Arrivare.

Questa volta, andare al lavoro non avrebbe avuto il solito saporaccio amaro, stomachevole. Non avrebbe dovuto, come sempre fino ad allora, ingoiare spinose battute, vomitare grasse risate di circostanza, staccare con pazienza filamenti di false lusinghe. No, quel giorno se lo aspettava lieve, senza nessuna afflizione, e che scivolasse come un’ostrica in gola.

Contemplò il nuovo ufficio, la targhetta all’esterno col suo nome. Il SUO nome. Il cuore pulsava una marcia trionfale, le sembrava anche di essere più alta.

<Congratulazioni!>

Vibrazioni negative, dietro di lei. Ma, voltandosi, dalla sua nuova altezza, le parve di vedere quella che un tempo era stata una collega. Le pareva più brutta, e anche un po’ sciatta.

Ringraziò sorridendo e, sentendosi come Alice che aveva appena bevuto dalla bottiglietta, le sembrò di diventare enorme, rimanendo a fissare quella figura che velocemente rimpiccioliva sotto di lei.

Strani scherzi della mente. Mania di grandezza? Narcisismo esplosivo? Fece una spaventosa frenata col cuore.

Entrando nel SUO ufficio fu colta da una sorta di senso di colpa, accompagnato da una gelida solitudine. “La solitudine del leader “, sussurrò.

Tutto, là dentro, dalla scrivania al tavolo tondo con quattro sedie, parlava di nuove responsabilità, di risultati attesi. Ma non doveva sentirsi raggiante?

Non sapeva ancora come giudicare le sue reazioni.

Prima male, poi bene, poi accese il computer.

Vuoto

Mi piacerebbe che qualcuno mi insegnasse a stare da sola. Non dovrei rincorrere sempre la mediocrità, riempire i vuoti, accontentarmi di un surrogato dell’amore. Non è vero che il tempo mette ognuno al suo posto. Forse un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta e mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Ma non oggi. Oggi era là, seduta a fissare quei cinque piani di altezza sotto di lei, quel vuoto che terminava su delle aiuole circondate dal cemento.

Si accomodò meglio. Parlava da sola, come sempre.

Mi hanno detto che ho un grande dono, che la mia sensibilità ha una capacità di vibrare, un’agilità che risuona. E allora? Mi ricordo quando ero piccola e la maestra aveva detto a mia madre che la mia intelligenza disturbava, che riempiva e non lasciava spazio agli altri. Non vedevo gli altri bambini. Già allora, non riuscivo a vedere gli altri, ma sentivo la necessità di un rapporto vero. Vorrei capire.Vorrei capirmi.

DBP. Voleva dire tutto e niente. Ipersensibile. La avevano etichettata così.

Sono rabbiosa, anzi, furiosa, mi hanno tradito ancora e quello che pensavo di aver condiviso è svanito. Come polvere al vento. Vorrei distruggere tutto, tutto di me.

Fissò il cielo che stava imbrunendo, quella prima stella che bucava col suo sfolgorio. Finto. Le sembrò che anche quello spettacolo incomprensibile fosse finto.

Poi si guardò i piedi che ciondolavano nel vuoto. Non vedeva altro, non sentiva la necessità di un appoggio, non aveva paura. I colori là sotto erano mischiati, come in una tela astratta, pastosi e amalgamati.

Si sdraiò per guardare meglio l’infinito. L’infinito. Si poteva impazzire pensando all’infinito, il cervello non ne era capace, lei, non ne era capace.

“Ah, se potessi volare, partirei come un razzo. E magari, esploderei.”

E mise le mani a conchiglia intorno agli occhi per poter isolare i pensieri, per poter viaggiare in quei ritagli di cielo, lasciando tutto fuori. Aspettava di sentire se qualcuno la chiamava, se qualcuno si era accorto che non era in casa.

Il cielo si scurì, gli uccelli sparirono, le stelle apparvero una ad una, una ad una, una ad una.

Goccia a goccia

Due volte a settimana andava al raduno Alcolisti anonimi.

In questo posto esistevano regole, gesti e parole che si ripetevano ogni volta. Era confortante non pensare e la gente sembrava normale. Si chiacchierava del più e del meno, ci si salutava prendendo un caffè al distributore e oggi, qualcuno aveva portato dei biscotti.

Ti invitavano ad essere onesto, a toglierti qualunque maschera, aprirti e combattere. Oggi, toccava a lei, presentarsi e parlare un po’.

Parte un applauso e il ringraziamento da parte dello psicologo che la invita ad accomodarsi, dopo averle consegnato il suo primo gagliardetto. Tre mesi senza bere.

