola, lui che aveva sostituito il progetto all’ultimo momento con la sua versione. Ed era in una chiavetta usb, pronta, scaricata e sparita.

Il Direttore era all’oscuro, guai a far esplodere questo bubbone. Non hai il controllo sulla squadra, non sei stata pragmatica, non sei una leader.

A quanto pare no, a quanto pare sono una che si fida, non so se abbia un valore oggi, forse no. Ma col cavolo che rinuncio alla presentazione. Non potrà discostarsi poi tanto dall’originale. Vado a braccio, lo so fare.

Tocca a me. Faccia da poker. Poi penserò a te che adesso non mi sembri più neanche così pericoloso. Guardami, sto entrando in scena. Guardami e impara.

🐬

Fuoco e (è) amore

Lingue di fuoco gialle e arancioni tremolano nel camino mentre, fuori dalla finestra, rami ormai spogli, come ossa rinsecchite, si confondono nella foschia di un pomeriggio di gennaio. Le ombre del fuoco si muovono sul muro bianco come ombre cinesi, in una danza frenetica perché non è ancora giunto il momento, il ceppo è stato coricato sulle prime braci, forse troppo presto.

Fare un bel fuoco non è semplice. È come costruire l’amore. Inizi piano, con piccoli legnetti che aggiungi, sempre più grandi, mentre sembra che stia divampando, muovendoli per far passare l’aria, per nutrirlo. Ecco. Come l’amore, il fuoco va nutrito. E viceversa. Anche quando sembra partito, quando hai l’illusione che funzioni e abbia preso la strada giusta, senza ombra di dubbio, non puoi lasciare che il fuoco vada da solo. Non puoi. Se ti allontani, se non gli presti le giuste attenzioni, si può spegnere, e forse neanche te ne accorgi o te ne rendi conto tardi. A volte riesci a rianimarlo ma ci vuole passione, bisogna sapere come fare, soffiare piano sulle braci e rimboccarlo con piccola legna, saper aspettare ed avere il coraggio di spostare i ciocchi, stravolgere la tua piramide perfetta. Fare un bel fuoco è impegnativo. Già. Anche quando è al massimo, quando fiamme e calore, appagano la vista e il cuore.

Le ombre sulla parete ora danzano lente, potenti, sembrano pennellate impazzite. Fuori il grigio incupisce e avvolge tutto in un’ unica tonalità che sembra gesso. Solo il fuoco, col suo crepitio, racconta storie e ricordi e non puoi interromperlo, non puoi fare domande, puoi solo ascoltare.

Domani sarà l’Epifania e stasera appenderò le calze, per tutti. Un tempo, si usava mettere anche un pezzetto di “carbone”, dello zucchero reso nero da chissà quali dannosissimi coloranti, ma era davvero magico quel dolcetto. Lo aspettavi, anche se sapevi che era una punizione, perché significava che contavi per qualcuno. C’era chi si prendeva cura di te. Domani appenderò le calze e ci metterò un pezzetto di carbone, di quello vero, per ciascuno.

Ecco perché le braci di oggi sono importanti.

Boccascena e il mantello d’Arlecchino

Persa. Non provava altra sensazione. Pensandoci meglio, si sentiva anche oppressa, claustrofobica, come rinchiusa in un bunker grigio, con le fredde luci dei neon. Era davanti allo specchio, chiudendo un occhio alla volta, fissando l’iride. Le sembrava che una fosse più chiara dell’altra. Immaginazione. Forse un po’ di strabismo di Venere. Sensuale. Si perse tra le pagliuzze ocra che, diventando immense, la ingoiavano e la risputavano inevitabilmente sul freddo vetro. Persa.

Era invidia. La sua, aveva qualche screziatura gialla. Persa.

Quanto avrebbe voluto provare invidia buona, semplice ammirazione, ma non esiste l’invidia buona. E rise amaramente, pensando a chi si barrica dietro alle parole e cerca uno scudo per proteggersi dalla verità. Bruciava, eccome, avere perso. Una bella colata di acido proprio nello stomaco, lenta e crudele.

L’invidia è la carie delle ossa, ne puoi sentire l’odore, immaginare il colore imputridito, sapendo che è lì, insolente. É uno dei sette vizi capitali, mica fuffa, una dichiarazione di inferiorità, comprovata dal fallimento personale. Ed io, ho fallito.

Persa.

Che altro avrebbe potuto fare? Raccomandazioni, cena e annessi con uno dei giurati, si era perfino fatta la mastoplastica riduttiva e ritocchini vari su indicazioni del suo agente. Ma non era bastato.

Che altro volete? Ditemelo? Il talento c’è, lo so che c’è, quindi? Cosa mi manca? Perché non io?

Un conato di vomito la piegò sulla tazza del WC, spruzzando aceto e bile ovunque. La pelle si stava squamando, bastava toccarla e perdeva piccole scaglie luminescenti.

