Solitude

La mattina era già cominciata da un po’, la luce entrava nella stanza, si posava sulle cose: il letto, la sedia, i vestiti buttati lì.  Era seduta per terra, abbracciando le ginocchia raccolte. Non stava piangendo e non stava pensando. Era in quello spazio intermedio che viene dopo le domande e prima delle risposte, quando il corpo resta fermo e la mente gira a vuoto.

Sul tavolo c’erano fogli. Moduli. Open day. Parole come futuro, opportunità, percorso. Le avevano detto che adesso toccava a lei.

Scegliere.

Come se fosse una cosa naturale, come allungare la mano e prendere una bibita. Da bambina le dicevano che era sveglia, che capiva. Poi avevano iniziato a dire che era complicata, che si faceva problemi inutili. La sua cameretta, negli ultimi mesi, era diventata l’unico posto in cui si sentiva al sicuro. L’ansia si era presentata piano piano. Finita la scuola, lentamente si era reclusa, rifiutando contatti diretti con l’esterno.

Ora, le chiedevano qualcosa che nessuno le aveva mai insegnato: scegliere. Le avevano chiesto di adattarsi, ascoltare, eseguire. Non che fosse debole, ma era stata sempre sottotono, educata. In fondo, protetta da un guscio invisibile, aveva fatto le scuole scelte dai suoi genitori, gli sport scelti per comodità, frequentato gli amici che gravitavano intorno.

Era stata la figlia normale, la riserva disponibile, l’amica scontata.

La famiglia girava intorno, suo padre che diceva qualcosa di pratico, sua madre che diceva l’importante è darsi da fare. Entrambi che dicevano devi scegliere. Nessuno che le avesse mai chiesto: cosa vorresti, davvero? Nessun suggerimento, indirizzo, abbraccio o discussione.

Si alzò, andò allo specchio e provò a immaginarsi tra cinque anni. Non vide niente. Neanche il buio.
Proprio niente.

Si chiese se diventare grandi fosse questo: scegliere una direzione quando dentro ne senti cento e nessuna ti appartiene davvero. Dire io sono questo.

Seduta sul letto, prese un foglio a caso. Lo guardò. Lo rimise giù. Era una specie di azzardo, stava giocando alla roulette con la propria vita. É normale avere paura? Si sbaglia. Sbaglierò?

Per un momento, ancora, restò lì, ferma. Rimase sospesa, con le orecchie tese all’ascolto.

Avrebbe tanto voluto essere chiamata, davvero.

La bacheca dei sogni

Scrivere. Questo era quello che avrebbe voluto fare. Ma, scrivere, non ti rende indipendente o, come diceva sua madre, non ti mette un piatto in tavola. Entrò nel centro commerciale solo per scaldarsi un po’. L’aria di marzo era ancora tagliente e lei, con il curriculum piegato in borsa, non aveva più appuntamenti per quel giorno. Le vetrine erano farcite di cose che non poteva permettersi. Camminava senza meta quando, accanto a un negozio di articoli per la casa, vide una grande bacheca piena di post-it.

Al centro, in lettere grandi: I AM A WOMAN ON A MISSION TO…

Si fermò. Forse per non pensare all’ennesima mail senza risposta, forse perché quelle parole sembravano chiamarla. Si avvicinò.

“Amare ed essere amata”
“Supportare l’Arte!”
“Vivere la mia verità.”
“Aiutare gli altri nel loro cammino.”
“Creare Bellezza!”
“Viaggiare”

Ogni foglietto era una piccola dichiarazione di esistenza. Calligrafie diverse, cuori disegnati, firme appena accennate. Donne che avevano lasciato lì un frammento di sé.

Lei non aveva ancora un lavoro sicuro ma aveva sempre avuto il talento dell’ascolto. Per vedere il buio negli altri, sedersi accanto senza far rumore e scriverne. Eppure nessun colloquio sembrava interessato a quella competenza invisibile.

Prese un post-it libero dal bordo della bacheca. Restò con la penna sospesa. “Trovare lavoro” le sembrò davvero troppo piccolo, troppo stretto. Non era solo quello che voleva. Guardò ancora quei messaggi.

Scrisse lentamente: “Raccontare ciò che gli altri non riescono a dire.”

Lo rilesse.

In quel momento una ragazza le si avvicinò. “È bello quello che hai scritto,” disse. “Sto organizzando un laboratorio gratuito qui sopra, per chi è in un periodo di cambiamento. Arte e condivisione. Se vuoi passare…” Le porse un piccolo volantino.

Lei lo prese quasi senza pensarci. Non era un’offerta di lavoro. Non era uno stipendio. Era uno spazio.

Restò ancora un po’ davanti alla bacheca. Aveva lasciato una traccia, non un curriculum, ma un’intenzione. Non aveva ancora un impiego, il suo futuro era sempre incerto. Non voleva solo un posto dove essere assunta, quello, prima o poi l’avrebbe trovato, cercava un posto dove essere necessaria.

Si fermò un attimo prima delle porte automatiche e prese il telefono. Scrisse ad un’amica che sapeva attraversare un periodo difficile: “Ti va un caffè?”

Non era un piano strategico. Era un gesto per ricollegarsi a sé stessa.

Mentre le porte si aprivano lasciando entrare l’aria fredda, capì che forse la sua missione non avrebbe avuto un nome stampato su un badge. Avrebbe avuto volti e storie.

I desideri non sono obiettivi misurabili, sono direzioni. Perché rinunciare ai sogni?


Il giorno in cui ho incontrato Gemma

La incontrò per caso. Aveva visto una figura sottile camminare sul pendio. La fotografò, col vestito che danzava nel vento, mentre muoveva piccoli passi con i capelli davanti al viso, cercando di non cadere.

Teneva una valigia con la mano destra, rigida. Doveva essere pesante. Scendeva il pendio lentamente. L’erba sfiorava le caviglie, il cielo era così ampio da fare quasi male agli occhi. La seguì prima con lo sguardo, poi, camminando, con calma. Una forestiera, sicuramente una cittadina che si era persa. Invece, passando tra campi di trigo e sentieri sterrati, vide che era diretta al casolare di Gesópp. Il buon vecchio Gesópp. Aveva lasciato la vita in quel rustico, in una sera stellata d’autunno.

Lui, per mesi, era tornato di tanto in tanto a sedersi dove erano soliti bere un po’ di vino e chiacchierare o giocare a carte con altri vecchi contadini. Risate semplici e racconti che li illuminavano. Spesso li aveva fotografati, nei campi, o vicino al piccolo torrente dove si sciacquavano con l’acqua gelida prima di sedersi all’ombra per mangiare qualcosa.

Che ci faceva quella giovane donna in quel posto così aspro? Il casale tra le colline non era una promessa romantica. Era pietra grezza, umidità negli angoli, una porta che cigola. Era fatica, legna da spaccare, acqua da controllare, notti in cui il buio è davvero buio.

Ma lei era già riuscita ad aprire la pesante porta di legno, la vedeva spingere con forza tra una sottile nuvola di polvere. Era dentro. Aveva appeso il cappello al chiodo sulla parete esterna, dove di solito si appendevano i salami.

Da lontano, sapeva che lei stava già aprendo le massicce imposte, sicuramente voleva arieggiare. Se la immaginò ferma in mezzo alla grande stanza, osservare i pochi mobili, le pareti. Forse stava già pensando a come ristrutturare. I nipoti di Gesópp avevano venduto in fretta casa e terreno. Non li aveva mai incontrati.