< Ciao a tutti Sono Carla.>

< Ciao Carla!>

< Tre mesi. Cerco di vederlo come un traguardo, ma quanto è difficile. Ora so che lo diventerà ancora di più. Siamo forti? Cerchiamo di essere forti perché ci vogliono forti. Perché? Quelli come noi hanno fallito e spaventano. La verità é che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’indipendenza è una utopia. Ma vi dirò una cosa, non mi piace quello che vedo, non mi piace più. Ci siamo dimenticati il primo bacio, di quando status symbol non significava nulla, le vacanze duravano mesi e le emozioni erano semplici. Il sole scottava la pelle, il benessere era, stare bene.>

Lo psicologo la interrompe, ora toccherà ad un altro. Poi, parleranno in cerchio, come ogni volta.

Quando arriverà il punto di saturazione. Quando non riuscirò più a insistere e il mio cuore, già colmo di amarezza, non sopporterà più? Tenerezza e dolcezza sono parole, solo parole, da tanto tempo. L’Universo é crudele, va a caso e quando trovi qualcosa che ti da gioia, lo devi prendere al volo, perché il dolore ti adesca. Più tardi, sarà troppo tardi. La vita ha bisogno di bellezza, anche attraverso il dolore. Prima pensavo di meritarmelo, ora so a chi dare la colpa. E non sono io. Non a me.

È finita. Sono andati via tutti. Va alla finestra e vede in lontananza la spiaggia e il mare. Apre un po’ e sente arrivare voci, insieme al vento. Vede le docce, spruzzi, gocce lanciate ovunque, che lasciano macchie sui muri e, sui cuori.

Si asciugheranno, almeno sui muri.


Foto da unsplash

Inizia il conto alla rovescia

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa pensi che migliori con l’età?

Ti accorgi di crescere (invecchiare non ci piace) quando cominci a fare il conto alla rovescia. Certo che si guarda a tutto quello che si è fatto ma anche a tutto quello che ancora si vorrebbe fare, o peggio, rifare, con l’esperienza acquisita. Ma non sarebbe più la stessa cosa. Forse questa consapevolezza del lasciar andare, il guardarsi volendosi bene, perdonandosi gli errori, forse quando si libera per sempre il bambino interiore, lasciandolo. Allora non si pensa più a quanto tempo rimane ma a cosa farne. E s’impara a sorridere più spesso, anche di se stessi.

Così vicini, così lontani.

Dopo il mio post F,G o C, che affronta in maniera leggera il tema della medianità, vi propongo la testimonianza di chi (La Custode della Luna) invece ne è la protagonista, avendo questo dono fin dall’infanzia.

Un mistero affascinante, che incute timore e suscita grande curiosità.

Hipster mum

Aveva indossato gli stessi pantaloni e la stessa camicia per una settimana. Non se n’era neanche accorta. Andava in automatico, prima LUI, poi, tutto il resto. Compreso mangiare.

Sua madre passava come un fantasma, da una stanza all’altra, sempre con la sigaretta in bocca, e questa cosa non le piaceva affatto.

LUI, era piccolo in tutto quel fumo, lo vedeva annebbiato, a volte in silenzio, come assorto. Chissà a cosa pensava? Quando lo prendeva in braccio faceva una smorfia strana, quasi a dirle <No. Non mi devi prendere così! Proprio non sei capace…> Poi, scoppiava in un pianto disperato che la stordiva. Lo rimetteva nella culla, dopo vari tentativi con paroline dolci e balletti ondivaghi che le lasciavano un certo malessere. E come per magia, si calmava, almeno per un po’. Rimaneva a guardarlo, cercando qualcosa che le assomigliasse, tipo gli occhi, la bocca, almeno le orecchie. Niente.

Le sembrava che fosse arrivato da lontano. Non aveva provato niente quando glielo avevano messo in braccio dopo il parto. Forse perché aveva sofferto davvero tanto. Dolori insopportabili da toglierle il respiro. Liberarsi da quel dolore, smettere di urlare, era la sola cosa che voleva, liberarsi.

Poi, era tornata a casa con quel fagotto, silenzioso, tutto morbido e profumato, che spariva dentro il porte enfant. Avrebbe voluto dormire, riposare tranquilla e invece, era cominciato il delirio. Urla di notte, di giorno, mentre faceva la doccia, per non parlare di quando cercava di rispondere ai messaggi delle sue amiche. Sembrava che quel nanerottolo dal sorriso sdentato fosse stato programmato per farle i dispetti. Poi, aveva scoperto il rumore bianco! Googlando in cerca di soluzioni per far addormentare i neonati, aveva provato con il rumore del phon. E funzionava!

Stava proprio diventando brava. Non come sua madre, lei sarebbe stata migliore.

LUI reclamava il latte, ancora. O forse aveva le coliche. Via, nel lettone insieme, con il biberon e il phon.

E si guarda intorno, nel silenzio, appoggiata ai cuscini. LUI la sta fissando mentre succhia senza fretta.

< Oggi mi cambierò, dopo averti fatto il bagnetto, farò anch’io “il bagnetto” e così saremo tutti e due belli e profumati. E faremo dei selfie.>

Stanno arrivando messaggi ma lei affonda il naso in quel minuscolo miracolo. Non c’è droga che tenga.