Più magra di così? Lo posso fare. Certo che posso.

Si asciugò la bocca e andò in cucina scrollando i video sul cellulare. Prese un bicchiere e lo riempì d’aceto, bevendolo tutto d’un fiato. Quasi non sentiva le budella contorcersi mentre osservava le altre, quelle che erano state prese.

Lacrime acide, collose e minuscole, le scesero sul viso e lì, rimasero.

Incontrare i ricordi

Oggi, pulizia soffitta. Niente di più terrificante e eccitante allo stesso tempo. Così si era decisa, pantaloni comodi e camicia a maniche lunghe, sneakers, capelli raccolti con un elastico, prima di fasciarsi la testa, coprendoli con una cuffia di plastica, di quelle per la doccia. Passò davanti allo specchio e, visto come si era conciata, si guardò con tenerezza, sperando che nessuno venisse a trovarla proprio in quella giornata.

Pronta. Aprì la piccola porta della soffitta buia tastando poi sul muro alla ricerca del pulsante della luce. E funzionava. Fantastico, prima incognita superata. Davanti a lei, in un disordine accumulatosi negli anni, pile di scatoloni, valigie accatastate, sacchi neri dal contenuto dubbio, una piantana vecchia, rossa con arabeschi dorati, due sedie anni ’60, bianche, in formica e metallo cromato. Dietro, nell’ombra, chissà cos’altro avrebbe trovato.

Aveva preso con sé una torcia che si rivelò molto utile mentre avanzava nella polvere. Bastava spostare qualcosa e si sollevava, rivelando ragnatele che univano oggetti e scatole, o che penzolavano dal soffitto. Aveva dimenticato i guanti, e un fazzoletto per coprirsi la bocca. Ma la curiosità prese il sopravvento. Con prudenza, cercò di spostare le scatole verso il muro, aprendosi un varco, avanzando piano perché nel frattempo aveva sentito un rumore simile ad uno squittio. Ti prego, topi, NO.

La luce della torcia illuminava altri scatoloni e, proprio a destra, un baule, verde scuro, con i bordi in ottone, seminascosto da buste e pile di giornali. Spostò piano le buste di plastica, che contenevano abiti e maglie, e buttò un occhio ai giornali, evidentemente raccolti e conservati perché riportavano fatti importanti. Li sollevò cercando un posto dove appoggiarli. Altre due sedie! Identiche a quelle che aveva trovato all’entrata della soffitta. Poi le guardo meglio. L’ottone del baule era annerito e i due fermagli di chiusura sembravano bloccati. Riuscì ad aprirne uno ma, per l’altro, dovette armarsi di un cacciavite trovato appeso al muro. Il coperchio non era pesante e, appena sollevato, un forte odore di naftalina le pizzicò le narici. All’interno, scatole ordinate, qualcuna avvolta in carta velina, altre chiuse da un nastro di raso, qualcuna piccola, in pelle rossa o blu, altre, tipiche scatole da scarpe, impilate ai lati.

Prese una sedia e si avvicinò, cercando un appoggio per la torcia. Aprì una scatola bianca con un disegno rosa molto delicato e, tra la velina, apparve un velo da sposa, in pizzo, ingiallito, che terminava con un pettinino in osso chiaro. Era morbido e setoso, sembrava fatto a mano. Sicuramente quello della nonna. Tutto quello che trovò in quel baule, doveva essere appartenuto alla nonna. Un vestito da sposa, minuscolo, semplice, cucito a mano, un nécessaire in cui erano rimaste delle forbicine dorate e un portacipria con ancora il piumino, piatto e ingrigito, delle lenzuola matrimoniali in cotone, ricamate forse dalla bisnonna, dei cappellini in feltro, una custodia in broccato che conteneva un binocolo in ottone, da teatro, due specchietti in peltro lavorato, una sveglia déco, in ottone e bachelite nera. Apriva le scatole come una bambina a Natale apre i regali. Fino ad una scatola da scarpe. All’interno, raccolte da un nastro rosa, tante lettere, lettere d’amore, lettere del nonno. Forse parlavano della guerra, forse le aveva scritto dal fronte e poi, una volta rientrato, da dove si stava nascondendo, aspettando di rincontrarla. C’erano anche telegrammi, di quelli che si vedono solo nei film. Un tesoro. Qualcosa da leggere con amore, un pezzo di vita dei suoi nonni che ripose nella scatola, con cautela. C’erano altre scatole da aprire, e lo fece cercando altre lettere o un diario. Ma trovò un paio di orecchini, quelli che aveva visto indosso a sua nonna, dono della bisnonna, in oro e acquamarina. Li aveva cercati per tanto tempo, pensava che fossero andati perduti. Quel baule era pieno di vita, di storie. Prese le lettere, chiuse il coperchio e, con la torcia, si diresse verso la porta, scavalcando ciarpame e libri impolverati.