Improvvisamente, la vide uscire e sedersi su una sedia sotto il piccolo patio pieno di terra e piume di galline, e rimanere così, le gambe scivolate con i piedi appoggiati a sentire la terra e la testa abbandonata sullo schienale, ad occhi chiusi.

Altra foto. Ma non si avvicinò. Forse sarebbe passato al tramonto, magari con una bottiglia di vino, così, per darle il benvenuto. Buon vicinato.

Ripercorrendo a ritroso il sentiero, la sua mente cominciò a fantasticare, a fare congetture.

Non è scappata. Ha scelto. Forse ha lasciato una famiglia che parlava sempre troppo tardi o troppo presto, mai nel momento giusto. Ha lasciato una città che le aveva insegnato a correre senza sapere verso cosa. Ha lasciato un lavoro in cui le giornate si sbriciolavano in riunioni infinite. Qui non deve essere funzionale, efficiente, brillante. Forse anche lei cerca il silenzio più che la libertà. La libertà è un concetto rumoroso, pieno di promesse.

E lui, lo sapeva bene.

Nel silenzio puoi osservarti e dire “sto bene”. Non c’è nessuno a guardarti. Nessuno a giudicare la tua scelta, a chiederti spiegazioni, a suggerire alternative. Questo posto non è solitudine, è un luogo dove poter ascoltare il proprio respiro senza che venga coperto da quello degli altri. Chissà se anche lei ha sentito quella sensazione che mi ha portato qui, quel qualcosa che si sbriciolava piano, come intonaco vecchio sotto la carta da parati. Ricostruire senza testimoni, senza applausi.

Si fermò un istante, inspirò. Il cielo profumava.

Al tempo giusto

Lei e Francesca hanno la stessa età. Stessi anni addosso, ma non lo stesso tempo.

La stanza d’ospedale ha una luce lattiginosa, in alcuni angoli le sembra che richiami quello delle stazioni di servizio all’alba. I rumori non sono attutiti, le voci degli operatori rimbalzano nei corridoi quasi squillanti. La infastidivano molto all’inizio, ma ora crede che sia il loro modo di fregare i silenzi della sofferenza, sovrastare quegli apparati che respirano piano e dialogare con la morte. Lei è seduta accanto al letto, le mani intrecciate sulle ginocchia, e guarda Francesca dormire.

Il volto di Francesca è scavato dalla cura, le palpebre sottili come carta velina, con quei ricami di capilllari blu, I capelli, un tempo folti, ora sono un ricordo trattenuto in una fotografia sul telefono. Dorme.

La osserva e pensa. Decisamente troppo presto per tirare somme, per fare bilanci. I rimpianti sono feroci, hanno denti affilati. Ci sono cose che Francesca non potrà più fare. Viaggi rimandati, figli solo immaginati, litigi che non avranno il tempo di diventare pace, vestiti comprati per un’occasione che ora non ha data.

Seduta lì, sente una colpa sottile per essere sana, per avere ancora un corpo che funziona. Si gira verso la finestra e, tra i riflessi, vede il suo volto. Il rossetto che ha messo quella mattina, per darsi e darle coraggio, non sta più come un tempo, una volta aderiva preciso su labbra piene, disegnava confini netti. Ora cambia colore dopo poche ore, si asciuga, si insinua nelle pieghe. I contorni non tengono più.

Prima, anche Francesca pensava che tutto avesse una sequenza naturale: studio, amore, lavoro, famiglia. Stabilità. L’equilibrio che si cerca di mantenere a dispetto dei cambiamenti che non vuoi o delle decisioni che prendi. Ma è bastata una parola pronunciata in uno studio medico, una diagnosi che l’aveva fatta sentire intrappolata come nella Vergine di Norimberga, e tutto si era frantumato. Tutto ora era sospeso nelle pagine di un diario, dal giorno in cui aveva iniziato la chemio.

La vita non ti avvisa di niente, non concede prove generali. Ti attraversa mentre stai facendo altro, mentre scegli cosa fare, mentre programmi, mentre dici «ci penserò domani». Il tempo, vissuto come una riserva inesauribile, un credito aperto, non promette nulla, scorre e basta.

L’amica si muove appena nel sonno. Lei si sporge, le sistema la coperta con un gesto materno che non sapeva di avere. Vorrebbe dirle qualcosa di grande, di definitivo. Tace. Sa che le parole importanti, in certi luoghi, suonano false. Resta lì. Presente. Con il rossetto sbavato e il cuore stretto.

Non c’è un tempo giusto per ammalarsi.
Non c’è un tempo giusto per avere paura.

C’è solo questo tempo qui, che passa anche adesso, mentre guarda Francesca dormire e sente quanto sia sottile il confine tra il “poi” e il “mai”.

· · · — — — · · ·

Tutto cominciò con le linee. A un certo punto terminavano.

Lei si chiamava Maria Cecilia. Avrebbe avuto una sorella gemella se non fosse morta durante il parto. Già nel suo nome c’era qualcosa che stonava, non le piaceva pur essendo abbastanza fluido. Era come se i genitori non si fossero decisi e alla fine avessero optato per un doppio, un accomodamento. Senza soluzione di continuità. Non poteva essere Maria e Cecilia allo stesso tempo, non ci riusciva. Fu proprio nel momento in cui si rese conto del problema che apparvero le linee.

Erano ovunque a ricordarle che esiste continuità, fino a che, per un motivo o per l’altro terminavano. Da allora incominciò a sentirsi strana, come se le mancasse l’equilibrio. Ovunque, per terra, vedeva linee che componevano forme, fino a che s’interrompevano. Col tempo le insegnarono a camminare, seguendo quello che facevano gli altri: un passo dietro l’altro. Niente di complicato Maria Cecilia. Ma lo era, per lei.

Fu come gettarsi da un burrone, chiudendo gli occhi e aspettando che il pavimento bloccasse la sua inevitabile caduta. Non fu per niente semplice, ma imparò. Imparò a convivere con Maria e Cecilia. Si limitava ad immaginare che le righe continuassero, e lo facevano, nella sua mente. Le visualizzava proprio come un salvatico corridoio, suo, solo suo.

Tutti pensarono che fosse solo un po’ strana e che il peggio fosse passato, ora camminava. Ma le persone non dicono mai quello che vogliono dire. I suoi genitori non ci riuscivano. Così imparò a unire le linee anche nelle parole. Non erano mai linee rette, erano più figure geometriche. C’erano rombi, quadrati, triangoli e parallelepipedi. Un alfabeto, un vero idioma. Anche se erano differenti, per Maria e Cecilia era come un gioco. I cervelli sono diversi e si sforzano di trovare un comune denominatore di comunicazione. Per lei erano le linee.

Solo il cielo non la spaventava. Quell’immenso che non conteneva, sciolto nei tramonti in fiamme o congelato nelle albe di zucchero, sempre bizzarro. Nessuna linea interrotta. Neanche l’orizzonte.

Seduta sul prato, tuffando lo sguardo nel cielo, pensava che l’unica linea possibile sarebbe stata una fune, un’ infinita cima a cui aggrapparsi, come nella favola del Fagiolo magico, ma senza arrivare mai a nessun Castello fatato. Semplicemente, perpetua.

Vide passare un aquilone, un rombo a spicchi colorati, che volava morbido trascinando la sua cordicella nera e corta. Si era liberato. La sottile fune era spezzata e dondolava rincorrendo quel quadrilatero danzante. Si alzò dall’erba e lo seguì.

Una signora, da una panchina, mentre stava dando del pane secco ai piccioni, la vide allontanarsi col naso in sù e camminare verso il lago. Un passo dietro l’altro, senza interruzioni, un piede nell’acqua e poi l’altro. Senza interruzioni.