Profumi di magia, profumi… di me.

La poesia rende eterni

TERRA, CARNE DEL POETA

Poche opere d’arte hanno la longevità della poesia.

La prossima raccolta di poesie Terra, carne del poeta, di MARCELLO COMITINI sarà presto disponibile. Ecco un breve video di presentazione, tratto da una delle poesie della raccolta: Fiumi femmina.

Video e prefazione al libro di Marcella Donagemma. (moi)

F, G o C.

Se ne stava seduta su una seggiolina, guardandosi intorno. Era arrivata da quasi dieci minuti, e la tensione stava salendo. C’era silenzio in quella parte del palazzo, una casa isolata, non antica ma vecchia, in mezzo ad un grande parco comune. L’inconfondibile odore di muffa e terra bagnata saliva dalla tromba delle scale fino al suo piano, l’ultimo. Sembrava che fosse l’unico appartamento abitato. D’altra parte, il “mestiere ” dell’inquilina, poteva mettere un pò a disagio. Si era fatta convincere da un’amica che la frequentava da tempo, ed era entusiasta delle potenzialità della signora.

Stava fissando una mattonella sul pavimento quando sentì aprirsi il chiavistello della porta. Voci, una signora elegante che ringrazia ed esce veloce, saluta appena e scende di corsa le scale. Dietro la porta, nella penombra, una figura scura la invita ad entrare, parlando veloce. Neanche il tempo di alzarsi ed entrare in un ingresso poco illuminato, che da una stanza poco più in là, qualcuno le chiede, o meglio, le dice, di chiudere la porta.

Pochi passi e si trova in una stanza piena di immagini sacre, profumata con, al centro, un tavolo e delle sedie. Una signora dai lunghi capelli neri raccolti in una lunga treccia, le chiede il nome, la invita ad accomodarsi.

“Stia tranquilla. Se non vogliono parlare con lei, non verrà nessuno.”

E l’ansia cresce.

Potrebbero non volermi parlare? Certo. In fondo forse li disturbo.

“Guardi che non li disturba.” La signora stava spargendo alcol nell’aria.

“Per gli spiritelli. Sono davvero snervanti.”

Meglio non chiedere. Da dove comincio?

“Allora, ce n’è uno di fianco a lei.” Intanto la signora stava scrivendo, assorta, e non si fermava.

“Comincia con la lettera F. Lo spirito è una donna, e le vuole bene. Perché le vuole parlare?”

Continuava a scrivere, sembrava una furia, riempiva pagine con una calligrafia che sembrava un disegno.

“Potrebbe essere mia mamma…”

“Non parli con me, parli con sua madre.”

Non ce la faccio, non ce la faccio. Ma che sto facendo? Mamma, se sei tu, voglio solo dirti che mi dispiace, mi dispiace.

La voce non le usciva. La medium si fermò, alzo lo sguardo, due occhi scuri e vuoti. Le prese le mani e le sembrò che le luci della sala brillassero, mentre avvertiva una sensazione di assoluta calma. La signora riprese a scrivere.

“Non so se sia sua madre, di certo le vuole bene e sta bene. Sta parlando di una scatola o un contenitore, qualcosa che sembra importante… Ora se ne è andata. Ci sono anche altri due, sono voluti venire, uno è davvero piccolo, è una bambina, molto intelligente, mi sembrava un adulto, l’altro invece sta parlando di una pipa.”

” Papà! Sei tu? E la bambina? Dice qualcosa?”

“La sta osservando, non la conosce molto, è curiosa… intelligente. G o C, no, G.”

La mente che sta impazzendo, G. Chi conosco che comincia con G? Anzi, chi conoscevo. Ma il mio papà? Non dice più niente?

“Mia cara, sono attimi. Perdono molta energia quando si manifestano. Solo nei film si fanno quattro chiacchiere… il fatto che siano venuti senza chiamarli è davvero un bel segno. La pensano quando lei li pensa, ma sono altrove, hanno altro da fare.”

La seduta si conclude e le sembra che sia durata pochissimo, invece è passata quasi un’ora. La signora è spossata, muove il collo e parla veloce.

Lei paga un’offerta, si alza seguendo la treccia nera che oscilla sulla schiena della signora, saluta nella penombra dell’ingresso ed è fuori.

Non sa se è delusa o sconvolta o dubbiosa. Certo, aveva azzeccato le iniziali di mamma, e la pipa la fumano in molti, ma la lettera G? Quella bambina.

GIADA! La prima figlia di mio zio! Saranno passati più di 40 anni…

Cosa le rimaneva di questa esperienza? Una sorta di tremore, le mani sudate, l’insicurezza e una voglia incredibile di piangere.

A casa, a casa cercherò la scatola dove mamma metteva tutte le foto e i suoi scritti. A casa.