Per oggi, va bene così. Questa sera, sarò con i nonni.

Perché non mi hai amato?

Appena scesa dal treno, aveva cominciato a camminare velocemente, come se fosse in ritardo, schivando altri passeggeri che le ingombravano il passaggio. Riemersa dall’ennesima scala e diretta verso l’uscita invece rallentò, con la luce che, dall’alto finestrone della facciata della stazione, le inondava il viso, ferendole gli occhi. Abbassò lo sguardo sul pavimento in marmo corroso da tanti piedi diretti chissà dove, continuando a camminare assorta. La mente cominciò a vacillare e insinuare dubbi e domande. Aveva fatto bene ad imbarcarsi in quella ricerca? Nei giorni precedenti si era immaginata quell’incontro tante volte e, tutte, in maniera diversa, ma accomunate da una fortissima emozione. Sarebbe stato così? Quello che stava provando non era ansia ma, paura.

Quando, tempo addietro, si era decisa a ricercare i suoi genitori biologici, ne aveva parlato con la mamma. Una sera, senza il papà, perché aveva pensato che fosse più giusto parlarne prima con lei. Ecco perché continuava a vedere lo sguardo di sua madre, che la fissava mentre cercava di trovare le parole più adatte, mentre farfugliava nel tentativo di comunicare qualcosa di doloroso. Sapeva che sarebbe stato in qualche modo doloroso. E quello sguardo, invece, era stato un urlo silenzioso di infinito amore, accompagnato da un abbraccio finale, come quelli che le dava da bambina. Devi farlo se ne hai bisogno. Tutto qui.

Sua madre quella mattina, l’aveva salutata come sempre, ma c’era anche suo padre e, questo particolare, le aveva dato la sensazione di un addio. Non volava ferirli, non avrebbe mai voluto, ma forse lo aveva fatto, ormai, l’aveva fatto.

Dopo lunghe ricerche era riuscita a trovare un numero di telefono, quello del figlio. Sua madre biologica aveva avuto un figlio, forse più di uno. La telefonata successiva, alla donna che non l’aveva voluta, che l’aveva lasciata sola, fu abbastanza difficile, tra silenzi e dammi del tu, fino alla decisione di incontrarsi, su proposta di quella donna.

Guardò l’orologio e si accodò alla fila dei taxi. Quando hai fretta il tempo sfugge e corri il rischio di arrivare troppo presto o troppo tardi. Puntuale. Avrebbe solo voluto essere puntuale, al massimo, un po’ in anticipo. Chissà come sarà? Mi assomiglierà? Sarà contenta o in imbarazzo?

Eccolo il bar, elegante, in centro. Scese quasi in trance, come se all’appuntamento fosse andato il suo avatar. Scrutò tra i tavoli in cerca di una signora da sola e la vide. Esile, giovane e dal viso dolce. Aveva il suo stesso neo sulla guancia.

Salve. Sono Beatrice.

La signora la guardò perplessa chiedendole chi fosse. Non era lei. Si scusò e allontanandosi cercò ancora con lo sguardo senza successo. Decise di accomodarsi e aspettare.

Aspettò. Invano.

Un messaggio. < Scusami, ci ho ripensato. Mi dispiace ma non posso rimediare in alcun modo. Ho una famiglia che non sa e che non voglio far soffrire. So che capirai, sei un’adulta. Al telefono sembravi serena. Ti prego di lasciare le cose come stanno e ti auguro il meglio, visto che io non ne sono stata in grado.>

Un saporaccio, quasi ferroso, le riempì le mucose della lingua, la salivazione sembrava azzerata e il respiro si fece affannoso. Mamma, dove sei mamma? Pensando a quegli occhi senza fondo che l’aspettavano a casa, pagò il suo caffè e si avviò verso i taxi.

Il cuore lo vuole

Seduta in macchina, al semaforo, mentre la pioggia batteva nervosa sul parabrezza, stava pensando. Voleva fumare ma, sia per la pioggia che sarebbe entrata dal finestrino aperto appena un po’, sia per l’umidità, aspettava di arrivare. E scattò il verde, via libera, almeno da quell’incrocio. Stava pensando alla sua vita, a quello che le rimaneva. Macerie.

Messaggi sul telefono di suo marito. Messaggi inequivocabili. Da una donna, giovane, molto giovane. Poi la discussione, seguita alle domande, alle sue richieste di spiegazione.

Ma davvero avevo bisogno di una spiegazione? Mentire, in questi casi, è quasi un atto dovuto. Perché è stato onesto? Perché mi ha detto che si vede con un’altra?

Sarebbe stata pronta a vedere le cose in un altro modo, non era stata petulante o ingombrante. Come comportarsi, cosa fare? Istinto, come gli animali?