Gridò la signora, gridò più forte che poteva, ma la sua voce arrivò fino ad un certo punto.

Poi, iniziava il lago.

Un pezzo di carta

< Domani? Diamo per scontato che ci sarà un domani. Abbiamo bisogno di fare progetti, di continuare a pensare, sognare, immaginare. Altrimenti, siamo già morti>.

A me sembra di stare in mezzo a un’autostrada. Mi sembra di vedere correre tutti. A volte, vedo anche i loro pensieri, come nuvolette che non si scontrano mai.

E si fermò ad osservare. Si fermò.

< Guardi mai intorno a te? Ti capita di notare qualcosa che attira la tua attenzione? E non necessariamente qualcosa di eccezionale. Può essere, per esempio, quel mattone sbeccato che spunta insolente da quella parete anonima o quel pezzo di carta che prima è rotolato sulla strada, quasi avesse vita propria. Io l’ho guardato danzare tra piedi frettolosi, saltando pozzanghere. Alla fine si è andato a incastrare in quell’angolo laggiù, un anfratto sicuro, immobile a fissare il mondo. Chissà cos’è? Potrebbe essere una lista delle spesa o una lettera buttata via…>.

L’amica la stava guardando. Poi, girò lo sguardo per cercare il pezzo di carta.

< Quando ci fermiamo, quando fermiamo i pensieri, proprio in quell’attimo ci rendiamo conto di esistere, di esserci. Possiamo restare inerti e “sentirci”, isolarci.>

Dura poco, è un attimo, uno di quei momenti che ricorderemo per sempre.

L’amica stava ordinando un caffè. Ristretto e macchiato caldo. Era tardi.

< Forse, l’ultima immagine che ricorderemo, non sarà un tramonto meraviglioso, l’esplosione di colori di un fiore, ma un tovagliolo lasciato su un tavolo appoggiato a una parete, o la vista al di là di un finestrino appannato e sporco di un autobus. La vita è una sequenza di questi attimi, rimangono solo quelli legati alle emozioni o al nostro aver fermato un momento i pensieri per guardare, osservare la vita>.

L’amica stava scrollando le foto nel telefono.

< Io di ricordi ne ho parecchi, e sono tutti belli. Quasi tutti. Comunque, degni di essere ricordati. Dai, bevo il caffè e vado. Ti scrivo più tardi>.

I ricordi. Ci definiscono. Ci definiscono? In quell’elenco di istanti immortalati per non dimenticare, mi restano degli attimi, buttati lì come spilli, che mi riportano a una giornata, a una sensazione, anzi, a quella specifica sensazione.

Non segnano nulla di importante, se non il fatto che c’ero, ero viva.

Il pezzo di carta non c’era più.

Quella soglia

Una zucchina verde e un po’ emaciata, l’unica cosa viva rimasta.

Da dove comincio? Fissava la stanza stranamente vuota dalla presenza di chi aveva vissuto una vita tra quelle mura. Sul tavolo erano state disposte tutte le ceramiche e le porcellane, dal vasellame ai piccoli oggetti, puliti ordinati e catalogati. Nella cucina di fianco, sopra la lavatrice troneggiava una caraffa enorme, dipinta a mano con tralci d’uva. L’avevano messa su un vecchio tagliere di legno e si erano dimenticati quella zucchina verde e un calice vuoto. Sembrava un quadro che parlava di normalità, convivialità, profumi.

Andò ad aprire la porta che dava sul piccolo giardino sul retro, era presto e faceva freddo, ma non quanto all’interno della casa. Le siepi erano addormentate, i vasi svuotati, le sedie intorno al tavolo in pietra lavica brillavano con un sottile strato di brina. C’erano dei corvi sui rami ormai spogli del caco, uno scheletro nero, privo dei suoi pesanti frutti. L’energia era svanita? Tutto sembrava in attesa. Di cosa, in fondo?

Niente rimane immobile e immutato, neanche le pietre.

Risate. Le sembrò di ricordare quando l’aria sapeva di buono, i sorrisi e i colori, i rumori di posate e bicchieri, mentre un aereo stava passando proprio là sopra, in alto, molto in alto, silenzioso carico di vite che non avrebbe mai incontrato.

Si voltò per rientrare in casa, rabbrividendo, chiuse il portone ascoltando il vuoto. Ora di andare, ora di rientrare nella vita, e s’incamminò verso l’uscita, dall’altra parte. Sarebbe tornata. Ma si bloccò sulla soglia di casa, richiuse la porta e tornò in cucina.

Si avvicinò alla lavatrice e prese la zucchina, per gettarla.

Una lacrima, sola, stava scendendole sulla guancia.

Sarebbe tornata.

Pop up

E così non mi parli più. Non rispondi neanche. Ma davvero? Se non fossi arrabbiata, potrei dire che sono allibita. Non hai 15 anni, sei un adulto. Adulto… Evidentemente sei solo cresciuto, invecchiato, e ancora invecchierai e continuerai a comportarti così. O forse è un trattamento che è destinato solo a me? Non credo proprio.

Quell’attimo che ci aveva connesso, come una scarica elettrica, quasi fossimo stati entrambi sottoposti a un defibrillatore, è dunque svanito? Ci sta. Davvero. Conoscendosi si ha modo di decidere se stavamo viaggiando nell’illusione di ciò che cercavamo, frequentandoci ci si rende conto di piccoli, fastidiosi difetti reciproci, del cambio di odore, di certi sguardi indecifrabili.

Quindi? Non sei morto. Lo so.

Ti ho visto passare ieri, di corsa, con altre persone e quasi non ti riconoscevo, se non fosse per quel sorriso che, anche ieri, mi sembrava un faro. Sono adulta anch’io, dovrei razionalizzare, radicarmi al suolo e passare oltre. Forse è un po’ presto. Ma ti rendi conto? Ma cosa mi prende? Alterno momenti in cui ti prenderei a sberle ad altri in cui fisso in una vetrina l’ombra di me stessa, offesa e depressa.

Ti sei divertito? Io, sì. In effetti.

Vendetta. Ora penso solo a quello. In qualche modo devo proteggermi. M’immagino entrare nel bar in cui mi hai portato e, splendida come non mai, sedermi in disparte, vicino ma non troppo, quel tanto che basta per farti vedere quello che ti sei perso. Dovrei andarci con qualcuno… un uomo affascinante, un gentleman completamente ammaliato dal mio esistere. Ce l’ho! E non lo conosci. É un amico, gay, ma nessuno se ne accorge mai, e lui mi aiuterebbe. O s’innamorerebbe di te. Accetto il rischio.

Sullo schermo del telefono ogni tanto appaiono messaggi, non da te. Che faccio? Ti scrivo ancora? Dai. L’ultima volta.

Mi hai lasciato un buco. Un buco nell’orgoglio e nella mente. Un buco nella mia autostima. Devo sapere perché.

Mi hai bloccato.

Come un pop up fastidioso.

Allora, oggi, funziona così. A volte si ascolta, spesso, si scrolla.

Metamorfosi

Il cielo bruciava, letteralmente. Era scoppiato un tramonto che accecava e si liquefaceva nel mare, portando lunghe onde morbide, oleose, tranquille, fino a riva. Seduta sulla sabbia, con le braccia che cingevano le gambe, muoveva la testa lentamente da un lato all’altro di quell’enorme quadro che non aveva fine né inizio. Aveva pianto, senza rabbia. Aveva lasciato che il dolore scorresse, ed era finito negli occhi. Non era questo il piano, non avrebbe voluto, ma quell’inaspettato spettacolo aveva detonato la costante contrazione che cercava di controllare.