E s’incamminò sul selciato tra gli alberi, respirando, guardando il cielo.


foto da unsplash

Domani.

Piovigginava, ma non importava. Anche oggi sapeva che l’avrebbe vista.

E infatti, sotto la pensilina gremita, quasi nell’angolo, la vide. Lei, emanava bellezza.

Era amore. Era amore? Di sicuro lui era rimasto incantato la prima volta, come un ragazzino rapito, inebetito. Aveva incrociato i suoi occhi ed era rimasto impietrito. Saranno stati i suoi capelli che, mossi da un vento fastidioso, si muovevano in una danza che non poteva essere di questo mondo?

Una Medusa caduta da qualche cielo, una visione che pensava sarebbe sparita da un momento all’altro. Anche oggi proprio non riusciva a distogliere lo sguardo da quella grazia che si cibava di luce, non emanava, assorbiva.

Parlarle? Quanto avrebbe voluto, ma temeva che le parole avrebbero rovinato tutto. Le parole rovinano sempre tante cose e appaiono anche le menzogne. Niente da fare. Gli bastava guardare quella figura che, se non fosse stato per quella luce di cui era impregnata, sarebbe stata inghiottita dalle persone intorno.

Non era sesso, era estasi. La delicatezza del collo che scivolava tra le scapole e i suoi movimenti, una grazia fluente. Esisteva? Per lui?

L’autobus era arrivato riempendo l’aria di rumori e vociare. Lei salì come ogni giorno, divorata da quel grosso, sporco e immenso ammasso di ferro e carne, che ripartì con un ruggito stonato, faticando.

Lo vide allontanarsi tra il traffico, ricolmo e stanco, come un coccodrillo che ha appena ingurgitato le prede. Ma lei domani sarà ancora qui, lei non la puoi inghiottire. Lei è pura luce, forse amore, e diventerà una storia. La mia storia.

A domani.


foto da unsplash

Collaborazione artistica? SI PUÓ FARE!

Allora si può! < Si può fare!!! > Con questa battuta nel mitico film Frankenstein Junior, Gene Wilder, annunciava temerario e orgogliosamente pazzo, il successo dei suoi esperimenti.

Bene, oggi confermo. Si può collaborare tra artisti, si può ancora avere fiducia nella possibilità di condividere esperienze e lavori. Anche su un Social. É cosa rara, e qualcuno mi ha detto: “Fatti i fatti tuoi e campi cent’anni!” , sicuramente ha ragione. Ma, che senso ha? Rischi di rimanere deluso? Certo. Ma quando invece succede…

Che un maestro come Comitini, che ringrazio ancora, offra la possibilità di apparire in uno dei suoi lavori, denota non solo sicurezza in se stessi ma anche empatia e curiosità. Doti rare e preziose.

E, per chi ancora non si è avvicinato alla prosa di Marcello Comitini…

Il cielo è una bocca innamorata della terra


Foto da web

Buchi nell’animo

Ennesimo litigio. Apre le ante dell’armadio e sistema nervosamente le camicie appena stirate.

La colpa è mia, sempre mia. Ma è davvero mia? In fondo si litiga in due. Eppure quella sensazione di disagio che sto provando, me lo conferma. Non è successo niente di drammatico.

Sposta gli appendiabiti, apre un cassetto. Sbaglia cassetto e lo richiude. Si gira a fissare le pile di indumenti da sistemare e si siede sul letto, crolla con le mani sulle gambe.

Lui è uscito con gli amici e si è scordato che doveva accompagnarmi al vivaio. Ti pare che non sia drammatico? Siamo una coppia. Ma ti puoi scordare sempre, va beh, non sempre, diciamo spesso, dei miei bisogni?

Guarda i mucchi di vestiti alla sua destra, il suo è decisamente più piccolo. Odia quella montagnola di roba, appena stirata, che troneggia sicura come un picco montuoso, la odia.

Non dico che debba sempre essere perfetto ma, almeno farmi sentire importante ogni tanto, che so, qualche attenzione, chiedo troppo?

Sente aprirsi la porta di casa, sono arrivati i gemelli, tornano dalla partita a calcetto. E l’aria improvvisamente si riempie, può sentire distintamente il leggero afrore di tute sudate, e l’odore dei suoi figli, così diversi anche se identici.

Stanno andando in cucina, sanno che troveranno già pronta, nel forno, la pasta speciale della mamma. Rumori di piatti, posate, il frigo che si apre e si chiude, le sedie che si spostano. Poi, silenzio. Stanno mangiando.

Finisce di sistemare in fretta, senza pensare, deve andare in cucina. Chiude l’armadio e nota che gli specchi delle ante sono da pulire. La sua immagine è riflessa ma vede solo le impronte, la polvere.

Lo farò, più tardi.