Non mi ricordo cosa mi aveva chiesto. Stavamo attraversando una crisi e mi aveva raccomandato qualcosa. Gli avevo regalato un orologio perché il tempo passato insieme è prezioso. Ma non lo aveva capito.

Altro semaforo. Controlla il telefono, niente. Non sa se piangere, lui se ne sta andando via, Il cuore vuole ciò che vuole. Il suo cuore. É bizzarro pensare che il cuore sia preparato a questo, può esserlo la mente, ma il cuore, ah il cuore vuole ciò che vuole.

Dov’ero? Dove sono stata mentre andavi via? Mentre ti preparavi come un ragazzino, elegante e profumato, come quando ti ho conosciuto? Non mi sono accorta di essermi persa, che ti stavo perdendo, che non esisteva più un “noi”. Sono una cattiva persona?

Frena di colpo, un pedone la fissa spaventato, prima di inveire. Non le importa degli altri. Arriva un messaggio: <Ho lasciato le tue chiavi al portiere. Ci aggiorniamo.>

La solitudine ti fa appassire e indurisce la corazza. Cambiò strada, diretta al mare, aveva bisogno di respirare e, forse, urlare sulla spiaggia deserta, verso le onde. O semplicemente fermarsi a guardare il cielo, la sabbia, i detriti rigettati sulla battigia, senza una ragione. Il cuore lo vuole.

Tornerai, tornate sempre. Forse, no.

Magico buio

Aveva passato la notte tra troppi caffè e un posacenere stracolmo di cicche di sigarette, un quadro deprimente, molto lontano dalle sue ambizioni. Fissava lo schermo del computer come se tra le icone, le foto e tutte le finestre aperte, alla fine, aspettasse l’apparizione del romanzo. Ci stava lavorando da mesi e, tra cambi continui di trama e personaggi, ne aveva perso il significato.

Il menabò iniziale era là, su un quaderno, tra i suoi appunti, le cancellature e le aggiunte. A forza di ritocchi era diventato un mostro, qualcosa che aveva preso vita da solo e che le stava togliendo la ragione. Ci parlava, continuamente. Rileggeva e correggeva.

Si alzò dalla sedia con le spalle indolenzite e, stirandosi il collo, se ne andò in cucina. Un altro caffè. Sarebbe stato meglio smettere. Anche di bere caffè.

Strana bevanda il caffè, pensò fissando la polvere scura, siamo proprio creativi quando vogliamo. Spostò la sedia dal tavolo aspettando di sentire il gorgoglio, aspettando.

Appoggiò le braccia sul tavolo e la testa, piano piano, chinandosi, ci si avvolse. Sentiva con la guancia il fresco del legno, le orecchie ovattate dall’abbraccio confortante, gli occhi chiusi che chiedevano riposo. Ma i pensieri continuavano senza sosta, come un severo precettore che ti riporta ai tuoi doveri. Riusciva quasi a dargli un volto, se lo immaginava impettito, nel completo rigido, col colletto della camicia inamidato e quel sorrisetto sardonico di sufficienza.

Come quando, da bambina, se a scuola sbagliavi una risposta o peggio, osavi darne una diversa permettendoti di fare una tua personale considerazione, si usava ancora mettere l’alunno dietro la lavagna, con ignominia e imbarazzo.

Forse ci si era messa da sola, dietro la lavagna, sforzandosi di creare qualcosa in un momento in cui la creatività era in letargo. Succede. Non si può creare a comando, non funziona, il risultato è sempre anonimo, insignificante.

Buio. Stava dormendo. Aveva spento il caffè? Sì, no. Non si ricordava, non importava. Buio. La mente che finalmente stava facendo un defrag, schizzando tra infiniti mondi, tramonti dai colori irreali, visi conosciuti ma in contesti mai visti. Poi, nero. Pesante, quasi solido, faticoso attraversarlo, pece che impantanava, che le pizzicava le narici.

Il caffè era uscito ed eruttava borbottando rumorosamente dalla moka, come un piccolo vulcano nervoso, spruzzando liquido scuro e spumoso. Aprì gli occhi, osservò il disastro ormai fatto e, alzandosi con calma, andò a spegnere la fiamma. Tornò a sedersi, richiuse gli occhi, cercando quel magico buio, profondo, in cui perdersi e sprofondare tra i sogni. I sogni, sono messaggi da lontano. Buio.

Perfect pain

Picasso- Marie Thérèse inclinata- 1939

Il dolore perfetto è come un buco che non si rimargina, non sparirà mai. Ogni giorno distinto dall’altro, ma uguale all’altro. Il tempo scandito da gesti diventati routine, fare qualcosa di diverso solo perché é necessario, per prolungare la lista di cose da fare, riempire il vuoto, segnare qualcosa sul calendario. Razionalizzare.

Check.