Aver divorziato, in fondo, non era gran cosa, non era quello che le stringeva l’anima. Il suo cuore si era accomodato, proprio così, accomodato tra le cicatrici, rifiutando di indurirsi, a differenza di altre sue amiche separate. Non sentiva quel gusto amaro, non trovava espressioni acide, quelle che si fissano come una colla, non transitano ma lasciano una scia, come una bava di lumaca infinita.

Erano arrivati insieme, lei e suo marito, alla conclusione. Strana la vita, non c’erano stati scossoni, litigate o discussioni, si era solo spenta la luce, era finita la ricarica, e quello che un tempo era passione e forza, si era banalmente trasformato in qualcosa molto simile all’amicizia. Si può continuare a stare insieme per inerzia? Ah, quanti lo fanno! Quieto vivere, la scusa dei figli, la paura di rimanere soli…

Loro due, invece, così in sintonia da affrontare la decisone comune davanti ad un aperitivo nel solito bar, avevano anche già stabilito “chi prende cosa”, se vendere la casa e alcuni mobili che entrambi non sopportavano più. Avevano anche riso, scoprendo che la maledetta poltrona, regalo della suocera, proprio non piaceva a nessuno dei due! Quante cose si scoprono quando apri del tutto la saracinesca della mente, quando non hai più il freno dell’amore. Eppure, era ancora amore, diverso, trasformato, ma sicuramente amore.

Una metamorfosi.

Non ci sarebbe stato più un NOI. Si era frantumato il nucleo, caldo e rassicurante.

Passò una coppia, seguita da un bambino con un cane. Li guardò come se stesse guardando un film già visto. Il cane le corse incontro, voleva giocare, le girava intorno e saltava. I padroni lo stavano chiamando, scusandosi. Perché?

É così bello l’affetto.

Specchio, servo delle mie brame.

Fuori dalla finestra si intravedono le chiome degli alberi quasi spogli. Nella stanza del commissariato sono in tre. Hanno fermato solo loro tre.

La mattinata a scuola era terminata e aveva passato l’ultima noiosissima ora con la sensazione di essere seduta sulle braci. Il tatuaggio sul braccio si stava asciugando. Aveva rubato i soldi dal portafogli di sua madre che tanto se la sarebbe vista col nuovo compagno. Al suono della campanella era scattata come un’atleta pronta a correre i cento metri ma, nel corridoio, le era toccato fare la gimkana tra molli studenti che se la prendevano comoda, tanto avevano i genitori che passavano a prenderli o l’autobus che li aspettava. Ed era finalmente fuori da quel palazzo, si stava allontanando da quei ragazzini così diversi, così distanti da lei. Lei, si sentiva grande, lei era già grande. Ma non abbastanza.

Per riuscire a far parte del gruppo giusto, per essere accettata da chi contava davvero, non bastava essere grande, dovevi essere anche forte, molto forte. E lei sapeva di esserlo. Essere vittima non era mai stata un’opzione. Corre, corre per non arrivare in ritardo, mentre l’adrenalina sale. Oggi è un giorno importante, ce la deve fare.

Nel parco, isolate tra gli alberi, l’aspettano dieci ragazze, qualcuna si è seduta, altre stanno fumando. Percorre l’ultimo pezzo camminando veloce, guai a farsi vedere insicura. Lascia orme scivolose sulle foglie bagnate, mentre si avvicina e saluta. Solo gesti simbolici, emblematici, senza parlare.

Mette a terra lo zainetto e aspetta. Cominciano a spintonarla un po’, qualcuna le da un colpo sulla schiena, sulle gambe, poi, iniziano a dare botte, tante. Come se la stessero lapidando, arrivano legnate secche, calci che la fanno piegare. Si raggomitola e cerca di proteggere la testa. Sente che sta per crollare e si abbandona. E si fermano. Si sono fermate. Hanno smesso.

Ce l’ho fatta.

Ora, manca solo l’ultima prova. Non sarà difficile. Ora, è insieme alle altre, che stanno ridendo e l’aiutano ad alzarsi. Manca solo l’ultima prova. Sente dolore ovunque ma non importa.

Decido io.

E la vede passare. Una ragazza più o meno della loro età, non la conosce. L’addita, e il gruppo si scaglia contro quella preda, come una tempesta di sabbia la travolge e la soffoca colpendola senza freni. Anche lei. Anche lei sta sferrando calci a quel pupazzo ormai inanimato.

Ma qualcuno ha visto, qualcuno ha cominciato a gridare, c’è chi sta correndo verso di loro e il gruppo si sparpaglia come un branco di piccioni spaventati da un rumore.

Fuori dalla finestra si intravedono le chiome degli alberi quasi spogli. Nella stanza del commissariato sono in tre. Hanno fermato solo loro tre. Le fa male un ginocchio e chiede del ghiaccio, ma nessuno glielo porta.

Parlami d’amore

Parlami d’amore. Perché non riesci? Perché dici che mi ami ma non sai come fare? Inutile che cambi discorso, no, non voglio parlare del concerto, ascoltami. E ti giri. Ma perché? É così difficile capire? Voglio solo che mi abbracci. Ma te ne vai. Io resto a fissare dei piedi, a sentire tutta questa confusione, a schivare ragazzi con bicchieri di plastica appiccicosi e pieni al colmo di birra. E uno si avvicina. Ma lasciami in pace. Sì, sono arrabbiata. Sì, sono con qualcuno. E insiste. Dove sei? Dove sei andato? Mi offre da bere. Non ne ho voglia ma sono arrabbiata, ho così tanta rabbia da tremare. E bevo. La musica si alza e non sento niente, solo rimbombare il mio cuore nelle vene. Mi sento strana, stanca. Dove sei? Ma vai al diavolo. Bevo. Cantano tutti, tutti forse no, ma quasi. Ci provo anch’io ma mi gira la testa. Qualcuno mi sta sorreggendo. Ombre. Mi sento leggera, mi sto spostando ma non tocco terra. Mi si chiudono gli occhi. Dove sei? Sento delle mani, ma non sono le tue, sento dei baci, ma non sei tu. Non ho forza. Ho gli occhi chiusi e provo un senso di vertigine fortissimo. Dove sei? Dove sono? Sono a terra. Quanto tempo è passato? Chi c’è qui intorno? Ombre. Sono mezza nuda, sporca di terra e birra. Cerco di muovermi. Dove sei? Un colpo alla testa, la mia testa che sta colpendo terra, qualcosa mi tiene per i capelli. Sento dolore, e freddo. Schifo. Odori selvatici e bagnato, grugniti e risate. Flash che mi feriscono gli occhi. Buio.

Mi sto sollevando, mi stacco da terra, ci sono delle persone, delle divise rosse, una luce che fissa le mie pupille e un ago che mi punge, forse il braccio. Ho la schiuma alla bocca che cola sul collo. Mi stanno parlando, chiedono.

Volevo solo un abbraccio.

Dolod’impeto

Mi chiamo Giovanna e ho 88 anni.

Sto aspettando, distesa su una barella, all’entrata del pronto soccorso, davanti alla porta scorrevole che si apre, si chiude, si apre, si chiude. Tra un’apertura e una chiusura, entrano folate di vento gelido e la coperta che mi hanno messo addosso, fino a coprirmi la faccia, è davvero brutta, sembra pesante ma non scalda. A guardarla bene, ricorda quelle delle carceri, grigia con quelle righe amaranto sbiadite. Mia figlia mi ha accompagnato e sta parlando con l’accettazione. Siamo venute in ambulanza, con codice rosso. Avrebbero dovuto portarmi già dentro l’ospedale, dovrei essere già tra le mani di un dottore ma, ormai so, dopo svariati ricoveri, che devi proprio essere a un passo dall’aldilà, per saltare la parte burocratica iniziale. Comunque non sento più la gamba destra, è quella più esposta all’aria, e mi fanno male le mani. Respiro a fatica e non ho la forza per spostare la coperta dalla faccia. Spero che mia figlia si sbrighi o penseranno che io sia un cadavere, in attesa di essere spostata all’obitorio.