Esce dalla stanza, qualche passo nel breve corridoio e la luce della cucina che la abbaglia. Le voci dei suoi figli sono alte, le sembra che ogni rumore sia amplificato.

< Com’è andata? Divertiti? La pasta era buona?>

Ma sono già in piedi, stanno per andare a fare una doccia, lasciandosi dietro un “tutto bene mà“. I piatti sono rimasti sul tavolo, insieme alla teglia, ai bicchieri, la bottiglia d’acqua e i tovaglioli.

L’aria è tornata normale, immobile. L’amore può essere mancanza d’amore, una pena? La sua amica saggia le aveva detto che la sofferenza va attraversata, non puoi saltarla. Il dolore è necessario e va processato. Accettare le frustrazioni.

Pila di abiti, cucina sporca, specchio da pulire, bagno che tra poco sarà un disastro, vasi tristemente vuoti alla finestra. Fuori sembra una bella giornata.

Torna in camera, si cambia, si pettina e si trucca un pò. Borsa, chiavi di casa e telefonino. Qualche passo nel breve corridoio, apre la porta di casa e sente il rumore della chiusura dietro di sé.

Non potete riempire tutti i buchi che ho nell’animo. In qualcuno, metterò dei fiori.


Foto da unsplash

L’odio è faticoso

Anche oggi è arrivata alla porta dell’ ufficio. Varca la soglia della monotonia e piaggeria, saluta chi già sta sistemandosi alla sua scrivania. La sua è là in fondo, quasi attaccata al muro, con dietro pesanti armadi in ferro, ciclopi muti che sovrastano, minacciano, sanno tutto. Al loro interno c’era anche lei, la sua storia lavorativa, le sue scarse performance e i suoi punteggi. Quasi le sembra di sentirli rispondere, a voce bassa, ai quesiti degli altri file, alle loro battute, ammutolendola di fronte ai migliori. É stressante.

Eppure, la sua scrivania é come una cuccia, se non fosse per quella pila di articoli che doveva finire di correggere. Oggi, riunione del lunedì. Le colleghe sono in tiro, energiche, tutte carine, anche quelle passabili. Lei non era proprio male, ma c’era sempre qualcosa che non andava, o i capelli, o il colore dei pantaloni, o le occhiaie. Eleonora, quarta di reggiseno, gambe infinite, glielo faceva notare sempre.

La riunione si svolge, come sempre, nella sala col tavolo ovale in vetro, di quelli che una volta terminato il briefing, rimangono cosparsi di impronte e aloni lasciati dai bicchieri riempiti d’acqua. Oggi, oltre ai soliti, hanno parlato anche altri due colleghi. Si sono fatti forza, avevano preparato una presentazione che tutti hanno fatto finto di ascoltare, buttando distrattamente un occhio al Capo redattore, per vederne la reazione. Terminata. A lei, non toccherà altro che correggere bozze. Ancora.

Sulla sua scrivania, una rosa, rossa.

Sulla sua scrivania. I colleghi che fanno battutine, le colleghe che fanno finta di niente, tranne Eleonora, che arriva insieme alla chioma bionda e vaporosa, chiedendole chi gliela manda.

< Non so Eleonora, non c’è neanche un biglietto.>

< Allora forse si sono sbagliati. Magari non è per te.>

Crepa, Eleonora. Ti odierei, se non fossi tanto stanca.


foto da unsplash

Il corpo è un museo.

Il corpo è un museo e io non ho il biglietto per entrare. Non ho neanche vent’anni e ho già vissuto, tanto. Da quando sono nato ho sentito sempre e solo domande.

Perché volete iscriverlo al liceo?

Perché sorride così?

Perché non può stare fermo?

Diagnosi: Tetraparesi spastica distonica. Non sapevo cosa fosse.

Terapie. Non sapevo cosa fossero.

Fatica, solitudine, dolore. Tre ore al giorno di fisioterapia per imparare a camminare normalmente. Camici bianchi in ospedale. Un lungo viaggio, anche se, il solo posto in cui potevo andare, erano i miei pensieri.

É svogliato.

No, è malato.

I miei genitori, la mia nonna erano le mie uova di Pasqua, la loro anima era la sorpresa più grande.

Sono difettoso, rotto, manca qualche pezzo.

Troppo handicappato per fare il liceo scientifico, ti dicono i prof, in prima superiore, mentre sorella morte continua a bussare all’anima. Io contro tutti, mi diplomo.

Poi arriva Beatrice, inferno e paradiso. Esiste amore senza dolore, esiste dolore senza amore? Voglio vivere e amare. Stare bene. Vorrei un talismano a cui aggrapparmi di tanto in tanto, per non perdermi.

La vita è troppo bella per continuare a viverla così?

Cerco di vivere il presente, non dimentico il passato ma non distolgo lo sguardo dal futuro.

Sorella morte, bussa, bussa quanto vuoi. Il museo, per ora, è chiuso.