Quando la lista sarà terminata? Vuoi che termini? Sai che poi verrai inghiottita, lo sai. Sai anche che nessuno ti abbraccerà più con l’anima, non avrai neanche quel poco tempo di pace. Non succederà. Gli abbracci sono veloci, i baci sfiorati, gli sguardi indagatori. Vogliono sapere, capire. Non c’é niente da capire, niente da spiegare.

É solo morto.

Lo cerchi nei sogni, dove nessun altro può trovarvi, dove le parole non servono, quando hai bisogno di pensarlo, di ricordarti il suo odore e quel portale infinito che erano i suoi occhi.

Nella folla, come un pesce pelagico, nuoti a fatica, senza una meta precisa. Sogni le sue piccole imperfezioni, le debolezze che solo tu conoscevi, perché era entrato nel tuo mondo, era perfetto per te come tu per lui. Due imperfetti, perfetti l’uno per l’altra. Insieme avevate scoperto la bellezza dove nessuno si aspettava di trovarla.

Ed ora?

Nuoti in quel buco, in cui ogni tanto si riflette un raggio di sole o di luna, e insegui la simmetria dei disegni delle stelle. Una tra quelle ha il suo nome.


LA DOULEUR PARFAITE

à mon Jean-René

La douleur parfaite est comme un gouffre qui ne guérit pas, elle ne disparaîtra jamais. Chaque jour est différent de l’autre, mais pareil à l’autre. Un temps marqué par des gestes devenus routiniers, faire quelque chose de différent juste parce que c’est nécessaire, allonger la liste des choses à faire, combler le vide, marquer quelque chose sur le calendrier. Rationaliser.

Vérifier.

Quand la liste sera-t-elle terminée ? Est-ce que tu veux que ça se termine ? Tu sais qu’alors tu seras englouti, tu le sais. Tu sais aussi que personne ne t’embrassera plus avec son âme, tu n’auras même pas ce petit moment de paix. Cela n’arrivera pas. Les câlins sont rapides, les baisers touchés, les regards inquisiteurs. Ils veulent savoir, comprendre. Il n’y a rien à comprendre, rien à expliquer.

Il est simplement mort.

Tu le cherches dans les rêves, où personne d’autre ne peut vous trouver, où les mots sont inutiles, quand tu as besoin de penser à lui, de te souvenir de son odeur et de ce portail infini qu’étaient ses yeux.

Dans la foule, tel un poisson pélagique, tu nages difficilement, sans destination précise. Tu rêves de ses petites imperfections, des faiblesses que toi seule savais, car il était entré dans ton monde, il était parfait pour toi comme tu l’étais pour lui. Deux imparfaits, parfaits l’un pour l’autre. Ensemble, vous aviez découvert la beauté là, où personne ne s’attendait à la trouver.

Et maintenant ?

Tu nage dans ce trou, dans lequel se reflète, de temps en temps, un rayon de soleil ou de lune, et tu observes la symétrie des motifs des étoiles. L’un d’eux porte son nom.


PERFECT PAIN

The perfect pain is like a hole that doesn’t heal, it will never disappear. Every day is different but the same at the end. Time marked by gestures that have become routine, doing something different just because it’s necessary, to extend the list of things to do, fill the void, write something on the calendar. Rationalize.

Check.

When will the list be finished? Do you want it to end? You know that then you will be swallowed up, you know it. You also know that no one will hug you with their soul anymore, you won’t even have that little bit of time of peace. It won’t happen. The hugs are quick, the kisses are grazed, the glances are inquisitive. They want to know, to understand. There is nothing to understand, nothing to explain.

He’s just dead.

You are looking for him in dreams, where no one else can find you, where words are useless, when you need to think of him, to remember his smell and that infinite portal that were his eyes.

In the crowd, like a pelagic fish, you swim with difficulty, without a precise destination. You dream of his little imperfections, the weaknesses that only you knew, because he had entered your world, he was perfect for you as you were for him. Two imperfect people, perfect for each other. Together you had discovered beauty where no one expected to find it.

And now?

You swim in that hole in which, every now and then, a ray of sun or moon is reflected, and you chase the symmetry of the designs of the stars. One of those has its name.


MARCELLO COMITINI- Recensione di GIORNALISTA INDIPENDENTE

Ripubblico questo splendido articolo di GIORNALISTA INDIPENDENTE, sull’ultima raccolta di poesie di MARCELLO COMITINI.

Quella di Marcello Comitini non è la poesia dei folli e dei reietti, ma è semplicemente la poesia di un essere umano, dolente sì, ma anche sognante, malinconica, ma al contempo pervasa dall’infinita bellezza del creato, che il poeta tenta e spera di salvare dalle azioni distruttive di certi esseri avidi di potere.”






Mi mancherà?

Mi mancherà tutto questo?