Sento entrare altre barelle, ahia, questo significa che se arriva qualcuno che sta peggio di me, scenderò in graduatoria. Voci confuse, l’aria che solleva un lembo della coperta e mi scopre i piedi. Di bene in meglio. Qualcuno passa e me li copre, spostando senza grazia quella coltre ruvida. Mi sembra sia la dottoressa che è venuta a casa, la voce potente e la risata forte sono le sue. Stanno uscendo, forse a prendere qualcun altro.

Che via vai. Una stazione. E mia figlia è arrivata, mi scopre il viso. “Ma guarda se devono lasciare le persone così! Come stai mamma? Ora ti sposto io, qui non puoi stare, con un inizio di polmonite! E dov’è l’ossigeno? Questi sono matti.” E sento le sue mani, calde, che mi accarezzano il viso, sento il suo cappotto sopra di me, mentre la barella scivola, prima a fatica ma, dopo due spinte energiche, leggera, verso l’interno. Qualcuno sta parlando, stanno sgridando mia figlia. E lei risponde. Non l’ho mai sentita parlare con quel tono di voce. Sembra una leonessa che protegge la cucciolata. Com’ero io. Nessuno poteva fermarmi se minacciavano qualcuno della mia famiglia.

Ora me ne sto qui, inerme, debole. Non provo rabbia, né angoscia. Provo solo un gran freddo. Ho chiuso gli occhi mentre mi posizionano una mascherina, un infermiere sta regolando il flusso d’aria. E i polmoni sembrano aprirsi, respiro di nuovo… respiro di nuovo. “Torno subito mamma.” Mia figlia è ripartita all’attacco, so che non starà ferma ad aspettare. Mi ha messo un cuscino sotto la testa e sto decisamente più comoda.

Riesco a vedere le altre persone al triage, visi contorti nel dolore, visi con gli occhi spaventati, qualcuno si è addormentato, qualcuno se ne sta in piedi di fianco al desk dell’accettazione, un distributore di bevande ronza nell’angolo. Poi vedo arrivare un’infermiera. Ha il viso stanco, le occhiaie, la divisa stropicciata e si dirige verso i colleghi. Uno di loro sta suturando una ferita sulla fronte di un signore che avrà più o meno la mia età. “Vedrà che rimarrà bello! Le sto facendo un lavoretto perfetto!” É gentile, giovane. In effetti, sono in pochi, davvero pochi. L’infermiere più anziano è uscito dall’ufficio e sta dicendo a tutti di pazientare ancora un po’.

La porta scorrevole si apre e, all’improvviso, non riesco a vedere bene, entra un fiume di gente, un vortice di urla e spintoni. Sento che mia figlia sta spostando la barella verso il muro, oltre i sedili, lontano dal tornado di parolacce e violenza che, nel frattempo, sta pestando a calci e pugni, i due infermieri. Urla, offese, pianti e grida. Qualcuno è morto, anzi è morta. É morta una ragazza, e tutta la sua famiglia sta scaricando il dolore e la rabbia su chi ritiene sia il colpevole. Arrivano altri infermieri mentre le persone in attesa fanno fatica a muoversi, spostarsi dall’orrore.

Ed entrano i poliziotti, sono in tre, non bastano. Ma uno tira fuori la pistola. Vedo l’ombra dell’arma proiettata sul soffitto, vedo tante ombre che si contorcono, un teatrino macabro e surreale.

Arrivano anche i carabinieri e altri poliziotti.

Li hanno fermati. Hanno fermato la furia di una famiglia che, dice mia figlia, ha ridotto a pezzi tre infermieri. Li hanno pestati a sangue, hanno anche picchiato l’infermiera, le sta sanguinando il labbro.

“Come sta il ragazzo, quello giovane?” Trovo la forza di domandare a mia figlia.

“Non so mamma. É a terra, immobile.”

Il nostro Servizio sanitario ha qualche lacuna, manca il personale e non tutti sono “adatti,” non tutti sono professionalmente all’altezza di un compito così duro e delicato. Ma, a volte, schermare la propria empatia, aiuta ad arrivare a sera senza il cuore maciullato. É un impiego che richiede molto e che forse non è pagato il giusto. Non voglio generalizzare né in un senso né nell’altro, perché ognuno di noi avrà avuto esperienze più o meno positive. Di certo MAI, in nessun caso, si dovrebbero verificare situazioni come quella che ho descritto e che, purtroppo, a volte sentiamo nella cronaca.

Il mio abbraccio a chi ha scelto la professione medica, che sia infermiere o primario di reparto, augurando loro che non diventi mai solo “un lavoro”. Perché non lo é.

Led cage❤️

Finito. Ho postato l’ultimo reel. Sono le 2:53. Controllo il numero di follower, sono tantissimi. E ce n’è voluto di tempo, di lavoro, tanto lavoro. Quello che all’inizio sembrava un divertimento, ora è la mia occupazione. Un lavoro.

Dovrei coricarmi, sì, anche se non avverto la stanchezza ma gli occhi sono due spilli e bruciano.

E questo? Un commento cretino, che faccio? Rispondo. Ma no. Lascio perdere.

All’inizio rispondevo a tutti, ma ora so come manipolare gli algoritmi, so come manipolare le persone. Si impara.

OK! Chiudi l’applicazione e vai a coricarti.

Il letto non è più la mia cuccia, il letto è una propaggine del computer, del tablet. Dal telefono sul comodino la luce piano piano si spegne ma la mia mente invece continua a pensare. E il telefono vibra, una volta, poi una seconda. Alla terza lo prendo. Apro l’applicazione. Commenti nuovi. Condivisioni.

Ma come? Il numero dei follower è calato!

Mi siedo e comincio a rispondere. Poi cancello e riscrivo. Uno, due, tre, troppi che scrivono che sono falsa. Fosse stato solo uno non ci avrei fatto caso, ma sono tanti. Qualcuno ha postato un emoji incazzato.

Perché? Cosa sta succedendo?

Il mio ultimo reel non è piaciuto. Quell’emoji rosso mi sta fissando. Lo ignoro.

Ti ignoro. Domani, forse, risponderò.

Mi corico. Chiudo gli occhi e sospiro.

Devo postare alle 8:30, la fascia oraria migliore. Poi alle 13:00. E una storia alle 18:00.

L’algoritmo non perdona. Se perdi i colpi ti penalizza. Espiare – pagare. Se non sto al passo rischio di perdere collaborazioni importanti perché la mia immagine non è più, uniforme, e non produce più lo stesso risultato. Le persone lo avvertono e cominciano a dubitare. Mi risiedo e controllo. Valuto analitiche e statistiche: le interazioni sono in calo.

Perché? La mia performance è in calo, non bastano più gli hashtag mirati e gli audio trend? 

Sarà un momento. Devo ignorarlo.

Riprendi il controllo.

Ed è giorno. Mia madre mi chiama per la colazione. Ma sì, mi alzo e mi sciacquo il viso. Mangiare qualcosa mi aiuterà. Seduta al tavolo, con una tazza nella mano e il telefono nell’altra, sento mia madre che si lamenta.