Foto da usplash di viktor-forgacs

racconto tratto da una testimonianza su Tik Tok

L’astronave degli esposti

Aveva dimenticato i guanti, ancora. Forse gli sarebbe convenuto mettere un avviso sul cellulare, per ricordarselo. Camminava veloce con le mani in tasca, ma il marciapiedi era stretto da un’impalcatura, che sorreggeva una larga crepa nel muro del palazzo di fianco.

Tocca deviare, passare sulla strada, proprio vicino ai cassonetti maleodoranti. Non c’era verso, caldo o freddo, quei ricettacoli di germi, quelle astronavi debordanti immondizia, annunciavano la loro presenza con olezzi immondi, portati dall’aria. Passano le macchine in fila, stringono, e la vicinanza ai bidoni si fa pericolosa. Mentre cerca di trovare un suo spazio, un equilibrio, sente un miagolio, proprio dietro. Sembra, dietro.

Si volta e tutto tace per un attimo, poi ricomincia, più forte, e viene da dentro l’astronave, proprio là dentro. Sta per andarsene, vedendo arrivare un camion per la raccolta. Fa qualche passo, poi torna indietro. Avranno buttato una cucciolata? Mostri. Non ce la fa, deve controllare.

Buste chiuse, aperte, puzza di urina e marciume. Là, là sotto c’è una busta che si muove, saranno là. E affonda le mani nell’immondizia, non ci arriva, si appoggia al cassonetto e si sporge all’interno, il giaccone macchiato da chissà cosa, pezzi di carta che si appiccicano e la busta gli scivola.

Il camion per la raccolta è arrivato e lo hanno preso per un barbone. Lui parla, con il busto inclinato dentro l’inferno, quasi gli manca il respiro, ma è riuscito a prendere un lembo della busta. Chiede aiuto inutilmente, tra i visi seccati, tira su la busta, lentamente, per non perderla, come se fosse un premio, uno di quelli delle macchinette alle fiere, dove non riesci mai a sollevare con la piccola gru, il pupazzetto che hai scelto.

Strappa un lembo della busta e vede un braccino.

< É un neonato!>

Lo toglie dalla busta, sta mugolando a occhi chiusi, è quasi blu, come il lungo cordone ombelicale ancora attaccato, che scivola dentro al marciume. Lo afferra al volo, si toglie il giaccone e avvolge quel minuscolo essere umano, uscito dall’astronave, sopravvissuto a quel viaggio. Stanno chiamando il 113 e il 118, il traffico è bloccato, tra i clacson qualcuno scende urlando dalla macchina, qualcun altro arriva a fare foto. Ma lui, stava scaldando il corpicino, lo massaggiava proprio nell’attimo in cui aveva aperto un po’ gli occhi e sembrava sorridere.

Ora non si muove più, non mugola più. Continua ad accarezzarlo piano fino a che arriva un dottore e glielo prende dalle braccia, lo carica su un’ autoambulanza. Rimane immobile, lo vede partire su un’altra astronave. La polizia gli sta facendo delle domande ma è attonito, coperto di immondizia. Domande di routine perché ritrovare cuccioli d’uomo buttati via, è diventata quasi routine.

Quei cassonetti ora gli sembrano immensi, quasi il lerciume fosse ovunque, non solo addosso a lui.

< Si è tagliato, dovrebbe andare a farsi controllare in ospedale, con tutti i topi che ci sono, ha messo le mani là dentro, senza neanche i guanti.>


Foto di patrick-hendry da Unsplash

La passeggiata

Ogni mattina, indossava le scarpe comode perché doveva affrontare una stradina di ciottoli antichi, di quelli tondeggianti, a volte puntuti. Gli occhi fissi a terra per non incorrere in storte e per schivare pericoli. Le mura medievali tutte intorno, fresche, l’accompagnavano fino al basso paese, un percorso che avrebbe potuto fare ad occhi chiusi, dopo tanti anni. Conosceva ogni anfratto, ogni vicolo, perfino quelle piantine selvatiche che fiorivano in primavera, azzurre, e che i ragazzi strappavano senza alcuna cura. In fondo alla strada non c’era nessuno, era presto. Meglio muoversi presto. Era arrivata sull’asfalto, la camminata ora era sciolta, tutt’altra sensazione. Ed ogni volta, pensava ai tempi in cui carrozze e cavalli, risalivano quei viottoli, doveva essere un inferno, tra fango e povera gente buttata a terra, brutto periodo il Medioevo. Una macchina le passò vicino sfrecciando.

Corri, corri, che dopo la curva rischi di bucare se non stai attento.

La piazzetta del paese era circondata da piante alte e cespugli appena tagliati, c’era profumo d’erba. La scuola era chiusa per le vacanze estive e i bar aspettavano, con le porte aperte e il profumo di caffè e brioches. C’era qualche persona seduta fuori, con il cane a terra, già ansimante per il caldo.

Sarà una giornata afosa.