Fissava il campo di pannocchie, un mare verde dai riflessi ocra, mosso dalla brezza nell’alba. Un sole giallo e rosso, come una caramella, dai contorni netti, piantato nel cielo, immobile, pronto ad esplodere aprendo il suo occhio al mondo.

Mi mancherà?

Le panchine della stazione erano piene di persone, valigie, zaini e cagnolini ansimanti, ma non faceva ancora caldo. L’altoparlante gracchiava di transiti veloci, era un continuo spostarsi da una parte all’altra, prima di risolvere rifugiandosi nelle scale del sottopassaggio. Troppa polvere e rumore, stava rovinando tutto.

Il bagaglio era piccolo e pesante, l’appendice della sua vita. C’era stato tutto. Avrebbe voluto partire leggera, ma mancava sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che le sarebbe potuto servire, qualcosa che si era dimenticata. C’era stato tutto.

Basta essere pragmatici, ogni cosa al suo posto, ma guai a spostarla, il gioco non sarebbe riuscito. Come un castello di carte, se sbagli, crolla tutto.

C’era lo spazio per i rimpianti, quello dei ricordi, le buste trasparenti dei dolori, tanti sacchetti di gioia che però non riusciva a riconoscere. Aveva messo qualcosa negli scomparti a cerniera laterali, cos’era? Ah, le delusioni e le amarezze, da una parte, e le illusioni dall’altra. I sogni? Si era dimenticata i sogni? Non poteva riaprire e controllare.

Pensa, pensa. Li avevi messi tutti in fila sul letto. Non è possibile. Certo che li ho presi. Li avrò messi nel mezzo, sono così fragili. Che altro?

Ormai il cielo era chiaro e lattiginoso, aveva ingoiato la luce del sole, appiattendo tutto. Le balle di fieno sembravano grigie, i campi sembravano grigi, tagliati da una striscia verde brillante, come una ferita aperta.

Musica in sottofondo, vociare, un altro giorno pronto a scivolare via, come un rigagnolo tra sassi e sterpaglie.

Il suo treno era arrivato, non se ne era quasi accorta. Salì per ultima, aspettò che le porte si chiudessero e, mentre si stava muovendo, rimase a fissare il suo bagaglio, rimasto sulla banchina.

Non sarebbe tornata più.

La ragione non ha passione

Guardava in continuazione l’orologio. Seduta sul divano, pronta da più di mezz’ora, pensò di andare a rivedersi allo specchio. Sospirando, si alzò, sentendo che le mani erano un pò gonfie per il caldo. Le avrebbe messe sotto il getto di acqua fredda.

In bagno, mentre l’acqua scorreva, passò in rassegna i capelli, cercando segni di ricrescita, poi, il viso.

Il viso.

L’acqua scorreva e lei rimase con lo sguardo fisso negli occhi. Il trucco leggero per non sembrare ancora più vecchia, le labbra che parlavano di baci. Abbassò lo sguardo sul lavandino, sulle mani che muoveva sotto il getto fresco. Si era dimenticata di togliersi gli anelli.

Per un attimo, le sembrò di affogare. Non c’erano appigli, non c’era nessun salvagente. Ci aveva pensato a lungo, non era la prima volta che giungeva a quella decisione, ma, questa volta, aveva finito le scuse, o la forza. Del doman non v’è certezza... E invece sì.

Chiuse il rubinetto e si asciugò con cura le mani, l’acqua tra gli anelli, e mise la crema, tenendo alte le braccia per favorire la circolazione. Faceva davvero caldo e sentiva lo stomaco contorcersi in un disagio che arrivava fino alla gola e si fermava proprio un attimo prima di esplodere in lacrime. Deglutì dirigendosi verso lo specchio grande, il rumore dei tacchi l’accompagnava, riportandola a momenti vissuti, a scenari tinti di rosso e arancio, deflagrati nel cuore e nel corpo. Quel corpo che l’aveva tradita. Quel corpo che non sapeva più trafugare gli anni, perché si era col tempo sincronizzato con la sua mente. Non avrebbe saputo dire quando era successo, quando il cuore aveva perso potere e aveva lasciato campo libero alla razionalità. Forse l’ultimo compleanno.

Come fare a dimenticare le emozioni, gli abbracci, la passione, quelle risate di pancia incontrollabili? Come cancellare quegli occhi disegnati da ciglia lunghe e morbide, il suo profumo, il suo sorriso, la sua invadenza?

Si guardò allo specchio con un sorriso e si trovò bella. Strinse le labbra e chiuse gli occhi.

Vent’anni di differenza erano troppi. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo.

Arrivò un messaggio sul telefonino. Era arrivato. Prese la borsa e, sentendo di colpo tutta la pesantezza dei suoi anni, uscì, per non ritornare.


Foto da unsplash

Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.