  • Perché hai sempre quel coso in mano?
  • Questo coso, mamma, è il mio lavoro.
  • Lavoro? Lavoro significa fatica! Non giocare, non perdere tempo!

Non capisce. Non può.

Quando arriva un like, è una carezza, un pezzo di puzzle che definisce il mio ego.

Deciso!

Posto un video al naturale! Così come sono, senza filtri. Confesserò che sono stanca, racconterò delle mie insicurezze. Vulnerabile. Un atto di coraggio. Questo ci vuole.

Fatto. Postato.

Riguardo la clip. Non mi piace. Ma stanno arrivando i primi commenti.

“Mi hai toccato il ❤️”

Ma ripartono le critiche.

“ Ah falsa!😎”

“Ma a chi la vuoi dare a bere? Reciti pure male”

“Vergognati 🙈, c’è chi sta male davvero”

“Ma quanto sei grassa?😱”

Come tante punture dolorose, uno sciame di commenti, tossici, crudeli. E non smettono.

Prendo il telefono. Ora rispondo con una storia. Ma i commenti continuano.

Una notifica.

“So chi sei. Smettila”

Un crampo allo stomaco. Rispondo, poi cancello.

Il messaggio è sparito. Account inesistente.

Ed è già notte. La stanza mi sembra enorme. Vado alla finestra, lampioni che illuminano zone di pericolo. C’è qualcuno là fuori.

C’è qualcuno?

Arriva una storia sul telefono. Qualcuno ha taggato il mio nome, davanti a casa mia.
Una foto. Sembra casa mia. È casa mia.

Ho freddo.
L’algoritmo è affamato.
Fuori, un’auto rallenta davanti al mio portone.


La luce del display si spegne.

Jōhatsu in un soffio

Le fronde degli alberi, fuori dalla finestra, erano vigorose e piene di minuscoli germogli verdi e fragili che preannunciavano il Cherry Blossom. Aveva terminato di lavorare e se ne stava immobile davanti al computer spento. I colleghi erano già in movimento, si salutavano e correvano agli ascensori. Lei era una delle più anziane ma non aveva fatto carriera, non come gli altri. Troppi pensieri sempre in testa, tra un compito da svolgere e l’altro, troppa famiglia, troppo.

Si sentiva debole, non vecchia ma, matura, come un bel cedro del Libano dalla scorza spessa. Emanava profumo solo se ci si avvicinava alla buccia e lei, non aveva mai permesso a nessuno di esserle così vicino. Il marito, quello sì, suo malgrado, le si avvicinava spesso, con brutalità, mentre la suocera aveva invaso da subito e per quasi trent’anni, tutto. La casa, quel nido in cui aveva cresciuto due figli, ormai lontani, non aveva mai avuto il suo odore. Ovunque aleggiava la presenza di quell’altra donna che dominava, unica e despota.

Non se ne era accorta subito, non aveva fatto caso alla lenta erosione che l’aveva consumata negli anni, facendo disperdere la sua forza come l’acqua tra i ciottoli. Si era rifugiata nella sua anima, la sola parte che non poteva essere toccata, lasciando che gli altri si cibassero del resto, sbranandola a piccoli pezzi. Quando avvertiva che il dolore del suo spirito era più insopportabile delle botte, si chiudeva nel silenzio, attendendo che terminasse, affaccendandosi nei gesti quotidiani, sempre gli stessi, svolti in fretta, come una presenza invisibile. Per non dare fastidio.

Col tempo, osservando ciò che era rimasto di lei, corrosa, consumata, aveva preso una decisione, senza fretta.

Uscì dal palazzo e s’incamminò tra la folla verso la metropolitana. Salutò con un cenno del capo una collega in fila alla fermata dei taxi, e prosegui scendendo le scale, seguendo le migliaia di persone che correvano in tutte le direzioni, come un formicaio ordinato. Fece il solito tragitto fino alla sua fermata e si mise in fila aspettando, dietro la linea gialla. A sinistra, il buco nero della galleria, davanti a lei, i binari che l’avvisavano, con un sordo rumore lontano, dell’arrivo del suo treno. Si avvinghiò alla borsa mentre sul tabellone iniziava il conto alla rovescia: 3 minuti, due, uno. Si sentiva come un birillo tra i tanti, in attesa, immobile e silenziosa.

La metropolitana arrivò col suo fruscio morbido e lei non si mosse. Fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora. Gli altri stavano salendo sul mezzo e un annuncio delicato avvisava della partenza disperdendosi nel chime che segnalava la chiusura porte. La stazione stava svanendo, perdendo i contorni in una luce nuova. Nessuno la vide, nessuno si accorse della calma del suo sorriso mentre, passo dopo passo, svaniva dietro ad una colonna.

Da quel momento sarebbe stata una *jōhatsu, una persona “evaporata”, una persona che aveva in qualche modo ceduto. Era fuggita.

La sua mano, affondata nella tasca, stringeva un foglietto stropicciato, come un talismano, un lasciapassare, con una frase di Flaubert: “Viaggiare rende modesti, fa capire quanto il posto che occupiamo nel mondo sia piccolo.

Era solo un soffio, pronta a viaggiare senza biglietto verso un altrove che non avrebbe avuto più obblighi né vincoli.

* Johatsu” (蒸発), che significa “evaporazione” in giapponese, si riferisce alle persone che scompaiono volontariamente per abbandonare la propria vita precedente e iniziare una nuova esistenza in anonimato. Questo fenomeno è spesso legato a fattori come la vergogna sociale, le pressioni lavorative, i problemi familiari o il desiderio di sfuggire alla società. Non è esclusivo del Giappone, ma è osservato anche in altri paesi come Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Regno Unito e Germania. 

Lo spazio giusto

Il pomeriggio era sospeso, come se il sole esitasse a tramontare. L’aria sapeva di erba bagnata e pallone consumato.
A bordo campo, su una panchina scrostata, c’era lui. Le gambe penzoloni, le calze un po’ troppo larghe, i piedi dentro scarpe leggere, senza tacchetti, inadatte. Lo sapeva. Ogni corsa degli altri glielo ricordava. Non gliele avevano comprate. Non ancora. Forse mai.

Seduto, con le ginocchia graffiate e le scarpe sbagliate. Non serviva che qualcuno glielo ricordasse: non erano scarpe da pallone. Non erano quelle. Ogni volta che guardava quelle degli altri, nere o colorate, robuste come armature, provava un disagio inspiegabile. Nella sua classe c’erano tre bulli che lo mettevano sempre in difficoltà. Una volta era lo zainetto troppo vecchio, una volta i capelli che non andavano bene. Oggi, lo avevano escluso dal gioco per le scarpe. Guardava gli altri correre come se la partita fosse stata un fiume e loro ci nuotassero dentro. Lui era fermo, sulla riva.

Una bambina, una di quelle che sperava non si avvicinassero mai, comparve sbucando alle sue spalle. Aveva i capelli raccolti in due trecce lucide e uno sguardo appuntito.

Perché non giochi?

Abbassò lo sguardo sulle sue scarpe come se la risposta fosse scritta sull’asfalto.

Ah. Capito.

Disse solo quello e tornò verso la rete del campo, con un saltello leggero.

Lui abbassò di nuovo lo sguardo. Le sue scarpe sembravano ancora più brutte. Gli occhi ripresero a seguire la palla, ma non la vedevano davvero.

Poi, arrivò un altro bambino, più grande. Senza dire nulla si sedette accanto a lui, lasciando uno spazio giusto: né troppo vicino, né troppo lontano. Non lo conosceva.

Silenzio. Solo la partita davanti a loro.