Girò l’angolo per andare in drogheria, che era vicino al fruttivendolo, alla merceria, ad un altro bar e al giornalaio.

Spostò le tende in plastica, sempre le stesse da quando era arrivata, troppi anni fa. Il suo buongiorno risuonò nel locale dove c’erano già due signore davanti al bancone, intente a chiacchierare mentre ordinavano. Si riempì le narici col profumo del pane ancora tiepido e della focaccia, gonfia e succulenta. Stava per chiederne un pezzetto quando entrò una folata di energia e risate. Una famiglia con due ragazzini, gli zaini e il profumo di pulito, invase lo spazio. Salutarono e cominciarono a guardarsi intorno, passando tra gli scaffali a muro, con una elettricità che pareva smuovere le confezioni di pasta e tintinnare i vetri delle conserve. La mamma aveva già adocchiato quello che avrebbero comprato. La droghiera si staccò un attimo dalle signore per servire questo ingombro. In fondo sapeva che avrebbero preso panini imbottiti e bibite, forse qualche fetta di torta. Infatti.

Entrati e usciti. Come quando lasci la finestra aperta e fa corrente.

Turisti. Non sono di qua.

E nel negozio, l’aria era tornata stantia, le signore parlavano, guardando con la coda dell’occhio chi entrava, abbassando il tono della voce se c’era qualche pettegolezzo piccante. Di fianco alla cassa c’era un raccoglitore di caramelle, di quelli in metallo, di una volta, con la pubblicità punzonata sul bordo, ma ora raccoglieva tavolette di cioccolato, 80% di cacao.

Volevo un pezzo di focaccia, con la mortadella.

Se ne uscì col suo pacchetto tiepido e profumato, diretta al piccolo viale alberato.

Mi fermerò su una panchina all’ombra.

Il sole stava alzandosi, le ombre dei pini e dei tigli si assottigliavano e, in alto, proprio dietro la macchia verde, si sentivano le risate della famigliola che stava salendo verso la Rocca. Come un piccolo stormo danzante, tra le urla dei bambini che avevano visto uno scoiattolo.

Era tanto tempo che non vedeva uno scoiattolo, e addentò la focaccia, a occhi chiusi.


Foto da Unsplash di dmitry-novikov

Un pomeriggio buttato

Camminava verso la macchina, fumando come se stesse respirando a pieni polmoni, inalava e sbuffava fumo. Il rumore dei tacchi sul marciapiedi bagnato, ritmato, interrotto solo quando schivava le piccole pozzanghere che si erano formate dopo il temporale. Aveva smesso di piovere, l’aria non si era rinfrescata, dava più la sensazione di afa tropicale e i raggi di un sole stanco, bucavano le pesanti nuvole scure, minacciose.

La aspettava un traffico delirante, di mezzi impazziti, accalcati, nervosi come uno sciame di api minacciato da qualche pericolo. Rimase seduta in macchina per un po’, proprio non ce la faceva a partire subito. Era scarica, spossata.

Un pomeriggio buttato.

Le erano rimaste in testa le risate di Laura, quel suo continuo parlare, agitarsi, le attenzioni mielose da padrona di casa, tutte quelle effusioni a fior di pelle e gli sguardi. Più che altro gli sguardi. Ti rimanevano addosso come i filamenti di una gomma da masticare su cui ti eri seduta incautamente.

Un pomeriggio buttato.

Laura aveva davvero una bella casa, un marito perfetto e due figli perfetti. Conosceva solo di vista le altre invitate. Di cosa si era parlato? Mah. Doveva essere un aperitivo di compleanno, ma il buffet, il personale di servizio, le mises delle ospiti, l’avevano frastornata. Conosceva Laura, sapeva che amava esagerare, ma oggi, era stato davvero troppo. Troppo”Ciao tesoro!”, troppo”Sei un incanto!”, troppo “Che piacere rivederti!”.

Il suo mazzo di fiori, peonie, gerbere, lillà e bocche di leone, buttato su un tavolo insieme ai regali, che presto ne avevano martoriato i petali, tutte quelle persone che non stavano ferme un attimo, con un bicchiere in una mano e un piattino nell’altra. Solo lei, aveva preso un fiore di zucca con un tovagliolino e lo aveva mangiato. Si era sentita fuori posto. La barca di suo marito era troppo piccola, sua figlia non era abbastanza bionda, suo nipote ancora non parlava e lei, non poteva sfoggiare un, seppur piccolo, successo patinato.

Aveva sorriso e ascoltato, osservato e invidiato. La perfezione dell’arredo, l’equilibrio dei colori, le piante sulla terrazza, rigogliose e fiorite. Poi, il temporale. Tutte in casa! Le finestre accostate, i tuoni e la torta, portata su un carrello, dalla colf più triste del mondo, tra applausi e baci.

Un pomeriggio buttato.

Mise in moto la macchina, pensando alla torta che, in fondo, non era stata granché.