Vuoto

Mi piacerebbe che qualcuno mi insegnasse a stare da sola. Non dovrei rincorrere sempre la mediocrità, riempire i vuoti, accontentarmi di un surrogato dell’amore. Non è vero che il tempo mette ognuno al suo posto. Forse un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta e mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Ma non oggi. Oggi era là, seduta a fissare quei cinque piani di altezza sotto di lei, quel vuoto che terminava su delle aiuole circondate dal cemento.

Si accomodò meglio. Parlava da sola, come sempre.

Mi hanno detto che ho un grande dono, che la mia sensibilità ha una capacità di vibrare, un’agilità che risuona. E allora? Mi ricordo quando ero piccola e la maestra aveva detto a mia madre che la mia intelligenza disturbava, che riempiva e non lasciava spazio agli altri. Non vedevo gli altri bambini. Già allora, non riuscivo a vedere gli altri, ma sentivo la necessità di un rapporto vero. Vorrei capire.Vorrei capirmi.

DBP. Voleva dire tutto e niente. Ipersensibile. La avevano etichettata così.

Sono rabbiosa, anzi, furiosa, mi hanno tradito ancora e quello che pensavo di aver condiviso è svanito. Come polvere al vento. Vorrei distruggere tutto, tutto di me.

Fissò il cielo che stava imbrunendo, quella prima stella che bucava col suo sfolgorio. Finto. Le sembrò che anche quello spettacolo incomprensibile fosse finto.

Poi si guardò i piedi che ciondolavano nel vuoto. Non vedeva altro, non sentiva la necessità di un appoggio, non aveva paura. I colori là sotto erano mischiati, come in una tela astratta, pastosi e amalgamati.

Si sdraiò per guardare meglio l’infinito. L’infinito. Si poteva impazzire pensando all’infinito, il cervello non ne era capace, lei, non ne era capace.

“Ah, se potessi volare, partirei come un razzo. E magari, esploderei.”

E mise le mani a conchiglia intorno agli occhi per poter isolare i pensieri, per poter viaggiare in quei ritagli di cielo, lasciando tutto fuori. Aspettava di sentire se qualcuno la chiamava, se qualcuno si era accorto che non era in casa.

Il cielo si scurì, gli uccelli sparirono, le stelle apparvero una ad una, una ad una, una ad una.

Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Hipster mum

Aveva indossato gli stessi pantaloni e la stessa camicia per una settimana. Non se n’era neanche accorta. Andava in automatico, prima LUI, poi, tutto il resto. Compreso mangiare.

Sua madre passava come un fantasma, da una stanza all’altra, sempre con la sigaretta in bocca, e questa cosa non le piaceva affatto.

LUI, era piccolo in tutto quel fumo, lo vedeva annebbiato, a volte in silenzio, come assorto. Chissà a cosa pensava? Quando lo prendeva in braccio faceva una smorfia strana, quasi a dirle <No. Non mi devi prendere così! Proprio non sei capace…> Poi, scoppiava in un pianto disperato che la stordiva. Lo rimetteva nella culla, dopo vari tentativi con paroline dolci e balletti ondivaghi che le lasciavano un certo malessere. E come per magia, si calmava, almeno per un po’. Rimaneva a guardarlo, cercando qualcosa che le assomigliasse, tipo gli occhi, la bocca, almeno le orecchie. Niente.

Le sembrava che fosse arrivato da lontano. Non aveva provato niente quando glielo avevano messo in braccio dopo il parto. Forse perché aveva sofferto davvero tanto. Dolori insopportabili da toglierle il respiro. Liberarsi da quel dolore, smettere di urlare, era la sola cosa che voleva, liberarsi.

Poi, era tornata a casa con quel fagotto, silenzioso, tutto morbido e profumato, che spariva dentro il porte enfant. Avrebbe voluto dormire, riposare tranquilla e invece, era cominciato il delirio. Urla di notte, di giorno, mentre faceva la doccia, per non parlare di quando cercava di rispondere ai messaggi delle sue amiche. Sembrava che quel nanerottolo dal sorriso sdentato fosse stato programmato per farle i dispetti. Poi, aveva scoperto il rumore bianco! Googlando in cerca di soluzioni per far addormentare i neonati, aveva provato con il rumore del phon. E funzionava!

Stava proprio diventando brava. Non come sua madre, lei sarebbe stata migliore.

LUI reclamava il latte, ancora. O forse aveva le coliche. Via, nel lettone insieme, con il biberon e il phon.

E si guarda intorno, nel silenzio, appoggiata ai cuscini. LUI la sta fissando mentre succhia senza fretta.

< Oggi mi cambierò, dopo averti fatto il bagnetto, farò anch’io “il bagnetto” e così saremo tutti e due belli e profumati. E faremo dei selfie.>

Stanno arrivando messaggi ma lei affonda il naso in quel minuscolo miracolo. Non c’è droga che tenga.

Profumi di magia, profumi… di me.

Domani.

Piovigginava, ma non importava. Anche oggi sapeva che l’avrebbe vista.