Chissà se le scarpe fanno davvero la differenza. Chissà se mi basterebbe metterle per entrare o se servirebbe qualcos’altro. Comunque fa più male guardare che essere guardato. Le scarpe giuste avrebbero fatto la differenza. Forse. Forse non mi avrebbero fatto giocare lo stesso, ma almeno avrei avuto le scarpe giuste.

Si girò verso l’altro bambino e gli guardò i piedi. Lui aveva le scarpe giuste. Perché non giocava?

Restava lì, in silenzio. Una presenza che non era conforto né amicizia ma che aveva incrinato il confine che lo separava dagli altri. L’essere invisibile.
Sul campo la partita continuava, il campo da calcetto brillava sotto la luce stanca del pomeriggio.

Figli della Nutella

  • Liberamente tratto da una conversazione captata durante una escursione verso l’Alta Val d’Arda.

Marrone. Esiste colore più triste? Il nero. El negro no es un color triste, affatto! Ma il marrón, no me gusta.

E pestò un rametto secco, sul sentiero che s’inerpicava tra gli alberi.

Certo, ci sono tante varianti di colore, ma el marrón realmente no me gusta.

S’immaginò il bosco verde e azzurro. No. Verde e bianco, come d’inverno, molto meglio.

A pensarci bene, il marrone, è il pantone per eccellenza nella natura.

Tronchi, variegati come *churros un po’ troppo cotti, la circondavano, più o meno possenti, più o meno impertinenti. Erano solidi, quasi tutti, davano l’impressione di essere radicati fino al centro della terra, emanando un leggero profumo di resina. I passi risuonavano sul terriccio, marrone anche lui, ma con tante sfumature quasi impercettibili. Stava per raggiungere il punto panoramico, il posto in cui avrebbe trovato sicuramente un sacco di altre persone. Infatti, dopo poco, cominciò a sentire il vociferare di altri umani, portato dall’aria fino alle sue orecchie. Non era un’eco, piuttosto il risultato di parole, accostate le une alle altre e unite in un dialogo alieno. Eccolo, il Belvedere.

Alla prima occhiata di “bel vedere” c’era poco. Macchine posteggiate a caso e muretto di schiene che oscuravano qualunque vista. E, giacconi. Tanti. Quasi tutti marroni, a parte i colori fluò dei bambini. Piccoli elfi imprigionati tra le braccia dei genitori.

Siamo monotoni.

Si avvicinò, aspettando pazientemente che terminassero di fare foto e selfie, poi, si infilò tra due coppie che fissavano lontano, in silenzio, un punto che cercò senza successo. Il cielo era coperto, e spostò lo sguardo verso il basso.

Mira el río, es marrón.

Un fiume lento e limaccioso, un lungo enorme verme che scivolava a fondo valle. Come una interminabile cicatrice in via di guarigione. Marrone.

Non può essere. Il fiume, no. Dovrebbe riflettere la luce o i colori delle foglie. Persino la montagna di fronte è verde, al massimo, ramata.

Una delle coppie si era spostata ed era stata rimpiazzata da una famigliola. La mamma, per zittire i piccoli, tirò fuori una cioccolata. Improvvisamente, come quando ascoltava le favole da bambina, il panorama cambiò e s’immaginò montagne puntellate da alberelli di zucchero, caramelle colorate che creavano ruscelli, morbide nuvole di zucchero filato azzurro e rosa, una cascata di mentine lucenti e tanti cioccolatini sparsi ovunque.

Un fiume di cioccolata, morbido e lento. Un cucchiaio enorme che affondava piano e risaliva colmo, carico di sfumature di marrone profumato e tentatore.

Ecco. In questo caso sono certa che avresti fatto una eccezione. Estoy realmente segura.

*Churros: frittelle dolci a forma di bastoncino, tipiche della Spagna: si servono con zucchero o cioccolata calda.

Tassellazione vs illusione

Autunno. Finite. Le vacanze sono finite. E osservò le prime foglie autunnali che, in strada, si erano sollevate inseguendo una moto, come i barattoli appesi dietro alle macchine dei novelli sposi. Un caffè americano sul tavolino e il telefonino alla mano, valutò che, tutto sommato, il cielo le ricordava certe mattine estive fresche, quando usciva prestissimo per godersi i rumori ovattati delle barche che cozzavano pigramente sulle boe. Ma i colori, i colori del tempo erano virati, velati come le nature morte, in una tassellazione in cui tutto sembra immobile.

Immaginò la sua vita riflessa sulla sfera di Escher. Si sentiva intrappolata, congelata.

Potrei farne un fermacarte, di quelli in plexiglass, in cui imprigionano una foto o un oggetto.

Passò, davanti a lei, una giovane mamma con il telefonino all’orecchio e una bambina in braccio. I loro sguardi si incrociarono. La bambina aveva gli occhi grandi, neri, profondi, ma immensamente malinconici. Un ricordo, uscito chissà come, la intristì senza motivo.

Scrollò il suo telefono, cercando video sulle felicità, e si fermò ad ascoltare un’intervista fatta ad un anziano signore.

Mi scusi, cos’è per lei la felicità?

L’anziano, ancora in forma per la verità, stava camminando da solo e si era fermato. Il suo sguardo gentile s’indurì. Non lo so. Sono attimi così veloci che neanche restano nella memoria. Restano solo i rimpianti. Improvvisamente, era diventato vecchio.

Si era alzato un po’ di vento e le aveva spostato i capelli sul viso, sibilando così forte da coprire il dialogo nel telefono. Non si può essere tristi da bambini e anche da vecchi. E in mezzo? Pensa, pensa! Scandagliò la memoria, cercando gli attimi di pura gioia, quei ricordi che sembrano diapositive corrose dall’oblio. Appoggiò i gomiti sul tavolino, mise le mani sulle orecchie e chiuse gli occhi. Intorno le persone entravano e uscivano dal bar, macchine e camion sfrecciavano in lontananza, la gente parlava, il vento parlava, la mente parlava. Qualcuno urtò il suo tavolino e fece cadere la tazza. Aprì gli occhi sulla pozzanghera nera, il colpevole si stava scusando ma lei non lo sentiva, guardava il luccichio.

E in un attimo, affogando in quel nero, capì che, quella bambina, quella bambina le aveva letto dentro.

Akrasia. (Da barrare nella lista).

Nella sala, sprofondata nel divano, avvertiva solo un po’ di acufene. Sentire il silenzio è impossibile. Aprì il libro e distese l’orecchia che aveva fatto all’angolo della pagina. Allungò le gambe sulla sedia e posizionò meglio il cuscino dietro la schiena. Aveva scritto un elenco di cose da fare ogni giorno, i buoni propositi nero su bianco, che alla fine le erano sembrati una lista della spesa, di quelle che compili e dimentichi sempre a casa. Erano le 14.00.

Lista: 5) h 14.00, leggere.

Voltò la pagina, cercando di far arrivare il più possibile la luce dalla finestra dietro le spalle, e allontanò un po’ il libro. Molto meglio. Fu allora che iniziò un rumore forte, continuo, come una trivella, no, come un meccanismo inceppato, un motore che stava cercando di accendersi.

Cos’è? Mi alzo?

E aspettò. Il rumore proveniva dal giardino di fianco alla casa, era chiaro. Forse un vicino stava armeggiando con qualche strumento. E non smetteva, anzi, stava aumentando. Era costante, penetrante.

Mi alzo? Si fermerà.

Girò la pagina e lesse tre righe, due volte. Quel sibilo ipnotizzante le stava trapanando il cervello.

E se mettessi le cuffie?

Continuò a leggere.