Foto da Unsplash

Non torno più

Quel giorno Anna si aspettava il solito, la sequenza di impegni che da quattro anni cadenzavano la sua vita.

Il secondo figlio era arrivato, col suo profumo di buono, con quel carico di fatica che già conosceva e che svaniva appena lui accennava un sorriso. Erano figli che aveva voluto, che aveva imparato ad amare anche razionalmente, perché l’istinto a volte non era sufficiente. Aveva dovuto ammettere a se stessa che il pragmatismo, l’accettazione dell’imperfezione, dei vestiti che avevano ricominciato ad emanare effluvi di rigurgiti, delle occhiaie impermeabili a qualsiasi trucco, facevano parte del pacchetto. Un pacchetto unico, misterioso, visceralmente connesso ad ogni sua decisione.

Sparite le sere placide sul divano, dissolti lentamente gli incontri con il gruppo storico di amici.

La famiglia, una forza devastante. Ma non per sempre.

Basta saper attendere. Basta essere adulti.

Quel giorno Anna si aspettava il solito.

Dopo aver chiuso la conversazione al telefono con suo marito, era rimasta in piedi, davanti alla finestra, fissando i pini marittimi svettare nel cielo statico, come una cartolina:“Baci da Roma”.

Guardava fuori, il più piccolo stava piangendo e il suo cuore era placidamente altrove.

  • Non torno più.

Il vento muoveva leggermente le pesanti chiome degli alberi, si notava appena.

  • Non torno più. Rimango qui, ho bisogno di allontanarmi. Non è la vita che volevoNon ci riesco.

Si voltò per prendere in braccio il suo ultimo cucciolo, aveva bisogno di lei. Bastava poco, bastava che sentisse il suo abbraccio o una bella dose di biberon.

Lui che come ogni giorno era uscito di casa, come se nulla fosse, come sempre.

  • Non torno più.

Lui che non era venuto in sala parto, lui che nelle prime foto fatte insieme al piccolo, sembrava un vecchietto, grigio, spento, assente, come se tenesse in braccio la borsa della spesa. Lui che si era lentamente, progressivamente appannato, che stava svanendo.

Lei si era accorta dei segnali, aveva osservato quel vuoto diventare voragine. Ma non aveva fatto niente. Cosa avrebbe potuto fare? Aveva due figli, non tre.

  • Non torno più.

Ma non c’eri già più.

Se continuiamo a sognare

Impulso di scrittura giornaliero
Come capisci che è il momento di staccare? Cosa fai per realizzarlo?

Credo sia essenziale trovare un momento per disconnettersi dal mondo, quando le sinapsi cominciano a fondere, quando ti sale il nervoso per qualunque cosa, fosse anche la vicinanza degli altri. È in quel momento, quando ti stai trasformando nell’essere immondo che non riesce più ad accorgersi di un cielo screziato, del colore degli alberi, del sorriso di certe persone e, soprattutto, del tuo egoismo. Ecco, quando sembra che la vita ci abbia preso di mira, e ci sentiamo come un bersaglio tondo, attaccato ad un muro, colpito in continuazione da freccette dolorose, dobbiamo staccare. Cosa significa? Per me è sufficiente pensare a chi amo, uscire, ascoltare la musica che preferisco, camminare e sognare. Funziona. Se continuiamo a sognare, funziona.

AUTORI AI DOMICILIARI- Elisabetta Violani intervista Marcella Donagemma

Ciao a tutti! Questa è un’intervista (un pò lunghina 🙄) fattami dall’autrice Elisabetta Violani, sul mio ultimo romanzo. Con qualche “gag” non voluta…

Elisabetta, (biologa e ricercatrice) oltre ad essere una scrittrice, vincitrice dell’ultimo premio per la narrativa “Il libro più bello d’Italia”, si occupa anche della promozione di altri scrittori con la sua Rubrica “AUTORI AI DOMICILIARI”.

Si parla un pò di tutto, parlo di me e delle mie pubblicazioni,,, se vi va di conoscermi un pò di più! 🤓

«…quando vogliamo conoscere noi stessi potremo conoscerci guardando nell’amico»

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è la qualità che apprezzi di più in un amico?

Amicizia. Il sentimento più forte, una forma d’amore senza compromessi. L’amico c’è, sempre. Non importa se ci sono state incomprensioni, non importa se a volte non amiamo le stesse cose. È difficile? Molto. È un dono della vita ma richiede impegno. E quando l’amico/a è disposto a correre, lasciando la partita della squadra del cuore o la seduta dall’estetista prenotata da mesi, perché hai veramente bisogno di averlo/a vicino, allora saprai di non essere solo. Se è disposto a sacrificare parte del suo tempo per te, a fare gesti dettati dall’amore, saprai di avere incontrato la più grande fortuna. Sentimento raro e prezioso, va custodito, protetto e alimentato.