E infatti, sotto la pensilina gremita, quasi nell’angolo, la vide. Lei, emanava bellezza.

Era amore. Era amore? Di sicuro lui era rimasto incantato la prima volta, come un ragazzino rapito, inebetito. Aveva incrociato i suoi occhi ed era rimasto impietrito. Saranno stati i suoi capelli che, mossi da un vento fastidioso, si muovevano in una danza che non poteva essere di questo mondo?

Una Medusa caduta da qualche cielo, una visione che pensava sarebbe sparita da un momento all’altro. Anche oggi proprio non riusciva a distogliere lo sguardo da quella grazia che si cibava di luce, non emanava, assorbiva.

Parlarle? Quanto avrebbe voluto, ma temeva che le parole avrebbero rovinato tutto. Le parole rovinano sempre tante cose e appaiono anche le menzogne. Niente da fare. Gli bastava guardare quella figura che, se non fosse stato per quella luce di cui era impregnata, sarebbe stata inghiottita dalle persone intorno.

Non era sesso, era estasi. La delicatezza del collo che scivolava tra le scapole e i suoi movimenti, una grazia fluente. Esisteva? Per lui?

L’autobus era arrivato riempendo l’aria di rumori e vociare. Lei salì come ogni giorno, divorata da quel grosso, sporco e immenso ammasso di ferro e carne, che ripartì con un ruggito stonato, faticando.

Lo vide allontanarsi tra il traffico, ricolmo e stanco, come un coccodrillo che ha appena ingurgitato le prede. Ma lei domani sarà ancora qui, lei non la puoi inghiottire. Lei è pura luce, forse amore, e diventerà una storia. La mia storia.

A domani.


foto da unsplash

Buchi nell’animo

Ennesimo litigio. Apre le ante dell’armadio e sistema nervosamente le camicie appena stirate.

La colpa è mia, sempre mia. Ma è davvero mia? In fondo si litiga in due. Eppure quella sensazione di disagio che sto provando, me lo conferma. Non è successo niente di drammatico.

Sposta gli appendiabiti, apre un cassetto. Sbaglia cassetto e lo richiude. Si gira a fissare le pile di indumenti da sistemare e si siede sul letto, crolla con le mani sulle gambe.

Lui è uscito con gli amici e si è scordato che doveva accompagnarmi al vivaio. Ti pare che non sia drammatico? Siamo una coppia. Ma ti puoi scordare sempre, va beh, non sempre, diciamo spesso, dei miei bisogni?

Guarda i mucchi di vestiti alla sua destra, il suo è decisamente più piccolo. Odia quella montagnola di roba, appena stirata, che troneggia sicura come un picco montuoso, la odia.

Non dico che debba sempre essere perfetto ma, almeno farmi sentire importante ogni tanto, che so, qualche attenzione, chiedo troppo?

Sente aprirsi la porta di casa, sono arrivati i gemelli, tornano dalla partita a calcetto. E l’aria improvvisamente si riempie, può sentire distintamente il leggero afrore di tute sudate, e l’odore dei suoi figli, così diversi anche se identici.

Stanno andando in cucina, sanno che troveranno già pronta, nel forno, la pasta speciale della mamma. Rumori di piatti, posate, il frigo che si apre e si chiude, le sedie che si spostano. Poi, silenzio. Stanno mangiando.

Finisce di sistemare in fretta, senza pensare, deve andare in cucina. Chiude l’armadio e nota che gli specchi delle ante sono da pulire. La sua immagine è riflessa ma vede solo le impronte, la polvere.

Lo farò, più tardi.

Esce dalla stanza, qualche passo nel breve corridoio e la luce della cucina che la abbaglia. Le voci dei suoi figli sono alte, le sembra che ogni rumore sia amplificato.

< Com’è andata? Divertiti? La pasta era buona?>

Ma sono già in piedi, stanno per andare a fare una doccia, lasciandosi dietro un “tutto bene mà“. I piatti sono rimasti sul tavolo, insieme alla teglia, ai bicchieri, la bottiglia d’acqua e i tovaglioli.

L’aria è tornata normale, immobile. L’amore può essere mancanza d’amore, una pena? La sua amica saggia le aveva detto che la sofferenza va attraversata, non puoi saltarla. Il dolore è necessario e va processato. Accettare le frustrazioni.

Pila di abiti, cucina sporca, specchio da pulire, bagno che tra poco sarà un disastro, vasi tristemente vuoti alla finestra. Fuori sembra una bella giornata.

Torna in camera, si cambia, si pettina e si trucca un pò. Borsa, chiavi di casa e telefonino. Qualche passo nel breve corridoio, apre la porta di casa e sente il rumore della chiusura dietro di sé.

Non potete riempire tutti i buchi che ho nell’animo. In qualcuno, metterò dei fiori.


Foto da unsplash