Potrebbe essere un’ astronave aliena, proprio qui fuori, e io me ne sto seduta. Forse sta cercando un contatto. Ora mi alzo.

E girò un’altra pagina. Il telefono l’avvisò dell’arrivo di un messaggio.

Ho voglia di mangiare qualcosa, ora mi alzo, vado a vedere da dove arriva questo rumore, e poi vado in cucina a prepararmi qualche carota.

Lista: 2) niente dolci.

Sospirò. Poggiò un piede a terra e il rumore, improvvisamente, perse volume, avvitandosi su sé stesso come una sirena che si sta spegnendo. Riposizionò gli occhiali sul naso, spostandoli bene verso gli occhi. E girò un’altra pagina. Appoggiò la testa allo schienale del divano, una gamba era rimasta a terra, e guardò il soffitto.

Chiuse gli occhi.

Riflessi azzurrognoli e lampi di luce

La frenata del treno stride come le unghie passate su una lamiera. La piccola folla si accalca, prevarica, ingombra da ogni lato, attendendo l’apertura delle porte. Come se entrassero in un’arena, si fiondano all’interno della carrozza, correndo, ignorando i vicini, giovani, anziani, bambini. Un fiume in piena di ciabatte da mare, valigie e zaini, mi travolge e mi spinge. Nessuno ascolta, tutti parlano, chiamano, qualcuno urla. Vedo un posto libero tra due passeggeri, nel corridoio, e come un’anguilla scivolo tra camicie sudaticce fino alla meta. Bagaglio, sistemato sotto. Ora posso respirare, chiudere gli occhi e aspettare che questa umanità disperata si plachi. La mia vicina di viaggio a sinistra è americana e sta fissando l’indecoroso spettacolo, ritraendo i piedi il più possibile per far passare roboanti trolley giganteschi.

  • Oh my gosh…

Due minuti, forse tre, di totale caos in cui, proprio ad altezza viso, ho schivato due volte i piedini di piccoli infagottati sulle schiene dei genitori. Uno, sorrideva. Ed è pace. Apparente. Le porte si chiudono e l’aria condizionata riprende a funzionare. L’americana ha indossato le cuffiette, l’altro passeggero alla mia destra sembra assorto, non si è mosso. Lo guardo di sfuggita, poi, lo guardo meglio. Un tuffo al cuore! É mio fratello! No. Non è lui. Ma è uguale a lui! Un sosia. Cerco di non fissarlo, faccio finta di guardare oltre, dietro di lui, e più lo guardo, più noto la somiglianza nelle espressioni, nei capelli, perfino nell’abbigliamento. Esistono sosia per ognuno di noi, in qualche parte del mondo ma, essermelo trovato di fianco, mi ha lasciato interdetta. Vorrei dirglielo, sapere cosa fa, come vive, se è sposato o ha figli. Vorrei, ma non lo faccio. Se è come mio fratello è riservato e, forse, mi guarderebbe come se fossi una molestatrice.

Una foto, gli ho scattato una foto di profilo senza che se ne accorgesse, mi servono prove. Spero che nessuno mi abbia visto. Mi guardo intorno e sono tutti intenti ad osservare i loro telefonini. C’è silenzio, solo teste chine, un girone infernale di dannati che sembrano dover espiare chissà quali colpe, restando intenti a fissare, in basso, uno schermo. Nessun contatto visivo, nessuna chiacchiera, non un fiato.

Ma siete tutti giovani! Tutti ragazzi! Che state facendo? Non la vedi quanto è carina la ragazza che hai di fronte? E tu? Non vorresti chiedere a quel ragazzo dove è andato a fare surf? Uno ha un braccio fasciato, forse è stata una medusa o si è fatto male in una partita a volleyball. Sono tutti da soli, avvolti da una membrana invisibile che li separa, li allontana. Vi siete divertiti in vacanza? Studiate? Lavorate? Che sogni avete? Mi giro a guardare “mio fratello”, ma ha appoggiato la testa di fianco e sta dormendo; l’americana scrolla il telefono. Riflessi azzurrognoli e lampi di luce si riflettono sulle pareti della carrozza, mentre parte l’ennesimo annuncio fastidioso.

Prendo il mio libro, aspetto il silenzio e, tornando col pensiero allo sciabordio delle onde, riprendo a leggere dal capitolo che avevo interrotto, tenendo in mano la porzione di madreperla raccolta al tramonto sul bagnasciuga.

Solipsismo in paradiso

Chiusa la conversazione. Aveva appena toccato la cornetta rossa per terminare la chiamata con la sua amica. Rimase a fissare le tende mosse dall‘aria del ventilatore, chiuse gli occhi.

Lei era l’amica cui confidare tutto, quella da cui ti aspetti risposte e rassicurazioni. Sapeva ascoltare, era come un abbraccio e sapeva cosa si aspettavano gli altri. Un abbraccio.

Si alzò per cercare le sigarette, ne aveva già fumate troppe mentre ascoltava lasciando che il fiume di parole riempisse la stanza, l’aria, la sua mente. Quella sera avrebbe mangiato da sola come succedeva da troppo tempo. Importava? Scostò le tende e rimase a fissare il giardino che sembrava immobile nella calura, arso da raggi impietosi. Pensò al deserto, alla forza devastante del sole, così potente, così importante. Poi, pensò alla luna, fredda, algida, lontana, sempre uguale e sempre diversa.

La sera prima aveva mangiato fuori, nel suo angolo di paradiso, alla luce delle candele alla citronella, ed era rimasta ad osservare il cielo, mettendo le mani a conchiglia intorno agli occhi, facendo un improbabile binocolo che potesse puntare lontano, che arrivasse ad osservare il grande carro e il piccolo carro. Aveva cercato la costellazione del sagittario e quella della bilancia, le uniche che riconosceva, ma il cielo non era limpido, i suoi occhi non erano limpidi. Le lacrime erano scivolate sulle guance, vicino alle orecchie, fino al collo. Tornando in posizione eretta, sentendo la cervicale che aveva sofferto, si era versata un po’ di vino bianco fresco nel calice e aveva appoggiato la testa sullo schienale della sedia, restando ad osservare le ombre tremule sul muro di fronte.

Quella sera però non le andava di mangiare fuori. In effetti non le andava proprio niente. Era come se quella telefonata l’avesse riempita, come se avesse fatto indigestione, sentiva chiaramente il peso di tanta indecisione alla bocca dello stomaco, il tedio dei lamenti che ingolfavano il fegato, un cerchio di opportunismo che le attanagliava le meningi.

É solo che le persone hanno bisogno di sfogarsi.

Si girò di colpo e il gatto la stava fissando. Due smeraldi tondi che la scrutavano intensamente, immobili, immensi. Il gatto si mosse lentamente fino ai suoi piedi e rimase seduto, al suo fianco, come una statua, come un guerriero pronto a difenderti. Non si toccarono. Squillò il telefono, era la sua amica, di nuovo.

Lei respirò a fondo e lasciò che il rumore del ventilatore riempisse l’aria fino ad arrivare alla sua testa. Chiudendo gli occhi, s’immaginò il fragore delle onde del mare, la lunga linea blu che separa l’acqua dal cielo e le sembrò di sentire l’eco lontana del cozzare di boe, un peschereggio che rientrava. Un sorriso, si ricordò del sorriso di un vecchio pescatore, un sorriso senza due denti, bianco come l’avorio, nel viso accartocciato da una vita senza protezioni, schermi, maschere.

Il telefono squillò di nuovo ma lei si era alzata ed era uscita. Il gatto rimase seduto fino a quando il telefono si silenziò.

Quella sera lei avrebbe mangiato nel suo angolo di paradiso.